Alla deriva

alla deriva Baricelli

Cristiano Baricelli, Alla deriva

Tra gli autori di Verde si creano delle corrispondenze olistiche che non sfuggono alla nostra sana volontà di anfitrioni euristici: esempi sono Deadtamag0tchi e Paolo Gamerro, Andrea Frau e Il Cabras, Simone Lisi e Giulia Pex e adesso Lavinia Ferrone e Cristiano Baricelli di nuovo Alla deriva, l’ennesima astuta mossa in vista di un reading a Napoli. Buon inizio di settimana, la nostra sarà fiorentina: mercoledì ci sarà Simone Lisi, venerdì Matthew Licht.

Pensavo al racconto del mio amico Simone Lisi, un racconto che avevo letto – il mio flusso di coscienza è interrotto dopo cinque secondi di vasta ispirazione, dalle grida di un bambino tedesco con la testa enorme, che infine risulta non essere tedesco, ma piuttosto bergamasco – mi chiedo cosa faccia più ridere, se un bergamasco che sembra tedesco, o un tedesco che sembra bergamasco, probabilmente la seconda – insomma, pensavo al racconto del mio amico, che avevo letto pochi giorni prima. Un racconto che mi aveva fatto molto ridere, davvero ridere. Così ridere che lo avevo letto anche ai miei mentre eravamo sulla spiaggia, ma così tanto ridere che mentre lo leggevo non riuscivo a finire le frasi, mi incantavo, le rileggevo almeno tre volte come a cercare la rincorsa per riuscire a finirle. Insomma, in questo racconto si parlava di lui in piscina che non riesce a leggere un libro perché distratto dalle chiacchiere di due tamarri. E allora mi stavo chiedendo se in quel momento io e mia madre che parlavamo sul bagnasciuga, potessimo distrarre allo stesso modo, qualcuno intento nella lettura di un libro – magari lo stesso libro, che allora verrebbe da domandarsi se il problema non sia più che altro del libro in questione. È che me lo chiedevo perché parlavamo di cose normali, proprio normali. E quando parlo di cose così normali, io, mi imbarazzo. Stavamo sedute con due seggioline da spiaggia sul bagnasciuga. Lei leggeva Asimov, come sempre, da che la conosco io, cioè da che è mia madre. Mi chiedevo a quante riletture dei racconti di Asimov fosse, pensai che forse erano quante le ristampe. Guardavo le persone passare, di tanto in tanto mi guardavo le gambe per essere sicura di riuscire a prendere il sole sugli stinchi. Finché esordisco con: «Che brutta umanità».

Mia madre si guarda e inizia a commentare di come quest’anno sia ingrassata, motivo per cui, secondo lei, lei stessa a questo punto debba rientrare in questa pessima umanità di cui le accennavo. Io le rispondo con uno sguardo che voleva dire Dai, hai capito di cosa sto parlando, ma non lo sapevo nemmeno io di cosa parlavo. Mia madre tira fuori questa sua teoria che lei chiama La teoria del 6 politico. Secondo lei esiste questa ingiustizia universale per cui ci sono persone che mangiano quanto vogliono, non fanno attività fisica, hanno la pancia come un cocomero, ma comunque hanno il colesterolo basso. E poi ci sono persone, tipo lei, che mangiano la verdura, stanno attente, vanno in bicicletta, e nonostante questo, hanno il colesterolo alto. Mentre mi dice queste cose indica degli esempi che stanno camminando davanti a noi. Io nomino la somatoline, perché è una cosa che nomino spesso, corroboro la sua teoria lamentandomi del fatto che uso la somatoline da due settimane e l’unica cosa che mi vedo dimagrire sono le mani. Generalmente quando arrivo a questo livello di argomentazioni parlo con un tono di voce normale perché penso che è peggio se si vede che mi vergogno dei miei stessi discorsi. Mentre parliamo di queste cose continuo a domandarmi se qualcuna delle persone che abbiamo vicine sia distratta dai nostri temi.

Stare sul mare ti dà questo senso di uniformità. Per cui osservi con rammarico l’umanità che ti circonda. Che mangia panini nella carta stagnola e si sbriciola addosso, che si schizza reciprocamente, a dispetto, per farsi entrare in acqua. Questa umanità, con le radioline accese per sentire musica che è fuori contesto, o che comunque non si accorderà mai al tuo, di stato emotivo, tu che guardi le orizzonte, quelli accanto ascoltano gli AC/DC.
Questa umanità che non educa i figli, che dice sempre anche io, che pianta l’ombrellone a ridosso del tuo e che tiene l’insalata di riso nelle vaschette dei gelati Sammontana.

Poi vado a fare il bagno senza guardarmi indietro e arrivo fino alla boa. Che alla fine è diventato più un modo di dire, fino alla boa, per dire che se vai così lontano noi non ti si viene a prendere. Arrivo fino alla boa e quando mi giro, quell’umanità, quella che ha sostituito i granelli di sabbia con i noccioli di pesca, la vedi tutta insieme, concentrata in un’unica lunga striscia multicolore. E non puoi mica farci nulla se tra quegli ombrelloni spicca anche il tuo. E allora capisco, noi siamo l’umanità che gli altri disprezzano.

Ci penso. Fisso la famiglia di napoletani che ha l’ombrellone dietro al nostro. Mia madre mi chiede se siano spagnoli. Io con tono saccente le dico che sono napoletani. Lei mi risponde che allora non ha dato di fuori. In effetti se si pensa al ceppo linguistico spagnolo-napoletano-arabo-indi. L’unica parola che capisco ripetergli è lavoro. C’è questa strana e ancestrale associazione mentale che nella mia testa lega: napoletani-lavoro-contratto-sindacato-mafia-condominio. Mentre li guardo mi vedo dall’esterno e sono quella famosa che non si fa i cazzi suoi, come quando parlo con mio padre, che a volte mi interrompe dicendo di spostarci a parlare da un’altra parte perché lì c’è un uomo che secondo lui ci guarda e non si fa i cazzi suoi. Mio padre generalmente commenta delle cose. Ultimamente mi parla dei genitori tatuati, più che altro mi parla di questi genitori tatuati. Io annuisco ma poi rifletto sul fatto che avendo quasi trent’anni, sono in età da figli, e che se al liceo mi fossi tatuata Parthenos sul fondo schiena come volevo fare. Ecco, se mi fossi fatta quel tatuaggio a sedici anni, e se avessi avuto un figlio ultimamente, rientrerei in quella categoria. D’altronde, come ci insegna Youporn, c’è una tale varietà e specificità di categorie umane che basta davvero poco per rientrare in una di esse.

Ma se ci penso bene io stavo cercando di andare avanti col libro di Borges che sto leggendo. E certo che questi sud americani per descrivere una cosa sola ti fanno un sacco di esempi, ma è anche vero che le chiacchiere della famiglia napoletana mi distraggono perché hanno proprio quelle movenze là che ci si aspetta. E così non riesco a leggere, proprio come il mio amico nel suo racconto.

Che brutta umanità, mi ripeto in testa. Allora faccio come fanno tutti, mi scrollo la sabbia di dosso, controllo se mi si sono abbronzati gli stinchi. E alla fine entro in acqua, abbracciando la ciambella gonfiabile di mia sorella.
Chissà se basta, andare alla deriva.

Lavinia Ferrone

 

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