Sprofondare

Il nostro primo contatto con Lavinia Ferrone risale all’inverno 2016, a Firenze. Gli amici di In fuga dalla Bocciofila ce la presentarono con un perentorio “lei scrive bene, però (o “eh”, chi si ricorda): brusco ma vero. Lavinia ha poi esordito sul nostro blog nel mese di Calma Pirata ed era con noi al Buio Pesto del Todo Modo. Oggi, con Cristiano Baricelli, ci racconta dell’importanza di Sprofondare (o di resistere alla legge del più forte).
Buon inizio di settimana, mancano quattro giorni a Bologna (siete pronti?).

Era quasi il tramonto quando vidi un bambino che sprofondava. Sì, che sprofondava. Io ero seduta sopra un materasso naturale di alga Posidonia. Avevo le gambe stese, il busto eretto, la testa china sul libro di Borges intenta nella lettura del capitolo sulla lotteria di Babilonia. Eravamo rimasti in pochi sul mare. Giovanni mi interrompeva ogni tanto chiedendomi la risposta a certi suoi dubbi. Come succede solitamente quando si è così in pace, così tanto in pace da percepirla fino nel midollo delle ossa, come un moto emopoietico in grado di alimentare il sangue che scorre nelle vene, accanto a me una famiglia urlava per dirsi delle cose normali, ad esempio: «Lo vuoi fare il bagno?», «La mangi una pesca?», «Che ore sono?». Questo mi distraeva dalla lettura, anche se, ad essere sincera, la lettura della lotteria di Babilonia semplicemente alimentava la brace su cui da tempo ribolliva il mio cervello: il caso esiste? Le cose succedono per un motivo, o siamo noi a motivare un fatto che ha avuto un significato solo per il significato stesso che questo ha avuto nella nostra vita? È vero, è come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, e ogni risposta è assolutamente plausibile, e comunque non fa troppa differenza perché ci possiamo cibare di entrambi.

La famiglia urlante era composta da padre giovanile, madre giovane ma sciupata e due figli. Il maggiore era abbandonato a se stesso, accovacciato su uno scoglio, sfogava sui granchi la rabbia della sua solitudine. Ogni tanto si girava un po’ di nascosto per vedere se qualcuno lo osservava. Era ormai un’anima del mondo. Come tutti i bambini intorno ai dieci anni, che consegnano con senso di rassegnazione l’identità che la famiglia gli ha lasciato.

Le attenzioni erano rivolte completamente al minore, che se ne compiaceva avidamente. Alternavo così la mia lettura a lunghi sguardi persi e sospiri. L’idea di una famiglia in quel momento mi suonava come una minaccia, di quelle che fanno le mamme ai bambini, appunto.
Non capivo se ormai Giovanni avesse iniziato a parlare da solo, più che rivolgersi a me.

La questione del momento, per la famiglia accanto, era convincere il più piccolo a fare il bagno. Iniziarono così a schizzarlo, a versargli l’acqua sulla schiena con le mani. Lo infilarono in una ciambella gonfiabile. Il bimbo minacciava il pianto acuto con una particolare consapevolezza. Era più che altro scocciato. Io osservandoli pensavo che la linea che separa genitori e figli è quasi impercettibile. Che gli atteggiamenti dei genitori sono spesso insopportabili quanto quelli dei figli e che quindi è una questione di ruoli, una questione formale, ma che potremmo provare a volte ad azzerare tutto, a mettersi al pari. Mi immaginai il bambino girarsi verso i genitori gridando: “Adesso basta! Ho detto che non lo voglio fare il bagno! Anzi adesso mi fumo una sigaretta!” e i genitori immusoniti mettersi a sedere arrabbiati battendo una culata. Mi resi conto che li stavo fissando da quasi un’ora, con il libro aperto ormai pieno di pezzi di alghe.

La genitorialità, infine, aveva prevalso, come accade tra mammiferi, vince la legge del più forte. Avevano messo a sedere il bimbo sulla battigia, immerso fino alla pancia. La madre, non contenta, lo afferrava dalle ascelle e lo faceva andare su e giù. In qualche modo era tornata la pace per pochi minuti. O meglio, probabilmente non successe niente di interessante per qualche minuto. Io avevo potuto riprendere la mia lettura. Si parlava di lingue bruciate, di dita mozzate.

Sentii urlare, inizialmente non ci feci troppo caso dato che era il tono di voce normale che i nostri vicini avevano usato fino a quel momento. Ma poi Giovanni toccandomi il braccio mi disse «Guarda» e iniziò a ridere con la bocca chiusa come fa spesso quando un po’ si vergogna di ciò che lo fa ridere.
Probabilmente i genitori si erano distratti un attimo, forse per riprendere fiato. E così il bimbo aveva iniziato a sprofondare nel morbido letto di alghe che strusciava sulla battigia. Quando se ne erano resi conto, il bambino aveva fuori dall’acqua ormai solo la testa. Non piangeva, se ne andava silenzioso come se sapesse che quella era la cosa giusta da fare. La madre provò a strattonarlo per tirarlo fuori prendendolo per le ascelle che ormai non si vedevano più. Il padre teneva la madre per i fianchi, come a cercare di aumentare la forza di traino. Giovanni fumava, li guardava e sghignazzava. Io mi limitavo ad osservarli incredula.

Il sole era sparito dietro alla montagna. Del bambino si vedeva ormai solo la fronte. I genitori provavano ad immergersi ma nulla, l’acqua era bassa e il bambino semplicemente sprofondava. Il fratello maggiore se ne stava in disparte e sulla faccia aveva scolpito il ghigno della liberazione.

Fu quando il sole se ne era andato che si vide sparire per sempre la testa del bimbo, con un sordo pluf. Giovanni guardando l’orizzonte dette un tiro alla sigaretta, e con il fumo ancora in gola disse: «Chissà, magari domani rispunta».

Lavinia Ferrone

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