Ascenseur pour l’échafaud #1: Zdzisław Beksiński

Ciao, c’è una nuova rubrica criminale di Sergio Gilles Lacavalla, si intitola Ascenseur pour l’échafaud e la leggeremo una volta al mese su Verde (so long, Rock Criminal). Prima puntata: Zdzisław Beksiński, il grande pittore. L’illustrazione è di Federico Bressani. Buon inizio di settimana.

«Zdzisław, avevi dipinto noi, vero? La tua famiglia».
«No, che dici? È solo un’immagine alla quale non ho attribuito nessun significato, ormai dovresti saperlo, Zofią. E poi ne è passato di tempo, su».
«È che quella croce, la donna sulla croce, l’uomo che la trascina, il bambino sopra… siamo noi, Zdzisław. L’ho sempre pensato. Non ho mai smesso di pensarlo. Non ti dicevo niente ma lo pensavo. Lo penso soprattutto adesso che io… Ormai siamo diventati un peso per te, Tomasz e io. Lo siamo sempre stati. Da quando Tomasz era piccolo e già si vedeva che… be’, che era strano, tarato, Zdzisław».
«Non dire così».
«Un peso diventato adesso troppo gravoso. Sei stanco. Siamo tutti stanchi. Un peso. Come lo sono state le nostre madri. Un peso anche loro. Un fardello da sopportare cristianamente. Così vecchie e malate. Il respiro della morte nelle loro stanze. Lo ricordi quel respiro? E l’odore. Medicinali, vecchiaia e morte. Il corpo che si decomponeva lentamente. Fai che quando sarà il momento io non abbia quell’odore. Anche nostro figlio è malato. Anche lui, a modo suo, nella sua musica, tra tutti quei dischi stranieri, e tutti quegli antidepressivi, Dio quante pillole, si sta decomponendo».
«Tomasz non è malato. È soltanto un ragazzo troppo sensibile: quello che per noi è solo un fastidio, un leggero malessere, per lui è fonte di sofferenze infinite. Ma non è malato. E la sua musica, quei dischi che ascolta di continuo e fa ascoltare, lo tengono in vita e gli faranno bene. Vedrai, prima o poi gli passerà».
«Sì, alle donne fa sentire i dischi, prende tempo: perché quando lo baciano, quando sono nude davanti a lui e lo toccano, lo abbracciano, lui vorrebbe fuggire. Non ce la fa. E loro se ne vanno, lasciandolo più solo di prima con la sua musica che le segue fino alle scale. Pensi che la prossima volta ci riuscirà. No, non intendo con una ragazza, no, voglio dire, a… sì, a uccidersi? Guarda come ne è uscito l’ultima volta. Sembrava proprio una creatura dei tuoi lavori. Non voglio neanche pensarci».
«Non pensarci».
«Non pensarci, già, non pensarci. Tu basta che ci riprendi con la tua telecamera e non fai niente. Se non ricordarcelo in ogni momento. Ogni parete di questa casa ce lo ricorda. I tuoi quadri ci ricordano che siamo tutti malati. E che stiamo soffrendo».
«Non sono che quadri. Solo dipinti a cui non attribuisco nessun significato. Come te lo devo dire? Ci permettono di vivere, e bene. Sono fotografie dei sogni».
«La tua solita frase per le interviste. Sono fotografie degli incubi. La nostra vita è un incubo. Io sto morendo, Zdzisław, lo ha detto il medico. E spegni quella telecamera, ti prego. Spegnila, Zdzisław, e lasciaci in pace».
Zdzisław Beksiński era divorato dallo squallore di una vita normale. L’inferno è la famiglia in un palazzo di Varsavia. Dove non succede niente. Tutto va bene. Perché nella vita di chiunque tutto va così. Il clamore delle mostre del più importante pittore polacco contemporaneo, “il miglior artista dei primi trent’anni della Repubblica Popolare Polacca”, come fu definito dalla critica nel 1975, in quell’ordinario condominio non entra. C’è soltanto la musica classica che avvolge il suo studio, da lì copre la cucina e invade tutte le stanze, a volte sono i dischi rock che suo figlio baratta dall’Inghilterra con i quadri del padre (i musicisti di Beksiński sono mostri che soffiano in una tromba, stridono con l’archetto le corde di un violino), la musica che non cessa mai quando lavora e soffoca i muti lamenti dei suoi familiari. A ognuno di loro ha donato una decina di dipinti, li chiama “il fondo pensione”. A ognuno di loro ha trasmesso la sua insoddisfazione mascherata dalla serenità del buon padre di famiglia. Sorride. Tomasz tenta l’ennesimo suicidio, dopo le pillole il gas. Un botto tremendo. I vicini, spaventati dall’inetta impresa di quel giovane pazzo, chiamano i pompieri e si riversano per le scale come si trovano sul momento. Mormorano, parlano di quella famiglia famosa e del loro figlio strambo. Ustioni sparse sul suo corpo. Schegge di vetro conficcate nella pelle. Niente di grave. Lui lo trascina svenuto sul pianerottolo.
Aveva dovuto abbattere la porta della stanza dove si era rinchiuso il ragazzo dopo aver ingurgitato un’intera scatola di ipnotici.
«Ma perché fai così? Sei un dj e un giornalista di successo. Il tuo programma di musica rock alla radio è il più ascoltato del paese. Anche le tue serate quando metti i dischi mi sembra che piacciano molto. Piene di ragazzi. Sempre pieno. Potresti avere tutte le donne che vuoi. Divertirti. Invece no, te ne stai qui rinchiuso a morire giorno dopo giorno. Poi ci provi con i farmaci, col gas, e ancora i sonniferi e sei da capo. Ogni volta è peggio. Che dobbiamo fare? Non lo sappiamo più, davvero non sappiamo più cosa fare. Cos’hai? Parlane, con me o con la mamma. O alla radio, ecco, potresti parlarne in trasmissione, che ne dici?»
«È inutile, tu non capisci. Nessuno può capire. Né alla radio né altrove. Neanche io capisco, sai? Non è solo per il fatto delle ragazze. Le difficoltà che ho con loro sono solamente un sintomo, una conseguenza di… non lo so. Non Lo So. Basta! No, tu non puoi capire. Mi regali i tuoi quadri e non capisci. Non capisci niente. Toglimi quella telecamera dalla faccia. Ho detto: Togli Quella Telecamera!».
A volte, dopo certe discussioni, sempre uguali, la stanza di Tomasz, la cucina dei suoi genitori, sembravano uno di quei quadri di suo padre. Una scena di distruzione e morte. A casa Beksiński si moriva ogni giorno.
Zdzisław Beksiński registrò con la sua telecamera l’agonia dell’anziana madre, della suocera. Le camere erano stanze d’ospedale, reparti di rianimazione con le flebo e l’ossigeno. La versione realista dei suoi quadri surrealisti.
I due amanti ridotti quasi a scheletri che si abbracciano seduti a terra, una terra sterile in un’atmosfera contaminata, nel crepuscolo atomico di un dipinto del 1984, sono suo figlio e la sua ragazza del momento? Sono lui, Zdzisław, il grande pittore, e la sua fedele e paziente moglie, Zofią Heleną Stankiewicz, sposata nel 1951 quando erano ragazzi e lei era bella? I corpi si stringono, forse lui la sta penetrando, ma non c’è sensualità, non c’è futuro: solamente disperazione in un abbraccio tra due esseri che muoiono insieme. Il quadro, senza titolo, come quasi tutte le sue opere – perché che titolo dare alla putrefazione, alle cose che vanno verso l’annientamento, che sopravvivono solo per aspettare la fine, la loro fine, la fine di tutto? – più che orrore e raccapriccio suggerisce una sconfinata melanconia. Altri due amanti si abbracciano su una panchina. Sono due, tre, forse di più, più braccia e gambe e piedi si intrecciano, più teschi, non sono teste ma teschi, non si capisce bene quanti siano. Di certo, di evidente, c’è che sono abbracci di una quotidianità esausta. Già morta ma che si ostina ad aggrapparsi all’altrui sofferenza per mitigare la propria – o per riconoscersi in essa. Due umanoidi scarnificati scopavano sulla neve, tra animali mutati che li osservavano in mezzo alle macerie di una città abbandonata; fottono come possono. Un uomo, più scheletro che uomo, era sopra una donna: erano nudi e lei era anoressica. Sono spogliati e sdraiati su due tavole di legno messe a croce coperte da un lenzuolo che fa da sudario a uno stentato amplesso.
Inadeguati a ogni relazione.
Il regime comunista e poi la sua caduta, il tonfo che sbatté lontano l’Unione Sovietica, Mosca, la cortina di ferro che si liquefa, il Patto di Varsavia si scioglie e la guerra fredda depone (o quasi) le armi, il freddo non si tempera mai, poi Solidarność al governo e l’affannata democrazia, il passaggio dall’economia centralizzata a quella di mercato, insomma, i grandi eventi storici, non sono niente davanti alle minime ed enormi storie di un interno, alla vita e al fallimento di una coppia, alla sconfitta della famiglia. Ognuno ha i propri drammi e la storia di ognuno è solo la storia tra le mura domestiche. Quanto può essere affliggente un legame familiare. Non ci si accorge neanche di cosa avviene fuori.
«Questa è la mia ultima trasmissione del 1999, cari ascoltatori. Ci sarà il 2000? Intanto, buone feste».
Le strade di Varsavia sono colorate dalle luminarie.
L’abitazione di Tomasz, proprio di fronte a quella dei suoi genitori, ha le luci fosche del tentativo di un rapporto sadomaso: latex, sottomissione, parole sconce, un frustino e «leccami le suole degli stivali, avanti piccolo schiavo impotente», dice la sua ex fidanzata tornata per gli auguri. Sta al gioco, cerca di divertirsi, ma che idiozia, è proprio un’idiozia, una tragica patetica farsa che si risolve con lei che ridendo lo abbandona di nuovo al suo pianto e alla sua sconfitta. Anche lei, al contatto con la fredda aria natalizia, avrebbe voglia di piangere.
Quando Zdzisław Beksiński, alla vigilia di Natale buttò giù la porta dell’appartamento del figlio, privo di addobbi festivi, e lo trovò finalmente riappacificato con quella quotidianità di dolore, finalmente vittorioso nel ripetuto scontro-incontro con la morte, finalmente cadavere pieno di psicofarmaci che giace con la bocca irrigidita e liberato sul pavimento, niente più rapporti deludenti con nessuna donna, con nessuno al mondo, non poté far altro che accendere la sua telecamera e riprenderlo: fermare la morte su nastro, come aveva fatto tutte quelle volte sui fogli con le matite, sulle tavole di legno con i colori a olio per la gioia di galleristi, collezionisti e direttori di musei e l’angoscia del pubblico reso inquieto da quelle disturbanti visioni. E prima ancora nelle foto. Una donna in guêpière è sdraiata sulle rotaie e aspetta il treno che la investa e la decapiti. Staccare via quella maledetta testa. Fine di ogni pensiero. Di ogni relazione come pensiero. Come cruccio esistenziale. È la solita storia. I più sensibili la capiscono. Sguardi di uomini e donne persi nella paura di stare al mondo. Una donna urla coprendosi gli occhi con il polso e la mano aperta. Una donna nuda, la pancia un po’ gonfia, si tiene con le mani il capo rivolto al cielo, il cielo è bianco, dietro di lei un albero dal tronco e i rami secchi. La fotografia del volto di donna bucato da un baratro nero: una femmina senza faccia. Il male di sopravvivere ed essere già morti non ha volto. Tutti i personaggi del suo tragico teatrino pittorico non avranno quasi mai volto. A volte sono bendati. Altre il viso è celato dai capelli. Sono rare le volte in cui la faccia appare con tutti i suoi connotati – e più che altro sono grotteschi. Tanto non c’è più niente di vivo ed edificante da guardare. Gli occhi è meglio bendarli, cucirli, non averli più. Se provate a guardarvi intorno non vedrete che rovine di corpi e di costruzioni e la luce è come quella dopo un’esplosione nucleare. Anche il buio. Se osservate bene nel vostro appartamento, oltre i muri, nella strada sotto casa spostando le tendine delle finestre del salotto e della cucina, dalla strada il palazzo dove abitate, non vedrete che ruderi. Paesaggi apocalittici. Dai colori irreali. Se guardate bene non vedrete che questo. Meglio cacciarsi gli occhi. Sì, è meglio. Aveva ragione lui. Anche se scherzava, anche se rideva, «ma c’è pure ironia, non la vedete?», aveva ragione lui. Le nostre case ci assomigliano. I mezzi con cui ci spostiamo per la città, un autobus (Beksiński aveva disegnato le carrozzerie di alcuni modelli di pullman turistici per la fabbrica fondata da suo nonno, la Autosan della natia Sanok), un’automobile, sono carcasse bruciacchiate che non camminano più. In panne su una strada desertificata. Senza conducente. Solo su una motocicletta c’è qualcuno: ma la moto è bloccata dal cavalletto.
Il corpo nudo di una donna inquadrato di schiena dall’obiettivo e stretto in un corpetto di fili, il “Gorset Sadysty” fotografato ed esposto nel 1957, quando Beksiński andava affermandosi come uno dei protagonisti dell’avanguardia fotografica polacca, mostra forme deturpate da questa ragnatela, la leggera cellulite sul sedere già spugnoso della giovane modella anticipa il disfacimento che arriverà con l’età e la prolungata vita di coppia. La modella è sua moglie. La sua musa fotografica. La bellissima moglie diventerà vecchia e non più attraente. Il desiderio sessuale mortificato dall’abitudine. Cadente il marito. L’intelligenza dei discorsi abbassata all’idiozia della ripetizione. La meschinità della vita altera i corpi. Li sforma, li rinsecchisce. Li rende mostruosi e incomprensibili. E tutto questo è presente fin dall’inizio. Forse aveva fatto bene Tomasz a farla finita in quel modo, prima che le sue braccia stringessero un corpo in sfacelo come i pensieri che si porta dietro. Forse vedeva quel deterioramento della carne e dell’essenza psichica nelle ragazze che frequentava. Sarebbero diventate così. La sua ragazza sarebbe diventata così. Così sarebbe diventato lui, che intanto aveva perso i capelli. Non avrebbe atteso come suo padre. Il suicidio è una bella possibilità. Da non mancare. Zdzisław ritardò la chiamata degli inutili soccorsi per rimanere a lungo seduto in cucina, in silenzio, senza pensieri, con una rassegnazione priva di ragionamenti e la macchina da presa fissa su quel corpo. L’anno prima, il 22 settembre, aveva trovato, più o meno nella stessa posizione, sua moglie sul pavimento della cucina. Il previsto aneurisma aortico l’aveva sbattuta al suolo: un rivolo di sangue le usciva dalla bocca e sporcava il pavimento. L’ultima inaspettata traccia di colore della morte. Riprese anche lei, fissando lo sguardo sulla macchia di sangue. Non c’era mai sangue nei quadri di Beksiński: le sue creature erano già dissanguate. Da tempo Zofią e Zdzisław dormivano in letti separati. La distanza tra due letti può essere di chilometri.
La donna ride, è nuda, ancora giovane, bei seni, tra le cosce ha la testa di qualcuno, o di qualcosa. Ma ride da una croce: è un’opera del 1966. L’anno successivo, un’altra donna riderà beffarda a un ragazzino che si tiene alle sue gambe, il viso ancora rivolto sul suo pube scoperto. Le calze arrivano a metà coscia. Nel 1973 la donna nuda tiene il crocifisso in mano. I capelli le coprono il volto. Avanza cieca, nell’altra mano impugna qualcosa di difficilmente identificabile. Una ballerina in tutù aveva il corpo coperto di cicatrici, punti di sutura ovunque come labbra cucite, cucita era la bocca, la danzatrice non ha seno, forse le è stato asportato chirurgicamente, è un quadro del 1969. Una donna spinge una carrozzina infantile, come una Madre Coraggio brechtiana che procede verso la morte con il suo carretto di putride mercanzie. Ogni figlio è mandato a morire nella guerra della vita. La cicatrice più evidente della ballerina tagliava in due, orizzontalmente, la sua pancia. Sembrava un ghigno. L’orrenda cicatrice di un maldestro taglio cesareo fuori misura. Poi sulla croce ci sarà la famiglia con il marito e padre a trainarla mediante una fune legata al suo pesante altare, la schiena dell’uomo piegata dalla fatica. Il bambino si aggrappa all’albero maestro della struttura, terrorizzato. Bianco come un piccolo fantasma. Quella croce. 1974, quando il bambino era un adolescente. L’uomo e la donna, persone mature, di mezza età. Ora il bambino è diventato un uomo; e poi un cadavere. L’uomo e la donna, due vecchi. Alla fine le croci saranno vuote e svettanti sul nulla.
«Tutte quelle croci, Zdzisław. Sempre quelle croci. Sembra che tu non aspetti altro che io me ne vada. I tuoi cimiteri, i tuoi ossari. Ma stai tranquillo, sarà in silenzio. Come abbiamo sempre vissuto. In religioso silenzio».
«Non è così, Zofią. Non è così, io ti amo e tu resterai con me. E poi di che silenzio parli? Ma è inutile che ti dia ancora spiegazioni».
«Già. Però mi riprendi con la tua telecamera. Invece di abbracciarmi».
Se ne stai lì, adesso, Zdzisław Beksiński, ad aspettare la sua di morte. La casa è vuota. Ormai sempre vuota. Malgrado il successo e i galleristi e i musei che lo reclamano, lui se ne sta lì, a trafficare con la sua ultima scoperta, l’arte digitale; ha ripreso a lavorare sulle foto, con il computer fa fotomontaggi. In uno c’è un uomo di spalle, sulle spalle ha poggiato un impermeabile sgualcito, la postura è curva, stanca, guarda la luna che filtra dalla finestra di un rudere. Vorrebbe essere su quel satellite. La luna è enorme e luminosa. Una nostalgia infinita lo cattura.
Passa intere giornate a fissare lo squallore della sua casa con gli spettri della famiglia inghiottita proprio dalla desolazione. Prova a parlarci. Nessuno risponde. Le uniche parole che ottengono risposta le scambia con la famiglia Kupiec (quelle al telefono con i galleristi non contano), che settimanalmente viene a riordinargli l’appartamento e a portargli la spesa, fanno piccoli lavori di manutenzione: la moglie, il marito e i due figli, fratello e sorella.
Sta lì e attende di andarsene.
E poi eccolo il momento di partire e lasciare tutto. Era ora. Ma non arriva come si aspettava. Proprio no. Non c’è una malattia a divorarlo. Nemmeno lo sfinimento dell’idea del suicidio fino alla sua attuazione. Neppure la vecchiaia. C’è solo un ragazzo di diciannove anni che lui conosce bene, si chiama Robert ed è il figlio dei coniugi Kupiec. È lui che di solito gli porta su la spesa. Quella sera però non ha nessuna busta piena di generi alimentari con sé né tantomeno è venuto per rassettargli la casa. Troppo tardi per tutto ciò. Zdzisław apre lo stesso la porta: perché non dovrebbe aprire? Ci sono ancora delle riparazioni da fare in cucina. Il rubinetto perde. Il ragazzo è quasi un amico.
«Non ti aspettavo a quest’ora. Cosa c’è?»
«Mio padre è giù, mi ha detto nel frattempo di chiudere l’acqua, sa il rubinetto, era preoccupato che gli allagasse casa mentre dormiva. Papà arriva subito».
«Va bene. C’è rimasta una Coca Cola nel frigorifero, se vuoi bevila. Dovrebbe esserci anche una fetta di dolce».
Ma il giovane non controlla il rubinetto, non chiude l’acqua, si prende la bibita, ne beve una lunga sorsata, la bocca era secca, non mangia il dolce, indugia, è nervoso. Torna nel corridoio dove è seduto Zdzisław Beksiński. In strada non c’è suo padre, non c’è neanche sua madre né sua sorella. C’è solo suo cugino Łukasz di sedici anni, che attende impaziente e spaventato una sua chiamata e la conclusione di quella fredda notte.
È il 21 febbraio del 2005, tre giorni prima del settantaseiesimo compleanno dell’artista, e Robert Kupiec gli regala diciassette coltellate all’addome e al volto. Due saranno mortali. Gli aveva chiesto dei soldi, era tornato di là e gli aveva chiesto dei soldi, li aveva pretesi, insisteva, sui trecento złoty, una miseria, che Beksiński gli ha rifiutato, minacciandolo di raccontare la cosa al padre: una miserabile scusa per estorcergli del denaro. Robert non si ferma più. Colpisce con rabbia e “inaudita violenza” (come sosterrà il giudice del tribunale del distretto di Varsavia Marek Walczak che lo condannerà a venticinque anni di carcere). Corre a chiamare suo cugino, mentre l’anziano pittore muore sul pavimento tra l’ingresso e lo studio. La polizia lo trova in mutande e canottiera sul balcone del terzo piano di Via Sonaty 6; spostato lì dai due ragazzi per depistare le indagini. La casa è riscaldata. Là fuori c’è il gelo. Ancora con l’aiuto del cugino (che si prenderà cinque anni per complicità), l’omicida ha cercato di cancellare le rimanenti tracce del delitto. Saranno arrestati due giorni dopo. Robert confesserà quando ormai è evidente che è stato lui. Łukasz reclamerà sempre la sua estraneità all’assassinio.
Finisce così, con un ragazzino che si accanisce su un corpo disfatto dagli anni e dalle morti tra quelle mura e gli ruba due videocamere e alcuni cd. Per l’ennesima volta a Beksiński tutto appare chiaro. E non ha nessuna importanza che la fine arrivi in quel modo. Pure se non se l’aspettava così, doveva però riconoscere che quella era una maniera come un’altra. La famiglia si riunisce. Non c’è scampo da un’ordinaria vita familiare. A saperlo avrebbe tenuto accesa la telecamera.
La luna sopra il balcone è bellissima.

Sergio Gilles Lacavalla

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