Sabrina

Turchina alessia arti.jpg

Alessia Arti, Turchina

I toni della discussione di cui qui e qui sono degenerati in aspra polemichetta, sfociata adesso in lit-dissing (non crederete ai vostri occhi, cliccate qua). Game, set, match e ce la siamo cercata, noi siamo Verde pubblicazione-periodica-non-quotidiana-stampata-a-intervalli-regolari e ieri abbiamo raggiunto i 3000 mi piace su Facebook, al costo di un grosso sacrificio (ci dispiace, Stefano). Luca Marinelli e Francesco Quaranta intanto sono stati riassunti e voi avete un mese di tempo per farci toccare 4000, nel frattempo Silence is sexy ma pure Sabrinache è l’esordio sul nostro particolare-tipo-di-sito-web-in-cui-i-contenuti-vengono-visualizzati-in-forma-anti-cronologica di Michelangelo Franchini, su illustrazione di Alessia Arti. Franchini chi, però? Che ha fatto? Intanto si è diplomato al liceo classico Tasso e ha studiato Lettere Moderne all’Università La Sapienza. Poi ha fondato il collettivo Yawp – giornale di letterature e filosofie (dove scrive Sara Giudice) ed è autore dell’antologia poetica collettiva L’Urlo barbarico, edita da Mezzelane, a cura del Professor Muzzioli. Infine collabora con Flanerì, Altri Animali, Patria Letteratura, Carmilla. Suoi articoli sono apparsi su Pastrengo, Frammenti rivista, Il Varco. 
Il nome delle cose: sono le persone a deciderlo. Ciao, viva i blog, viva le riviste, viva le polemichette, ma soprattutto viva Verde e viva Crapula Club (e domani tutti a Bologna: viva sempre pure Simone).

Luci gialle come un ping pong notturno, sembrano animali. Sembrano animali sul vestito di Sabrina che svolazza nel sottile refolo serale. Il vento spazza la strada come in un film western, e Sabrina ride. Ride e danza, danza e arrossisce, arrossisce e mi guarda.
Aspetta, aspetto.
Aspettiamo mentre il refolo notturno ci scompiglia i capelli, e sembriamo i due della pubblicità; ti ricordi?
Sabrina dice qualcosa ma non la sento. Tonfi sordi come passi di gigante mentre Sabrina inquieta viene verso di me, ma non era nulla, vedrai.
Ci aggrappiamo alla macchina ferma, come a un’àncora, è uno strano relitto e noi siamo archeologi; ti ricordi quando giocavamo a essere archeologi? Te lo ricordi, che eravamo nel prato sdraiati e non c’era bisogno che tu mi spiegassi il gioco, un’armonia che non abbiamo più ritrovato.

Sabrina mi chiede una sigaretta e si incazza quando provo a negargliela. Non sei mica mio padre, mi dice, un insulto tremendo.

Il padre: alto, severo, violento. La madre: piccola, dimessa, succube. Sabrina? In mezzo. Mi raccontava certe cose che nemmeno te le sto a dire. Certe cicatrici ha sulla schiena, che guarda… pensandoci mi viene da abbracciarla forte, le braccia nude contro la stoffa grezza; il padre che con le stesse braccia, dure, forti, da fabbrica, si allungava su di lei e… ma non glielo dico quando mi chiede cosa penso, non le dico che penso a quant’è buio il futuro, e il passato, poi.

Pipistrelli che squittiscono, e la strada sembra una collina, nata per caso dalla terra, e non passa nessuno, tranne chi dovrà passare.
Sabrina ha capelli ricci e occhi azzurri, molti nei sulla schiena, guarda quanti: una costellazione.

Siamo fermi nella strada, due sagome sul grigio scuro sterrato che non va da nessuna parte.
Vorrei alzare il braccio e guardare l’ora ma non voglio dirla a Sabrina. Una volta per l’ansia di guardare l’ora ho alzato di scatto il braccio e l’ho colpita, tu pensa che idiota, l’ho colpita col braccio muscoloso e mi sono sentito un mostro. Stavamo abbracciati, le è venuto un livido, ho pensato subito ai racconti del padre; il padre che la teneva ferma e sembrava invece così una brava persona quando l’ho visto, figurati che stava in poltrona in camicia, il giornale, gli occhiali calati sul naso, uno stereotipo proprio, e invece niente. Sabrina mi aveva stretto forte il polso e io le avevo detto che era ridicolo avere imbarazzo per quello. Stavamo insieme, stavamo vicini, che c’è di male. Lei col polso stritolato: non capisci. Io: smetti di stritolarmi il polso. Era passato del tempo prima che ci ritrovassimo dove siamo ora, stretti sulla strada, abbracciati un po’ per freddo, un po’ per paura, un po’ per tutto quello che verrà quando gli amici alti e gialli ci presenteranno il conto. Sabrina piange, mi chiede l’ora, io non gliela dico, non la guardo, meglio di no. Meglio non guardare l’ora, meglio non sapere. Sempre meglio non sapere, figuriamoci sapere quando sarà finita, quando tutto si risolverà. Sabrina mi parla, non capisco di cosa, un animale si muove nel buio, non capisco perché.

Saprò vincere lo scontro?
Guardo il portabagagli, il paesaggio deprimente e il volto di Sabrina imbiancato dalla luna; i raggi grigiastri sul viso lentigginoso da bambina non saranno l’ultima cosa che vedrò. Né suo padre, il cui viso, assai meno grazioso, possiede tuttavia delle somiglianze con lei. Ma nessuno sa mai quando sarà la fine, giusto?

Questo pensiero mi porta al pessimismo e stringo ancora di più Sabrina, e forse la tocco un po’ anche, forse c’è il tempo di penetrarla sull’asfalto lurido e guardare quant’è bella, forse lo saprei, lo saprei se guardassi l’orologio. Non lo guardo, ho gli occhi sull’orizzonte. Sabrina mi chiede a cosa penso, non rispondo. Capisce, piange. Le luci gialle danzano e un animale muore nel buio mentre aspettiamo di veder comparire la sagoma buia che conosciamo, e lei si fa piccola.

Michelangelo Franchini

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