I manieristi (2/3): V.I.

Ogni terzo venerdì del mese Verde pubblica i migliori estratti da I manieristi, un racconto lungo o romanzo breve incompiuto di Raimondo Maniero. Dove eravamo rimasti: era una notte bellissima. Riassunto breve con pochi link: ci sono tre sottoprodotti della “cricca ombelicale delle lettere romane indipendenti”, tipo quelli che litigano su Facebook sul nome delle cose o il martedì sera vanno a Le mura (San Lorenzo, Roma) o venerdì 30 marzo a La Pecora Elettrica (Centocelle, Roma), che pur di non scrivere, studiare o lavorare si inventano un nume tutelare maledetto e misterioso. Qua le cose sono tre: o stiamo leggendo un apologo sul potere taumaturgico della LETTERATURA™, o è soltanto un pezzo di vita o verosimilmente è l’eco protratta e ribaltata su di sé di discorsi già esistenti. Quale che sia, l’illustrazione di V.I. è della nostra Minerva E/P VI VI VI. Un anno fa annunciavamo l’uscita di un libro importante che venerdì 22 aprile sarà a Busto Arsizio e a maggio tornerà a Roma. Ciao spumini, buon fine settimana (ROCKMENIA!).

«Quando arriva Maniero?» chiese Moria puntando il suo tablet al cielo, come ancora usavano fare i convertiti digitali quando il segnale di ricezione minacciava di scendere sotto la fatidica soglia delle due tacche. «La stai facendo troppo lunga».
«È già arrivato, se avessi letto i suoi libri lo sapresti!» risposi. «Non interromperlo».

Era un incanto stare a sentire Karl. Era un oratore nato, aveva una resistenza fuori dal comune, non aveva avuto bisogno di fermarsi neanche una volta e a parte Moria, che pure fino a quel momento lo aveva ascoltato, nessuno di noi avrebbe voluto che si fermasse. Eravamo seduti uno accanto all’altro sul gradino più basso degli spalti. Karl era davanti a noi, in piedi, gesticolava elegantemente con le sue lunghe braccia e le dita sottili che ogni volta mi impressionavano e davano da pensare. Il sole era tramontato da almeno un’ora, stava calando una sottile foschia che formava degli aloni simili ad aureole sfocate attorno alle luci arancioni dei lampioni, e piccole gocce di umidità condensata sulle scanalature della ghisa. Mi strinsi nel cappotto e notai che nella cavea non c’era più nessuno; le presentazioni serali erano cominciate da un pezzo, chi non vi aveva preso parte sedeva ai tavoli interni del bar.

«Ti stai annoiando?» chiese Vinz.
«No, per niente» rispose Sarah. «Karl è molto bravo a raccontare».
«Già, è un attore».
«Lo è sul serio?»
«In un certo senso».
«È una storia intrigante, non capisco però dove voglia arrivare».
«Siamo in due» intervenne Moria, «ma sento odore di apologo sul potere taumaturgico della letteratura».
«Hai il naso tappato allora» gli dissi.
«Non è un apologo, è un pezzo di vita» aggiunse Vinz. «Non si tratta soltanto di letteratura, è vita vissuta, riesci a immaginarla?»
«E poi sarei io quello che non fa altro che protrarre l’eco di discorsi già esistenti. Complimenti. Non è forse questa, la natura di ogni storia? Pezzi di vita rubata?»
«Lo vedi perché ti odiamo?» dissi io. «Non è difficile da capire».
«Puoi chiamarlo apologo se vuoi» lo ammonì Karl, «e forse non sarà originale, ma è tutto vero. Posso continuare adesso?»
«Prego. Ho spostato anche l’aperitivo. Ti ascolto».
«Dove eravamo rimasti?»
«Era una notte bellissima» suggerì Sarah.
«Ah, sì. E purtroppo fu anche molto breve…»

Gli sguardi del paese si posarono su di noi e accompagnarono la nostra passerella verso casa come riflettori torvi e ostili, ma silenziosi. Finalmente non ero più invisibile, e accadeva perché ero accanto a Rosaria. Parlammo ancora finché non raggiungemmo la collina, aveva aggiunto particolari tutto sommato superflui alla storia di Angelo, si era soffermata a lungo sui suoi capelli che aveva definito bellissimi e poi mi aveva interrogato sulla mia sensazione di essere seguito. Era un’ottima ascoltatrice e faceva domande puntuali e discrete. Di lei non sapevo altro oltre al nome. Parlava poco di sé, ma d’altronde, pensavo, lei non sapeva molto di più sul mio conto (o almeno così credevo): una descrizione sommaria del traffico telefonico in entrata della mia casa non poteva essere considerata una informazione riservata. Non aggiunsi altro a parte quel breve accenno perché di quelle chiamate ne sapevo quanto lei, cioè nulla.

Quando arrivammo a casa ci stendemmo sul letto. Si sciolse la treccia e si massaggiò gli occhi. Erano gonfi dal sonno e temetti che presto si sarebbe addormentata. Invece cominciò a spogliarsi, ma la fermai perché volevo farlo io. Le sbottonai lentamente l’abito, fermandomi a ogni bottone e guardando le mie dita infilarsi nelle asole per toccarle la pelle. Si sfilò le scarpe e tolse il pendente che le sfiorava i seni. Era un ciondolo esagonale come non ne avevo mai visti prima, con un’apertura a scatto su cui erano incise in rilievo due lettere maiuscole nere, una V e un I – o così almeno mi sembrava nella poca luce che penetrava dalle persiane abbassate – intarsiate da una cornice gotica ramata. Sentivo un dolore intenso nella gola. Non riuscivo più a deglutire, sudavo, un sapore amaro mi risaliva nella bocca e si distendeva sulla lingua. Forse può sentirlo anche lei, pensai baciandola, e questo un po’ mi spaventò, mentre la temperatura del mio corpo saliva. Le tolsi l’abito e notai che aveva cicatrici identiche a quella che avevo visto sulla panchina. Sembravano piccole rune disposte regolarmente lungo i fianchi. Passai la lingua su ognuna, scesi tra le sue gambe e ancora più giù, fino alle caviglie. Lei si chinò su di me, mi strinse i capelli sulla nuca, le baciai i seni e le diedi un morso su una cicatrice. Rosaria urlò e mi cinse a sé tra le gambe.

La mattina dopo si alzò prima di me. Aveva aperto le finestre e mentre il caffè saliva aveva cercato inutilmente una sedia nella cucina. Ne avrebbe trovata una sola nel salone, ma alla fine decise di berlo in piedi. Sciacquò la tazzina, la riempì di nuovo e la poggiò sul comodino accanto al letto. Se ne stava in terrazza a fissare la collina, come se su quella arida parete ci fossero stati i contorni di un volto da ricostruire. Io la guardavo dal letto cercando di ricordare la sua voce che avevo già dimenticato. Aveva indossato l’abito senza abbottonarlo e dall’ombelico delle grosse gocce di sudore si stavano sciogliendo su quella che sembrava la sagoma di un fungo grigio cenere tatuato sulla pancia. Che cosa ci facesse là fuori era per me un mistero. L’aria era immobile, la temperatura si era alzata di almeno dieci gradi e il cielo brillava di un’opalescenza lattiginosa pronta a liquefarsi su di noi. Il calore che avevo cominciato a sentire la sera prima bruciava sulla mia fronte e nella mia gola. Avrei potuto strizzare le lenzuola per quanto erano zuppe; il sudore aveva fermato sul cotone i contorni oscuri e netti del mio corpo, ma più che un’impronta sembrava la fotografia della mia ombra impressionata dalla luce bianca del cielo.

Forse aspettava che io mi alzassi, o più probabilmente si teneva lontana dalla casa. Disteso, con un cerchio alla testa, Rosaria fuori e l’umidità che macchiava i muri, mi vergognai dell’appartamento. Era respingente e il modo in cui appariva diceva sul mio conto più di quanto potessi immaginare. Ero atterrito dalla quantità di cose che avrei dovuto fare per renderlo accogliente, mancava tutto e quello che c’era era da buttare. Non sapevo da che parte cominciare. Pensai: forse Rosaria mi aiuterà, e fu un pensiero sgradevole che cercai subito di scacciare. Mi sedetti sul letto e allungai la mano sulla tazzina. Il ciondolo esagonale era lì, dove Rosaria lo aveva lasciato la notte prima, sul mio quaderno nero. Pensai che era molto brutto e che io non lo avrei mai indossato: quelle lettere così grandi gli davano l’aspetto di una medaglia di latta comprata in una fiera di paese, eppure, in un certo modo, sembrava prezioso o importante. Alla luce del giorno riuscii a vederlo meglio: erano proprio delle iniziali, V.I. Pensai a cosa potessero indicare, ma non mi venne in mente nient’altro che Voce Ignota. Davvero non sapevo nulla di lei, e così sarebbe stato per chissà quanto tempo ancora. L’alternativa era non rivederci mai più e allora non ci sarebbe stato più nulla da scoprire.
V.I.
Potevano essere le iniziali del suo vero nome?

Quando mi alzai, Rosaria rientrò e mi salutò con un bacio sulle labbra. Le dissi che avrebbe potuto usare il bagno, lei mi passò una mano sul collo e rifiutò dicendo che aveva fretta di andare. Raccolse le sue cose e l’accompagnai alla porta. Disse che avrebbe voluto rivedermi, io acconsentì. Rimanemmo in silenzio. Prima di uscire mi chiese: «Cosa farai con il ripostiglio?»
«Di che parli?»
«Della chiave».
«La chiave» ripetei. Quella parola risuonava oscura e spaventosa più del ricordo dell’odore dolciastro sulla mia pelle. «Come fai a saperlo?» le chiesi.
«Me lo hai detto tu. Ieri notte».
«Cosa ho detto?» dissi cingendole un polso. Guardammo entrambi la mia mano stringersi attorno alla sua pelle, che prese a scolorire sotto la pressione delle mie dita diventando bianca, cianotica, come senza respiro.
Si divincolò con un gesto secco e io mi sorpresi a lasciare la presa immediatamente, ritraendomi come di fronte a un rimprovero o a una minaccia. «Abbiamo parlato delle telefonate anonime. Hai detto che c’entra il ripostiglio».
«È strano sai, perché non ricordo di averlo mai detto». E mentendo aggiunsi: «O pensato».
«Non lo ricordi perché hai la febbre» disse lei.
«Cosa mi nascondi?»

Rosaria sorrise e mi guardò sperando di trovare nei miei occhi una via d’uscita che permettesse a entrambi di allontanarci da lì e tornare indietro alla notte prima, sulla panchina, sotto lo sguardo furioso del cavallo nero e del soldato armato pronto a colpire, ma non vide altro che il mio volto ricoperto di sudore.

«So quello che mi hai detto» scandì bene le parole, «cioè nulla».
«Stai mentendo».
«Non ricordi neanche di avermi chiesto il numero di un fabbro?»
«Sei tu che chiami? Che cosa vuoi?»
Allargò le braccia in segno di resa. «Ci siamo appena conosciuti» provò ad argomentare, ma rinunciò immediatamente e si voltò dandomi le spalle.

Quel gesto trasformò il mio presentimento in una certezza: Rosaria doveva conoscermi da tempo, la notte prima mi aveva riconosciuto subito o meglio, aveva finto di scambiarmi per un’altra persona, mi aveva lanciato dei messaggi che avrei dovuto metabolizzare per decodificare più avanti. Potevo sbagliarmi, certo, non ero più sicuro di nulla, eppure mi aveva riferito sospetti che fin dall’inizio avevo avuto, ma non avevo condiviso con nessuno. Come faceva a conoscere i miei pensieri? Che tipo di controllo stavano esercitando sulla mia mente?

Mise una mano sulla porta, indossò un paio di occhiali scuri per schermare gli occhi e lasciarmi immaginare nel suo sguardo una paura e uno smarrimento che si sforzavano di apparire sinceri, mi salutò con un cenno silenzioso e poi coprì con il ciondolo il segno di un morso che le avevo lasciato sulla pelle. Vidi di nuovo quelle lettere e venni travolto da una rabbia oscura che non avrei mai potuto reprimere.

V.I.
Verrai Ingannato

Indicai con il dito le lettere e senza badare al tono della mia voce dissi: «Sono le iniziali del tuo vero nome?»
«Ti sembra una R questa?» rispose tendendolo verso di me.
«Come ti chiami?»
«Karl, sono Rosaria e tu hai la febbre alta. Devi andare a letto».
«Perché avete voluto che mi trasferissi qui? Cosa volete da me?»
«Volete chi?»
«Tu, la signora Savelli, Carelli, il mio collega e chissà quanti altri. Siete tutti d’accordo?»
«Vuoi che chiami un medico?» mi domandò togliendosi gli occhiali.
«Voglio sapere cosa vuol dire VI!» urlai, ma proprio in quel momento Rosaria infilò la porta e se ne andò. Avrei voluto rincorrerla, afferrarla per le braccia e scuoterla fino a farla parlare, ma le mie gambe sembravano piantate al pavimento. Mi portai le mani al viso: la mia pelle bruciava. Mi trascinai con fatica fino al ripostiglio, la porta era ancora chiusa, mi appoggiai allo stipite e cercai di specchiarmi nel vetro, ma non vedevo nulla oltre all’abisso oscuro. La febbre aveva già incenerito i miei occhi, il mio naso, la mia bocca.
«Non riuscirete a farmi impazzire» sussurrai, ma non ne ero affatto convinto.

Riuscii a dormire fino a sera e quando mi alzai il sole era già tramontato. Scottavo ancora, ma di restare a casa non se ne parlava. Dal terrazzo il sentiero sembrava bagnato come se avesse piovuto, ma a creare quella illusione crudele era il riflesso del sole che avevo ancora stampato negli occhi. Sembrava acqua, ma erano i prodromi di un incendio.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Raimondo Maniero

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