L’ultimo di Pantelleria

The old Hunter alessia arti

Alessia Arti, The old Hunter

Francesco Spiedo, venticinquenne napoletano, collabora come blogger con Belleville-Type, e come giornalista con Libero Pensiero, occupandosi di ambiente. In passato ha seguito il corso annuale di scrittura creativa alla Belleville, ha pubblicato alcuni racconti su Pastrengo e Ammatula e vinto il primo concorso per esordienti proposto da ODEI per il BookPride 2017. A marzo andrà in scena la sua prima commedia: “Così non si va avanti”, o forse sì.
L’ultimo di Pantelleria è il suo esordio su Verde, un racconto dove sembra non accadere nulla, fino alla fine. “Dentro c’era ancora un colpo e i due stavano uno davanti all’altro, con la canna puntata contro le zanne insanguinate. Stavano fermi e chissà a cosa pensava il giovane pastore in quel momento, forse ascoltava soltanto il vecchio lupo che diceva senza parlare, con gli occhi che come mani indicavano il misfatto e chiedevano perdono per ogni peccato. Il pastore della montagna sparava e l’ultimo lupo di Pantelleria baciava la terra arida, donandole il sangue che asciuga la sete.” L’illustrazione è di Alessia Arti.
Torniamo a fare rivista. Che è meglio.

Gli ulivi bassi, con le teste chinate nel terreno come struzzi per proteggersi dal vento, stanno ai lati della strada che da fondovalle porta su alla Montagna del pastore e si dividono lo spazio con le braccia polpose e gonfie dei cactus centenari. Se poggi un orecchio nella terra polverosa puoi sentire il cuore dell’Isola pulsare forte e risalire dal centro della terra, attraverso le radici profonde, fino alla cima più alta dell’albero più alto. Sono respiri profondi che si perdono nel vento e vanno incontro al mare.

Nel silenzio della controra il sole alto e giallo, in mezzo al cielo zenit, è un limone rinsecchito: niente si muove e pure le foglie fanno fatica a scuotersi di dosso questo caldo da condannati. Tutto è schiacciato al suolo da questo sole che mangia, insieme alle mosche e alle formiche, la carcassa di un gabbiano che ha perso la rotta: spennato e sventrato guarda con occhi bianchi le quattro nuvole sospese nel nulla.

Come un miraggio che confonde la vista, quattro zampe leggere non lasciano tracce e veloci scompaiono dentro un alveare di spine e sotto i rami di due ulivi secolari dove riposano tre croci di un marmo bianco innocente: la casa del pastore è appena più in alto, appena oltre la muraglia di ulivi e cactus, gialla come l’aria calda e nera come la lava fredda. All’interno è essenziale, quasi brutale, come solo la dimora di un uomo solo sa essere: il letto puzza di sudore e sulle tavole pellicce ammassate aspettano il prossimo ventoso e piovoso inverno.
Il pastore ha letto negli alberi che quest’anno arriverà la neve.

Le pietre grosse, squadrate e smussate da braccia antiche, si allungano per otto metri e dall’alcova portano fino alle stalle incassate nella Montagna come grotte neolitiche. Dentro riposano, spossate dal sole, quattro capre e in piedi sonnecchia un cavallo, sei pecore fanno finta di esser sveglie, otto galline beccano terra e scampoli di grano e un cane zoppo fa la guardia, trascinandosi dietro la zampa bucata. Carico, poggiato alla porta o, più spesso, caricato in spalla, aspetta il fucile. I lupi non ci sono più, ma il pastore continua a vegliare sulla valle e i suoi ospiti in attesa che qualcosa accada.

Accanto alla casa, tra la strada e i fichi, ci sta da sempre un tondo giardino di pietre alte e marroni, metalliche venature le attraversano, per quella che sembra una gabbia ed è una prigione per aranci delicati che possono crescere senza paura del vento, innalzarsi e splendere senza dover piegare la schiena alle raffiche. La pietra è lucida, ancora velata dalla acqua che durante la notte s’accumula, dell’umidità che torna liquida e appaga la sete delle radici.
Il giardino è scudo, il giardino è cameriere che mesce acqua in un bicchiere altrimenti vuoto.

Non piove da mesi e la terra è dura come asfalto e le piccole piante selvatiche, infestatrici, si guardano attorno alla disperata ricerca di un angolo di vita da mangiare, un angolo d’ombra da rubare. È una guerra di sopravvivenza e il pastore lo sa, raccoglie l’acqua dalle larga braccia dei cactus. I passi degli animali rimbombano cupi, gli zoccoli graffiano e scalfiscono, le lingue penzoloni hanno smesso di sbavare: ci si prepara per la siccità. È un’estate calda carica di ricordi d’altri tempi, di un’estate ormai andata di venti anni fa. A portare il fucile era il padre e a mungere le pecore la madre. Il pastore era soltanto un ragazzino che amava mangiare i fichi dagli alberi e correre giù in valle, spinto dal vento, fino al mare. Partiva alle prime luci del mattino e tornava che era sera, con due pesci grandi così e li buttava sulla brace che il padre aveva acceso e la madre curava.
Erano giorni bambini.

Andrea usciva dalle fronde verdi, a foglie larghe e appiccicaticce, con le labbra rosse, zuccherine, e le mani bagnate di latte cremoso. In bocca il sapore della vita, ci faceva l’amore tutte le mattine e così era diventato grande. Alto abbastanza da arrampicarsi sui muretti bassi di confine, da saltare a piedi pari sulle pietre, sapeva come correre veloce, attraversando i campi senza calpestare le viti basse e ancora acerbe. L’estate era appena arrivata e sugli alberi pochi frutti, olive piccole, uva amara e un via vai ininterrotto di formiche e di lucertole, di ronzare d’insetti sui bianchi fiori di cappero. Un vento caldo soffia da sud e gocce di sudore sono come le briciole della favola dei fratelli Grimm che Andrea dissemina dietro di sé, nella strada verso casa. A passi lunghi, bilanciandosi con le braccia larghe, lascia la montagna e s’infila tra le cupole dei dammusi, va incontro al mare che da casa è come una tovaglia stesa ad asciugare sotto il sole ma ad ogni passo completato s’increspa e riflette il luccicare della vita: quel luccicare che significa tanti pesci da pescare.

Corre veloce come sanno fare i bambini, alleati del tempo che è solo un compagno di giochi.
L’ultimo tratto di strada è una corsa a perdifiato con i piedi che si fermano all’ultimo momento, proprio prima di finire di sotto. La scogliera è alta e nera, soltanto un sentiero millenario di pescatori di montagna le solca il fianco e dall’alto porta fino ad immergere le dita nell’acqua fredda. Scendere da lì è come saltare nel vuoto: hai l’impressione di staccarti da terra e precipitare, ma se ti metti di traverso e muovi solo un piede per volta, senza guardare di sotto, è una discesa di mezzo minuto e i cento metri che ti separano dal mare scompaiono. Il cielo è una macchia indefinita d’azzurro senza nuvole e l’orizzonte è una linea invisibile che lo separa dal mare: sopra la testa tutto è calmo, tutto è piatto, sono le nove passate e Andrea si è già tolto tutto per buttarsi in acqua.

Una cosa che gli piaceva era di gettarsi con ancora la maglietta addosso, che si appiccicava alla pelle e nel tuffo sembrava quasi strozzarlo in un abbraccio affettuoso.
Però poi le macchie di sale non andavano via e rendevano la maglia dura come la pietra e l’abbraccio diventava schiaffo sulla schiena e sulla pancia ad ogni movimento. Così in acqua adesso ci andava sempre nudo che tanto attorno non c’era mai nessuno. Qualche volta un gozzo rosso, con il profilo sinuoso, galleggiava lento ma a bordo i pescatori avevano altro da pensare che al bambino pastore che faceva il bagno e pescava con le mani. Andrea per essere un figlio della Montagna si muoveva come uno squalo e cacciava come un tritone, con una lancia ricavata da un ramo o con le mani, veloci, infilate tra gli scogli a caccia di polpi. Stava così, con il torso sempre immerso, e la testa che ad intervalli regolari andava sotto, dava un’occhiata e poi tornava su: in un’ora poteva anche prendere un pesce e un polpo, ma quella mattina le correnti erano troppo forti ed essere silenziosi e letali era impossibile. Andrea ci provò ancora per qualche momento ma, con le gambe che dovevano fare uno sforzo eccessivo, i pesci giravano a largo e i polpi non mettevano neppure un tentacolo fuori dalle tane.
Era tempo perso e Andrea lo sapeva.

Avrebbe riprovato nel pomeriggio prima del tramonto che quando spuntavano le stelle doveva essere già a casa da un pezzo: aveva bisogno dell’ultima luce del sole che gli indicasse dove mettere i piedi altrimenti giù dalla scogliera a fare compagnia al mare oppure giù nei terrazzamenti dei contadini a fare da concime al vino. Il pranzo glielo preparava sempre Ninetta, la figlia di Valenza il pescatore che aveva perso una gambe e adesso metteva a posto le barche e non usciva più per mare. Anche quel giorno Ninetta gli preparò l’insalata con i capperi e il pesce secco, la tumma no che a Marco, il formaggio delle capre, pure se era pastore, non piaceva. I due che erano bambini stavano stesi all’ombra di una mano di pietra che afferra il mare, con le schiene l’una contro l’altra a tenersi comodi e le dita dentro alle ciotole tra l’olio e il sale. Andreasi leccava anche la scodella e Ninetta rideva. Non s’era preso niente tutto il giorno, neppure il pomeriggio, vuoi per le correnti che si erano fatte più forti, vuoi per le gambe di Ninetta che nude a penzoloni dentro il mare distraevano Andrea che non guardava più dentro gli scogli ma tra le gambe della bambina.
Se avesse allungato la mano avrebbe potuto toccarla.

«Ma ni ricugghiemo chi scurao?» chiese Ninetta e Marco, tirandosi fuori dall’acqua, vide il sole rosa arancione abbracciare il profilo della Tunisia, oltre il confine del mare. Stava facendo scuro ed era ora di andare.
L’Africa al tramonto pareva vicina che la si poteva perfino pescare.

I due risalirono il costone, con le mani che s’incagliavano tra i rovi, e dietro di loro il cielo cambiava colore in un acquarello di mille sfumature su cui il giallo si mischiava al blu. E più il sole calava più il rosso svaniva e una fascia di celeste spuntava a separare, luminoso, quel piccolo pezzo di giorno dalla notte che stava arrivando. Le prime stelle erano già alte in cielo e dall’altra parte la luna si faceva bella. Due colpi che sembravano spari li sorpresero a metà della strada, improvvisi, ma erano troppo lontani e confusi dal vento perché li riconoscessero. Pensavano soltanto alla notte che avrebbero trascorso insieme, immersi nel fieno da dare ai cavalli al mattino.
Erano giorni di giochi bambini.

Senza staccarsi di un metro tornavano verso casa, superando le schiene dei dammusi rivolte verso il mare, perché è da lì che arrivavano i pirati, gli uomini del mare del sud, e le finestre, piccole e sbarrate come quelle delle galere, erano l’unico modo per ammirare la bellezza del tramonto. Alla bellezza primordiale, esplosiva, dell’isola gli abitanti avevano dovuto dare le spalle: s’era scambiato lo splendore per la sicurezza, s’era sacrificato il bello per il sicuro, ma Andrea e Ninetta camminavano sicuri, con i piedi sempre insieme, e camminavano belli con alle spalle il vento che saliva dal mare e la notte che come una coperta stava rubando il cielo.

Con l’ultima luce del sole arrivarono quasi in cima, superarono l’ultima curva e una collinetta che oscurava la vista. Lì, oltre la muraglia di cactus, si sentivano passi pesanti e ululati. I lupi pensò Andrea e senza accorgersi che la notte era già calata e l’oscurità era un maglione invernale sceso sulla testa corse verso casa, trascinando Ninetta per un braccio. Pensava forse che sarebbe rimasta lì? Pensava davvero che non sarebbe corsa con lui? Per lui, Ninetta, sarebbe anche morta.
Avevano accerchiato la casa, silenziosi che soltanto il cane li aveva annusati e sentiti arrivare. Il pastore e la moglie erano in casa e poiché dalle piccole finestre entrava già la luce delle stelle pensarono che la voce degli animali fosse soltanto un saluto per il figlio che tornava. Poi una gallina corse davanti la porta con la testa che le pendeva da un lato e subito un lupo andandole dietro la colpì con la zampa.
Sotto il peso del predatore la preda muore, è un attimo.

Il pastore afferra il fucile, carico come sempre, e spara due colpi che precisi trapassano la testa del lupo, da parte a parte, portandosi dietro un pezzo di cervello che aveva partorito l’idea della caccia, che aveva assecondato la fame. Il rumore dello sparo aveva svegliato dalla furia famelica gli altri tre lupi che, abbandonando capre e pecore, corsero verso il pastore e, nella corsa, travolsero il cane che difendeva la casa in una suicida fermezza.
Arrivarono a pochi metri, rimbalzati dai colpi, ma non si può combattere contro i lupi di notte, diventano ombre.
Andrea spuntò dal nero dell’ultimo cactus è lo vide: il lupo, al centro del cortile, con le fauci insanguinate e il sorriso innocente di chi non aveva altra scelta. La madre e il padre erano a terra, ricoperti di un sangue che un po’ era il loro e un poco no. Il cane era vivo, ma con la zampa rotta, e inutilmente cercava di avvicinarsi al padrone che con il fucile poco distante sbatteva ancora i piedi. Quelli furono gli ultimi istanti del padre pastore e poi niente più.
Andrea diventò il pastore e senza memoria fece ciò che andava fatto.

Il pastore spegne la candela e abbraccia le stelle: la notte è arriva assieme ai ricordi di chi sa cos’è successo, ma non racconta, non parla, non ha più parlato. A terra c’erano i lupi e Ninetta non aveva avuto il tempo di schivare. Il bambino senza colpe non aveva capito d’esser rimasto solo, che i genitori erano morti e che Ninetta, la donna che avrebbe dovuto sposare, non l’avrebbe sposata più. Andrea ricorda che non era più un bambino da quando aveva colpito il lupo al muso, rompendosi una mano, e mentre questi gli girava intorno era corso verso il padre e senza degnarlo di uno sguardo aveva afferrato il fucile.

Dentro c’era ancora un colpo e i due stavano uno davanti all’altro, con la canna puntata contro le zanne insanguinate. Stavano fermi e chissà a cosa pensava il giovane pastore in quel momento, forse ascoltava soltanto quel che il lupo diceva senza parlare, con gli occhi che come mani indicavano il misfatto e chiedevano perdono per ogni peccato. Il pastore della montagna sparava e l’ultimo lupo di Pantelleria baciava la terra arida, donandole il sangue che asciuga la sete.

Francesco Spiedo

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