I manieristi #5: La parrucca di Marilyn

“Gentile redazione,
seguo con attenzione la vostra rivista e apprezzo il lavoro che fate, ma sono costretto a valutare la vostra pagina Facebook con sole 4 stelle su 5. Il motivo è che non mi è chiara la periodicità de I manieristi di Raimondo Maniero: venerdì 1 settembre avete pubblicato la prima puntata, venerdì 8 settembre niente, venerdì 15 settembre la seconda, venerdì 22 settembre la terza, venerdì 29 settembre la quarta; poi, più nulla.
Ho due domande: continuerete a farci leggere quando vi pare le avventure di Karl, Louis e Vinz? Le illustrazioni saranno sempre di DeadTamag0tchi?”
(Gentile lettore,
sì.
Cordialmente)

Rimanemmo a lungo in silenzio senza guardarci e percorrendo fianco a fianco il marciapiede che conduceva ai parcheggi. Arrivavamo in fondo e tornavamo indietro, così per minuti che sembravano ore. Le parole del poeta e ancora di più le urla di Ilary avevano avuto lo stesso effetto di una serranda abbassata con violenza sulla serata: ogni possibilità di partecipazione ci era stata definitivamente preclusa. Eravamo diventati fascisti. De Mierda ci era già stato detto in diverse occasioni, scrittori solo a volte, ma fascisti no, nessuno aveva mai osato. Ci scorsero davanti agli occhi tutte le iniziative, i reading e i convegni sulla memoria e la Resistenza a cui avevamo preso parte negli ultimi dieci anni, le serate su Fenoglio e gli incontri su Pavese e Calvino, quell’antologia su Vittorini a cui Madras ci propose di partecipare (non se ne fece nulla, naturalmente) e le affollate presentazioni della Narrazione Toyotista Collettivizzata dove c’era sempre qualcuno che si spacciava per membro del gruppo; insomma, il poeta ci aveva distrutti con una sola parola. In un momento di particolare sconforto Karl buttò in un cestino il pieghevole con il programma delle presentazioni.
Soltanto poche ore prima avevamo eletto quel pezzo di carta a nostra bussola e libretto delle istruzioni. Non era servito a niente.

«E ora che l’hai buttato che facciamo?»
Eravamo già arrivati al termine del secondo giro. Karl fece un gesto vago: «Guardiamo un po’ di ragazze».
«Io torno a casa» disse Louis.
«Mannò, Karl ha ragione. Guarda quante ce ne sono, adesso ci inventiamo qualcosa» fece Vinz.
«Io ne ho già vista una» disse Karl. «Quella là con i capelli corti, laggiù».
«Però! Non ne hai certo scelta una a caso. Dovremmo inventarci qualcosa per attaccare bottone» propose Vinz.
«Guardate un po’ là». Louis indicò la scalinata dietro la ragazza. «È pieno di fotografi».
«Quanti sono?» chiese Vinz.
«Tanti. E sono tutti lì per lui. Completo blu e foulard viola al collo, lo riconoscete?»
«La faccia non mi è nuova» disse Karl, «sarà uno di quelli che parlano questa sera».
«È Emmanuel Carrère!»

Lo avevo riconosciuto subito, i francesi erano il mio forte. Era lì, tra gli spalti deserti della gradinata, inseguito dagli obiettivi dei fotografi che sembravano incantati da quell’uomo così austero con la mascella serrata e quel maestoso dedalo di rughe che rendeva impenetrabile il suo sguardo. Neanche sforzandoci avremmo potuto prendere sul serio quella sequenza: sembrava una riduzione in scala di Toby Dammit, un fotogramma ridimensionato che in altre circostanze ci avrebbe visto recitare la parte della bambina con la palla rossa nella testa dello scrittore, che si sporgeva con il collo verso l’obiettivo, come se lo stesse corteggiando – era ovvio che stesse flirtando con lo sguardo di un’ipotetica spettatrice.

«Bisognerebbe imparare da lui» disse Louis.
«Bisognerebbe fingersi lui» disse Vinz.
«Fingersi Carrère? Ci smaschererebbero subito!» protestò Karl.
«E chi hai mai detto che devi fingerti Carrère? Io intendevo proprio lui. Maniero».
«Abbiamo bisogno di un travestimento?» chiese Karl.
«Niente travestimento, si va in scena così. Improvvisiamo» rispose Vinz.
«Non abbiamo i suoi libri…»
«Lo vedi Carrère?» gli chiesi.
«E allora?»
«Ti sembra che abbia un libro in mano?»
«No».
«E sai perché non ha un libro in mano?»
«Perché?»
«Perché sa che vogliono lui».
«Vogliono chi?»
«Tutti quelli che sono qui. A chi importa del libro quando hai lo scrittore?»
«Non ti seguo».
«Proviamo con le ragazze».
«Che vuoi dire?»
«Pensa alle ragazze. Ci sei?»
«Certo che ci sono!»
«Quando vedi una ragazze per strada che fai?»
«Dipende».
«Da cosa?»
«Da che tipo è, da come mi sento in quel momento, da dove mi trovo…»
«Da dove ti trovi!» ripetei facendo schioccare un pugno nel palmo della mano.
«È il contesto che conta» disse Vinz.
«Il contesto, capisci? Non siamo in una libreria».
«Siamo a un festival» disse Karl.
«Proprio così. E ai festival contano gli autori, non i libri. Giusto?»
Karl era in stato d’allerta, come se avesse già intuito quello che da lì a poco gli avremmo ordinato di fare.
«Lui non approverebbe».
Vinz alzò un braccio: «È qui che ti sbagli, amico mio».
«Odiava le esibizioni pubbliche e i premi letterari. Diceva che la scrittura non era un pranzo di gala ma doveva essere l’ultima cena, e che non poteva…»
«Essere performativa, lo sappiamo. Che ci fai, la lezioncina su Maniero?» lo rimpoverò Vinz.
«Sono cose che scriveva in Al Rogo!» disse Louis.
«Appunto! Ricordi il sottotitolo? Come abbattere il Premio Strega e chi pretende di riformarlo. Più eloquente di così» insistette Karl.
«Era un saggio, Karl, nei saggi Maniero era severo, corrosivo, violento, ma nei racconti dava sfogo a tutta l’ironia di cui era capace».

Karl non ascoltava più. Aveva puntato lo sguardo in direzione di Carrère: potevamo sentire i flash delle macchine crepitare ancora e le timide sollecitazioni dei fotografi rivolte all’autore.
Un’altra per cortesia, da questa parte, più a destra.
Lui restava immobile: si cingeva la vita con le lunghe braccia e sorrideva. I fotografi non protestavano. Continuavano a scattare.
Ci sentivamo rinati. Era diventata una questione di vita o di morte. Al diavolo Ilary, Cayetano e i fascisti de mierda. Al diavolo anche Carrère: L’avversario avremmo voluto scriverlo noi, è vero, ma il suo Limonov ci era piaciuto soltanto perché il protagonista è davvero un fascista impenitente, altro che carattere inafferrabile ed epopea irresistibile.

«Dì un po’» chiesi a Karl, «te lo ricordi La Parrucca di Marilyn
Si stava mordicchiando le unghie e continuava a distogliere lo sguardo per evitare il contatto visivo. Ci mise un po’ a rispondere. Presto o tardi le sue dita avrebbero cominciato a sanguinare.
«Certo che me lo ricordo. È l’ultimo racconto di Televisore a dolore».
«Te lo ricordi cosa succede dopo che muore Nunzio?»
«I genitori chiamano l’impresario delle pompe funebri e gli chiedono di truccarlo, vestirlo e fare sparire gli abiti che indossava per travestirsi da Marilyn».
Negli occhi Karl aveva di nuovo lo scintillio dei suoi momenti migliori. Anche la tosse era quasi scomparsa.
Vinz seguiva in silenzio. Intervenne anticipandomi di un istante: «Vogliono che lui bruci la parrucca».
«Però l’impresario sa che Nunzio amava quel travestimento» continuò Karl. «In paese lo sanno tutti e in fondo lo accettano».
«Tutti tranne i genitori, che si vergognano» aggiunsi.
«Per loro non è una questione di onorabilità o di rispetto, è che non sono mai riusciti a capire il figlio».
«È una questione di apparenze e desideri».
«Direi di percezione e comunicazione» mi corresse Karl. «Non a caso l’antologia si intitola Televisore a dolore. Ma perché ne stiamo parlando, Louis?»
«Da quanto tempo non lo rileggi? Ti ricordi anche il finale?»
Karl mi guardò stupito. Quella domanda non se l’aspettava. «Come potrei averlo dimenticato? È uno dei finali più belli di Maniero!»
«L’impresario è disperato. Non riesce a prendere una decisione: i genitori sono clienti, Nunzio è loro figlio, è una questione privata che non lo riguarda, ma lui pensa che vestirlo da morto con gli abiti che in vita aveva rifiutato sarebbe una profanazione».
«I genitori insistono con la parrucca. “Bruciatela ora, davanti a noi” dicono. E non mollano».
«L’impresario pensa addirittura di tagliare i capelli di Nunzio e bruciare quelli. Ai genitori sarebbe bastato “l’afrore scortese d’una cheratina, una qualsiasi”».
«E rigirandosi questa parrucca tra le mani ha una illuminazione: non è sintetica, i capelli sono veri!»
«Sconvolgente!» intervenne Vinz. «Come gli sarà venuto in mente?»
«Già» continuai io, «ma niente in confronto a quello che scoprirà da lì a poco. Imbarazzato e mortificato, come se fosse colpa sua, lo dice alla madre e vi ricordate la vecchia come se ne esce?»
«“Certo che sono veri, sono i miei!”» risposero insieme Vinz e Karl.
«I tre rimangono lì a guardare la parrucca, l’impresario a quel punto si domanda di chi siano i vestiti di Marilyn, ma è una domanda che non farà mai perché il racconto finisce così. Secondo voi è incompiuto?»
«Certo che no» disse Karl. «Come al solito Maniero lascia a noi l’onere dell’interpretazione».
«Esatto. Ci permette di essere sia Nunzio che l’impresario, ma anche la vecchia madre. Siamo noi lettori che dobbiamo liberarci e non attraverso la scrittura, ma tramite la prospettiva dell’autore, che ci offre uno spunto per costruire il nostro punto di vista personale».

Negli occhi di Karl era tornato il velo del dubbio. Sapevamo entrambi di essere d’accordo – de La parrucca di Marilyn, come di tutte le opere di Maniero, avevamo discusso per anni fino allo sfinimento, non era certo la prima volta – ma in quel momento gli sfuggiva il senso di quel lungo résumé: dove mi sta conducendo? Sembrava chiedersi. E perché?
Vinz mi venne in aiuto permettendomi di riprendere fiato.

«Maniero sapeva quando era il caso di mettere l’autore davanti all’opera. Si faceva beffe dei registri e delle convenzioni. Lo faceva nei racconti, lo faceva nei romanzi e vorrebbe che lo facessimo anche noi. Ora, qui».
«È il discorso più raffazzonato che abbia mai sentito» disse Karl. «Non ha alcun senso».
«Non è un discorso autoreferenziale o di vanità, a Maniero interessano le visioni, non a caso l’antologia si intitola Telev…»
«Basta! Mi avete convinto, siete dei pessimi imbonitori ma non ho più voglia di ascoltarvi! Facciamolo! Come funziona?»
«Funziona che scriviamo il nome di Raniero su un pezzo di cartone che recuperiamo da qualche parte, ad esempio lì, guardate, vicino a quei cassonetti, ci mettiamo sugli spalti, in un punto qualsiasi della gradinata e fermiamo le ragazze che passano. È semplicissimo».
«Io che devo fare?»
«Niente» disse Vinz. «Devi stare immobile, sguardo vitreo, espressione severa, non salutare nessuno e ogni tanto ripeti il tuo nome».
«Il mio nome».
«Qual è il tuo nome?» gli chiesi.
«Raimondo Maniero».
«Siamo pronti. Andiamo!»

Dopo aver recuperato il cartone ci posizionammo nell’angolo occupato fino a un attimo prima da Carrère. Il servizio fotografico era terminato e lo scrittore era andato via: mancavano ancora due ore al suo incontro, ma la macchina organizzativa pretendeva il soddisfacimento di altre incombenze. Per quanto ne potessimo sapere, in quel lembo di terra nessun uomo aveva mai messo piede, tanto era desolato. Ma non ci scoraggiamo: Karl si era già calato perfettamente nella parte e aveva lo sguardo rude ma divertito. Era tutto più semplice di come appariva. Forse era questo il senso del finale sospeso del racconto di Maniero.
Vinz ci diede il segnale.
«Ragazzi in posizione, arrivano due ragazze niente male!»
La nostra recita poteva avere inizio.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Raimondo Maniero

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