SUS#2 #6: Fuori va bene

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Nicolò Marchi, Futuristic ranger concept

Perché i libri di racconti sono la lettura più adatta all’estate? Ce lo spiega l’amico Dario De Marco (avviso alle groupies: si è tagliato i baffi), che su Esquire (qua) segnala il Vocabolario minimo delle parole inventate (qua): “E poi, ancora, sto per iniziare quella che si candida a essere come la cosa più stramba della stagione se non dell’anno. Un’antologia, una raccolta di racconti a firma collettiva, come se già non fossimo già abbastanza teste di nicchia. Supertesta di nicchia è l’editore, supergiovane anche, si chiama Wojtek come un famoso orso; il libro è curato da Luca Marinelli che è espressione del sottobosco narrativo di rivistine e blogghettini collettivi, la sedicente scenicchia letteraria italiana, negli ultimi anni molto attiva a dispetto di tutte le apparenze e convenienze. Un passo indietro. Quest’anno è uscito il Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana (il primo uscì dieci anni fa), una mega collection in cui Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta chiamano centinaia di autori a definire una parola, a dare una versione personale e unica di un vocabolo. Ecco Marinelli ha fatto una operazione uguale e contraria, una specie di lato oscuro, di rovescio acido di quel dizionario: gli autori, pescati da quel sottobosco, sono 22 e vengono chiamati a inventare una parola inesistente, una per ogni lettera dell’alfabeto italiano più un extra, e a costruirci su un racconto. Perciò Vocabolario minimo delle parole inventate, perciò movimento inverso che non va dal generale al particolare, ma da una cosa che per definizione appartiene solo a chi l’ha creata, a una possibile condivisione di senso.”
È abbastanza chiaro? Per noi sì, vedete un po’ che dovete fare (sempre qua).
Perché i racconti di Verde sono la lettura litweb più adatta all’estate? Intanto perché le riviste attorno a noi chiudono (o si scorporano) come fabbriche in estate (cit.) e poi perché solo qua prosegue la ricognizione dei 16 racconti finalisti di SUS#2 (qua tutti), il praticamente concorso letterario di Verde che ha agitato la capitale e l’intera bolla letteraria nella primavera scorsa.
Umberto Morello è una vecchia conoscenza, di lui sappiamo che ha già pubblicato sulle nostre pagine e che il 17 maggio scorso ha rischiato di essere squalificato perché il direttissimo Genova-Roma sul quale viaggiava era in ritardo o forse in sciopero, vai a sapere. Umberto però ce l’ha fatta e ha letto con bravura Fuori va bene: è bastato per vincere? No, perché nessuno poteva prevedere che la trionfatrice Clara Cerri avrebbe L I T E R A L L Y cantato estratti del suo testo. Quando si dice sul filo del regolamento (ma poi si dice?).
L’illustrazione è di Nicolò Marchi. Fa caldo benedetti ragazzi, siamo stanchi di umanissimi ombrelloni e di voi mucchio di stronzi, ma vale sempre la pena ricominciare per allietare i vostri infiniti pomeriggi estivi stesi su divani di pelle con la radio che urla buone vacanze e un pensiero esplode: SONO CHIUSE LE ALTRE RIVISTE 😦
A mercoledì, animali tropicali, non mancate.

Ad ogni urto contro i bordi della vasca i pesci diventavano più curvi. Bastava alzarsi presto, e accendere soltanto una luce, per sorprenderli accartocciati come tante piccole fisarmoniche. Se poi tu eri con me ti piaceva dire che si ripiegavano su se stessi per non soffrire il buio, e che non solo li capivi, ma te li sentivi anche vicini. A me invece, veniva da dirti che quella piantana Ikea sopra l’acquario era una porcata, e che se erano tutti così raggrinziti, quei poveri merluzzi in miniatura, era solo perché la lampadina, uscita dalle mani inesperte di qualche bimbo coreano, li friggeva. Ma forse avevi più ragione tu. E se uno sputo di sole pioveva fra le tende, i merluzzini li vedevi dondolare in estasi, quasi si ballassero il loro intimo concerto subacqueo. Avanti e indietro, pinnata sul posto, due volte avanti, colpo di coda a lato, e poi via come se nulla fosse stato. Allora ti abbassavi al livello della vasca, e notavi che il ritmo era lo stesso per tutti, e che qualcosa lo scandiva. Ma non era l’atmosfera triste delle vetrate, né lo sporco o il gorgheggio affaticato del depuratore. Dovevi ascoltare bene per rendertene conto, però quando ci avevi fatto l’orecchio e l’occhio, lo sentivi.
Scoprivi che a dare il tempo era un buio. E non quello della stanza, o una oscurità qualsiasi. Ma il loro buio.

Funzionava così. Ogni merluzzetto aveva addosso una voglia scura (della grandezza di un chewingum), e tutti se la portavano appiccicata con grande nonchalance, fra le pinne o sotto le squame dorsali; ma non ci scherzavano mai su, e anzi, a stento ne parlavano. Non erano mica scemi. Lo sapevano che da lì nasceva il buio, e che se la avessero stuzzicata troppo, la venatura si sarebbe spalancata, trascinando tutti in una solitudine abissale. Di quelle che se si sta in mare o nell’oceano te la puoi anche digerire, ma se ti si allaccia alle pinne, dentro mezzo metro cubo d’alghe finte, sei fottuto. E allora era meglio provare ad allungarsi, respirare, distendere la coda, mangiare le pappette, fare le feste a qualche pietruzza, ballare, sincronizzarsi con gli altri; e nuotare, nuotare sempre come se il mondo fosse un bicchiere d’acqua forato.

E non essere mai il prossimo. Quello che se per sbaglio accendevi tutte le luci (piantana Ikea compresa), lo trovavi lontano dagli altri, in un angolo, e con lo sguardo sgranato. Perché quando era così, sapevi che quello c’aveva avuto i pensieri da buio, e che dopo un paio di giorni, lo avresti trovato sospeso nella corrente del depuratore. Pronto e servito per l’amen del cesso. E se per sbaglio ti veniva l’idea di fermarti a salutarlo, ti salivano subito i brividi dalla tenerezza.

La stessa tenerezza a cui sparavo al cuore, quando arricciando la lingua e le dita dei piedi, ti avevo detto: «Tutto questo meraviglioso amore, amore mio, noi lo dobbiamo uccidere». Pausa. «E anche l’acquario con questi cazzo di pesci malinconici. Non ci fanno bene». Allora ti eri voltata e il mio collo in tilt, ballava come quello di un piccione in amore.

Ma tu mica obiettavi, mi prendevi a pugnalate mentali e silenziose; e i miei occhi li bucava un senso di colpa rovente, di quelli che sicuramente saranno in prima fila a battermi la manine, quando morirò accecandomi con l’ultima sigaretta (me la sogno sempre così la mia morte. E se non lo dico in giro è solo perché quando dico “sogno” la gente si va a pensare che intendo “vorrei da matti che”, e non “ho l’incubo ricorrente di”).

Ti tiravi nervosamente i capelli indietro, impugnandoli stretti, e poi li intrappolavi nell’elastico. Allora il mio cuscino volava fra le tue mani, e tu, ti fermavi davanti alla gabbia dei merluzzetti. Volevi immergerlo. Cosa te ne venisse non lo so, ma lo avresti fatto. Con la calma glaciale ed esatta di una hostess lo spingevi. E lui rassegnato assecondava. Complimenti.
Così dentro i vetri di quel gelido cubo da 172 euro, il mio prezioso cuscino (da 64 di euro), improvvisamente si strafogò d’acqua. E io con lui, mentre realizzavo quanto ormai tutta quella meravigliosa tecnologia memory-form, fosse incastrata affondo nell’acquario.
E pensare che qualche fighetto, ne avrebbe sicuramente tirato fuori un’opera d’arte eclettica, frizzante e vibratile. E pensare che non sarei riuscito a pensare ad altro, fin quando le tue gambe depilate male mi sarebbero passate accanto.

A quel punto cercavi le scarpe. Forse per fare con la mia bocca quello che avevi fatto con l’acquario. Morire asfissiato dalle tue scarpette batteriologiche sarebbe stato terribile; forse persino peggio che morire accecandosi con una sigaretta. Ma non avrei articolato bene il pensiero, perché tu avresti avuto qualcosa da dirmi.
«Non sei vuoto, però sei una persona a vuoto».
«E perché?» Avrei chiesti senza volerlo. Riflessi stronzi.
Tu, con l’ultima compassione rimasta in corpo, avresti schivato i miei occhi (che se dovessi dire dove erano collocati, direi che li tenevo allucinati e fissi sotto la tua ascella sinistra. Quella che di solito ti suda di più. Soprattutto quando sei nervosa o ti incazzi).

Fuori non ci sarebbe stata neanche una lacrima di pioggia, ma sarebbe stato bello da matti, dire che a questo punto dalla finestra spalancata, entrava un’acqua fredda e fittissima, e che se li lavava via i raggi di sole, spiaggiati da due ore a infuocarci la stanza.

Mi sarei lanciato sull’acquario. E mentre l’abbrivio lo faceva tremare, avrei tentato di salvarlo, con le mani, le ginocchia, gli alluci e i piedi. E se davvero fossi riuscito ad afferrarlo, se per sbaglio lo avessi stretto in tempo, non mi sarebbe importato che tu sputassi per terra prendendo in quarta la porta. I pesci mi avrebbero sorriso con le loro pupille stralunate d’acqua. E io avrei appoggiato la faccia sul cuscino, per sentirmi come tu dicevi sempre di sentirti, vicino a loro. Prima con una guancia sola, poi…

Poi su quel cimelio d’arte moderna, avrei pianto tutto. Anche quello che non provavo. E, «se non mi aiuti, adesso però ci sfasciamo», avrei bisbigliato strozzandomi. Ma a nessuno, perché a quel punto tu saresti stata fuori dalla mia vita.

Allora la piantana Ikea si sarebbe accesa da sola, brillando come un ultimo stanco fanale sul viale delle cose fradice. Allora l’ultimo merluzzetto con i pensieri da buio, si sarebbe avvicinato al cuscino, e dritto contro il marcio della guancia, mi avrebbe sussurrato: «Fuori va bene».
E entrambi saremmo stati pronti per l’amen del cesso.

Qua tutti i racconti finalisti di SUS#2

Umberto Morello

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