Gioventù etrusca #6: Cristo si è fermato a Spinaceto

Alessio Mosca ha esordito su Verde quattro anni fa con un ormai classico litweb da sempre oggetto di culto della redazione: allora eravamo convinti che Alessio Mosca fosse un fake di Andrea Frau e Andrea Frau un ologramma di se stesso (ne dicevamo qui). Poi la bomba estallo (let’s rock), Mosca si convinse che “il carabiniere” fosse D’Antuono e Marinelli il suo ologramma. Da quel momento il Doc ha sfornato un solo racconto all’anno, per un corpus ragionatissimo e pluricelebrato (anche da Tina, sì), come un Cristo che porta sulle sue spalle il peso di tutta la litweb. Stamattina però ha qualcosa diverso: si è fermato a Spinaceto. Impossibile non inserirlo nel nostro canone della Gioventù etrusca.
L’illustrazione è di Dionisio Izzek.
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Casual Friday #57: Dora

gatto meditazione

Emma Grillo

Fare rivista non è un pranzo di gala, bisogna razionalmente crearsi un sistema e testarlo ludicamente ma coerentemente come entomologi della qualità. Che la qualità poi, che cosa sia, per parafrase quello, non l’ha capito ancora nessuno, non importa perché il tema oggi è quel gran bastardo stracciacazzi del tempo e non di canoni ma di cannoni spirituali si parla.
Il cannone spirituale è la mossa segreta di uno dei nostri Simone. Fosse qua questo venerdì ce lo spiegherebbe lui il tempo. Simone invece non è più lui e non vuole essere più lui. Il suo fulcro ideologico sta tutto qui: “Per quanto mi riguardava poteva anche continuare ad avanzare l’orda perbenista che sicuramente avrebbe presto deciso di cancellare le scritte sui muri dei cessi.” A lui chiediamo che cos’è la coerenza. Lui risponde: “Non è fuoco la fiamma che aleggia sulle candele, vero fuoco è la vampa che intera consuma la vita di falena”. Noi cerchiamo su Google e troviamo una poesia persiana. La risposta soffia nel vento. Ci collochiamo nel punto più distante possibile dalla nostra storia. La nostra storia è un Nastro di Möbius. C’è un modo per mettersi al riparo dalla propria storia?
Ardo è l’anagramma di Dora. Il resto è detto tra le righe di questo racconto dedicato al passato di Verde che si riprende una rubrica storica del venerdì. Non ricapiterà per i prossimi 25 anni.
L’illustrazione è di Emma Grillo.
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COSVIOLENZAILLUSTRATA

primavera

Primavera, Emma Grillo

Quando dopo un lungo silenzio a marzo abbiamo ripreso le pubblicazioni, eravamo già in quarantena e il primo pensiero è stato il primo pensiero di tutti nella bolla, meno L’Inquieto (major league), raccontare i nostri giorni di chiusura, come stavamo vivendo l’isolamento e il sentiment di comunità che si sacrifica unita, ma anche le solite cose, tipo il complottismo che nega la pandemia o il sesso ai tempi del covid. Adesso che tutto è finito – ma è tutto finito? – ha ancora senso questa rubrica? Dovremmo continuare a immaginare e a scrivere pezzi da raccogliere in un istant ebook a cura di Simone Bachechi? Il rimpianto, l’unico neo, è di non aver coinvolto neanche questa volta Filippo Tuena (che amiamo incondizionatamente), o più banalmente Marinelli o Mosca. Al buio tutti i gatti sono grigi, bella forza, ma qua continuiamo a rimpiangere un poco troppo il passato. Riusciremo mai a guardare avanti senza sentirci ogni volta costretti a scegliere tra scrivere un racconto decentemente e andare a fare bowling? Faremo ancora incazzare un sacco di gente? Ai posteri.
Un anno fa moriva Nanni Balestrini, che era il migliore. Dentro Verde in quei giorni si lavorava alla COSVIOLENZAILLUSTRATA, un’azione che la Nuova Edizione fresca di Sal(t)ò 2019 avrebbe dovuto realizzare in tempi e modi ancora da scoprire.
Erano i giorni di SUS#2, maggio finì in redazione Minimum Fax, dove tornammo l’8 o il 9 giugno (mezza Verde: l’altra era a Firenze a rubare giubbotti) per il BEST OFF 2019. Felici lesse questo pezzo scritto a quattro mani con D’Antuono (D’Antuono assicura che le mani erano molte di più, e peraltro saccheggiate): non lo avevamo mai riletto dopo quel giorno, ci sembra ancora buono, nonostante la tentazione di lasciarlo andare per sempre nel flebile ricordo di Barbara, Gloria, Corrado e chi c’era. 
Praticamente un Omero coglione, ve lo immaginate?
L’illustrazione è di Emma Grillo. Ciao, tornate venerdì.
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Morse: L’invenzione del dolore – Scena terza

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Marco Cabras, Morse

Le videodirette Facebook de La Nuova Fahrenheit – libri bruciati dal virus (vanno benone, grazie, seguiteci ogni sabato alle 21 qua) si concludono dopo due o tre ore sempre allo stesso modo: qualcuno, spesso un “consulente esterno” (sic), chiede a Francesco Quaranta, il dominus della redazione, cosa troveremo su Verde la settimana successiva e poi la parola passa al Capitano Andrea Frau, che pure non riesce bene a dirci di Morse, il romanzo in scene che stiamo leggendo ogni lunedì (qua tutto); e sì che ne avrebbe, ma il “sardaccio” non è un guascone e come ripete spesso: “Si sagomi solo con i libri degli altri, e che i propri si leggano!”
Damiano è una brillante promessa di una scenicchia qualunque che ha scritto un romanzo d’esordio ben accolto. Che fare adesso? “Pensò all’indomani: si sarebbe messo alla scrivania e avrebbe provato invano a scrivere il suo secondo romanzo. Molti lo attendevano, a detta del suo editore. Probabilmente il suo primo libro era stata l’unica cosa buona che avesse mai realizzato, ma in tutta sincerità non si sentiva né orgoglioso, men che meno fiero. Come diavolo aveva fatto a scriverlo? Come gli era riuscito? Quella era la vera domanda.”
Una mattina il direttore della rivista per cui scrive gli propone di intervistare Donato Portari, l’autore dimenticato di Morse, lo scrittore più folle e visionario che avesse mai letto, la ragione per cui aveva iniziato a scrivere…
Un anno fa Stefano Felici inaugurava la Saga più pazzesca della storia di Verde e noi eravamo felici. Ve li ricordate i giorni di SUS#2 e della Pecora Elettrica in fiamme solo metaforicamente? Noi sì, e così speriamo di voi.
La copertina è di Marco Cabras. Lasciateci ripetere: pazzesca e come tutti i suoi lavori mai scontata. Mercoledì tornano gli etruschi, venerdì un altro Sardo. Ciao, oggi riaprono le librerie, non vi assembrate.

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Gioventù Etrusca #2: Increabile

GIOVENTUETRUSCA

La guerra è finita

“Verde è una repubblica. Il potere redazionale emana dai singoli”, dice la nostra costituzione. E in questi giorni di isolamento niente cambia. Tuttavia, l’assemblea plenaria Bierde è costretta a riunirsi suo malgrado in videoconferenza (qua tutte le sere). Cosa che influisce negativamente sulla voglia dei “singoli” di mettersi i pantaloni, di presentarsi puntuali o anche solo semplicemente di fare un post quando programmato. Classic Verde direte voi. Ma no, non si scherza un cazzo, la situazione è seria, la situazione è grave: la bolla litweb sta collassando in decine e decine di dirette Instagram e video Facebook (persino l’irreprensibile Dentello ha “ceduto alla vanità“). Ma noi abbiamo un piano per ripartire. Quale?
Gioventù Etrusca: il modello sincretico de La Nuova Verde in cui convergono le scenicchie già inconciliabili, confederate nella grande dodecapoli della Litweb.
Non un genere, né una tendenza, ma una dimensione di autrici e autori laziali, toscani, umbri, campani, dal gusto ellenico. Etruschi.
La guerra è finita, ma aspettate ad abbracciarvi. Social Distancing.
Luca Marinelli torna su rivista con un racconto scritto a quattro mani insieme a Pierluca D’Antuono. Si intitola Increabile ed è l’esperienza litweb più intensa che vi capiterà di vivere oggi, parola nostra. Ciao, torniamo venerdì, posto che qualcuno rimanga.

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Trash Vague #1: Antropofagia (Claudia Grande)

trash ‹träš› s. ingl. (propr. «immondizia»), usato in ital. come agg. e s. m. – 1. agg. Di prodotto (libro, film, spettacolo televisivo e sim.) caratterizzato da cattivo gusto, volgarità, temi e soggetti scelti volutamente e con compiacimento per attirare il pubblico con quanto è scadente, di bassa lega, di infimo livello culturale. 2. s. m. Orientamento del gusto basato sul recupero, spesso compiaciuto e esibito, di tutto quanto è deteriore, di cattivo gusto, di pessima qualità culturale.

Cos’è il trash e perché ci affascina? Cosa ci rivela, il trash, sulle forme d’arte in cui si manifesta? Cosa ci rivela di noi stessi? È sadismo, il nostro, o puro divertimento? E dove sta la linea di demarcazione tra questi due? È un senso di superiorità, di controllo, di categorie estetiche ben strutturate, quello che deriviamo dal trash, o l’illusione di poter abbandonare totalmente l’ordine, le gerarchie e qualsiasi forma di potere? Possiamo dire che il trash sia una – piccola, isolata, ingabbiata – sorta di libertà assoluta?

Quello che possiamo fare e cercare di indagarlo in questa e nelle puntate future di Trash Vague: la rubrica che guarda il genere trash con gli occhi di un* amante disillus*; che cerca di catalogare le sue manifestazioni nella pop culture; che tenta di definirne i contorni. Non racconti trash, bensì racconti sul trash.

Oggi abbiamo con noi Claudia Grande e il suo Antropofagia, ovvero il trash declinato nei giochi televisivi. Il collage, se siete attenti, avrete già capito che è dell’inimitabile Claudia D’Angelo.  

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#1 Un’apocalisse italiana, 28 giorni dopo l’ombra dello scorpione nel day after a: Busto Arsizio (Paolo Gamerro)

“Oggi in Italia ci sono stati sei casi di riviste palestra diventate collane editoriali indipendenti.
Sono le 21:36 di domenica 8 marzo 2020.”

“Cioè vogliamo sfruttare questa cosa delle quarantene” (SIC), ci scrive un ex redattore e lettore assiduo su Facebook.
Sni, come dicono quelli, ma caro amico, tu manchi il punto: prima o poi noi si doveva tornare, perché lo si era promesso dopo i noti fatti degli ultimi tempi. E a fare che, ci chiederai allora. A raccontare, si capisce: a provarci.
Che cosa? Un’apocalisse italiana, 28 giorni dopo l’ombra dello scorpione nel day after a, il tentativo itinerante di raccontare il tempo attorno a noi che rallenta, le domeniche da sempre passate così, la paura e il cibo, il virus, il dubbio di essere rimasti incastrati nelle bacheche social di Matteo Meschiari e Tony Vena, soltanto una mattina come tante altre, la situazione è seria e non c’è niente da ridere. Che c’è di nuovo, ci chiede Twitter. Praticamente tutto, Jack. Non è successo niente.
Eppure le riunioni di redazione degli ultimi giorni sono strane.

Andrea è il primo a staccare, dal 5 marzo è in call con quelli del Team CampuStore per portare la G-Suite nell’istituto tecnico dove di giorno insegna italiano e di sera smanetta da animatore digitale. Francesco non può uscire di casa, la settimana scorsa gli hanno chiuso il ristorante, adesso l’intera città, Orzinuovi fantasma, a causa di un torneo di bocce devastante (qualcunu ha detto In fuga dalla Bocciofila?) e altre cose divertenti che per il momento non faremo più. Luca ha dovuto rinunciare a “Laboratorio Racconto”, il corso di scrittura creativa che ogni anno tiene in un importante e deprivato istituto comprensivo della periferia sud-est di Roma: adesso sta traducendo per Ibba i cinque volumi di The Familiar. Simone, ultimo arrivato (benarrivato!), è ancora immerso nello studio degli sterminati archivi di Verde (faldoni annata 2018).
È tornata La Nuova Verde, semplicemente, con una nuova redazione e un nuovo logo pazzesco creato dalla nostra artista in residenza Claudia D’Angelo
Abbiamo passato gli ultimi mesi a pensare e a studiare una nuova storia da scrivere e raccontare, non abbiamo mai avuto le idee così poco chiare, ma la direzione c’è. E il tempo a quanto pare non mancherà. Le parole in esergo sono di Pierluca D’Antuono: gli avevamo chiesto due righe per questo editoriale redazionale di ripartenza, il primo senza di lui, lui vi saluta da lontano e ci benedice così.
Il collage è di Claudia D’Angelo, la nostra artista in residenza (lo avevamo già detto?).

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Il Minimo

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Questo racconto di Stefano Felici venne pubblicato nel 2017 su di una rivista palestra alquanto famosa e tutti vissero Felici e contenti eh eh eh eh. E invece no.

La settimana scorsa Stefanino nostro stava a casetta con la radio a tutto volume sintonizzata su LifeGate che trasmetteva del sano folk balsamico, mentre con cura affettava il sedano da mettere a soffriggere. Già l’olietto sfrigolava in padella con quel giusto po’ di cipolla che faceva sollevare la testa ai passanti giù in strada e incuriosiva tutti i gatti randagi del quartiere, mmm, che profumino. Che pace.
Quand’ecco che il vetro della finestra esplode in mille pezzi! Stefano chiede subito alla santa vergine Maria cosa diamine succede. Qualcosa avvolto nella carta, poco più grosso di un pugno, ha spaccato il vetro. Stefano lo raccoglie, è pesante, apre l’involto, contiene un mattone che il Nostro – grazie alla sua passione per i siti di costruzione e i ponteggi –  identifica subito come di tipo doppio semipieno, ma niente di che. Sono tuttavia i fogli accartocciati a catturare la sua attenzione: sorpresa! Si tratta di quel bel raccontiello pubblicato anni fa sulla famosa rivista palestra gestita da persone per bene. Che succede? Qualcuno vuole forse male a Stefanino? Forse non avevano altro modo di contattarlo? Forse si tratta di una ripicca oppure, dio non voglia, di una minaccia?

Domande che non troveranno mai una risposta. Nel dubbio, noi daremo una nuova casa a questo piccolo raccontiello sbandato. Ecco a voi Il Minimo di Stefano Felici.

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La “Nuova” Nuova Verde

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In data odierna ci è consentito finalmente tirare un sospiro di sollievo e accogliere il ridente futuro di Verde Rivista. Dopo aver raccolto il 61,1% dei sì nel referendum della settimana scorsa, oggi proclamiamo a gran voce che Verde, La Nuova Verde, è una democrazia a tutti gli effetti. Niente più commissari, faraoni, leoni, giraffe, sacerdoti, capistazione, imam, rabbini, presidenti, bulletti, supereroi, royal babies, capitani, capitoni e capodogli! La redazione, finalmente padrona del proprio destino, promulga la seguente prima parte della nuova costituzione.

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