Esilio

“Settembre 2020. Mio fratello è morto. Ne sono certo. Sono ormai due mesi che è partito. Ormai dovrebbe essere in Europa. Nessuna notizia. Sembra che i Pallidi abbiano costruito enormi barriere di cemento per impedire il nostro passaggio. Scogliere artificiali sulle quali sanguisughe come noi scivolano lasciando bave di sangue. Che fare? Quali alternative? Morire qua? Di fame o di malattia? O annegare nel Mediterraneo?”
Un racconto velocissimo (e fantascientifico, così auspichiamo) di Marco Canneva (già qui), si intitola Esilio e lo leggiamo oggi con una illustrazione di Federico Bressani.

«Ci nasconderemo dietro lo Scoglio e da lì intercetteremo la rotta dei migratori. L’azione dovrà essere veloce e risolutiva. L’intelligence parla del più grosso convoglio degli ultimi due anni» disse il generale scrutando negli occhi la platea di ufficiali, biglie nere da cui nascevano capelli lunghi e aggrovigliati. Johnson lo ignorò. Finita la riunione uscì dal quartiere generale e s’infilò nella stazione della metropolitana in cui attese il treno che lo avrebbe accompagnato a casa. In vettura il finestrino sfiorava il cemento grigio ma, di tanto in tanto, mostrava in fotogrammi la roccia verde e maligna. Era nato in quel luogo, ma non era mai riuscito ad abituarsi alla consistenza e al colore di quella terra. Quando uscì dal budello che lo opprimeva, fu investito da una luce aliena che custodiva le cromie del mezzogiorno e del tramonto. Come potevano i suoi amici, i suoi colleghi, sua moglie, tollerare quel giallo artificiale? Per fortuna la sua abitazione era ad appena due isolati.

«Allora è per domani?» gli chiese Janine con occhi dilatati. «Spero sia la volta buona. La gente non ne può più. Sono troppi» continuò servendo lo spezzato di manzo e pecora con mani d’ebano screpolato.
«Sì, domani. Alle sei devo essere sul ponte di comando della Legba» rispose Johnson alla moglie, «è meglio che vada a dormire». In camera da letto osservò allo specchio i suoi dreadlock imperiali e aprì il primo cassetto del comò in cui nascondeva un vecchio quaderno protetto da una pelle ramata. Si stese sul letto e iniziò a leggere.

Settembre 2020. Mio fratello è morto. Ne sono certo. Sono ormai due mesi che è partito. Ormai dovrebbe essere in Europa. Nessuna notizia. Cerco di sperare ancora. Ma come si fa? Solo ad agosto sono morti in cinquantamila sulla rotta fra Bengasi e la Sicilia.
Gennaio 2021. Il freddo non fa che acuire la tragedia. La televisione parla di centomila cadaveri, ma fonti ufficiose sussurrano una carneficina di duecentomila annegati. E c’è di più: sembra che i Pallidi abbiano costruito enormi barriere di cemento per impedire il nostro passaggio. Scogliere artificiali sulle quali sanguisughe come noi scivolano lasciando bave di sangue. Che fare? Quali alternative? Morire qua? Di fame o di malattia? O annegare nel Mediterraneo?

Johnson staccò le pupille dal diario del bisnonno. Conosceva a memoria le parole appena lette. Erano diventate per lui un rituale serale che, come ogni cerimonia, annullava il passato e in futuro in un eterno ritorno. Saltò alcune pagine e continuò a leggere.

Settembre 2021. Credo di avere fatto bene a non partire. Molti amici mi danno del vigliacco. Forse lo sono, ma almeno vivrò. Ecco la soluzione finale: in neanche un anno i Pallidi hanno costruito un centinaio di navicelle, ognuna dalla capacità di tremila passeggeri. I viaggi inizieranno a dicembre. Sono certo che Mulungu, il nostro futuro pianeta, ci accoglierà con più compassione. In fondo la Terra non ci ha mai voluto…

Johnson perse la presa sul taccuino che gli cadde in petto facendo vibrare la sottile membrana delle palpebre. Nel dormiveglia si immaginò al comando della Legba nascosta dietro a Scoglio, la luna del secondo sole di Mulungu. Poi gli sembrò di avvertire la voce metallica del generale.

«Primo ufficiale Johnson, attaccare obiettivi uno, due e tre».
Si vide immobile, osservato da una decina di sottufficiali attoniti.
«Nave Legba, primo ufficiale Johnson. Ripeto ordine: attaccare obiettivi uno, due e tre».

Seguì con lo sguardo le decine di navicelle avvicinarsi, in fuga dalla Terra diventata ostile anche ai Pallidi. Scorse volti emaciati ritrovare il coraggio davanti al biancore di ben due stelle. Attraverso l’oblò vide un bambino sgranare gli occhi cerulei sotto un calore mai provato; sotto una luce che la Terra, sull’orlo dell’imminente glaciazione, ignorava.

Marco Canneva

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