GATTINI™#22: FAMILY BANKER

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

3 giugno 1986, a Roma. Diplomino in ragioneria e partitelle di calcio dilettantistico seguite per radio e TV locali. Dal 2011 racconti su Venti Nodi, Nazione Indiana, Rassegna Stampa di Oblique, 8×8 e L’Inquieto. Adesso, con Family Banker, Stefano Felici è per la prima volta su GATTINI, il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde, ogni qualche venerdì qui e su Facebook (copertina di DeadTamag0tchi). È venerdì, miao.

Il mio Family Banker viene a vedere le mie partite di calcio, e quando lo guardo, dal mezzo del campo, leggo un labiale che dice: «Se segni sei morto».
Ogni volta che gli dedico un’occhiata, quando la palla è lontana, oppure quando il gioco è fermo, mi appare in tutta la sua eleganza: una gamba accavallata, i palmi delle mani sulla ginocchia, la schiena dritta e il mento alto. Sguardo severo ma incoraggiante. Una figura impeccabile, austera; il corpo, muscoloso e proporzionato, fasciato in un fresco completo primaverile blu scuro in lana di Tasmania.

Quando l’arbitro fischia una punizione incomprensibile e tutti gli vanno addosso, avversari e miei compagni di squadra, formando quel solito capannello variopinto di maglie improbabili, al quale sempre si aggiunge per ultimo, dopo una corsa rabbiosa e affannata, il portiere più lontano, io ne approfitto: mi estraneo dalle proteste e mi porto al centro del campo; mi volto verso di lui, verso il mio Family Banker: è un uomo bellissimo. Lo vedo stagliarsi sui polverosi e biancastri scaloni di cemento e ferro arruginito. Strizzo gli occhi per intuire meglio le espressioni impercettibili del suo volto lontano; gli leggo, al di sotto del suo solito sguardo severo, e paterno, e sicuro e lineare, gli leggo sotto a quel bello sguardo un labbiale che dice: «Fai davvero schifo».

Il mio Family Banker, il cui nome è Carlo – ma non ne conosco il cognome: nei documenti si firma Carlo G., e l’unica volta in cui mi sono azzardato a chiederglielo mi ha accarezzato la nuca e ha minacciato di spingermi contro la libreria del mio salotto –, è un uomo alto circa un metro e ottantacinque, lineamenti marcati e decisi, ma armonici; è sempre sbarbato e ha una pelle eternamente estiva, vellutata e fresca; i suoi capelli, castano chiari, sono ordinati dalla classica riga laterale con sfumatura di taglio sulle tempie, che arriva fino all’altezza dell’arcata sopraccigliare. È uno di quegli uomini che rende caricaturale l’aspetto di chiunque altro gli si affianchi per più di qualche secondo. Una volta mi ci sono ritrovato accanto davanti a una vetrina specchiata: lui sembrava un Bruce Wayne disegnato dalla miglior matita mai passata per uno studio della DC Comics; io parevo Butt-Head di Beavis and Butt-Head.

Non sono stato io a scegliere Carlo G. come Family Banker. È lui che si è imposto. Quando io e mia moglie ci siamo presentati in banca, dal nostro consulente, dopo pochi istanti di conversazione circa un piccolo – piccolissimo – piano d’investimento, Carlo è sbucato fuori da una parete divisoria, con le mani in tasca, il passo lentissimo – tant’è che prima che Carlo arrivasse al nostro tavolo, ho fatto in tempo a formulare un’ultima domanda diretta al consulente, e a ricevere persino una risposta.

«Mi chiamo Carlo. Sono il vostro nuovo Family Banker», ci ha detto, con un sorriso aggraziato e controllato – ma guardando negli occhi me, me soltanto: mia moglie, come se non esistesse: non l’ha degnata di un solo sguardo, per tutto il tempo in cui è rimasto lì, in piedi, vicino al tavolo. Il nostro consulente, sottovoce, sporgendosi verso di noi, ci ha detto di dover andare urgentemente in bagno, e appena finito di dircelo ha sgambettato via lungo il corridoio alle nostre spalle, e poi ancora più velocemente ha svoltato un angolo, che era praticamente al buio, ormai lontano dalla nostra postazione, perso nei primi meandri dell’edificio. Mia moglie, improvvisamente, con un tono di voce piccato e fintamente autoritario: «Noi, comunque, non abbiamo alcun Family Banker, ci dev’essere un», ma Carlo, nel frattempo ancora con lo sguardo fisso su di me, me soltanto, con le mani nelle tasche dei suoi leggeri e aderenti pantaloni blu scuri in lana di Tasmania, mi ha detto: «Falla stare zitta, questa vacca. Io sono il vostro Family Banker».

Nel giro di una settimana Carlo G., il nostro nuovo Family Banker, ha preso l’abitudine di passare ogni mattina a casa nostra, intorno alle sei e quarantacinque, pretendendo di trovarci svegli, lavati, sazi di un’abbondante colazione a base di uova pancetta arance pane tostato succo d’ananas e caffè con latte, e con la signora Iselda – una governante da lui imposta per far sì che mia moglie potesse lavorare invece che prendersi cura della casa in cui abbiamo appena traslocato – già al lavoro. Ci sono voluti due mesi prima che mia moglie smettesse di piangere ogni volta che Carlo, alle sette in punto, ci accompagnava fuori dalla porta di casa, un braccio sulle mie spalle, un braccio su quelle di lei – braccia calde e possenti, che ci impedivano la minima indecisione nell’andatura –; e ogni volta che mia moglie cominciava a singhiozzare Carlo, piegandosi su di me, a denti stretti, con un po’ di rosso che cominciava a montargli in viso, le guance contratte, mi sussurrava: «Fai tacere questa troia». Continuavamo a camminare verso l’ascensore mentre Iselda, senza nemmeno salutarci, ci chiudeva la porta alle spalle. «Devi far tacere questa troia del cazzo», mi ripeteva Carlo, sul pianerottolo, un po’ più rilassato, «o vi massacro».

Per quanto riguarda le nostre finanze, in un mese Carlo ci ha fatto perdere ventottomila euro che lui stesso aveva disposto per un portafoglio di investimenti azionari – azioni esposte a una percentuale di rischio fra le più alte in circolazione –, e per quanto avessimo provato, io e mia moglie, a metterci in contatto con la nostra banca – ovviamente senza farlo sapere a Carlo, altrimenti ci avrebbe sul serio massacrati – non siano mai riusciti a parlare con nessuno che non fosse un semplice impiegato, il cui unico consiglio era quello di richiamare l’indomani. Andare in banca di persona era impossibile: Carlo, non appena sentita la nostra voce, sarebbe sbucato fuori dalla solita parete divisoria. Poco dopo i nostri primi tentativi, Carlo ha messo sotto controllo telefono fisso e cellulari. «Se compri una scheda nuova, non c’è nemmeno da dirlo, lo vengo a sapere», mi fa, «e poi mi tocca ficcarla su per il culo a tua moglie, fargliela uscire dalla bocca».

Francesca, mia moglie, piange ogni notte tappandosi la bocca col cuscino – vengono fuori delle urla atroci, soffocate, ma deve necessariamente fare così, perché molte volte la signora Iselda rimane a dormire in salotto, accucciata per terra, acciambellata come un cane, vicino ai piedi del divano. Se sente Francesca piangere lo riferisce a Carlo. E sono guai.

Carlo, in ogni modo, finora non ci hai mai picchiati. Solo una volta, un pomeriggio in cui si trovava da noi come semplice ospite, in salotto – mi pare fosse il venticinque aprile, oppure il primo maggio, non ricordo bene, ma il periodo era quello –, a bere un tè al limone davanti alla TV, mia moglie si è lasciata scappare un commento sul volume troppo alto, insinuando che Carlo fosse sordo, con un tono accentuato di disprezzo, altezzoso, a mascherare ovviamente un cumulo asfissiante di frustrazione. Carlo ha poggiato la tazza sul piattino, si è alzato lentamente, si è stirato i pantaloni con le mani, poi si è girato verso Francesca e ha cominciato ad avvicinarsi, sfregandosi le mani. Con uno sguardo diabolico e un sorriso sostenuto da una muscolatura facciale marmorea, la pelle lucida e ambrata, i capelli perfettamente in ordine, si è fermato a un palmo da lei; ha smesso di sfregarsi le mani: ha serrato i pugni; li ha alzati all’altezza del suo viso, rotando contemporaneamente il torso di novanta gradi, verso la propria destra; si è poi abbassato minimamente sulle ginocchia, prendendo a molleggiare; si è messo in guardia. Una guardia da kickboxing. Il vestito in lana di Tasmania, blu scuro, fasciava leggero la sua muscolatura armonica e discreta, possente, ma non eccessiva; la sua posa, perfetta: inattaccabile, ogni angolo aperto a mestiere, una guardia impenetrabile e pronta a colpire. Ecco: è stato lì; lì io ho sentito il desiderio che mia moglie venisse colpita, al rallentatore, da un gancio destro di Carlo, un gancio in cui tutto il corpo di Carlo seguisse una rotazione di centottanta gradi verso sinistra, la testa bassa, protetta, incassata, il braccio rigonfio di sangue in affluenza mentre è sul punto di far esplodere la manica del completo blu scuro, il pugno che colpisce la mascella di mia moglie, la quale cade pianissimo a terra, col volto che per contrasto gli si sconquassa subito, d’impatto, repentinamente, e…

Carlo, il nostro Family Banker, se n’è andato. È partito, andato all’estero.

L’ultima volta che abbiamo visto Carlo G. in carne e ossa è stato meno di tre settimane fa. Eravamo arrivati al punto di prendere da lui una sorta di paghetta per le nostre spese settimanali. Ottanta euro per me, trenta per Francesca. Che ormai non fiatava più.

L’ultimo giorno in cui l’abbiamo visto è stato di domenica. Si è presentato alle otto in punto, portandoci due cornetti alla crema. Noi avevamo già preparato la solita colazione, ma lui ci ha pregati di mangiare i cornetti. E così abbiamo fatto.

A tavola, come mai prima era successo, ha cominciato a parlarci. E con un tono tranquillo, confidenziale, amichevole. Io e Francesca ci siamo guardati con la coda dell’occhio. Lui ha attaccato con un discorso sul tempo – il tempo che scorre troppo veloce, il tempo che ci sfugge di mano e che non torna indietro, il tempo che, a dirla tutta, non si sa nemmeno se esista – e ci ha persino confessato di aver bisogno di una vacanza. Noi abbiamo annuito, senza aprir bocca.

Finita la colazione, Carlo ha sparecchiato. Francesca, intimorita da quel comportamento anomalo, non ha nemmeno accennato ad alzarsi. Finito di sparecchiare, Carlo mi dice: «Stamattina vengo a vedere per l’ultima volta una tua partita. Devi fare gol». In faccia ha un espressione strana, inconsueta, come del resto l’aver fatto colazione con noi, l’averci confidato del suo bisogno di vacanza. L’espressione del suo volto, insomma, sembrava quella di un padre che cerca di rassicurare suo figlio, con l’intento di trasmettergli sicurezza prima di una prova importante per la quale è normale essere tanto agitati.

Alle 11 di quella domenica l’arbitro ha fischiato puntuale l’inizio della partita. Al primo calcio d’angolo ho subito diretto lo sguardo verso la tribuna, semivuota, e ho riconosciuto solo Francesca; Carlo non c’era. Sono corso verso la linea del fallo laterale, quella sotto gli spalti. Ho urlato a Francesca «MA DOVE CAZZO È ANDATO CARLO?!?», e lei, col viso arrossato, in lacrime, una rosa bianca in mano, si è messa a scendere i gradini, arrivando fino alla rete che cinge il campo da gioco; ci siamo ritrovati faccia a faccia; mi ha detto, abbandonandosi a un lamento querulo, straziato: «Non torna più».

Cinque giorni fa, tornando a casa dal lavoro, vedo una cartolina nella cassetta della posta. È un collage di vedute dall’alto delle spiagge di Mykonos, di giorno e di notte, sovrastate da una scritta rossa che dice, in inglese e in greco, saluti da Mykonos. Sul retro, un francobollo da 0,90 Euro che raffigura il volto di Aristotele scolpito nel marmo e un messaggio scritto con inchistro blu scuro, in stampatello grande: “LA VACANZA CHE MI SERVIVA. GRAZIE DI TUTTO, MIO CARO S. NON TI DIMENTICHERÒ MAI.” Metto la cartolina nella tasca interna della casa e vado a prendere l’ascensore.

Francesca è al telefono. Non mi saluta. Né mi risponde quando la chiamo. Vado in camera da letto. Tolgo il telefono dalla tasca dei pantaloni e mi arriva una notifica: un’e-mail. Viene da un indirizzo che non conosco, un nome strano e senza senso, ma l’oggetto è “Foto dalla vacanza”. L’e-mail è vuota, ma scarico le undici foto in allegato.

Carlo a cena in un ristorante di lusso insieme a una bellissima ragazza asiatica, forse indonesiana, una ragazza con gli occhi neri e la pelle dorata, i capelli lucenti e ondulati, scuri come gli occhi, che sorride all’obiettivo retto da non so chi; Carlo le sta accanto, col suo solito sorriso controllato e affascinante, il mento retto fra pollice e indice della mano destra. In un’altra foto, Carlo è sempre vestito col suo completo aderente blu scuro, ma se ne sta in sella a una moto da corsa – non so, mi sembra sia da corsa, non me ne intendo –, una Yamaha nera con le rifiniture bianche e rosse; guarda verso l’obettivo, ma senza sorridere: serio, quasi incazzato. Poi ci sono foto su una specie di lungomare, in altri ristoranti di lusso, in un casinò… In un paio di foto ricompare la ragazza indonesiana. Questo, per un totale di nove foto. Ma le foto sono undici.
Le ultime due…

Mentre guardavo le prime nove foto, ho pensato: “Sono contento, sono contento, cazzo, se stai lontano da qui sono contento, era un incubo, in fin dei conti qua con te era un incubo, sono contento che te ne sei andato”. Mi sono reso conto di aver vissuto dei mesi orribili, fuori dalla realtà; ho vissuto dei mesi in una dimensione grottesca, inconcepibile, disumana; quel tizio, del quale ho desiderato cancellare il nome, in quel momento, è piombato nella mia vita, nella vita mia e di Francesca, e ha distorto completamente la nostra percez…

Le ultime due foto ritraggono Carlo G., il mio ex Family Banker, in una posa da kickboxer, statuaria e possente, tecnicamente perfetta: ed è nudo. Completamente. Una foto lo ritrae frontalmente, l’altra di profilo – profilo sinistro. Ricordo, appena vista la prima foto, di aver come arrestato il flusso euforico e disturbante dei miei pensieri, e di esser diventato freddo – la testa, la bocca, le mani. Poi, un formicolio lungo le braccia. Dopo qualche istante, ho visto l’altra foto. Ricordo di essere andato in apnea.

Ero ancora immobile, con il telefono in mano, la giacca ancora addosso, quando ho avvertito mia moglie alle spalle: era lì forse da qualche minuto, e stava guardando la foto di Carlo, in guardia da kickboxing, completamente nudo, di profilo. Anche lei era in apnea.

Poi l’ho sentita gemere. Credo l’inizio di un pianto. Con uno scatto si è avventata sul telefono, che prontamente sono riuscito a trattenere con la mano destra: entrambi ci siamo ritrovati a tirare per strapparlo via dalle mani dell’altro. Francesca ha cominciato a dare degli strattoni violentissimi, accompagnati da urla animalesche incomprensibili, che piano piano hanno cominciato a prendere il suono di «LO VOGLIO, LO VOGLIO, PER DIO LO VOGLIO!!!», mentre io cercavo solo di tenere a bada i suoi strattoni, senza aprire bocca, ma con in testa le stesse parole urlate da Francesca. Le stesse identiche parole.

Un quarto d’ora più tardi mia moglie, nel pieno di una crisi isterica violenta, è uscita di casa sbattendo la porta con tanta forza da rompere il meccanismo di chiusura della serratura.
Io mi sono ritrovato da solo sul letto, la porta della camera chiusa a chiave, il telefono in mano, la foto di Carlo, nudo, in guardia, di profilo, ancora lì sullo schermo illuminato al massimo. Un membro di dimensioni impensabili, lungo e possente come il muscoloso avambraccio che nella foto era verticale e contratto, le vene in rilievo come le radici di un albero secolare interrato dalle mani di un dio – non sono riuscito a staccare gli occhi da quel cazzo per due interi giorni, sdraiato nel mio letto, senza dormire, né bere, né mangiare.

Stefano Felici

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