GATTINI™#1: ROBOTFETISHISM (1/2)

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI™

GATTINI™ è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde. Ogni venerdì, qui e su Facebook.
Vinicio Motta lo conoscete già, non ha bisogno di presentazioni (per le mosche bianche – e se vi chiamiamo così non è un caso – qui i motivi per cui è dentro Verde, qui e qui i lavori in corso).
Guido Galles è nato nel 1977. Ha conseguito la laurea in Matematica. Dopo anni di precariato si è trovato davanti a due alternative: proporsi come volontario per una spedizione in Antartide o partecipare a un bando per l’assegnazione di un posto da esumatore. Ha scelto quest’ultima e da allora lavora in un grande cimitero metropolitano, dove è addetto alla ricomposizione dei corpi inconsunti negli ossari e alla cremazione dei resti di estumulazione. Appassionato di arte macabra e di fantascienza, sostiene la necessità di una nuova Science Fiction, rivoluzionaria, robusta, turpe e sadiana.
DeadTamag0tchi è la artista in residenza di Verde e ha disegnato la copertina di GATTINI™.
Sergio Caruso è il nostro illustratore di settembre, suo è il disegno all’interno di Robotfetishism, la cosa più disgustosa che abbiamo mai pubblicato. Ed è solo la prima parte (la seconda la settimana prossima).
(È venerdì, rilassati! e allora?)

Prendi me per esempio. Sono un androide della vecchia scuola, ma pur sempre un efficiente rappresentante dell’ingegneria robotica. Nei momenti di maggiore incertezza computazionale, quando il rischio di un crash supera la soglia di sicurezza, entro in modalità stand-by, lasciando che siano i miei circuiti a parlare, soprattutto i meno sfruttati, secondo uno schema caotico altamente rigenerante. La catarsi è nella diffusione dell’incertezza, nella massimizzazione del difetto. I miei circuiti neanche si sognano di creare nuovi livelli di coscienza, addirittura posti oltre la stessa fisicità. Posso offrirti una dose di logoslime? Un omaggio della casa, per averci onorato con il tuo portafoglio.
Greg Centauro, magnaccia in pelle

1. Bibbia Sessonomica, filosofia tascabile e coito post mortem

NON DISPERDERE INVANO IL TUO SEME.
I miei vecchi me lo hanno ripetuto ossessivamente sin da quando ero un bambino. Con il passare del tempo, e in particolare giunto alla tanto agognata pubertà, il perfido assioma da ossessione è divenuto incubo.
Durante l’adolescenza certi insegnamenti proprio non vogliono andare via, e ti tocca aspettare anni migliori per poter sperare in una concreta redenzione.
Sono indelebili. Dannazione.
Ricordo che in casa avevamo una copia della Bibbia Sessonomica in ogni stanza del nostro piccolo appartamento nello Sprawl. Mio padre ne leggeva un passo prima di pranzo, ogni giorno: “Il destino degli uomini è scritto nel seme. La perpetrazione della specie è l’unica via per la salvezza. Moltiplicatevi, e avrete salva la vita. Sprecate il vostro seme, e la vostra anima verrà maledetta per sempre dal volere onnisciente, onnipresente e giusto del Sacro Genoma.” Con aggiunta personale: «Se ti becco addosso anche una sola pasticca di logoslime ti trovo un lavoro in fabbrica e ti taglio gli alimenti! Ora finisci la tua cena e ripensa alle parole del Papa Oscuro».

La famiglia, la scuola e l’ambiente sociale sono stati una rampa di lancio piuttosto difettosa.
Insegnamenti distruttivi da un lato, e per rincarare la dose, atrofia culturale dall’altro: televisione come cestino per i propri desideri sessuali repressi; internet come dispensatore di onnipotenza orgasmica. Le divinità del piccolo schermo sono state capaci di occupare frazioni cinetiche praticamente eterne sulla traballante linea dello spaziotempo. Si sono fissate su superficie neurale, per un’eternità indefinita, per un numero incalcolabile di morti al rallentatore: pausa, riavvolgimento, riproduzione, fino allo sfinimento, assecondando gli slanci di superbia spermatica che fluttuavano e che fluttuano nelle mie gonadi.
Ci sono dei momenti in cui penso di essere nato in un altro luogo, in una landa fatta di solo pensiero e decomposizione neurale.
Per qualche istante, non di più.
Solo un brevissimo spot per pubblicizzare una presa di coscienza altrimenti impossibile.
È durante quegli istanti di marcata disattenzione biologica che il messia del Sacro Genoma torna a sussurrarmi il suo insegnamento, ma senza esporsi, forse perché timido, forse perché muore dalla paura di bussare personalmente alla porta dei nostri appartamenti. PENSA QUEL CHE VUOI, COMUNQUE VADA, QUALUNQUE SARÁ LA TUA DECISIONE, IO PREVARRÒ, LA SETE DI SESSO PREVARRÁ.

Il libero arbitrio è il sottotitolo fake di un pornofilm recitato da un manipolo di vampiri siderali. Come spettatori di una messinscena priva di cast tecnico e sceneggiatura, brancoliamo nel buio più nero, annaspando come naufraghi in un oceano notturno.
E mentre noi tutti ci ritroviamo occupati a prenderci comodamente in giro sui vari significati della deriva esistenziale intrapresa dalla società moderna, nuove forme di vita silicee sorgono quotidianamente nelle Discariche Primordiali, evolvendosi ad un ritmo che mai è stato toccato dalla specie umana, così come da qualunque altra forma di vita biologica, e ben oltre i limiti previsti dai più coraggiosi teorici della Singolarità.
La motivazione è semplice.
Si tratta di organismi asessuati, perfettamente in linea con il nulla senziente che sottende la realtà materiale. Possono morire, o anche vivere in eterno. La decisione è nelle loro mani, o nei loro tentacoli, o in qualunque altra propaggine il buon Caos abbia loro donato.

Non c’è piacere più grande dell’immortalità naturale, di un codice genetico abituato alla quiete, e che è perennemente indeciso, impegnato com’è nella scelta tra un’immortalità divertente e un’immortalità noiosa. In entrambi casi ne esce vittorioso.
Noi invece siamo figli del Tempo, e del Tempo cerchiamo indefessamente di emulare la potenza perpetua che ne permette la prosecuzione. Ma la verità è che non siamo circuiti temporali, meccanismi autoricaricabili, come un telecomando o come un esemplare di Vibrasmaniacon 4000, il vibratore ricaricabile ad orgasmi.
Come spettri, il tempo possiamo solo emularlo, sommandoci ai nostri simili, unendoci a loro come larve affamate di muco pestilenziale: squallidi esserini condannati alla dipendenza da coito pneumatico. Eppure le nostre carni comprendono la pochezza dell’esistenza prima che lo faccia il nostro cervello. Probabilmente è per questo motivo – per questo divario subcoscienziale – che decadono, sin dalla più giovane età, spingendoci vigliaccamente a cercare e cercare ancora, invano, nuove forme di assuefazione cellulare, di divinizzazione in scatola. E mentre la mente si illude, il corpo si piega al suo volere. Il risultato è un conflitto fatto di aneurismi cerebrali, di trombi che intasano il progresso elettrico dell’anima.

Sì, in effetti credo nello spirito, anche se non ci sono mai uscito insieme. È piuttosto latente, e sessualmente è alquanto frustrato. Ma quando mi viene a far visita, beh, devo dire che sa come farmi a sentire a mio agio.
La verità – una delle tante – è che sono un geek dell’arte amatoria, un incastro imperfetto di desideri incostanti e moralità d’accatto.
IN CONTINUA DECELERAZIONE.
Per quanto poi la possibilità mi alletti, non sarò mai un suicida improvvisato, anche se ci penso continuamente, e forse un giorno, chissà, passerò alla pratica. Chissà.
Rimandare non è solo questione di pigrizia dialettica. È anche e soprattutto ipocrisia biologica, sottomissione inconsapevole al dogmatismo sessonomico: lo riconosco, lo disprezzo, ma continuo ad adorarlo, come se l’essergli servo fosse un gioco perverso di cui non posso fare a meno.
Il significato della sconfitta è tutto qui, disperso tra gli intrecci sanguinanti e prevedibili della realtà dei sensi. Basterebbe un attimo, un solo gesto, per trasformare tutto questo labirinto di significati in un senso compiuto, definitivo, puro, salvifico. Catartico? Perché no, sicuramente per niente umano.
Un gesto impossibile, o almeno che è stato impossibile finora, perché da stasera le cose muteranno radicalmente, come il mio nuovo corpo, ordinato clandestinamente su internet, e riempito con il mio cervello consunto, grazie alle abili mani di un chirurgo ucraino radiato dalla professione per crimini inconfessabili. Un bellissimo corpo, cresciuto in una vasca genetica da qualche parte in Cina, androgino, dotato di un pene, di una vagina, di un seno non troppo prosperoso, e di una bocca carnosa.
Questo è il giorno della mia rinascita. Carne fresca per una mente stanca.

La felicità è nella perpetrazione del genoma? È questo quello che il Papa Oscuro ha tentato di inocularmi nella testa sin quando succhiavo il latte dai turgidi capezzoli di mia madre? Bene, allora ti prenderò alla lettera bastardo di un fariseo capellone, capovolgendo il valore assiologico dei dogmi che professi con così tanto ardore.
Ripeterò i miei sbagli, dal primo all’ultimo, riavvolgerò il nastro magnetico della mia frivola esistenza, riproponendo in replica e amplificando tutti i miei peccati fino a provare disgusto e ribrezzo per la trasgressione stessa. Finché non giungerò alla putrefazione del simulacro di carne. Denuderò così le linee orgoniche del mio spirito, al quale tutti voi, preti oscuri, non avete mai avuto accesso.

Sono deceduto e pronto a varcare la porta di casa. Con una carta di credito opportunamente clonata, stasera attraverserò il fiume della morte terrena, per poterne poi attraversare un altro, simile, ma differente.
Ho deciso di sbudellare la trama di questo continuum sfruttando le lame infette della mia volontà, perfida e cancerosa.
La mia prima tortura… sono commosso. Davvero.

2. L’Amore al Tempo dei Quanti

Greg Centauro è un magnaccia in pelle, un cyborg con licenza criminale per lo smercio del sesso, umano e non. Appartiene alla seconda generazione degli Androidi Specializzati.
È il residuo di una tecnologia ormai sepolta nel passato, praticamente merda secca. Al tempo dei bordelli legalizzati dov’essere certamente stato uno dei migliori.
Il club di Centauro è attualmente uno dei più frequentati nella parte periferica ovest di Nuova Berlino. Forse è secondo solo al Fly-Cat.
I marciapiedi del quartiere a luci rosse sono estremamente pericolosi, un intricato dedalo di rapinatori improvvisati e tossicodipendenti desiderosi di fare nuove conoscenze.
Sono in cerca del locale di Centauro da non più di trenta minuti e sono già stato avvicinato da quattro tossici affetti da inquietanti spasmi muscolari, incapaci di mantenere la posizione eretta per più di trenta secondi e impegnati nel penoso tentativo di procacciare spiccioli ai passanti indifferenti.
La mafia russa governa de facto la zona.
Eppure finora non ho visto nemmeno un affiliato della criminalità sovietica. Un governo ombra a tutti gli effetti. Ma sono convinto che se solo tentassi da fare il furbo – per esempio stuprare una puttana in via gratuita – vedrei sbucare dal nulla orde di ex-spie governative infuriate, armate fino ai denti con manganelli stordenti e capaci di applicare alla lettera ogni più segreta tecnica del Systema – le tradizionali arti marziali russe – e potenziati con innesti cibernetici che non si trovano su nessuno dei cataloghi ufficiali disponibili in rete.

L’AMORE AL TEMPO DEI QUANTI.
È questo il nome del club di proprietà del pappa Greg Centauro. Romantico, non c’è che dire.
Scopate, fregandovene del paradigma olografico. Centauro docet.
L’insegna al neon sprizza luminosità ad alto contenuto narcotizzante: leggibile e pienamente comprensibile, ma a lungo andare piuttosto logorante per la retina. Inalo un piccolo quantitativo di metapopper, cercando disperatamente di non crollare sotto i colpi imprevedibili di quello che sarebbe certamente un attacco epilettico fuori programma.
Distolgo lo sguardo e sputo per terra. La saliva è limpida come acqua sintetizzata in laboratorio. Le rane di quella palude morente che è la mia coscienza sguazzano ora nel mio rinnovato Spirito Santo. Il Messia Oscuro è sul ciglio di un canyon marziano, e osserva le tossine sprigionate dal metapopper permeare il mio organismo. Ora va meglio.
Il marciapiede è la mia tomba elettrica. Accesa spenta, accesa spenta.
Meglio che entri, e che la smetta di fissarmi le tette e di desiderarle più di quanto non desideri una dose di logoslime. Ho proprio delle tette fantastiche. Ma non sono qui per questo, non esclusivamente per questo; più in là avrò tempo per ammirare il mio bellissimo corpo.
Sono qui per sfottere, per scoparmi l’impossibile al ritmo dei quanti.
Ed è quello che farò.

Ehi gorilla, fammi passare. Non vedi che i miei capezzoli fremono dalla voglia di venire succhiati come se fossero gli ultimi capezzoli sulla faccia di questo lercio pianeta?

Le pareti sono quasi interamente ricoperte da schermi televisivi al plasma. E tutti trasmettono la stessa cosa. Un medley confuso di frammenti di film provenienti dal lontano ventesimo secolo. Per la maggior parte si tratta di spezzoni incomprensibili, immagini distorte, confuse, bruciate dal marasma entropico che ha caratterizzato il recente passato, ciò che per i primi esploratori dei segreti della quantistica appariva come un interessante quanto variegato sistema di leggi immutabili e innocua casualità.
Impazzisco per il cinema del ventesimo secolo, soprattutto per il genere spionistico. Impugno due pasticche di logoslime, voglio scoparmi in diretta televisiva il culetto atletico della spia Ethan Hunt. Arrampicarmi sui suoi muscoli elastici e perfetti, per attraversare con agilità condutture claustrofobiche e tunnel fognari tappezzati di escrementi e cadaveri di ogni genere.
Nel locale decine di donne seminude si muovono sinuose tra i divani, in cerca di validi clienti da soddisfare.
È il momento, non voglio più aspettare. Ingoio le pasticche di logoslime.
Ma la gola è secca. Fatico a digerirle. Afferro per il braccio una ballerina, la prima che mi capita di incontrare. Le sue labbra sono sottili ma taglienti come un rasoio; la pelle è liscia e in apparenza naturale. La stringo a me, e la bacio, non capendo quale lingua stia succhiando l’altra. Ingoio avidamente la sua saliva, facilitando così la discesa delle pasticche di logoslime.

La mia vagina è letteralmente affogata nell’umor sexualis. Non resisto. La puttana mi tiene stretta a sé, cingendomi i fianchi con la presa ferma del suo braccio. Guida i miei movimenti verso la zona del locale riservata ai clienti privilegiati… senza nemmeno avere il tempo di pensare, sono nudo e la puttana è sotto di me… Mordo famelicamente il suo clitoride. Succhio i suoi capezzoli fino ad esaurirne gli umori elettrici… Assicuro il suo culetto contro gli infortuni ematici che potrebbe causarle il mio cazzo pulsante… I piercing sulla sua lingua sono pura estasi metallica. Locuste dotate di falli giganteschi si riproducono all’ombra della sua pettinatura postmoderna. Il mio pene nelle sue narici dilatate… Sono in Costa Rica per oppormi all’editto dei Preti Oscuri senza carne né pesce… Vomito coscienza sui suoi seni candidi. Succhia convulsivante il mio sesso… Dimmi, sei qui per dissetare gli infanti di mezzo mondo? Sei un incanto di donna… ma sono già stufo di te.
Lascio scivolare giù per la gola altre due pasticche di logoslime. Un altro biglietto di sola andata per una scopata ai limiti del proiettore olografico. Sto arrivando mio divino scassinatore di sistemi informatici, sto arrivando.

Ho come l’impressione che una nuova singolarità stia nascendo nelle carni, in ogni sezione molecolare del mio organismo biologico. Che la chimica stessa sia un confuso sistema di leggi sulla Singolarità, il blando tentativo di una volontà ubriaca che stupidamente aspira all’organizzazione dell’intero pattern spaziotemporale.
Senza più alcuna cognizione del tempo, mi ritrovo in un’altra stanza, e mi osservo – eccitato – mentre mi scopo una “ballerina” con in testa una cresta verde fosforescente. I suoi occhi, neri e profondi – vere anticamere solstiziali per l’Abisso – resuscitano i resti ibernati delle mie più recondite fantasie sessuali. L’odore che il suo corpo emana è qualcosa di unico.
Riesce a farmi sentire un tutt’uno con la sua carica erotica.
Penetro la sua vagina come se fosse un giocattolo di plastica da quattro soldi. La sento ansimare, tremare per la potenza pompante del mio fallo.
Mentre con la punta del mio glande le solletico il fondo del suo bagnatissimo organo sessuale, il mio sguardo si fissa su uno dei tanti maxischermi affissi nel locale.

VEDO l’iperspazio squarciarsi, e rivelare formule geometriche appartenenti ad altri mondi. Un elenco frattale di nuovi universi si dischiude, e i portali per una stabilità che conduce all’universo postumano si spalancano: è un serpente che mi avvolge e che inietta sotto pelle il suo veleno medicamentoso, mantenendomi vivo, più di quanto non lo sia mai stato finora… DIVENTO un hacker frustrato per via di una lista interminabile di notti insonni. Fisso imbambolato la tastiera consumata del mio personal computer quantistico. Il bordo dello schermo è inanellato da un numero imprecisato di promemoria adesivi, tra loro sovrapposti, alcuni solo parzialmente leggibili. Su ciascuno di essi una manifestazione spontanea delle mie fantasie represse, sepolte da non so quanto sotto tonnellate di merda memetica. Un fallout allucinatorio sommerge ogni mio singolo recettore sinaptico: lo split screen… i pompini elettrici… le natiche danzanti di una spogliarellista di plastica… le toilette umide di un sex shop… un bikini insanguinato… i piani-sequenza erotici… la vestaglia stracciata di Emmanuelle Béart… una manciata di palline di metallo… la vaselina urticante… l’esplosione accidentale di un treno a lievitazione… le lingue biforcute di due giovani adolescenti… un luna park abbandonato… la copula di una lucertola con la coda mozzata… il rigetto di un trapianto metallorganico… le dita lubrificate di un ginecologo robot… la minestra catodica… i piaceri arcani di un sacrificio umano… quella villa sulla collina… il pene chilometrico di un dinosauro… l’eruzione dispettosa di un vulcano addormentato da secoli… il montaggio accomodante di un film porno… la rabbia biologica che segue l’orgasmo… i coiti rubati… una vetrina di robo-pin-up eccitate…

La forza cinetica della spirale coscienziale è violenta, e mi attraversa con irruenza. Ma le componenti organiche rappresentano un limite invalicabile, e ne frenano la cavalcata. Finché avrò motivi per definirmi umano, non potrò godermi a pieno il valore orgonico del processo di decomposizione che mi si prospetta in questi istanti di intensa mercificazione sessonomica.
La puttana dice di chiamarsi Annj Goren. Ciao Annj Goren.
Il mio sperma inonda le sue belle natiche, sode e scivolose per il troppo sudore. Poi, come rapito da una rabbia che mai ho sentito di avere, mi sollevo in piedi sul divano e le tiro un calcio nelle reni.
Piange, continuando a penetrarsi con le dita. Ne vuole ancora, oh come la capisco.
Ho il fiatone.
Il tremore delle mie carni è il sintomo di una veglia che da giorni sfinisce la mente e il corpo, e che nella mia sofferenza sembra infine aver trovato alimento per la sua sopravvivenza.
Finora ho vissuto, ma seguendo un flusso elettrico a bassa tensione; ho sognato, più di quanto mi sarei dovuto permettere. Allo stesso modo, avendo sguazzato infelice nella mediocrità più nera, ora ho bisogno di concedermi interamente al fiume catramoso della libidine.
La valle onirica è sempre stata un degno avamposto per l’avanzata dei miei intenti di trascendenza postumana. L’energia sprigionata dal conflitto dei mondi si è sempre rivelata insostituibile, per potere camaleontico ed evolutivo. In una sola parola: immensa.
Ma ora voglio solo prostituirmi al volere metafisico del flusso disincarnato, con TUTTO me stesso.
Distruggere, disintegrare, disarcionare i cavalieri oscuri della superbia molecolare dai loro destrieri infuocati, e sottometterli ad una volontà che non ha nulla da perdere, se non dello squallido denaro.

Annj Goren è sdraiata sulle mie gambe, con la testa incastrata tra le cosce.
Bacia le mie grandi labbra, stuzzicando l’antro incandescente della mia vagina con la punta scherzosa della sua lingua.
Solleva il capo, per poi dischiudere le labbra umide e sensuali. Tra i denti stringe una pasticca. La bacio, succhiando avidamente quel piccolo pisello magico.
Il panorama coscienziale assume la forma elegiaca di una litania solipsistica, un panetto polimerico ripieno di costosissimo logoslime non tagliato e metapopper rimediato sottobanco da un macellaio coreano: un distributore a gettoni di saggezza e depressione, di rigetto anti-omeostatico e delirio preventivo.
Insert coin, per poi lasciarsi andare.
Carne alla mente e morte alla carne. In un circolo che non avrà fine, dovessero collassare i miei organi interni. Dovesse finire lo sperma nei miei testicoli cresciuti in vasca.
Un coro apocalittico prorompe dalle pareti insonorizzate, amplificando il bagliore delle luci al neon. L’essenza del mio essere ne rimane ammorbata, rapita, infettata. Mi sono trasformato nella prosecuzione innaturale di un meccanismo inconsapevolmente vivo.
Calibro il timone principale. Imposto le coordinate di navigazione. Verifico i parametri di allineamento siderale. Avvio i motori centrali. LIBERO IL RAZZO.

La pelle ricoperta di sperma bollente e liquido vaginale.
Le sinapsi in orbita attorno al nucleo in disfacimento della coscienza.
L’ULTIMO VIAGGIO DI UN GIUDA ELETTRICO.

Ma tra queste pareti ormai mi sento una celebrità, e devo quindi assolutamente cambiare aria. I miei quindici minuti sono appena cominciati, e non sarebbe educato sprecarli interamente nella bettola – seppure di classe – del pappa Greg Centauro.
Passo dalla cassa e lascio il locale. Ho ancora molta strada da fare.
Le vie della decomposizione sono infinite. E stasera non voglio lasciarmene sfuggire nemmeno una.

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Sergio Caruso, Senza titolo

3. L’inferno del Fly-Cat

In quella che un tempo era una città chiamata Berlino, e ora soltanto un anonimo raggruppamento suburbano di un’Eurasia degradata, nulla può eguagliare l’estremo Tempio della Perversione per ricchezza di pratiche aberranti. L’insegna del Fly-Cat è un gatto dagli occhi di insetto, reso bioluminescente da una colonia di minuscoli pesciolini nei cui cromosomi sono state inserite sequenze di origine aliena.
Un gruppo di teppisti si è radunato vicino all’ingresso, sfoggiando simboli esoterici ormai incomprensibili: cheloidi a forma di svastica sulle braccia, colorati di brillante nero seppia tramite l’iniezione di particelle di pigmento metallorganico veicolate da miriadi di microscopici aghi ipodermici. Si esprimono in uno slang incomprensibile, denso di parole derivate dall’aspra lingua parlata in quella regione prima dell’Osmosi Pangenetica Globale.
Cercano di abbordarmi. Non degno di un solo sguardo simili epigoni della degenerata ed arcaica subumanità del remoto XXI secolo. Faccio finta di nulla ed entro nel locale. Non sono certo capaci di nuocermi, perché i loro stomaci sono zeppi fino a scoppiare di birra adulterata, e non pochi di loro scaricano l’orina nei pantaloni con la massima naturalezza.
Varco la soglia, consapevole per empatia di aver oltrepassato un punto di non ritorno.

Come nella più affermata tradizione, le luci del locale sono studiate in modo tale da permettere a coloro che si trovano all’interno di osservare i nuovi venuti, mentre chi entra non può evitare di finire abbagliato. C’è qualcosa di impuro nei bagliori emanati dalle lampade al plasma, come se una remota potenza perversa di un altro universo vi avesse insinuato un tracciante tenebroso.
Quella fauna mi fissa, sembra non avere occhi che per me, riconoscendo in me la manifestazione dell’Ermafrodita Primigenio. Nessuno resiste al mio fascino androgino, perché già al primo sguardo vedono in me la massima rappresentazione dell’eros. Attributi di entrambi i sessi, fusi armoniosamente come il mantello del Demiurgo dell’Eros sulla scarna struttura ereditata per via riproduttiva.
Le mie pupille si abituano presto alla semioscurità, vinco il gradiente fotonico che inibisce i miei nervi ottici. Il panorama che si disvela ai miei sensi sovraccarichi mi dà repulsione ed esaltazione al contempo. Mi sembra di fissare negli occhi una vedova nera scaturita dagli abissi siderali con l’aiuto di un’aggressiva molecola psicotropa in grado di cingere i neuroni nell’abbraccio di un Nulla erotico.

La coltre di orgone degenerato mi aggredisce come un bagno turco, un vapore rovente che sembra tingere l’aria di tutte le sfumature dell’irrespirabile. La caligine lattiginosa si irradia dalle lampade al plasma nero, venata di una psichedelia plumbea che sovraccarica i nervi ottici. Nemmeno i miei occhi geneticamente modificati e innestati di microchip omeostatici sono in grado di sopportare a lungo questi contrasti violenti. Non mi resta che cedere all’ipnosi…

Non riesco a capacitarmi della varietà di molecole psicotrope che permeano l’aria: il cupo sentore del metapopper lascia la sua scia di solvente neurolettico in ogni recondito angolo di quel teatrino di facile lussuria biomeccanica. Ai composti organici volatili che costituiscono il corpo di queste scie di alterazione, si sommano molecole più complesse, esiziali mezzi capaci di trasportare fino agli estremi confini dell’esperienza Pre-Morte.
Incontrastate padrone della scena sono due donne fatali ben note in tutto quel distretto: Black Kitten e Firelady.

La letale Black Kitten sembra una ragazzina che ha da poco compiuto la maggior età, ma in realtà ha visto più cicli solari di quanti si possa immaginare a prima vista. È un innaturale bonsai tenuto giovane dalle arti dell’ingegneria genetica più spregiudicata. Per mantenere la perfezione della sua pelle molti umani sono clonati in vasche procreative, abbattuti e trasformati in densi estratti vitalizzanti. Iniezioni di correttori genetici mantengono il tono del derma meglio di qualsiasi tossina transbotulinica. I suoi capelli neri la rendono simile a un’icona dell’antichità, Betty Page. Un tatuaggio a forma di picca sulla sua mano destra colpisce subito l’attenzione, come quello strano giglio sulla sua schiena nuda. Ha gli occhi verdi cangianti, proprio come quelli di uno spietato felino. Corrono voci che sia coinvolta nella produzione di snuff di una truculenza senza limiti.

Firelady è alta e snella, ha seni appena abbozzati e il corpo trasformato in un’opera di body art. Disegni di fuoco e di nero baratro tracciano fiamme rosse, nere e blu su gran parte del suo corpo generosamente esibito. I suoi vestiti attillati sono in pelle di squalo sintetico, fatti crescere su un tappeto di collagene studiato in modo da stimolare con la sua frizione i recettori erogeni sparsi sull’intera estensione della cute. Una striscia di cuoio a mo’ di tanga costituisce la giunzione inferiore dell’abito, una striscia indurita che perennemente eccita il clitoride inanellato da svariati piercing e la corona perianale della donna.

Sono distratto per un attimo da alcuni ermafroditi come me, appartati nei recessi più ombrosi del locale, al limite della sala da ballo. Scambiano effusioni con ricchissimi clienti in grado di pagare cifre esorbitanti anche solo per un tocco fugace. La mercificazione della sessualità è totale, mi ritrovo in un universo in cui gli insegnamenti che ho ricevuto sembrano più lontani di qualche culto della fertilità della preistoria neolitica. Non ho visioni chiare di quanto accade, ogni immagine mi giunge spezzata dai flash delle luci di un feroce color rubino, fari che fendono la quiete retinica sfregiandola con cicatrici istantanee riverberanti come sagome di uccelli bluastri persi nel niente. Scorgo un uomo grasso che insinua languidamente la lingua in bocca a un androgino biondo, poi si abbassa millimetro per millimetro sul suo lascivo corpo nudo, deponendo fugaci e disperati baci su ogni particolare di tanta leggiadria.

All’improvviso qualcosa cambia. Suoni striduli emanano da migliaia di minuscoli altoparlanti subliminali, creando l’illusione di un cacofonico concerto mentale. Le luci si fanno più violente, stracciano i recessi che colpiscono, giocano come boomerang senzienti, sfrecciano tra le retine stremate di quella folla di larve umanoidi. La ragione di tanto agitarsi è subito manifesta…

Un osceno meccanismo robotico troneggia in mezzo al salone illuminato da fioche luci dai riflessi sanguigni. Alcuni scrittori dell’antichità lo avrebbero chiamato Phallic Pudendoll. L’escrescenza virile è fatta di carne sintetica cresciuta con cura in vasche di clonazione. Più grande di un braccio maschile, è perennemente inturgidita dagli stessi comandi della sua perversa programmazione, tramite un constraint che impedisce il deflusso del sangue sintetico dai corpi cavernosi contratti e dotati di scarico dell’acido lattico. Vene gigantesche pulsano su tutta la lunghezza di quell’asta-fungo, innervandone ogni dettaglio. Escrescenze coriacee circondano il solco del balano, studiate come ampallang per una stimolazione erotica estrema. Ogni copula con quello strumento è come un fisting, un’intrusione in cui l’ospite viene invaso fino allo sfinimento nell’anima oltre che nel carapace biologico. Si dice che i maestri fistatori più esperti possano sfiorare per qualche nanosecondo il cuore della persona che penetrano, in un atto chiamato “carezza della farfalla”. Si dice che sappiano farsi strada nelle viscere senza lederle…

Sono sconvolto a quella vista, come un figlio che sorprende i genitori partecipare a un’orgia sfrenata. Non mi sento pronto per unirmi a una simile parusia. Eppure qualcosa mi spinge, una forza misteriosa mi vuole gettare nell’abbraccio di quel lubrico copulatore…
Un cocktail delle più svariate sostanza fluisce nel mio sangue trasformandolo in un vettore tossico, inducendo un’atmosfera di esaltazione indipendente dalla mia volontà.

Con gli occhi strabuzzati, fisso Firelady mentre esegue una danza sensuale intorno all’automa, strusciando il simulacro fallico su ogni parte del suo corpo. Lo stimola nei modi più morbosi. Scende per dargli lievi baci, carezze impercettibili, eccitandolo per negarsi subito dopo. All’improvviso si strappa le vesti, con la mano accompagna l’immenso priapo rubizzo e lo guida centimetro per centimetro nella propria vagina. Il pubblico batte le mani ritmicamente, lanciandosi in urla di giubilo. La donna tatuata ancheggia, poi si ritrae, estraendo l’intrusore dal suo ventre. Si gira, mostra lo sfintere lubrificato con polimeri acquosi e invita il fallo a una nuova penetrazione. Il glande si insinua lentamente nel retto. Vene contro vene, flussi sanguigni naturali e artificiali che si intrecciano in una danza di frizioni il cui esito non può che essere orgasmico. Il clitoride di lei, schiacciato dalla mole del suo amante, va in sovraccarico e si rilascia in una catena di esplosioni voluttuose.

La volontà programmata del robot vorrebbe soddisfare i suoi recettori abbandonandosi a sua volta in un delizioso culmine all’interno del corpo della sua padrona, ma lei non glielo permette. Si tira indietro, afferra il fusto carnoso con le esili quanto forti mani e lo stringe premendo sull’uretra turgida. Agita il fallo finché questo non sopporta più la tensione ed erutta copiosi getti di caldo simil-sperma. Il liquido biancastro, denso e tiepido, esplode sulle membra dipinte di Firelady, facendone una maschera grondante di coaguli. Ora che guardo bene, noto un innesto craniale sporgere dalla sua chioma bruna, come un minuscolo corno rosso vivo…

Eccitato dall’amplesso biomeccanico, ecco un relitto umano che si avvicina strisciando e implora Firelady affinché gli permetta di leccare il finto seme dal suo corpo e lo calpesti sotto i suoi tacchi a spillo. Arriva Black Kitten che lo prende a calci fino a rompergli un paio di costole.
Lo spettacolo di ultraviolenza presto mi annoia. Noto una donna bellissima, longilinea, che mi guarda con insistenza. Ha la pelle lattea, gli occhi a mandorla e la chioma di un color rosso fiamma, seni meravigliosi. Mi fa la linguetta e si avvicina. Sento i suoi feromoni spandersi nell’aria ammorbata, una scia di lussuria che penetra le mie narici fino a sovraeccitare la pituitaria con scosse di fantasie, promesse di una delizia inarrivabile.

«Mi chiamo Lizzie», mi sussurra all’orecchio con voce di velluto, «voglio essere il tuo pupazzo di carne per questa notte…»
È uno splendido essere, e il suo potere seduttivo vince ogni mia inibizione residua. Si spoglia davanti a tutti, mettendo in mostra i suoi genitali ermafroditi. Il suo fallo è molto più lungo e robusto del mio, e svetta arcuato verso di me. I suoi nervi lo fanno rizzare in modo ritmico con brevi tremiti, come se bramasse il contatto con il mio corpo. Non resisto. Vedo una goccia di liquido trasparente gemere dal meato dell’uretra. Mi inginocchio senza dire altro e gli faccio un pompino. Poso le labbra su quel grosso glande e lo metto in bocca, lo succhio in modo languido. Sento i suoi gemiti.
«Voglio penetrarti», gemo in preda a un’eccitazione incontrollabile. Lizzie si siede su una sedia da coito posta ai margini della parete più in ombra del locale. È molto di più di un semplice luogo in cui riposarsi tra una danza e l’altra. La sua sagoma in metacrilato polimero metallorganico somiglia alla proiezione bidimensionale di una mantide religiosa nera in uno spazio non euclideo accartocciato. Al centro c’è anche un buco che non ha solo la funzione di rendere più stabile la superficie d’appoggio, ma serve anche all’occorrenza per la realizzazione di fantasie scat, come una toilette portatile. L’androgino rossochiomato si adagia sul sedile, che modifica in modo automatico la sua forma per adattarsi meglio alla situazione. Apre le gambe, e io premo la punta del mio fallo sull’orifizio anale, trascurando la vulva. Il suo organo maschile è duro come il marmo, e punta verso l’alto come un obelisco. Mi lubrifico ed entro.

La notte prosegue nell’ebbrezza, tra un culmine orgasmico e l’altro. Sfiniti e incapaci di nuove erezioni, uno strano torpore assale entrambi. È evidente che ho abusato di troppe sostanze. Gli effluvi di metapopper si sono sommati al logoslime e alla ketamina creando un cocktail micidiale che mi tiene in ostaggio.

Vedo Black Kitten che si avvicina sorridendo. Percepisco me stesso come il personaggio non giocante di un sogno privo di un corrispondente reale, un rigurgito dei veleni sintetici capace di trasformare la vita in un incubo. Non sono così sicuro che tutto questo sia vero.
Vedo le immagini di Lizzie e Black Kitten che mi legano a una sottile croce di Sant’Andrea, uno strumento di tortura mobile che può essere girato a piacimento tramite un argano. Mi vedo come dall’esterno, come se la mia anima fosse appollaiata sul soffitto del locale e guardasse giù il corpo tormentato.
Vedo le mie ossa spezzate una ad una e fatte schizzare fuori dalla pelle. Vedo aghi che penetrano nei miei organi vitali facendo sgorgare chiara linfa dai buchi. Tramite le macchine del dolore, mi vengono inflitte spaventose ferite. Le mie aguzzine mi orinano e defecano addosso, seguite da una moltitudine di uomini, donne ed ermafroditi del locale. Il mio volto è una maschera di sterco. So che sto per morire e che la mia agonia filmata diventerà uno snuff.
A questo punto la croce a cui sono avvinto gira. Un meccanismo robotico comincia a penetrarmi. A differenza del robot che ha posseduto Firelady, questo non ha un fallo di simil-carne coltivata, ma un intrusore puramente metallico e privo di sensori. È un semplice sottile strumento di impalazione che mi entra dentro facendosi strada tra gli intestini.

La mia anima separata si schiaccia contro il soffitto e soffre atrocemente, mentre quell’aggeggio raggiunge lo stomaco, percorre l’esofago ed emerge dalla bocca.
Lo svenimento mi investe implacabile.

CONTINUA venerdì prossimo

Guido Galles e Vinicio Motta

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2 thoughts on “GATTINI™#1: ROBOTFETISHISM (1/2)

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