(Settembre 2017) I manieristi 1/1: Distinguere gli 0 dalla lettera O

Solita tensione alle stelle ed ennesima spaccatura all’interno della redazione di Verde.

(Era da tempo che non cominciavamo così).
Ciao. Come state? Noi alla grande. Oggi, lo sapete, è il nostro capodanno e non potrebbe andare meglio. La necrotica estate colliquativa è ormai alle spalle, qui a Roma piove e la metro riaperta ieri in anticipo è di nuovo chiusa causa allagamenti (parentesi indignata).
Qual è la vostra canzone preferita intitolata a settembre? E il film da consigliare ad ogni costo? Ma poi ha più senso parlare di romanzi che raccontano settembre o di romanzi da leggere a settembre? E come stiamo messi a racconti? A noi viene subito in mente l’ormai classico di Filippo Santaniello, ma siamo di parte.

A proposito, spettabili e/o ill/mi. Negli ultimi mesi ci avete inviato tantissimi racconti e noi vi siamo grati per averci tra le altre cose confermato che abbiamo un problema con le statistiche di WordPress (che continuano a dirci che abbiamo più proposte di collaborazioni che lettori: smentitele).
Stiamo leggendo tutto molto lentamente ma con attenzione e interesse e siamo già in grado di fornire alcune importanti considerazioni:

1) Aumentano finalmente le proposte di scrittrici. Un anno fa ammettevamo di avere un problema. Bastava chiedere (a proposito: congratulazioni Valentina!);
2) I racconti delle scrittrici sono in media più curati, stilisticamente maturi, introspettivi e autoironici. In una parola: MIGLIORI;
3) Amici maschi, ragazzi, uomini in ascolto, per cortesia basta. Basta racconti in cui lucidate le vostre minacciose rivoltelle da scaricare su donne più anziane di voi (una interessante porno-sussunzione delle categorie mature/revenge in salsa pulp anni Novanta) per vendicare torti brucianti (il più delle volte colazioni non servite a letto, ma si può?), basta storie di improbabili operazioni incrociate di transizione come alternativa al divorzio, BASTA STUPRI e soprattutto BASTA STUPRI CAMUFFATI E/O CONSENZIENTI (dimenticate il No means no e concentratevi sul Sì significa sì). E se proprio volete essere nostri amici: non vi giudichiamo per la scelta di ricorrere all’editoria a pagamento ma non chiedeteci recensioni o letture in anteprima (nel senso che prima di noi nessuno), ricordatevi che pubblichiamo solo inediti e che qui in redazione nessuno può fregiarsi dignitosamente dei titoli di Spettabile e/o Illustrissimo.

Seriamente ragazzi, parliamone: che cosa succede? È una questione di aridità? Sono scarse letture? Siamo noi a tirarcela o è una cattiva reputazione che ci siamo costruiti nel tempo? Una volta Gabriele Dadati scrisse che Verde era bella perché, pur magari indulgendo a sprezzature di genere underground, non assumeva che l’overground è una schifezza mafiosa. Ecco: il misterioso Raimondo Maniero dice invece che l’overground e pure l’editoria indipendente romana sono una schifezza mafiosa. Dice anche che il suo lungo racconto I manieristi ha collezionato rifiuti e nessuno fin’ora ha voluto pubblicarlo, per questo ha deciso di inviarlo a Verde. E ha fatto bene, perché a noi è piaciuto e ve ne proponiamo alcuni estratti con una illustrazione di DeadTamag0tchi.

Un mese fa promettevamo un discreto mucchietto di novità, l’unica degna di nota è la disattivazione del caps lock, votata quasi all’unanimità dalla redazione (un solo contrario, chi l’avrebbe detto): da oggi niente più titoli strillati, la parola d’ordine è sobrietà (e basta stupri).
Ciao, a lunedì con Giovanna Piazza.

Avevo conosciuto Vinz dieci anni prima, all’alba dell’age d’or dei blog letterari. Ci incontrammo per la prima volta su una pagina nera di Splinder, dove un misterioso estensore pretendeva di dimostrare, in ottantamila battute, che Raimondo Maniero avesse disseminato il suo capolavoro Gli intarsi del soldato di indizi sul presunto ruolo del Gruppo Bilderberg nella morte di Cesare Pavese.

A quel tempo ognuno di noi era convinto di essere il solo custode del labirintico mondo manierista: le sue opere erano introvabili e leggendarie, si presumeva che nessuno le avesse mai lette e che l’autore stesso non fosse mai esistito. Maniero era il nostro punto di riferimento, l’unico scrittore da cui non ci sentivamo minacciati e che eravamo disposti ad ammirare. Vinz ed io commentammo per ore l’articolo cospirazionista con diffidenza reciproca (tra manieristi, scoprimmo più tardi, funziona così: non potevamo credere che qualcun altro abbracciasse l’unico culto che professavamo) e scherno nei confronti dell’oscuro blogger che si manifestò soltanto quando Vinz se ne uscì con quella idea di incontrarci l’indomani a mezzanotte, sotto al ponte di Via del Mandrione, per risolvere la questione da uomini: Dove le parole non arrivano, scrisse baldanzoso, che fendano i pugni!

Come fai a sapere dove abito? rispose il nostro uomo. Si firmava Windom Earle e in quel momento la bussola paranoide che normalmente lo orientava si disallineò mandandolo alla deriva.

L’incontro ebbe luogo una settimana dopo, ma non fu un duello: decidemmo di trasformarlo in una lettura pubblica improvvisata de Gli intarsi del soldato. Ognuno di noi portò in dote una bottiglia di buon vino rosso ma nessuno dei tre si presentò con il romanzo di Maniero. La cosa non ci sorprese: chi poteva garantire sulle rispettive buone intenzioni? Quella copia era troppo preziosa per metterla in gioco così, il rischio di una imboscata era alto.
Passammo la notte a interrogarci a vicenda sul nostro Vate e all’alba, poco prima di separarci, Windom Earle ci annunciò che aveva quasi finito di scrivere un nuovo articolo per il blog.
«Credo di aver scoperto che Bartleby sia stato vittima di una abduzione aliena chiaramente suggerita da Melville già nell’incipit!»
Solo allora, ormai certo della nostra buona fede (sebbene io sospetti che ancora oggi creda che Vinz avesse informazioni riservate su di lui), ci rivelò il suo vero nome.

Il blog di Karl si chiamava The Black Lodge. All’epoca era on-line da circa un anno e Vinz ed io eravamo i primi visitatori. Quando Splinder chiuse, salvò gli articoli (più di mille) e i commenti (345, tra cui i nostri 322 all’articolo su Maniero) con l’intenzione di ripubblicarli su un’altra piattaforma. Non lo fece mai, ma da quella mole impressionante di materiale nacque la sua famigerata Trilogia della Cospirazione. I primi due volumi vennero pubblicati da una piccola casa editrice molisana che poco prima di fallire diede alle stampe In cucina con Licio Gelli, il libro di ricette del Maestro Venerabile (Karl ne fu furioso e angosciato). Il terzo, il più elaborato – il romanzo di formazione di un giovane regista che cerca di realizzare una serie tv sulle scie chimiche – lo stava ancora scrivendo. […]

***

[…] Pochi mesi dopo il nostro incontro, che ribattezzammo La notte degli svelati infingimenti come un racconto perduto di Raimondo Maniero, ci ritrovammo per la prima volta di fronte a una antologia impossibile. All’epoca l’editoria nazionale era come l’universo: si poteva immaginare che, prima o poi, un big crunch l’avrebbe rasa al suolo.

Mentirei se dicessi che la scoperta di quel sordido sottobosco fu per noi un’epifania. Come per ogni tragedia che si rispetti fu banalmente molto meno: lo ricordo come qualcosa di simile al nostro 1996 – l’inizio della fine, un fallimento di specie. Ancora oggi, quando di notte fatico a prendere sonno, vengo trafitto da lancinanti aculei che riproducono l’incedere perverso del traffico a senso unico di email che in quegli anni, dalle nostre caselle postali, andavano a schiantarsi non lette contro i guardrail delle cartelle spam della fauna di aspiranti curatori trentenni che, nella catena trofica editoriale alla rovescia che occupavano, insediavano i venerati curatori quarantenni guardandosi le spalle dalla torma di stercorari in agguato.
La messa in abisso della categoria degli aspiranti trovava la sua cornice nell’apparizione sullo sfondo degli under 30, i titolari di quel genere letterario che negli anni zero imperversò nelle inbox, nei forum di ricerche minerarie e nei lit-blog: l’antologia interrotta, o antologia impossibile.
L’under 30 aspirante curatore al quadrato aveva deposto la penna, roso da un bisogno senza fondo di realtà, certezze e contatti professionali. Aveva trasformato la sua prospettiva di esperienza in un almanacco babelico di nomi, volti, circostanze, numeri di telefono, indirizzi email, liste di nuove uscite imprescindibili e classici da recuperare, catalogati con criteri che avrebbero spinto Melvil Dewey sul baratro della follia a sviluppare il concetto di entropia.
Mellifluo e aggressivo. Spregiudicato ed ingenuo. Superbo ma costantemente infatuato. Appassionato ma cinico. Amico di tutti. Calcolatore. Lettore debole e grafomane. Meschino. Se fosse un movimento del corpo sarebbe una strizzata d’occhio. Se fosse un romanzo, la sua autobiografia non autorizzata. Invitato a suggerire un aforisma per descriversi, spaccerebbe per suo uno a caso tra “sono antifascista ma di sinistra” e “nella vita c’è di più che starsene seduti a stabilire contatti”.
Condivide ogni cosa. Raramente cita le fonti.
A lui si deve la ridefinizione del concetto di didascalismo.
Dieci anni dopo, su Facebook, è tra gli utenti che più abusano del tasto modifica per i suoi post. È amministratore di quattordici gruppi segreti.
Dieci anni dopo l’aspirante curatore al quadrato non è più un under 30. A suo dire, è il suo unico difetto. […]

***

[…] Da qualche tempo avevamo cominciato a frequentare un forum popolatissimo che ci rapì immediatamente in virtù di un nome che non aveva alcuna possibilità di lasciarci indifferenti. Gerundio e Lotta Armata era stato fondato nel 2003 dal ProfEdgarAllanTritto78 e da AlbertoAsorRosAsorRosAlbertō . Il primo, da un indirizzo IP dell’Alta Tuscia, voleva mappare tutti gli episodi della storia delle Brigate Rosse sotto forma di parodie di racconti horror di Edgar Allan Poe: La Sepoltura Prematura ricostruiva l’arresto di Mario Moretti; Ligeia non era altro che il ritratto di Mara Cagol; La caduta della casa degli Usher riferiva del covo di Via Gradoli. La sua idée fixe, va da sé, era il rapimento Moro: ispirato dal terzo capitolo di Salem’s Lot, il ProfEdgarAllanTritto78 mise in cantiere un’antologia sui 54 giorni, ognuno scandito ora per ora. A renderla impossibile fu la decisione di affidare ogni porzione di tempo a un autore diverso: ne occorrevano in questo modo 1296 (a me vennero assegnate le quattro di pomeriggio del 28 marzo 1978 – sei anni dopo, quando consegnai il racconto, erano stati trovati 340 autori: non mi è mai passato per la mente di aggiungere “soltanto” a quella cifra).

Mentre, non contento del professor Edgar Allan Tritto, accettai l’invito di AlbertoAsorRosAsorRosAlbertō a scrivere un racconto (mai pubblicato, a firma Robert Trebor) per la Prima antologia palindroma degli anni zero, Vinz cominciò a lavorare a quello che sarebbe diventato il suo primo romanzo e Karl si buttò sulla stesura di uno dei suoi articoli più impegnativi che avrebbe cambiato per sempre il corso di The Black Lodge: l’ipotesi di Gregor Samsa svelatore della cospirazione dei Rettiliani sembrava eccessiva anche per il suo blog, ma il nostro amico non era tipo da arrendersi facilmente – scrisse infine 140 mila battute, che divennero poi l’ossatura del suo secondo romanzo.

Due anni dopo venimmo contattati da Tommaso Madras. Naturalmente stava cercando autori per la prima antologia generazionale degli anni zero («Una delle prime, d’accordo!» concesse in risposta alle nostre rimostranze), ma non si trattava della «solita raccolta posticcia e retorica sui giovani d’oggi»: c’era di mezzo la difesa della Carta Costituzionale e il pluralismo dell’informazione, la fine del berlusconismo e l’esplosione di MySpace, i brogli elettorali alle ultime elezioni americane e Calciopoli.
Il sottotitolo dell’antologia, ci disse, sarebbe stato Distinguere gli 0 dalla lettera O. Gli era stato suggerito in sogno da Roland Barthes.
Al titolo ci stava ancora pensando. Non avrebbe mai più smesso di farlo.

***

[…] Negli anni zero, al dipartimento di Italianistica di Roma Tre, Tommaso Madras era noto ai più con due soprannomi, uno in uso tra i docenti – il Custode – l’altro tra gli iscritti a Lettere – il Colonnello.
Entrambi originavano dalla sua lunga permanenza tra quelle mura. Nessuno sapeva con precisione quando si fosse iscritto: se il suo libretto avesse potuto parlare, avrebbe confessato che Berry Berenson era ancora viva quando il numero di matricola del Colonnello venne generato (l’ex moglie di Anthony Perkins morì a New York l’11 settembre 2001, a bordo del Boeing 767 dell’American Airlines).

Nell’estate del 2006, intanto, per noi le cose presero un’altra piega. A giugno uscì finalmente Battaglie di cuscini, il primo romanzo di Vinz che venne tirato in 1000 copie da «Notte Americana», una piccola casa editrice di Pomezia che aveva uno stand alla Fiera della piccola e media editoria. A luglio Karl poté annunciare che da lì a qualche settimana la «Nuovo Ordine Editoriale» avrebbe pubblicato il primo volume della sua Cospirazione delle Lettere, una trilogia che secondo l’autore dimostrava l’esistenza di un disegno occulto per la conquista e il dominio del mondo, noto da sempre e già svelato dai più importanti romanzieri russi e francesi dell’Ottocento.
Io avevo messo da parte Kayak e anilina, il racconto che mi aveva commissionato AlbertoAsorRosAsorRosAlbertō, per fondare Mondo Cravero, una rivista autoprodotta di miasmi minimalisti impaginata in Università e distribuita a San Lorenzo e al Pigneto. Per il numero zero avrei voluto scrivere un lungo articolo sulle Cronache da una cordigliera arresa, l’unica raccolta di versi di Raimondo Maniero. Alla fine pubblicai Le ragazze di Gordio, una lunga elegia che avevo composto cinque anni prima dopo aver smesso di fumare per la seconda volta.

Cominciammo a pensare a una serata di letture per celebrare i nostri primi successi editoriali. La notte di San Lorenzo organizzammo un reading al Vento d’Oriente, il ristorante cinese di fronte all’Università dove mangiavamo tutti i giorni.

***

[…] Non credo che i cinesi avessero mai visto una cosa del genere, e in ogni caso ci mettemmo un bel po’ a farci capire. L’idea di occupare un’intera sala del ristorante per fare quella cosa che noi chiamavamo reading, loro proprio non la concepivano. La mossa vincente fu il riferimento al numero degli invitati. Il proprietario, fino a poco prima scettico e con una postura a braccia conserte che indicava chiusura, cominciò a sbattere gli occhi a intervalli regolari e a far segno di sì con la testa e a ripetere che andava bene, che festa di compleanno per trentasei persone andava bene, benissimo.
«Ma perché proprio trentasei?» mi chiese Louis.
«Perché per leggere avremo dodici minuti a testa, non uno di più».
La cosa, per noi straordinaria, fu che di persone ne vennero molte di più.
«Ce ne saranno più di cinquanta, forse sessanta!»
«Ma voi ve lo immaginavate che eravamo così seguiti?»
«Certamente», risposi, «ve l’ho sempre detto che tendete a sminuire il lavoro che abbiamo fatto. È venuta persino Ilary. Domani tutte le redazioni di Roma e le riviste sapranno di noi. Vedrete che faranno la fila per chiederci di pubblicare qualcosa con loro».

La gente era così tanta che molti furono costretti a stare in piedi, i camerieri cinesi non capivano cosa dovevano fare e il proprietario sbraitava inutilmente come un pazzo in mezzo alla calca: «Quanti involtini?! Maiale piccante, quanto maiale piccante?!»

Alla fine decidemmo noi per tutti. Ci posizionammo in mezzo alla sala con il microfono e l’amplificatore portatile da quindici watt e io chiesi se andava bene il menù fisso per tutti: «Involtini primavera vanno bene a tutti? Quanti maiali piccanti? Quanti pollo alle mandorle?»
Ci fu anche chi voleva l’anatra ai funghi e bambù e chi gli spaghetti di soia o il riso alla cantonese. Insomma, ci mettemmo quasi un’ora per mettere d’accordo tutti quanti e alla fine ottenemmo un antipasto, un primo o un secondo a scelta e una birra per tutti alla modica cifra di dieci euro a testa (quando il proprietario capì che avrebbe intascato quasi seicento euro in tutto ricominciò a scuotere la testa come un ossesso e a dire di sì a tutto quello che gli chiedevo).

Le nostre letture furono naturalmente quello che si sarebbe definito un contorno. Le persone masticavano e deglutivano e parlavano tra di loro mentre noi ci appassivamo a turno davanti al microfono. Ogni esibizione seguì questa specie di parabola discendente, dove l’attenzione del pubblico veniva conservata per un paio di minuti al massimo, dopo di che le letture diventavano quasi delle confessioni a mezza voce e le parole si rincorrevano in brandelli sempre più veloci, come se avessimo improvvisamente avuto fretta di finire e di rimetterci seduti.
Fu dopo quella esperienza che Louis decise di farla finita con la scrittura e di dedicarsi esclusivamente allo studio delle persone.
«Per queste persone», mi disse con in mano l’ennesimo bicchiere di grappa alle rose pieno fino all’orlo, «la letteratura non è che un contorno. Guardale, come si riempiono la bocca di tutt’altro».

In compenso noi non avevamo mangiato niente. A fine serata la sala si svuotò in fretta. Nessuno pensò di salutarci né di complimentarsi con noi. Eravamo forse diventati trasparenti? Disorientati, prendemmo a ispezionare i tavoli alla ricerca di avanzi della cena quando ci imbattemmo in Tommaso Madras.

Era seduto sulle scale che portavano ai bagni, nascosto dal rinfianco di un arco. Rimestava con un cucchiaino da caffè una zuppa agrodolce che qualcuno aveva abbandonato intatta sul primo scalino. Non appena ci vide si alzò di scatto e ci venne incontro con aria furtiva. Ad ogni passo il suo sorriso si allargava come arpionato da ganci invisibili ai lati della bocca.

«Finalmente vi ho trovati!» disse allargando le braccia. «Complimenti!»
«Ti siamo piaciuti?» chiese Karl timidamente.
«Assai. Siete fortissimi».
«Dici sul serio?»
«Siete postribolari. In senso buono naturalmente. È una qualità che manca da anni alla letteratura italiana».

Lo incontravamo ogni giorno al bar dell’università, ma era la prima volta che parlavamo con lui. Eravamo abituati a vederlo avvolto nell’inseparabile cappotto grigio cane che gli arrivava alle caviglie, ma quella sera indossava soltanto una vecchia maglietta bianca a maniche lunghe, ricoperta di minuscoli forellini distribuiti in maniera uniforme. Sembravano fatti a mano ma erano davvero troppo piccoli.

«Sentite qua: c’è questa antologia che sta curando Ilary, una porcata, vi giuro, ci sono certi nomi a cui non chiederei neanche di scrivermi la lista della spesa, uscirà entro l’anno ma sembra che ci siano delle defezioni. Vi interessa? Potrei intercedere per voi. Lo faccio perché mi siete piaciuti davvero tanto».
«Certo che ci interessa!» disse Karl.
«Di che si tratta?» frenò Vinz.
«Non ne so niente, ma è un’antologia di Ilary, non ti basta?»
«Perché dovrebbe?» chiesi.
Il Colonnello aggrottò le sopracciglia. I suoi occhi puntavano al di là del mio viso, come se cercassero di penetrarlo per guardare oltre le mie parole, direttamente ai miei pensieri. Lo stupore durò poco e presto si sciolse in un sorriso indulgente.
«Tu sai chi è Ilary?»
«Certo che lo so».
«Non credo. Altrimenti sapresti che ha 24 anni, ha già pubblicato un romanzo, ha curato due antologie, traduce dall’inglese, dal francese, dallo spagnolo e dal turco, fa l’editor per le tre più potenti case editrici indipendenti, collabora con un numero non quantificabile di riviste e il suo blog ha cinquecento visite settimanali».
«Come è possibile?»
«Lei dice che ama la letteratura più di se stessa. Si può essere talmente ipocriti?»
«Che vuoi dire?» chiese Karl.
«Non puoi essere così inserita e prolifica senza un aiutino dall’alto».
«Sii più chiaro!» lo incalzai.
«Hai presente Pastarito?»
«Il ristorante?»
«Non posso dire altro».
«Ti prego Colonnello, dicci qual è il suo segreto, dobbiamo saperlo!» supplicò Vinz.

Il Colonnello sollevò gli occhiali e si grattò il naso. Una lente minacciò di staccarsi dalla montatura nera che si reggeva grazie a un giro di nastro adesivo quasi invisibile. Lo vedemmo chiudere gli occhi con una lentezza estenuante. Dava l’idea di non dormire da mesi. Si ravvivò i capelli, si chinò su Vinz e gli sussurrò all’orecchio un nome.
«È suo zio», disse stringendogli il braccio. «Io non vi ho detto nulla, ma stiamo parlando di un Impero! In mano a un’unica persona. Senza figli poi, e con una sola nipote…»

Vinz aveva gli occhi sgranati. Al piano di sotto una porta si aprì e un cono di luce illuminò una pila di casse verdi di bottiglie vuote di Coca-Cola. Sentimmo allora l’inconfondibile picchiettare dei tacchi di Ilary che usciva dal bagno.
«Eccola, sta tornando. Ricordatevi: io non vi ho detto nulla. Voi non sapete niente». […]

Raimondo Maniero

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