L.Y.R.A. – L’UTILITÀ DEI TERRESTRI

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Sergio Caruso, Senza titolo

Fin qui abbiamo quasi sempre letto i racconti di Andrea Frau in una ormai innominabile rubrica  formerly known as Venerdì Qualcosa. Le cose finalmente hanno preso un’altra piega e l’onda lunghissima del riflusso post 29 luglio ha investito Andrea in maniera preoccupante ma non seria: lo dimostra L.Y.R.A. – L’utilità dei terrestri, un racconto che – dice – “voleva essere un Bradbury-Vonnegut ma con aggiunte demenziali e comiche. Sul lato demenziale come sempre non ho avuto problemi.” Quanto al resto, l‘illustrazione è di Sergio Caruso.

Laq;ua stava pescando feti umani nel lago nero salmastro con le sue esche di pop corn. Quando ne pescò una buona quantità si sedette in riva a succhiarli gettando le lische a terra. Il clima solitamente era afoso, arido e regnava l’oscurità. Nel pianeta ognuno viveva nelle proprie navicelle super accessoriate di tutto, tranne che del motore o del combustibile. In pratica il pianeta era un enorme campo caravan ma al posto delle roulotte c’erano parcheggiate le astronavi.

L’aspetto di Laq;ua era identico ai suoi simili: alta un metro e cinquanta, color malva ma cangiante in base all’umidità, minuscole proboscidi per tutto il corpo dalle quali respirava, inspirava nichel ed espirava coltan, in caso di paura o luce abbagliante diventava nera e piatta come una tavola, s’alimentava d’una sorta d’inchiostro che secerneva autonomamente, aveva svariati occhi bui come stelle morte, orecchie, e nasi per tutta la superficie corporea, era un essere ermafrodita, escrescenze ruvide situate nel centro aureo del corpo costituivano la zona erogena, queste verruchette, in caso di potente eccitazione, scomparivano. Come tutti i suoi simili si riproduceva per scissione multipla. Tutti indossavano abiti da sposa logori trovati chissà dove e si trascinavano su skateboard rudimentali. Ognuno aveva almeno mille anni, la morte fisica era stata sconfitta impiantando ricordi ed esperienze su altri involucri. Stando a delle pitture rupestri vecchie di secoli, la prima versione fisica ricordava orribilmente le fattezze tipiche degli umani, ma ora s’erano evoluti a una forma più utile e funzionale.

Laq;ua collaudava giochi per bambini, ne testava le qualità di intrattenimento e la sicurezza.
Ora giochicchiava con un prisma nero opaco. L’aggeggio se premuto alla tempia proiettava un ologramma della persona più amata che moriva tra atroci sofferenze e urlava Perché non mi aiuti? non abbandonarmi!, deodorava l’ambiente con fragranze estinte di mandorla e vaniglia e se agitato si trasformava in yo-yo. Provò a incendiarlo, uno dei suoi occhi cadde: ottimo, i bambini amano i colpi di scena! E poi oggi vanno di moda solo trentuno occhi. Il materiale disciolto aveva un pessimo sapore e le gocce corrodevano il terreno. Laq;ua si asciugò le lacrime e scrisse una relazione dettagliata sull’esperienza vissuta mettendo il gioco nella colonna dei forse.

Yal(a trafficava indigeni umani per circhi, laboratori e scuole. Era l’unico essere totalmente bianco: s’era scorticata e tatuata con quel colore candido tipico del clima mite e temperato che nessuno aveva mai percepito. Stava guardando la navicella autopulirsi, persa tra i rombi delle spazzole e tra le nuvole di pulviscolo che pubblicizzavano la scritta di un nuovo detersivo, quando si rese conto di aver sbagliato un ordine. Aveva consegnato uno stock di umani infettati di morbillo alla scuola. Ora gli scolari rischiavano l’infezione. Si smaterializzò con la sua arma per poi rimaterializzarsi nell’edificio. Le girava un po’ la testa, ci volle qualche minuto per riprendersi; quel modo di viaggiare non era indicato per tragitti troppo lunghi. Da dietro il vetro vide che l’ora di biologia era iniziata e gli alunni stavano già sezionando gli umani. Uno rideva fingendo di praticare il voodoo all’insegnante, altri trafiggevano con spilloni i corpi e ne catalogavano gli organi interni diligentemente. Yal(a sentì tossire, vide gli occhi rossi dei piccoli, i pois violacei nella fronte, quando uno vomitò sul banco capì che non c’era più niente da fare; diede loro le spalle e chiamò la squadra bonifica. Mentre si imbarcava sentì l’esplosione: problema risolto, epidemia scongiurata.

Ròvinu era un santone, capo di una setta, sosteneva di curare il cancro con il sesso orale. Da anni si alimentava solo delle sue deiezioni, propagandava un’autarchia totale e l’auto-sufficienza emotiva. In passato aveva lavorato nel porno con animali. Era il deus ex machina del set: regista, fluffer e controfigura.
Un giorno mentre praticava una fellatio a un pachiderma aveva ricevuto l’illuminazione: perché non far soldi fottendo la gente, ma mentalmente? Ai suoi discepoli raccontò che la sua lingua inchiostrata s’era mossa autonomamente come in una tavola ouija e, sotto dettatura della divinità, aveva scritto sul membro animale i principi fondamentali del nuovo credo. L’entità era stata chiara: gli animali non vanno in paradiso e non s’accettano rimborsi.

Asbot’t aveva sembianze paurosamente umane; da piccolo era sempre stato emarginato per le sue orribili menomazioni: aveva solo due occhi, due orecchie e perdio, solo un naso! Non era stato gettato in un cratere solo grazie al suo pollice opponibile. Quell’assurda caratteristica gli permetteva di avere una presa forte e sicura. Per un po’ aveva lavorato come strangolatore di masturbatori seriali desiderosi di amplificare il piacere, aveva lanciato i neonati malformati nel vulcano ed era stato l’unico ginnasta artistico del pianeta. A salvarlo dalla condanna fu la scoperta di un antico utensile chiamato dildo. Questo strano oggetto dall’oscura funzione ora veniva usato per correggere i comportamenti devianti dei piccoli, prima della trasformazione. Così Asbot’t fu il correttore ufficiale dei bambini del pianeta. Oltre il pollice opponibile l’essere aveva una totale mancanza di sensibilità o quella che anticamente veniva detta coscienza. Non aveva provato rimorso nel gettare gli informi nel vulcano, figuriamoci nel percuotere esseri di ridotte dimensioni a scopo educativo. Asbot’t da qualche giorno diceva frasi sconnesse, come se ci fosse un’interferenza radio nel suo unico cervello. Quelle parole parevano provenire da luoghi non identificabili nello spazio e nel tempo. A volte esclamava: «L’Arciduca Francesco Ferdinando è stato ucciso!» «Ha toccato, ha toccato il suolo lunare!» Oppure: «Gol di Recoba! Incredibile gol all’esordio!» La gente faceva finta di nulla, d’altronde non era la sua maggior stranezza e lui non se ne preoccupava.

I quattro erano tra gli ultimi ostinati del pianeta ad aver ancora un corpo. La quasi totalità della popolazione s’era emancipata allo stato gassoso; dopo il decimo anno d’età, ostinarsi ad avere una forma, un involucro opprimente, era considerato quanto di più rozzo, primitivo e volgare. Ci fu una campagna propagandistica politica-religiosa implacabile lunga un secolo che non trovò grande opposizione. Sembrò una risposta semplice, panacea a portata di mano, a una domanda complessa.

Una società di esplorazione spaziale in fallimento li aveva scelti per una delle sue ultime missioni. Sarebbero stati lautamente retribuiti, avrebbero potuto aggiungere altri comfort per le loro navicelle. Lo scopo del viaggio consisteva nel trovare una qualche specie solida, che non fosse gassosa o nebulizzata. L’universo s’era omologato allo stato di pulviscolo? S’erano tutti volatilizzati, vaporizzati? Avevano rinunciato alla corporeità per sempre, alle malattie, al dolore, alla pubertà, all’amore, alla fatica, alla gioia, al sudore, al sangue, all’orgasmo e alle varie deiezioni? E soprattutto: i gassosi erano sopravvissuti davvero alla trasformazione? Nessuno poteva dirlo. Magari s’erano estinti. E loro erano gli ultimi esseri viventi rimasti.

Si imbarcarono con l’astronave L.Y.R.A. Le tappe dell’esplorazione erano programmate dall’azienda. Gli esploratori avevano il compito di redigere un rapporto sui compagni di viaggio e sulla missione e comunicarlo telepaticamente alla base.

La;qua fu scelta per studiare gli eventuali oggetti d’evasione, l’industria dello spettacolo e culturale del pianeta.
Yal(a avrebbe dovuto riportare fedelmente le caratteristiche fisiche degli indigeni e rapirne dei campioni per dei test.
Ròvinu aveva il compito di scrivere un report sui costumi sessuali e religiosi.
Asbot’t aveva il pollice.

Durante il viaggio nessuno parlò. Alla prima tappa mancava ancora tanto. Pochi istanti dopo dal tettuccio della navicella fuoriuscì un gas soporifero: tre di loro persero i sensi. Asbot’t disse: «Bello il tatuaggio di Zamorano. Ah, è la tua ragazza scusa», poi diede due colpi al portellone che s’aprì. Nebulose azzurre fluttuanti trascinarono via i tre. Ottimo lavoro Asbot’t, comunicarono telepaticamente. In cambio dei suoi servigi Asbot’t potè scegliere un nuovo corpo meno repellente, meno umano.

Oggi, a 91 anni, è morto a Los Angeles Ray Bradbury, urlò Asbot’t. Le sfere gassose fecero finta di nulla e pensarono: Ne mancano solo altri tredici e poi l’universo sarà depurato.

Asbot’t guardava il cielo, le nuvole promettevano pioggia. Quand’era piccolo tentava di far previsioni meteo, si divertiva a gareggiare col nonno; se indovinava la previsione il nonno lo portava con sé a pesca. Domani pioveranno lapilli e lava, il cielo si squarcerà e nostro Signore premierà i giusti e punirà gli empi…azzardava il nonno. Probabilmente il vegliardo perdeva di proposito: per lui era un piacere pescare col nipote.
Sorrise ricordando…Ma un momento! Si ridestò da quella confortevole ma illusoria gelatina: Questo non è un mio ricordo! Io amo pescare da solo. E poi, che diavolo è un nonno? E le nuvole, la pioggia, chi sarebbe questo nostro Signore?

Le interferenze erano sempre più fastidiose. Con il nuovo corpo non erano scomparse, anzi notò una recrudescenza del fenomeno. C’era una particolare connessione tra lui e un altro universo, un altro tempo? O si trattava di un dejavu di vite precedenti?
Asbot’t aveva una missione da portare a termine, non poteva permettersi distrazioni, doveva resistere. Mancavano altri tredici corpi per accontentare le sfere gassose. A lavoro finito avrebbe finalmente avuto un corpo tutto suo, l’unico corpo dell’universo!

San Javier, provincia di Santa Fè, Marzo 2016.

Ever, sovrappensiero, stava tagliando delle carote a rondelle come piacevano alla moglie, improvvisamente ebbe l’impressione di vedere delle nebulose dai contorni opachi venirgli incontro, la vista si offuscò, per qualche secondo non potè muoversi, quando si riprese aveva un dito tagliato. Urlò. La moglie accorse in cucina. La bambina pianse. L’uomo impallidito disse: «Oh, no, proprio il pollice no, la mia unica funzione!» e svenne.
La moglie Paula lasciò la piccola da una vicina e lo portò al pronto soccorso. Lì lo medicarono prontamente e il pollice fu salvo. Ever non ricordava nulla, era spossato, disorientato, aveva solo un senso di sollievo per il salvataggio del dito, sentimento sproporzionato che non riusciva a spiegarsi. Non pensava di tener così tanto al suo pollice.

Nei giorni successivi l’uomo aveva l’impressione di essere pedinato. Ovunque andasse, al supermercato, all’officina, a prendere i bambini a scuola, vedeva degli uomini in bermuda e canottiera che lo spiavano. Quando, allarmato, chiedeva a chi era con lui: «Li vedi anche tu?!?» scomparivano. La moglie cominciò a preoccuparsi. Ever per timore d’esser preso per pazzo decise di ignorare quelle strane presenze e di non parlare a nessuno delle sfere viste il giorno dell’incidente.

Asbot’t fu contattato telepaticamente dai suoi padroni: Abbiamo trovato l’origine delle interferenze, a breve il problema sarà risolto. Non aggiunsero altro. Asbot’t si incuriosì, non sapeva niente delle sue origini, forse le sfere avevano scoperto qualcosa sulla sua vera natura. I tentennamenti durarono poco, non poteva consentirsi tali fiacchezze sentimentali, ne era consapevole, ma i ricordi lo indebolivano implacabilmente.
La navicella spaziale si materializzò sulla soglia. Mentre entrava gli venne in mente il sorriso di Paulina la prima volta che salì su un aereo. Sua figlia ne era affascinata, magari un giorno ne avrebbe pilotato uno. Chissà se quel sogno avrebbe resistito, lui e Paula lavoravano come matti per garantire un futuro alla figlia. Lei avrebbe studiato, avrebbe fatto ciò che…Cosa diavolo succedeva? Chi erano quegli esseri? Cos’erano quelle sensazioni? E soprattutto che diavolo era un aereo?
Asbot’t era ricoperto di sostanze vischiose, annaspava dalle sue proboscidi recentemente impiantate. Le interferenze erano ormai insopportabili, i ricordi sempre più nitidi, le immagini vivide. Svenne.

I signori gassosi scoprirono che il pollice di Asbot’t era stato clonato da quello di Ever. Ever visse millenni prima e per qualche oscura ragione vi era una connessione insopprimibile tra i due. Asbot’t, l’essere dall’aspetto orribilmente umanoide, era un esperimento di chirurgia sperimentale, era stato funzionale ma ora andava soppresso. I suoi padroni avrebbero trovato i tredici fuggitivi in qualche altro modo.

Fu disattivato nel sonno, ma prima ebbe una sensazione stranissima: ricordò sua figlia, appena nata, che stringeva il suo pollice, come se avesse riconosciuto lì parte di sè, una protezione, una casa, la fiducia incondizionata, un padre.
I tredici fuggitivi con i loro corpi ancora ben attaccati ai pensieri erano riusciti a sabotare Asbot’t. Fu la prima volta che un terrestre s’era rivelato utile. I ribelli da quel momento, l’avrebbero tenuto ben presente. Un intero catalogo di esseri umani a disposizione, c’era l’imbarazzo della scelta, quelle masse di carne e viscere antiestetiche provenienti da ogni epoca con diversi gradi di coscienza e di sviluppo tecnologico, con i loro sentimenti e i loro ricordi, potevano essere la loro arma segreta nella guerra contro le sfere.

Quando la terra implose, i tredici ribelli salvarono un migliaio di terrestri, li trasferirono in pianeti lontani, li rinchiusero in riserve che riproducevano le loro case. Quegli uomini e quelle donne non si resero conto di nulla, ma ogni cosa, ogni persona, le loro mogli, i loro mariti, ogni particolare della loro vita andava a comporre una fedele riproduzione, un market dal quale attingere per combattere gli impalpabili nemici e disattivare con le interferenze i loro sgherri.

Andrea Frau

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