La “Nuova” Nuova Verde

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In data odierna ci è consentito finalmente tirare un sospiro di sollievo e accogliere il ridente futuro di Verde Rivista. Dopo aver raccolto il 61,1% dei sì nel referendum della settimana scorsa, oggi proclamiamo a gran voce che Verde, La Nuova Verde, è una democrazia a tutti gli effetti. Niente più commissari, faraoni, leoni, giraffe, sacerdoti, capistazione, imam, rabbini, presidenti, bulletti, supereroi, royal babies, capitani, capitoni e capodogli! La redazione, finalmente padrona del proprio destino, promulga la seguente prima parte della nuova costituzione.

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Quesito referendario sulla forma di governo da dare a La Nuova Verde

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Emanuele Cavalli, L’amicizia (1933)

Dopo il comunicato del 31 dicembre scorso con cui Pierluca D’Antuono annunciava l’uscita da Verde (qua) e il documento unitario di risposta (7 gennaio 2020, qua), la redazione de La Nuova Verde ha deciso di indire un quesito referendario per decidere la forma di governo da darsi in futuro.
La partecipazione a questo momento importante della vita democratica di Verde è riservata alle nostre amiche, ai nostri amici e a chi ha a cuore le sorti della nostra rivista.
Si vota da oggi, martedì 13 gennaio 2020, a domenica 19 gennaio 2020. I risultati verranno scrutinati e resi noti da lunedì 20 gennaio 2020 qui sul blog e sulla nostra pagina Facebook.

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Processo agli dei

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Il seguente intervento è un redazionale approvato da tutti i membri di Verde Rivista, con l’eccezione di P.L. D’Antuono. Al Commissario è stato gentilmente chiesto di non prendere parte alle consultazioni e alla stesura.

Perdonateci la lunghezza del testo, esso è però da considerarsi a tutti gli effetti una risposta a queste parole e la sentenza emessa nei confronti del Ramses II. Sia messo agli atti che il presente resta l’unico modo possibile per salvare “l’uomo nel sarcofago”.

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Il canone del Faraone: un addio e le classifiche di qualità 2019 di Verde

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Guglielmo Janni, Pugile (1937)

“My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!”

È in corso un processo dentro la redazione di Verde dalla primavera del 2018 che si conclude oggi in contumacia dell’unico imputato alla sbarra, che poi sarei io. L’ultimo episodio sta avendo luogo nelle chat ufficiali WhattsApp mentre scrivo queste note: è la conta delle reazioni ai post pubblicati sulla nostra pagina Facebook; i miei interventi “ne genererebbero un numero insufficiente” (a cosa, poi?).

Questo è l’ultimo editoriale del 2019, il primo della storia a venire pubblicato firmato e il pezzo più difficile che ho mai scritto per la rivista che ho ideato e fondato più di sette anni fa. 2801 giorni, 400 settimane e una manciata di ore per decidere che me ne tiro fuori, sono stanco, non ho più voglia di giocare. Nemo iudex in causa propria, come dicono quelli, e tanto basterebbe a chiudere una vicenda grottesca che se non portasse con sé implicazioni tragiche sarebbe una stanca riproposizione di pose datate seppure ben congegnate.

Io, qua, sia abbastanza chiaro agli atti, non ho più voglia di scherzare né di perdere tempo.

Editoriale lungo, ma troppo breve per sintetizzare vicende enciclopediche, pensato e scritto per chi ci ha seguito in questi anni, nonostante i fatti degli ultimi mesi.
Degli altri me ne fotto alacremente.

Ho conosciuto Alfredo Zucchi nel maggio 2018 in una nota libreria romana, al seguito di una moltitudine disordinata che adesso non mi va nemmeno di nominare. Sono costretto a tornare indietro all’unico evento letterario e mondano degli ultimi anni che ricordo con piacere, a cui arrivavo con un’apprensione sollecitata da un diaframma tra il mio corpo incassato e la gioia di incontrare finalmente l’unica persona dell’ambiente che da quel momento avrei guardato con sincera ammirazione. Il Pastor di Crapula Club conquistò il mio affetto confessandomi di provare la nausea alla sola idea di aprire la casella postale di redazione e mettere ordine ai fatti del litblog che dirigeva. Fu una rivelazione che mi tolse il respiro e crepò la maschera che come una condanna calava sul mio volto: era lo stesso Ekel che provavo io ogni giorno e che mai avevo sognato di poter condividere nell’ipocrita bolla della meschina litweb che abitavo.

Erano i giorni della prima polemichetta contro i toscani che quasi ci costrinse a chiudere la rivista, i giorni dell’ammutinamento della redazione contro la decisione di ampliare i nostri intorni, dare un taglio allo splendido isolamento provinciale che assilla i romani romanisti de Roma e aspiranti tali, raffinare le nostre intenzioni e i nostri innocui esercizi letterari allo specchio.
Al centro di Verde dovevano esserci le persone, il primato delle relazioni, il linguaggio e la visione; lo scopo: fare buona letteratura.
Verde doveva avere più amici, belli e sinceri come solo i toscani talvolta sanno essere.

Erano i giorni dell’abbraccio mortale di Vanni Santoni e delle citazioni che Verde continuava inutilmente a collezionare, i giorni in cui giungemmo a ricevere cinquanta proposte di racconti a settimana – e di buoni potevamo setacciarne non di più di tre al mese, questo Vanni lo sa, lo sa chi scrive e chi legge, lo sa la redazione, lo sanno tutti; erano i giorni in cui sul blog della mia rivista venivo dipinto come un tiranno sanguinario o come un patetico coglione pazzo senza progettualità e privo di direzione.
Sono stato così buono da concedere ai miei sodali lo spazio e il tempo per organizzarsi al di là della mia guida e della mia ostensione.
Non ho mai preso pubblica parte al dibattito e ho ceduto alla richiesta di essere messo in discussione dalla mia redazione.
Tutti i miei tentativi di chiudere Verde sono falliti.
Sono giunto alla conclusione che chiudere Verde sia impossibile.
Per questo sono un coglione e lo sarò per sempre, ma sono ancora la persona più cattiva che conosco. Il mio lavoro è letteralmente fare piangere i bambini, in modi creativi e orientati all’acquisizione delle otto competenze chiave individuate dal Parlamento Europeo in una raccomandazione del 2006.
L’anno è forse errato? Me ne fotto e non controllerò su Google, perché io, qua, sia abbastanza chiaro agli atti, non ho più voglia di scherzare né di perdere tempo.

Prima di conoscermi, Stefano Felici era un boyscout sorridente che sperava di farsi un nome a Firenze grazie a un racconto pubblicato su Nazione Indiana.
Francesco Quaranta è ancora oggi un cameriere della bassa bresciana patito collezionista Salda Press e di bootleg dei Lunapop. Non credo ci sia altro da aggiungere, se non che dentro la litweb l’ho inventato io.
Luca Marinelli LETTERALMENTE non esisteva prima che il nostro incontro gli donasse la vita.
Del “dottor” Mosca, confinato a Pescara per motivi di cui un giorno si potrà pur parlare, preferisco non dire (ho già detto).
Federica Sabelli è la sola che valga qualcosa là dentro; io mi sono impadronito delle sue batterie eteriche.
Andrea Frau è il caro “Capitano” della nostra rivista, la delusione umana più cocente dell’esperienza di Verde, la firma in calce all’Ordine del giorno Grandi che chiude così pavidamente la nostra storia.
I redattori che negli anni sono fuggiti intimoriti dalla mia persona conservano immutata la mia stima.

La redazione sta preparando un documento che non ho tema di anticipare in cui tra le altre cose mi viene addebitato il fallimento di Scenicchia una sega #4 e dello Sciopero del racconto con Nuova Edizione e mi viene chiesto di rinunciare al ruolo di Ramses II.
Per Pierluca D’Antuono, bontà loro, ci sarà sempre spazio dentro Verde.

Il 5 dicembre 2019, tra defezioni all’ultimo secondo di prestigiosi giurati editoriali amici e il totale disimpegno anche economico della redazione, la sola persona che ho sentito vicina è stata Simone Lisi. Da Firenze.

Resto convinto che l’unica possibile via per continuare a fare rivista fosse sciogliere Verde dentro Nuova Edizione; la prima fase avrebbe previsto litwrestling, capslock, guerra dei fake, fasciofont, xenofemminismo, lazialità, sionismo e altre cose divertenti che non farò mai più; nella seconda fase, maturato e agito il caos, avremmo dichiarato lo sciopero del racconto che si sarebbe concluso in Nuova Edizione quando le condizioni attorno a noi avrebbero avuto luogo.
Lo sciopero è fallito, Verde non chiuderà: sono le uniche responsabilità che mi riconosco.
L’immensa tela che ho intrecciato è stata disfatta da un pubblico refrattario che non ha saputo intuire la grandezza del mio piano.
Il rimpianto maggiore è di non avere saputo chiarire i contorni della litwrestling, la costruzione di situazione più importante che abbiamo inventato dal nulla con lucidità e consapevolezza ferocissime, e nonostante le didascalie disseminate: Esiste una prospettiva più interna che ci fa dire che le riviste non sono i racconti che pubblicano, ma i simboli e i linguaggi che creano e lo spazio in cui stanno.
Delle cause in corso con il miglior scrittore comico italiano e con una manciata di patetici odiatori maschi falliti se ne occuperanno le mie avvocate.

È ridicolo solo pensare che Verde possa esistere senza di me o che allo stato io abbia ancora intenzione di fare Verde.
È ridicolo immaginare che Pierluca D’Antuono possa esistere senza Ramses II.
Nei prossimi giorni la redazione annuncerà l’ingresso di un nuovo redattore (a quanto ne so già individuato) che prenderà il mio posto.
Provo il sollievo della fine, nella consapevolezza di non avere lasciato nulla di intentato.
Ci sarà tempo e modo, nuove forme, un’altra via, un altro spazio per parlare ancora. Chi ha intenzione di ascoltare si metta in attesa del prossimo segnale che non tarderà.
Aspetto, su questa confortevole riva che adesso mi fa dà sponda, chi presto o tardi vorrà raggiungermi – o ne sarà costretto.
La storia di Verde, per quanto mi riguarda, si conclude oggi con le consuete classifiche di qualità di fine anno redatte da me.
La prima lista, la meno importante, raccoglie i dieci racconti più letti nel 2019 ed è una conferma alle mie più torve convinzioni sul nostro pubblico.
Segnalo poi i dieci racconti migliori che abbiamo pubblicato quest’anno ai “distratti” e a chi si ostina a “fare confusione tra cause congiunturali e cause strutturali, tra capacità e pratica, tra perseveranza e tenacia, tra merito e metodo, tra lettura e scrittura, tra letteratura e editoria, tra Giorgio Biferali e Luciano Funetta”.
L’ultimo elenco, quello a cui tengo di più, contiene l’identità di Verde, la rivista più importante degli ultimi dieci anni di riviste non importanti: è da quelle voci che un giorno sarà possibile riprendere le fila del discorso e tornare a immaginare uno spazio libero di visioni e linguaggio.

Autorizzo la pubblicazione di questo mio scritto senza illudermi sulla possibilità di riuscire a portare luce nel labirinto di errori, travisamenti, insinuazioni e accuse al cui centro sta il mio nome: la nostra epoca, che risente ancora troppo di odio e di amore, è la meno propizia per giudizi spassionati; il mio scopo sarà d’altronde raggiunto se alla fine una sola lettrice, equanime ed esente da preconcetti, sarà convinta che dal 30 aprile 2012 al 31 dicembre 2019 non aspirai che a fare del bene a Verde, sempre lusingandomi di avere evitato il male alle scenicchie.

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Casual Friday #56: Caramelle

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Sergio Caruso, senza titolo

In attesa di importanti comunicazioni redazionali con cui nelle prossime ore cercheremo di fare il punto della situazione attorno a Verde e al futuro della nostra rivista, in un momento difficile per la redazione, riapriamo simbolicamente e eccezionalmente (non accadrà di nuovo) Casual Friday, la rubrica fondativa che meglio descrive la nostra storia e la nostra identità smarrite negli ultimi confusi e contraddittori tempi.
Paolo Gamerro non ha bisogno di presentazioni, diremo soltanto che è da sempre la voce distintiva della vecchia Verde, il Mister Wolf delle nostre alterne vicende. L’illustrazione non poteva che essere di Sergio Caruso, il pennello più fedele delle storie di Paolo.
Caramelle è l’ultimo racconto che Verde pubblica nel 2019, il primo dallo sciopero indetto da Nuova Edizione il 12 ottobre scorso (qua). Accoglietelo come un regalo di Natale e un segnale chiaro di ciò che si agita in redazione: per l’ultima volta vi chiediamo di scandire insieme a noi: “è venerdì, rilassati!”
Perché nonostante tutto, come recita la nostra testata, Bierde es Bierde, On recommence, on oublie tout. Appuntamento al 31 dicembre.
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SCENICCHIA UNA SEGA #4 PRATICAMENTE UN CARTACEO: Forbice>carta; forbice>sasso (Alessandro Lolli)

Domani sera, giovedì 5 dicembre, terminerà SUS#2, il praticamente concorso letterario voluto, ideato e organizzato da Verde, Nuova Edizione e La Pecora Elettrica (che è ovunque). Nell’edizione cartacea della manifestazione che presenteremo al circolo Arci Sparwasser, in Via del Pigneto 215 a Roma (quassù un assaggio: la copertina dell’odio a bassa risoluzione perché chi impagina Verde è un cuoco), troverete i quattro racconti vincitori (Stefano Sicignano, Clara Cerri, Lavinia Ferrone, Giada Santori), redazionali sinceramente superiori ai racconti stessi (e poco ci vuole) e interventi di prestigiosi giurati tra i quali Alessandro Lolli, che però ha consegnato il suo pezzo troppo tardi, quando ormai il nostro tipografo Sergio stava già spillando le copie. Lolli ci ha pregato di rendere comunque pubbliche le sue parole, e considerato che è “un amico” e che pubblica per uno dei nostri editori beccatevi pure Forbice>carta; forbice>sasso, anteprima ucronica di SCENICCHIA UNA SEGA #4 PRATICAMENTE UN CARTACEO GIOVEDÌ 5 DICEMBRE AL CIRCOLO ARCI SPARWASSER IN VIA DEL PIGNETO 215 ROMA INGRESSO GRATUITO CON TESSERA ARCI DALLE ORE 21 QUA GOOGLE MAPS QUA L’EVENTO FACEBOOK.
È
abbastanza chiaro?
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