Lin

Dunque, il D’Antuono (già Commissario e attuale Ramses) sta mettendo mano a certi fondi segreti di un conto svizzero in possesso di Luca Carelli per poter rifondare in maniera decente la pagina Facebook di Verde Rivista. I legali sono all’opera (soprattutto il nostro affezionatissimo Dott. Stocazzo) e si spera che tutto possa risolversi con l’arrivo della prossima settimana. “Luca, ti restituirò quei soldi a costo di non mandare al college Kimberly, Alan e Luciano. Ma adesso sgancia il grano”, ha dichiarato il Commissario. Il Capitano Frau, nel frattempo e come suo solito, ha scelto la strada più difficile: un’avventura nella jungla bengalese per recuperare strani artefatti da rivendere a collezionisti senza scrupoli e far in tal modo un fottio di soldi. Ma questa è un’altra storia…

Oggi leggiamo Umberto Morello: nato a Genova il cinque giugno 1993, è laureato in Lettere moderne e filosofia a Torino e laureando in Comunicazione e culture dei media digitali, ha inoltre frequentato la Scuola Holden (coraggioso a dirlo, di questi tempi). Lo si trova anche sotto lo pseudonimo Rod Cinque. Ha già pubblicato su Neutopia e su Tuffi. Ha vinto alcuni premi di poesia. È però nostro ospite con Lin, un racconto molto divertente che in qualche modo parla di ciò che ci piace di più: fare rivista.

L’illustrazione è di Laura Fortin.

L’Amuchina ustionava il pavimento, i caloriferi soffiavano all’impazzata rigettando vapore rovente nella stanza, e lui era invaso dalla sua prima, dalla sua unica folgorante idea: rimischiare le ardenti carte del destino. Bruciare gli anni di liceo, cacciarsi nell’esofago quelli d’università, e giù per la trachea i tristi e sporadici lavoretti del cazzo che aveva sbrigato negli ultimi mesi.
Affilò la barba con entrambe le mani, e si scattò un brutto selfie. Ci teneva a ricordare la sua faccia, mentre ancora il pensiero gli stava dentro, prima che uscisse dal calderone per entrare nella realtà. Così si rese anche finalmente conto, che era quasi pelato, e che gli conveniva radersi del tutto se voleva prendersi un minimo sul serio. L’abito non fa il monaco, ma lo fa inculare.
La frase non era di nessuno ma gli suonava di citazione, e visto il proposito che gli si dimenava fra le vene, era bene che si abituasse alle citazioni: a crearne, a leggerne, a sputarle fuori.
Le mattonelle, chiuse nel loro azzurrino acquamarina, sussultavano. La cornice della finestra traballava e i vetri erano appesi a un senso di vertigine e nausea. Sgranò gli occhi.
«Recensire i capezzoli! Farne una rivista! Una di quelle cose indipendenti che poi negli anni diventano famose, che ti danno se non una vita, almeno un hobby decente. E visto mai che non ci escano dei soldi, visto mai che non ci esca della fama, visto mai che non ci esca di scopare!»
La casa tremava, e il boiler dell’acqua calda friggeva tanto che per poco non ebbe un malore.
«Lin!», continuò ad alzare la voce. «Libera, Indipendente e Naif!».

Sul divano la ragazza si smangiucchiava le punte dei capelli. Biondi, rossi attorno alla nuca e castani lungo le radici. Decisamente si era tinta male. Poi sbadigliava e rigirava i cuscini con i piedi, accarezzandoli. Il suo smalto blu, era un pugno nell’occhio, e con l’arancione dei guanciali ci azzeccava quanto una vaschetta di sushi in un microonde.
«Va bene se sto così?».
«No» rispose lui, intanto che si alzava a controllare la moka.
Lei adesso si grattava il collo del piede. Ed era così ingenua e rozza che alla fine era pure quasi attraente.
«Sei qui per me o per la rivista?» le chiese tornando senza caffè.
Smise di grattarsi, afferrò il cuscino con le mani, e glielo scaraventò addosso, con una rabbia tanto artificiale, che il cuscino si fermò a metà strada.
«Non posso recensirti, lo sai vero? Niente animali, né amici su Lin».
La ragazza si issò sul divano tenendosi al bracciolo di pelle. Lui ebbe dei tremiti di dolore. Il divano aveva sessant’anni e quella pelle setosa e antica, non era fatta per essere agguantata così.
«Ecco» fece poi lei, e si sbottonò la camicetta beige. Il reggiseno nero di pizzo prese aria, e a lui sembrò di sentire l’odore del suo seno che stava per essere liberato. Avrebbe scommesso su: un full coverage o una bralette, entrambi facili da mettere su, ma non da sfilare, se non si hanno mani navigate, esperte e attente, se… E Invece no. Doppio balconcino ad apertura frontale, con gli uncinetti trincerati proprio lì, vicino al cuore, dove tetta e tetta si parlano.
Momenti di attesa, di salto nel vuoto, e poi l’apertura, la rivelazione, i respiri buttati via poco per volta, le orecchie che fischiano, e… E loro. Eccoli, perfetti, cristallini, appena arroganti e ancora addormentati.
«Ludovichi!» Urlò lui.
«I… Ludovichi». E subito si confuse.
Chi segue la rivista da abbastanza anni, sa che quell’espressione lui la aveva storicamente attribuita a due capezzoli e due soltanto. Unici e irripetibili, perfetti, i leggendari Ludovichi.
La ragazza stirò le labbra e inghiottì un sorriso soddisfatto.
«Coprili», riprese supplichevole.
«No», sospirò lei.
«Per favore Ludo, coprili». Aveva ormai i pensieri a brandelli. In dieci anni di recensioni, a uomini, donne e fancy ibridi, non si era mai reso conto di aver agognato, sempre e soltanto loro. O meglio spesso li aveva sfiorati col pensiero, ma più come una battuta, un estremo, un’idea platonica, un confine da non raggiungere, nulla di più. E invece adesso che li vedeva, sapeva, gli era chiaro che, gli era…
«Hai fatto una rivista per me…».
Scivolò affianco al cuscino, senza preoccuparsi di essere ancora in topless e gli andò incontro.
«No», rispose lui, chiudendo gli occhi. «L’ho fatta per me, per rimischiare le ardenti carte del…».
Lo accarezzò, gli appoggiò le mani sulle spalle e lo dondolò.
Lui scattò subito su a molla, spaventandola a morte e rischiando di farla cadere.
«L’ho fatta per me e per loro!».
Le mani della ragazza nuotavano nella stanza, mentre si difendeva dalla sua voce e si copriva il seno.
«Per loro! Per i Ludovichi, per quei capezzoli perfetti. Un equilibrio granitico fra occhio di bue, semi-stalattite, e picciolo di mezza luna… Una meraviglia. Il sublime, l’assoluto, gli Uber- Nippel, il…
Ludovica si accucciò sul tappeto spaesata.
«Ma tu non li hai mai visti… Noi non abbiamo mai…»
La squadrò con la mandibola tremante e gli zigomi asimmetrici.
«Li ho sognati …».
Dalla cucina tuonò un Pomh!, potente e violento. Come avessero dato fuoco alla miccia di sette petardi, come fosse saltata una pentola a pressione, come fosse esplosa una… una moka.
E intanto che lo diceva, vicino ai fornelli, l’ultimo numero di Lin si impiastricciava di caffè rovente e di realtà.
I due massimi killer di un magazine indipendente.

Umberto Morello

 

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