Animal Tropical #4: La macchina fotografica più cara della mia vita

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Nicolò MarchiStrange Desert

La redazione è ormai deserta, non si è capito se sia stato indetto uno sciopero generale, se la paventata scissione sia avvenuta per davvero o se, semplicemente, siano tutti in vacanza. Quel che è certo è che continuano a giungere in ufficio cartoline di Andrea Frau, da ogni angolo del globo: nell’ultima s’intravedono le foreste cambogiane e sul retro il buon Cap ha scritto “Sto andando a cercare Jacopone”. Vai a sapere…

Comunque qui è lo stagista Jimbo che vi parla, rimasto solo in una Verde deserta e senza più padroni. Oggi mi sono permesso di scegliere per voi il quarto racconto della serie Animal Tropical: pagine vergate da mani toscane e lette con toscanissimi accenti una sera di giugno al Sabor Cubano di Firenze (l’unico posto al mondo, se lo chiedete al sottoscritto, dove un toscano che legge racconti esotici non sembra Pieraccioni). E dunque sono qui a introdurre La macchina fotografica più cara della mia vita di Ferruccio Mazzanti. Qui sul dossier di Ferruccio redatto da Ramses leggo “BFF di Verde”. Godiamocelo.

L’illustrazione è di Nicolò Marchi.

Amiamo pure quelle donne che hanno seni cadenti e traspirano sudore da sopra il labbro. Le amiamo anche se camminano per strada e sorridono ai bambini e non rispondono al tuo sguardo quando le fissi come un maniaco, per cui figuriamoci se quel giorno a poco più di dieci metri da me, distesa su un asciugamano bianco, probabilmente filato con dell’argento, la cresta delle onde del mare che compariva nello spazio tra i miei piedi pelosi, vibrante la scritta IPhone sul suo cellulare, i suoi capelli biondi e folti arricciati sugli omeri di una spiaggia cubana, lei non sudava da sopra il labbro e non sorrideva ai bambini che passavano dal bagnasciuga e di quando in quando attendeva con una certa regolarità il mio sguardo da pervertito.
Era più erotica di una rivista erotica, che le lentiggini sul suo volto e sulle sue spalle parevano un arabesco barocco intarsiato di tessere provenienti da un mosaico bizantino, quasi come se la sua pelle fosse una storia dell’arte e l’arte fosse quella tenera peluria visibile solo in controluce che ricopriva il suo corpo in minuzie di spasmi caraibici, come miliardi di zampette di un ragno di velluto, in quella spiaggia nudisti di Cayo Largo del Sur a 177 km a sud dell’Avana.
E guardando il suo corpo spogliato da orpelli sociali, dovevo gettarmi nel mare per raffreddare le conchiglie sminuzzate del mio cuore, lasciando dietro di me orme pesanti come coperchi di un sarcofago egizio. Lei là, da sola, nuda, ricoperta con tre o quattro cristalli di sale, che segue con la coda dell’occhio la promiscuità totale del mio controllo artefatto e ne ride in silenzio mentre il sole dipinge con encomiabile saggezza la sua pelle con un pigmento trionfante.
Effondeva una scaltra bellezza scintillante, quasi come se fosse una foglia d’oro su un affresco rinascimentale, i suoi lombi privi di peso galleggiavano sul suolo senza produrre increspature umidamente umide. Era di un’indolenza premeditata come una divinità olimpica e l’unica cosa a cui pensavo era come trasformare quei dieci metri che separavano i nostri ombrelloni in una notte orlata con polpa carnosa.
Mi ci vollero ben quattro giorni di prossimità col suo corpo, perso com’ero in uno studio borghesiano riguardante l’evoluzione della sua tintarella, per trovare il coraggio di rivolgerle la parola e chiederle in un inglese traballante – ha per caso una sigaretta da offrirmi? – e vedere la sua palpebra sollevarsi sorniona e le sue labbra nascondere un sorriso e la sua anima sibilare un sì. Già allora sapevo perfettamente che gli uomini ogni notte torturano la loro donna con premure di una crudeltà disperata – ma ti ho fatto male? Ma sei venuta? Ma sei stanca? Ma non vuoi parlare? – e soprattutto che la bellezza è una forma di solitudine, così mi alzai in piedi e saltai nella sabbia ardente fino a coprire il suo seno con la mia ombra e afferrare una sigaretta dal pacchetto teso verso di me e toccarle i polpastrelli delle dita solo in parte in modo involontario e accendermi la sigaretta e renderle l’accendino e chiederle cosa stesse leggendo con una voce innocente che a ripensarci mi fa venire i brividi. Aveva un libro appena iniziato accanto al suo sedere. Mi disse che era un saggio sulla fotografia. – Ah sì? – Le risposi che era la mia massima passione la fotografia. Certo era solo un hobby, nessuno mi pagava purtroppo per i miei scatti, ma quando avevo un momento libero correvo da qualche parte a immortalare tutto quanto esista, nell’immaginazione, di astratto o d’ideale, di visibile o muto, tangibile o immateriale, tutto quello che la mia sensibilità percepiva come importante, assecondando, forse addirittura abbandonandomi a una sorta di… avrei potuto definirlo un improvviso, irresistibile afflato, un’esplosione di desiderio di esprimere la mia interiorità proprio ed esclusivamente attraverso la fotografia. Fotografare era una vera e propria ragione di vita, ma ero troppo timido per esporre la mia opera. Forse timido era la parola sbagliata, forse la parola giusta era riservato. Temevo che in qualche modo… solo a confessarglielo mi sentivo uno scemo… le mie fotografie potessero perdere di intensità se le avessi esposte. Affermai, osservando l’orizzonte con una profondità forse eccessiva – la verità è bellezza – e anche – la fotografia è l’unica arte capace di cogliere i più dolci particolari dell’anima delle cose – un pesce saltò fuori dall’acqua e lei corrucciata, per niente scema, indecisa, in un’evidente posa che rifuggiva ogni fatica intellettuale o fisica, mi ascoltava. Ma non lo sapeva che nel mio personalissimo vocabolario esisteva quasi solo la parola fotografia? Avrò ripetuto “fotografia” ogni trenta secondi. Un cocco cadde dal ramo. Un granchio batté le chele in direzione di una piccola roccia.
Non volevo essere troppo invasivo, non volevo che lei pensasse male, che stessi inventando strane bugie per fini occulti, così cominciai a ritrarmi, ringraziandola. Passò la notte e il giorno successivo fu lei che si avvicinò a me. Mi chiese a bruciapelo, furbetta, mi chiese che obiettivi usassi, e sentii la mia voce che rispondeva – solo sistemi catadiottrici – e lei mi chiese dove fosse adesso la mia macchina fotografica, ed io scoppiai a ridere e la guardai dritta negli occhi. Attesi alcuni istanti cercando di mantenere un’espressione di sfida. Socchiusi le palpebre per comunicarle che stavo studiando le sue intenzioni. Poi presi il mio zainetto nero e sfilai con nonchalance, un gesto carico di abitudini, consueto, fluido, al limite del disinteressato, sfilai la mia magnifica Canon ancora non del tutto liberata dalle pellicole protettive sui vari display. L’avevo comprata a un prezzo scriteriato quella stessa mattina, guardandomi alle spalle in quello che uno psicologo definirebbe un vero e proprio attacco di paranoia per essere sicuro che nessuno mi vedesse, che lei, lei, coi suoi capelli mossi sugli omeri, minuta Madonna dell’arte fotografica, mi vedesse lì, circospetto, a comprare follemente un oggetto che non sapevo neppure come funzionasse. Se mi avesse chiesto di guardare le foto che avevo scattato avrebbe scoperto lo schermo vuoto e nero della mia sincerità, ma rimase muta e perplessa. Le chiesi il più veloce possibile, non doveva assolutamente ragionare, se potevo offrirle una birra, più tardi, quando il sole tramonta, e lei mi rispose – vedremo – e tornò a distendersi sul suo asciugamano filato con l’argento e a leggere il suo romanzo di Roberto Bolaño. Dunque non fu solo per caso, suppongo, che ci incontrammo più tardi, mentre il sole moriva dolcemente – cullato dai sogni a occhi spalancati che avevano riempito la mia anima introversa – vicino al suo albergo, dato che la stavo aspettando da più di un’ora. Quando mi vide le mancò quasi il respiro. Le sopracciglia inarcate in una perplessità trasparente. Le labbra da cui si intravedeva la lama dei due incisivi. Poi, però, mi sorrise con un accento consapevole e io ordinai due Daiquiri al mango.

Ferruccio Mazzanti

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