CASUAL FRIDAY #32: CAPOVERDE

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. È venerdì, rilassati!
In un marzo nevoso
Giovanni Ceccanti fa il suo ritorno a casa dall’ospedale dove è nato: è il 1987. Cresciuto in campagna, si laurea in seguito in Scienze Naturali con una tesi sulla mappatura cromosomica di alcune tartarughe. Con la scusa della specialistica si trasferisce a Roma dove inizia a scrivere. Da sempre ottimo falsario di Carrà e di Morandi, ama Tarkovski e suona in una rock band. Batte sempre la testa dappertutto. Con Capoverde è per la prima volta sul nostro blog.
Illustrazione di Silvia Priska Benedetti (Diciannove).

«Insomma, non ti ho raccontato ancora nulla. La parte succosa arriva adesso».
«Sono affamata, nutrimi».
«Quindi, i piccioncini riescono a portare a termine questo benedetto rinfresco di matrimonio – il padre di lui alla fine si convince che non era stata la ragazza a dare fuoco al patio, si scopre che era piovuto su un cavo scoperto – così salutano gli invitati e si buttano sul divano veramente stanchi ma alla fine soddisfatti che tutto sia andato per il meglio».
«E il biglietto? Non lo avevano già comprato?»
«Il biglietto era per il giorno dopo, visto che il rinfresco doveva durare tutta la sera e parte della notte, e infatti così è stato: fino alle due o alle tre c’era ancora qualcuno che aveva voglia di parlare di come era vestita la sposa o di quanto alte erano state le fiamme».
«Due palle infinite».
«Infatti, però dice che era tutto molto buono e che lo spumante non scarseggiava. Anche il posto era molto chic e soprattutto non c’è stato uno solo dei trecento e passa invitati che non sia riuscito a trovarlo – non so te ma io ai matrimoni ho sempre assistito a scene del tipo ma non dovevamo girare prima?, non so come dire, scene di delirio ancora prima di cominciare i festeggiamenti. Comunque insomma, la mattina, belli riposati, i due passerotti vanno alla stazione e prendono questo benedetto treno. Non vogliono più sentire parlare di chiese, di preti, di menù o di segnaposti. Non vogliono più avere niente addosso che faccia pendant. E soprattutto basta parenti intorno, vogliono solo amarsi e godersi finalmente questo viaggio di nozze una volta per tutte».
«Sacrosanto».
«Il treno parte in perfetto orario: Frecciarossa per Napoli con unica fermata intermedia a Roma».
«Il Frecciarossa è davvero una gran cosa. Comodo, veloce, silenziosissimo. Pensa che una volta dovevo andare a Bologna – dovevo andare a trovare mia nipote che era là a studiare…»
«Ma tua nipote quale? Francesca? Non aveva smesso di studiare?»
«Dopo. Dopo ha smesso di studiare. È Giordana quella che studia ancora. Francesca adesso lavora nel centro estetico La Dea, non so se c’hai presente, però ai tempi voleva provare a diventare una filosofa e dopo essersi iscritta a Firenze si è rotta e ha provato Bologna. Più vivace, dice».
«Ha fatto bene, i giovani devono divertirsi finché ne hanno la possibilità».
«Ah sì sì, certo, perché poi vero, dopo è un’altra cosa».
«Che se la godano finché possono».
«Comunque ti dico, questo Frecciarossa, una cosa incredibile. Entro, trovo subito il mio posto, tutti carinissimi. Il controllore, te l’avrei fatto vedere, un ragazzo giovane, sembrava il tuo Guidino. I sedili poi davvero morbidi, li puoi reclinare, e non fai in tempo a raccapezzarti che sei già arrivata. Allucinante».
«Lo so, sono veloci».
«Una cosa incredibile, ti dico. C’avrà messo mezz’ora. Ci pensi? Ai nostri tempi quando si doveva andare a Sesto si partiva la mattina a piedi, col barroccio, e la sera si arrivava che era già buio».
«È cambiato il mondo».
«È cambiato tutto. E insomma che dicevi? Ah sì, Napoli. Però, che scelta per un viaggio di nozze…»
«Eh lo so, però che credi, non avevano mica tutti questi soldi da spendere. Tra una cosa e l’altra, tra che in Sicilia fa troppo caldo, in montagna per carità, l’estero non se ne parla… Andiamo a Napule, si sono detti. Che poi, diciamocelo: ma chi la conosce?»
«Questo è vero. Si dice si dice, ma poi chi c’è mai stato?»
«Una città famosa, storica, e poi c’è il mare, Sorrento, i bronzi di Riace…»
«No, i bronzi di Riace sono in Calabria. C’è stata mia nuora. Proprio a Riace credo».
«Ok, d’accordo, comunque hai capito. In ogni caso, dico, a convincerli del tutto sono stati i genitori di lei – dice che sono davvero ben messi, economicamente parlando – li hanno presi da una parte e gli hanno detto che se volevano c’era questa casa, di certi amici di lunga data, che rimaneva vuota sei mesi l’anno. Una di quelle case vecchie, sai, cioè a dire nobiliari, una casa nel centro di Napoli che a volersela permettere non se ne parla proprio».
«Io non avrei mai accettato».
«Non ti conoscerò, sei dura come le pine verdi. E così anche lui, dice che è uno tutto orgoglioso, che dai genitori di lei non ha mai voluto una lira».
«Tale e quale a me. Piuttosto che avere trattamenti di favore mi farei ammazzare».
«In questo caso però si trattava di fare o non fare il viaggio di nozze, capisci bene che lei ci teneva molto a fare una cosa un minimo in grande – non le Hawaii appunto, ma almeno stare in una casa vera invece che nei soliti ostelli o al campeggio dove lui la portava ogni estate, all’Argentario; vivere una città senza stress per una settimana, senza dover prendere sempre l’autobus, liberi di girare a piedi durante il giorno e tornare tranquillamente a casa la sera».
«Ma quindi questa storia della macchina non è vera?»
«Aspetta, vedi allora che te l’hanno già raccontata…»
«Ti ho detto di no, ho solo sentito un gran tramestio su questa benedetta macchina».
«La macchina decidono di prenderla dopo il primo giorno. Ma fammi andare con ordine. Alla fine, dico, ovviamente lui si convince e gli prende pure bene, approfittare di questi ricconi con due o tre case, stare a Napoli da napoletano, e poi quello che cercavano in fondo era rilassarsi. Così arrivano a Napoli e prendono possesso di questo posto pazzesco. Grandi saloni pieni di quadri, di mobili, il televisore al plasma, i bagni con la vasca idromassaggio, gli specchi sui soffitti».
«Pacchianissimo».
«Quanto sei critica. Uno spettacolo di casa, te lo dico io, immersa nel centro storico – panni stesi tra un palazzo e l’altro. Però capiscono subito che se vogliono vedere un po’ di mare e di dintorni una macchina gli conviene noleggiarla, non so come dire, e visto quanto risparmiano con la casa non stanno neanche troppo a discutere».
«Mi sembra giusto».
«Così noleggiano una Cinquecento, Fiat, il minimo che si possa noleggiare dopo un motorino».
«Tanto per quello che gli serve».
«Esatto, è quello che dicono anche loro – devi immaginarti che i due passerotti ridono ancora come si ride a quell’età, totalmente spensierati, approfittando di ogni occasione per baciarsi e fare cippi cippi nei luoghi più strani. Un vero idillio».
«Quando c’è l’amore c’è tutto».
«L’unica menata è che questi della Cinquecento gli chiedono trecentocinquanta euro per una settimana».
«Ah, però».
«Sì, perché dicono che c’è l’alta stagione e sono pieni di prenotazioni».
«L’alta stagione. In aprile».
«Infatti gli girano già parecchio le palle, ai passerotti. Sentono puzza di fregatura. Vanno anche a sentire in altri autonoleggi, per fare un raffronto, ma tutti gli dicono la stessa cosa, con le stesse identiche parole».
«Facce di merda».
«Ma ci vuole ben altro per fargli venire il malumore a loro, il contrario della praticità – in fondo sono appena sopravvissuti alla cerimonia e al rinfresco. Così prendono e vanno a Sorrento, in queste splendide calette, vanno a mangiare la pasta allo scoglio in tanti ristorantini diversi, vanno a Ischia, vanno a Capri. Insomma, non so come dire: vanno un po’ dappertutto».
«Avanti, non tenermi sulle spine».
«La sera poi tornano a casa – ancora non gli sembra vero, gli pare d’essere in un film – e trombano come conigli».
«Sacrosanto».
«È una via molto tranquilla e oltretutto trovano sempre parcheggio proprio lì davanti».
«Eccoci all’acqua».
«Una mattina – mancheranno due giorni al ritorno – escono di casa mano nella mano per prendere la loro fiammante Cinquecento e scoprono che l’auto non c’è più. Sparita. Capisci bene che il noleggio di una macchina ha solo due regole ferree: riportare la macchina senza un graffio e soprattutto riportare la macchina. Punto. Non è che puoi tornare all’autonoleggio e dire me l’hanno rubata, spiacente. Non lo puoi fare, non so come dire».
«Ma ci sarà un’assicurazione, non starà al cliente ripagare la macchina. Che diavolo, a Napoli poi, vuoi che non siano stra-assicurati
«È quello che ho detto anch’io, ma dice che per avere l’assicurazione dovevi pagare un sovrapprezzo».
«E immagino che il loro motto fosse niente sovrapprezzi».
«Esatto. Gli avevano detto tutti di stare molto attenti ai commercianti napoletani perché trovano sempre un modo per farti pagare di più del prezzo normale, non so come dire».
«E insomma cos’hanno fatto?»
«Dice che all’inizio è stato davvero terribile. Dice il panico. All’autonoleggio non sentivano ragioni e gli dicevano che entro un mese avrebbero dovuto ripagare i danni – che non era il prezzo della macchina ma poco ci mancava, e già lui si vedeva a lavorare un mese intero solo per ripagare questa cavolata, visto che di chiedere i soldi ai genitori di lei non se ne parlava. Tra parentesi, il fatto che lei avesse insistito tanto per avere questa casa e per andare a Napoli diventa causa di sensi di colpa, adesso che sono nella pseudomerda, e lui orgogliosamente tace come chi pensa di aver avuto ragione fin dall’inizio e aspettava solo che gli altri lo capissero».
«Me lo sento davvero vicino questo ragazzo».
«Dice che trascorsero un giorno per strade e piazze che avevano già visto, guardando gli stessi musei, trascinandosi i piedi e maledicendo la città e i suoi abitanti, dicendo che tutti i luoghi comuni su Napoli erano veri, che è una città schifosa».
«Che tristezza».
«Alla fine, quando manca un giorno, decidono di non pensare più a questa brutta storia, di godersi invece le ultime ore di libertà dal trantran e dai genitori, di trascorrere una giornata all’insegna del lascia che sia, senza farsi il sangue amaro che tanto non serve a niente. La mattina così scendono giù, si tengono per mano con un po’ meno convinzione, e cosa vedono?»
«Cosa?»
«La Cinquecento».
«Cioè?»
«È di nuovo lì, nello stesso parcheggio dove l’avevano lasciata loro due sere prima, senza un graffio o uno specchietto rotto».
«Mi prendi per il culo».
«Per niente. Anzi, c’è una cosa in più. C’è una busta, sul cruscotto. Allora insieme entrano in macchina, con gli occhi sbarrati e senza dire una parola. Lui prende la busta, la apre e legge a voce alta:

Ci dovete scusare ma a mia moglie ci sono prese le doglie proprio qua davanti allora ho provato ad aprire tutte le macchine finché la vostra – Sia lode al Signore! – non si è aperta. Però dovete ricordarvi di chiuderla la prossima volta perché gira gente strana da queste parti. E così l’abbiamo usata per andare all’ospedale Ascalesi. Nove ore di travaglio. Il piccolo sta bene, è tutto suo padre! Non so proprio come scusarmi, anche se un’idea, a me e mia moglie, ce l’abbiamo avuta: in questa busta ci sono due biglietti per l’opera per lo spettacolo di stasera: Orfei e Euridice. Speriamo di fare cosa gradita regalandoveli, e speriamo soprattutto che l’opera vi piaccia!
(riportando la macchina qua mi sono permesso di leggere il foglio dell’autonoleggio con il vostro nome sopra: spero non le dispiaccia Signore se daremo il suo nome a mio figlio, perché in qualche modo lei si è fatto strumento dell’Altissimo)
grazie ancora!!

«Lì per lì chiaramente non sanno che dire. Ci sono i cavetti che cadono giù dal motore di avviamento e lui già vede tutti i danni e i soldi che dovrà pagare. Ma poi la vicenda di questa coppia di scapestrati se la sentono più vicina – ti sembra sempre che il mondo sia al tuo servizio quando ami così tanto da creare qualcosa di nuovo come una famiglia. Non dico che tutto diventa dovuto ma ti aspetti qualcosa di più quando metti al mondo una creatura, quando contribuisci alla specie, non so come dire. Disponibilità, ad esempio. Comprensione. Qualcosa che sentono e capiscono anche loro».
«E fra tutte le macchine che potevano trovare hanno trovato proprio la loro? Non potevano prendere un taxi o chiamare l’ambulanza?»
«È proprio questo a mandargli in pappa il cervello – lei è sempre stata pendente verso il cattolicesimo, ti ricordi, ti raccontavo quella cosa sul santino di Padre Pio? – caso o destino, sfortuna o predestinazione, perché proprio loro, perché proprio adesso che sono in viaggio di nozze e che certo, ancora non si parla di avere figli, ma andiamo, chi non c’ha pensato almeno una volta? Un po’ l’idea li sfiora: questo è un segno dell’Altissimo – per citare. Addirittura sono lì, chiusi in questa macchina microscopica, e iniziano a ridere in modo isterico, senza freni, gli pare una cosa bellissima questa che gli è capitata, assurda e imprevista ma bellissima; lei gli dà pacche sulle spalle e lo prende in giro sul fatto che ha scordato di chiudere la macchina, precisino com’è, ma dove hai la testa, gli dice, grullarello, e chiaramente il passo successivo è la riabilitazione di tutti i napoletani, nessuno escluso – persino quello dell’autonoleggio che ha provato fin da subito a metterglielo nel culo adesso è un sant’uomo che prova solo a sbarcare il lunario, poveraccio».
«Preferisco non sentire il seguito».
«Lei chiaramente adora l’Opera. Sua nonna l’ha portata al Comunale e anche alla Scala quando era piccola. E poi è l’ultima sera del loro viaggio di nozze. Le recenti tinte fosche si sono illuminate di nuova luce. Cioè a dire che sono praticamente obbligati ad andare».
«Te pareva».
«Teatro San Carlo, il palcoscenico del mondo. Parcheggiano la Cinquecento un po’ distante, per non dare nell’occhio. Tutto deve essere perfetto. Battute si sprecano alla chiusura della portiera. Si baciano mentre camminano, mano nella mano, non guardano nemmeno davanti. Si baciano durante la fila. Si baciano mentre seguono la maschera e prendono posto. Lei si è addirittura comprata un vestitino per l’occasione – nulla di che, un abito di chiffon color melanzana – lui si è comprato giusto la cravatta perché non l’aveva con sé. Durante lo spettacolo sono entrambi tesissimi per l’emozione. Non ti dico lui quando Orfeo si gira. Dice anche molto bravi i tenori».
«Non c’era più la macchina…»
«Come?»
«No, dico, adesso escono e non c’è più la macchina, di nuovo».
«Figurati, magari, quel catorcio è sempre là dove l’hanno messo, nel vicoletto in fondo a Via San Carlo. Una serata senza precedenti annuncia di entrare negli annali. Dice che lei telefona a casa entusiasta e ringrazia ancora i genitori per l’occasione che gli hanno dato, per la disponibilità dei loro amici. Bellissime persone. Lui in uno slancio mai visto le chiede di passarglieli – di passargli il telefono – vuole dirgli di persona anche lui quanto bello sia stato questo viaggio di nozze, non li ringrazierà mai abbastanza, e non nel senso solito e banale dei posti che hanno visto, delle cose che hanno fatto: di più, dice, molto di più. Torniamo fiduciosi verso le persone, verso il futuro. Avremo dieci figli, dice».
«Pensa che coglione».
«Ti ricordo che fino a poco fa te lo sentivi molto vicino».
«Mi rimangio quello che ho detto».
«Quindi tornano a casa, al palazzo reale, e quando entrano vedono questa desolazione: i quadri, i mobili barocchi, gli arazzi, il televisore al plasma. Non c’è più neanche un tappeto, una forchetta. Si sono fregati anche la tavolozza del cesso che si riscalda quando ti siedi».
«Non ci posso credere. Non voglio».
«Poi si scoprì che in cassaforte c’erano due milioni di gioielli e oro. Niente rispetto a quelli che gli amici di lunga data avevano nella loro villa a Roma, le bellissime persone, però dice che volarono parole alquanto colorite».
«Cristo santo».
«A questo punto non resta che inventarsi una storia plausibile che non riguardi una donna partoriente e una serata al San Carlo. Non in quest’ordine. S’inventano che lei, la ragazza, è stata quasi aggredita dai rapinatori, gente senza scrupoli – fortuna che c’era lui che l’ha difesa urlando al tipo imbavagliato qualcosa che non poteva capire».
«Albanesi?»
«No no, gente del posto, napoletani. Della denuncia si occuparono poi gli amici di lunga data. Al ragazzo toccò incontrarli a Roma per spiegare loro, nel modo più contrito possibile, come andarono le cose e di che colore avevano gli occhi i criminali».
«Tanto questa gente non la prendi mai…»
«Ma dentro di sé il ragazzo non poteva dirsi realmente dispiaciuto. Se gli dispiaceva per qualcosa era soprattutto per sua moglie, che rimase scottata dagli avvenimenti per parecchio tempo. Dice che non si poteva nominare Napoli neanche per scherzo. Se al telegiornale parlavano di camorra o anche solo di Toni Servillo lei girava canale all’istante».
«Io se parlano di Toni Servillo giro comunque. Per principio».
«E che se chiedevano, il viaggio di nozze era andato benissimo, Capoverde? Un vero paradiso».

Giovanni Ceccanti

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