ROCK CRIMINAL #15: KING CURTIS

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Sergio Caruso, Senza titolo

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. È passato un anno da quando Sergio ha accettato di riprendere la collaborazione con Verde e da allora i suoi racconti sono sempre tra i più attesi, letti e apprezzati del nostro blog. Il perché è semplice: le storie criminali sono infinite, i modi di raccontarle sono tanti, quello di Sergio è unico.
Il disegno che apre
King Curtis è di Sergio Caruso.

Fa troppo caldo a New York City. Anche se è quasi mezzanotte, il caldo è insopportabile. Soprattutto se sei un tossico sotto metadone e in crisi di astinenza. Ti si appiccicano gli abiti sulla pelle, la pelle ai muscoli, i muscoli alle ossa. Ti senti affogare nel sudore che scorre dalla superficie allo stomaco. È caldo come l’aria. Poi gelido. Brividi gelidi. Vampate e brividi. L’intestino è zuppo. Sta per sciogliersi. L’ano resta chiuso a fatica. Lo serri per non svuotarti di tutti gli organi interni. Anche il cervello è fradicio e si sta lasciando andare. Non ce la fai a formulare un pensiero lucido e asciutto. Le reazioni a ogni stimolo esterno ti scivolano dalle mani. Scatti per niente. Agosto è un mese schifoso per un povero drogato buttato sui gradini di un palazzo. Malgrado gli scalini siano di marmo pregiato e l’edificio sia situato nell’86th Strada dell’Upper West Side: come dire, la parte più elegante di Manhattan, dove ci abitano attori, conduttori televisivi e musicisti. Al 50 West risiede King Curtis e il tossico è sui suoi scalini. Quella casa lui se l’è comprata con i profitti dei propri dischi e con i ricchi cachet percepiti come turnista per le star del momento. Tra jazz, rhythm & blues, rock e pop. Lui sapeva suonare tutto. Chi non voleva il sassofono di King Curtis? Chi non avrebbe voluto abitare in quell’esclusivo edificio?

Dentro il palazzo c’è l’aria condizionata. C’è nei suoi appartamenti bianchi come la facciata della costruzione a quattro piani più uno seminterrato edificata nel 1900. Bianchi come i gradini sui quali il nostro tossicodipendente, di nome Juan Montañez, cerca un po’ di sollievo insieme alla sua ragazza, o un’amica; un’altra tossicodipendente che non pare stare meglio di lui. Bianchi come i vuoti di pensiero che si creano ogni volta che prova a ragionare. Forse nell’androne del palazzo può trovare un po’ di fresco. Un po’ di calore. Quello giusto per i brividi. Dissolvere quel bianco e asciugare il sudore. Detergere i pensieri.

Dentro c’è gente che parla. In un appartamento. King Curtis racconta ai suoi ospiti delle registrazioni con John Lennon per il disco Imagine. Aveva suonato il sax tenore in due tracce, I Don’t Want To Be a Soldier e It’s So Hard. Anche se non era stato nel bianco candido inglese degli Ascot Sound Studios di Lennon e Yoko Ono nel Tittenhurst Park, contea del Berkshire, ma lì a New York, ai Record Plant East al 321 West della 44th Street, vicino a Times Square. C’era pur sempre tanto bianco. Il bianco perfetto della più moderna tecnologia. Suoni puliti riservati ai nomi di grido. Suoni costosi. Appena due mesi prima. Più o meno nello stesso periodo, il 17 giugno, aveva tenuto un live in Svizzera col pianista e cantante blues Champion Jack Dupree e il suo trio. Roba seria. Di prestigio. Al Festival Jazz di Montreux. La settimana precedente la notte di cui parliamo, la calda notte del 13 agosto 1971, era stato pubblicato Live at Fillmore West, album che documentava i concerti a San Francisco del 5, 6 e 7 marzo con i Kingpins. Lui e il suo gruppo aprivano gli spettacoli di Aretha Franklin. Con lei suonò. Il suo strumento faceva la differenza. La temperatura all’interno di quell’edificio faceva la differenza. Ma nell’appartamento, il condizionatore d’aria non funzionava bene. Anzi, per niente.

I racconti di King Curtis sudavano. Sudavano i suoi recenti successi. Tutto aveva un che di appiccicoso e sfinito. Bisognava sistemare la ventola. Uscire fuori e metterci mano. Provvedere in fretta. I suoi ospiti sarebbero andati via presto. Tornando nelle loro abitazioni con l’aria sicuramente giusta. Ma lui non avrebbe dormito. Qualcuno disse che stava andando a prenderne un altro, di condizionatore, più piccolo, tenuto nel seminterrato esterno custodito da un cancelletto di ferro nero. Dissero anche che la ragazza che stava con Juan Montañez fosse in realtà un uomo. In ogni caso quell’aria era irrespirabile. Quei due tossici erano sui gradini. Stavano male. Stavano inquinando l’aria: puzza di astinenza e sudore. Di criminalità ed emarginazione. Stavano rovinando la rispettabilità dello stabile. La sua estetica. King Curtis intimò loro di andarsene. Deve averlo fatto in malo modo. Scortese e arrogante. Da bravo proprietario del lussuoso immobile. Da chi se lo poteva permettere.
«Questo non è posto per voi».
«Dai, andiamocene», deve aver detto la ragazza, o il ragazzo, a Juan Montañez.
Ma dentro il palazzo, nell’androne, l’aria è migliore di quella della strada. Il ragazzo sbircia all’interno, prima che il portone di legno antico con massicce rifiniture in bronzo dorato si chiuda. È un rifugio. Temperato. Per Juan Montañez comunque anche le scale possono andar bene. Anche quel portico tra due colonne di granito grigio che lo sorreggono con sicurezza. Meglio sarebbe stato entrare, certo, ma va bene anche lì. Meglio ancora se quel ricco signore li trattasse con gentilezza e li lasciasse stare.

Meglio se quei due la smettessero di dividersi la droga all’ingresso della sua residenza, deve aver concluso Curtis. Meglio se la smettessero di spacciare: sono il cliente e il pusher. Sono due spacciatori tossici. E dire che nell’ambiente della musica lui ne aveva conosciuti di tossicodipendenti e spacciatori. Ma quelli erano qualcuno. Ricchi e famosi i clienti. Pusher di alto bordo, i fornitori. Questi sono due pezzenti. «Andateve, ho detto. Su, via di qui». Insiste King Curtis. Juan Montañez non ci vuole sentire. Continua a guardare il portone marrone. Poi su: le grandi finestre ad arco e un balcone con tre sagome di leone scolpite nella pietra. Continua a stare sugli scalini. A sentire la sua sofferenza da mancanza di droga e di rispetto.

«Andiamocene, Juan».
«No, chi cazzo si crede di essere questo qui».
King Curtis è grosso e forte. Juan Montañez è malato, debole, umiliato e arrabbiato. Il musicista lo spinge giù dalle scale. Il tossico si oppone. Reagisce. Lo colpisce.
«Ti prego, Juan, lascia perdere, andiamo via».

Ma lui ora non sente più niente, neppure il dolore tossico, dall’epidermide alle interiora fino al buco del culo. Sente solo la brutalità di quelle spinte e la rabbia nei suoi pugni. Quelli di Curtis sono più duri e violenti. Montañez sta perdendo quei gradini. I cinque gradini di marmo bianco che rappresentano agio sociale. Tira fuori un coltello dalla tasca – nessuno nel giro della droga si muoverebbe per New York senza una lama – e lo infila nell’addome dell’avversario. Con tutta la forza che ha in corpo. Tutta la sua forza è in quella lama. Dura solo un istante il suo vantaggio. King Curtis gli sottrae l’arma e con essa lo accoltella a sua volta. Sono quattro fendenti che costringono Juan Montañez alla fuga. La sua ragazza è già scappata. Forse era un uomo. Curtis tenta di inseguire Montañez, ma dopo pochi passi cade esanime a terra. Il palazzo sembra rovesciarglisi addosso, con i leoni che non lo hanno difeso.

Quando la polizia arriva sul luogo, trova un uomo di trentasette anni in fin di vita riverso sul marciapiede. Curtis Ousley, in arte King Curtis, morirà mezz’ora dopo al vicino Mount Sinai Roosevelt. Nello stesso ospedale sulla Columbus Avenue dove si trascinerà Juan Montañez. Che si lascerà andare, bagnato di sangue e sudore, ora gelido, soltanto gelido, tra le braccia dei paramedici. Gli investigatori non ci mettono molto a capire che è il giovane ventiseienne l’assassino di King Curtis.

Nel marzo del 1972, Juan Montañez sarò condannato a sette anni di carcere per omicidio di secondo grado. Uscirà per buona condotta dopo cinque.
Ci fu chi ipotizzò che si fosse trattato solo di una lite tra spacciatori e cliente finita male. Con King Curtis nel ruolo del cliente.

Il 2 ottobre del 1971, andò in onda la prima puntata della serie settimanale di “Soul Train”, quella che sarebbe diventata la trasmissione di musica afroamericana di maggior durata della tv statunitense. “Il viaggio più alla moda in America”, recitava lo slogan di apertura. I giovani pettinati con l’Ultra e l’Afro Sheen ballavano ininterrottamente sui successi del giorno presentati da Don Cornelius. Era un appuntamento irrinunciabile per ogni musicista di colore. La sigla iniziale era un brano di King Curtis, Hot Potato. Don Cornelius, al termine di ogni puntata, diceva: «Sono Don Cornelius, e come sempre, prima di separarci, vi auguriamo amore, pace e… anima».

Sergio Gilles Lacavalla

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