Che cosa sta succedendo – Sulla fine #7: Stefano Felici

D’Antuono, se hai le palle pubblica ‘sta lettera”. E ancora: “A me di Verde mai proprio (SIC) è fregato un cazzo”. E: “De Vivo, fai il favore, fatti li cazzi tua”. È questo il tenore dell'”intervento” di Stefano Felici, giovane e bella speranza scoperta da Verde, ma uomo di cartone come pochi altri. Perché allora pubblicare questo ammasso di volgarità (e calunnie: Pierluca D’Antuono non ha mai ovviamente pronunciato i virgolettati che gli sono scorrettamente attribuiti) e elevarlo a contributo al duro ma costruttivo e serio dibattito in corso in questi giorni sulle sorti della nostra rivista (che qui trovate per intero)? Forse perché siamo degli inguaribili umanisti e positivisti? Ogni voce, seppure infamante, ha cittadinanza dentro Verde. A vidimidare gli speciali “passaporti di dignità” che la nostra piccola comunità rilascia sono i nostri maturi e consapevoli lettori, che sapranno ben da soli farsi un’opinione.
Altro che palle, Stefano Felici. La nostra schiena è ritta e qua stiamo soffrendo per cercare di mandare avanti la barca su cui anche tu prendi il sole (sgombriamo il campo dalle ipotesi: stiamo vivendo giorni difficili e certo non ci va di scherzare). Ti ringraziamo per il compitino, scritto bene, niente da dire, e ci vediamo martedì 10 aprile a 8×8 (ah, gratitude, gratitude): se il tuo racconto sarà buono, non dubitarne, tiferemo per te.
L’illustrazione è di E/P VI VI VI.

Ma porca mignotta: “La boutade verdista, laddove perde di credibilità per ovvi motivi (il saggio Sartre insegnava che le cose si fanno, non si dicono), ne guadagna in godibilità”, scrive A. Russo De Vivo in uno status di qualche minuto fa. Proprio mentre avevo finito di scrivere quanto segue. De Vivo, fai il favore: fatte li cazzi tua.

A me di Verde, che non ricordo nemmeno come mi si è parata davanti, non è mai fregato un cazzo. O meglio: ho visto che pubblicavano ‘sti raccontini dove ci si poteva rilassare in quanto a grammatica, causalità, coerenza della narrazione, vabbe’, meglio smetterla, ‘sta roba insomma da impasto del rimpasto del rimpasto della mappazza mal digerita dagli pseudo carverini dei blog lit blog rivistine merdine varie. Gli mando allora quel racconto EPICO che è Family Banker e non mi cacano. Mi rispondono dopo tre mesi dicendomi che gli era piaciuto ma se l’erano tipo perso. Mavvaffanculo, ho pensato, sicuramente qualche criptochecca avrà avuto paura di pubblicarlo, e così gli ho risposto “Ah dai ok tutto apposto, eh eh, allora però adesso esce eh, dajeeee”.

È da quel momento che Verde è diventato un fenomeno social (ovvero: è cominciata a esistere, a esserci). Grazie al giro che gli ho fatto prendere con quel racconto-bombone, ai memicchi che per mesi mi sono messo lì a sfornare settimana dopo settimana (il mio profilo FB ne è pieno, dategli una scrollata). Se Verde funziona, funzionano meglio pure i racconti che gli mando – è l’equazione da cane bastardo che ho applicato. Gli mando poi un’altra bomba atomica come Ricette, altri memicchi, Verde diventa V E R D E. Incontro er D’Antuono un paio di volte dal vivo, er D’Antuono è scaltro, è ‘na iena, mi fiuta, mi dice “manda manda, fai fai” e io “eh eh, e certo”, e già mi vedevo a piazzare i miei bomboni-testi lerci svogliati, acrobazie pure, in volo sulle stronzate che si vedono in giro minuto dopo minuto sui feed dei social che purtroppo, inutile prenderci per il culo, non è che siamo liberi di sceglierci.

A me di Verde mai proprio è fregato un cazzo, tant’è che ci ho pubblicato due cose, alla fine. Er D’Ant l’ho rivisto di recente e ci siamo detti due stronzate di convenienza. Poi, due giorni dopo, tira fuori la storia del voler piacere AD ALTRE SCENE, che fidatevi, io pure l’ho fiutata quella iena der D’Antuono, è tutto fuorché una cazzata – reprise: De Vivo, tu non lo conosci er D’Antuono, quello è serio, è un arrivista, lo si vede da quanto è conciliante sui social, dal viscidume che emana dal vivo: lascia perdere. D’Antuono e chi sta con lui vogliono farsi pubblicare la rivistina patinata con le illustrazioni ad acquerello; D’Antuono si fa le seghe sugli albi di Manuele Fior e Gipi. L’ultima volta che ci ho parlato gli è partita una C aspirata (forse perché c’era un toscano random lì vicino, ma secondo me lui è tipo Antonio Conte che si studia l’inglese perché sa che dovrà allenare il Chelsea mentre ancora sta a Torino).

Mi fa: “Scrivi pure tu una cosa sulla finta chiusura di Verde”, pensando che il coglione di turno, cioè io, tirassi fuori un raccontiello per far prendere alla cosa il giro dell’autofiction ironica e COMPIACERE, COMPIACERE, STRACOMPIACERE le rivisthineee che a lui piaccion di molto.

D’Antuono, se hai le palle pubblica ‘sta lettera.

Non è che Verde muore oggi, in questi giorni: Verde da mo che è morta. E se proprio è vissuta, e non parlo delle quattro cazzatielle che pubblicate da 5-6 anni, parlo proprio dell’ESSERCI in quanto ESSER PERCEPITI da qualcuno, è grazie a me. Ridete pure su ‘sto cazzo: scommettiamo? Vediamo che crollo fa Verde se decido di sfilarmi. 🙂

CONTINUA (qui tutti gli interventi)

Stefano Felici

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