FILASTROCCA DI NATALE TRISTE

Luca Marinelli non ha consegnato la nuova puntata di Verde Matematico (la leggeremo lunedì 11 gennaio EDIT lunedì 15 febbraio), ma non è stato punito perché ci ha fatto dono di questa confricante Filastrocca di Natale Triste. “Mi hanno detto che non si capisce niente e che va riletto più e più volte”, avrebbe polemicamente confessato, durante il consueto auguritivo della Holden, a un indecorosamente ubriaco Alessio Posar, “a me sembrava chiaro, ma insomma, l’idea è anche portare avanti un poco d’attrito.” E attrito sia.
Illustrazione di DeadTamag0tchi (When you love someone be careful not to be stung).

Ed Angela era lì, la mano tesa: questa minuta seta rosa pallido, veste piegata percettibilmente lungo le linee del destino e della vita, sino alle dita, flesse come cinque tozze testoline calve al cielo; ed Angela era lì: nel gelo, limpido, di quella eterna notte di cristallo e cere, occhi di vetro fissi all’orizzonte atteso, sguardo perduto ormai da tempo nel ridondare intransigente delle sere. Dal soffitto incrinato, da quel supposto empireo senza peso, danza col vento la prima gemma di neve seguendo le figure d’un valzer lento, prima, affastellando i suoi ritorni cadenzati al primo tempo, presto, come la folla che s’accalca al metrobus, come chi deve: e nel concerto sinfonico dei volteggi, nel suo tagliare l’aria con il moto sinuoso di panneggi che cadono in terra, si appropinquia al palmo della bimba con l’attitudine smunta d’un anziano mesto.

Angela così lo scruta, sono metallo quelle linee per le pupille magneti, Angela è muta: la fantasia però tintinna d’eco in eco nelle cave di ghiaccio della mente di lei, pensieri lieti, e quel fiocco, quel fiocco, se lo sente!, le spiana le strade della russia nevosa, tra pallide luci sui banconi di legno e una lampada ad olio un poco difettosa, e sciocchi armenniccoli da mercato rionale, alcune pietre colorate che quante volte vai a sapere hanno fatto da pegno: d’amicizia, d’amore, d’odio mortale. Ed infine eccole, le matriosche, bambole di bambole di bambole, affinità suadente: nello scadere da invadente a fioco, il ritornello di forma sembra un canto di bambini che di casa in casa bussano alle porte lasciando nei giardini, innevati, l’orma del ricordo, e sospeso nell’aria un mormorare roco; questo ripetersi nel piccolo, questo ritornare eternamente identico a se stesso come un fiordo di diamante spiazza Angela, e lei ci pensa, (e non è lieve), e si perde tra i dendriti della stella di neve che così tanto somiglia ai ramoscelli plastica verde del suo abete, e così il rimorso miete le immagini della sua casa, sembrano folle quando il ventitré dicembre ogni negozio s’intasa d’acquirenti.

Forza Angela mia, resisti! A queste spighe di memoria, la fiamma morbida che scoppia nel camino, la scorza di arance mondate sul tavolino, il tuo letto, e i regali sotto l’albero, le luminarie invasive, del tetto che t’appartiene e di cui le foto del tuo passato non sono mai prive: la scoria che s’accumula negli occhi e viene giù, in un rivolo di pianto. Non t’invidio Angela, tu lì accanto! Ed incollata al cartone pavimento di questa palla con la neve di polistirolo sei scossa dal polso energico, dal moto incessante d’una bambina come te su questo stuolo di villini istante per istante sempre uguale a se, con manto bianco e collane di vischio: un bell’abito di Natale, e sei così vicina che il rischio dei fantasmi nella tua dimora, che si mangiano il colore della festa sino all’ultima ora, torna ogni secondo: sei soltanto una sagoma immobile, un pupazzo fuori da mondo, tu sei finta.

E Giovanna, la bimba convinta dei miracoli gioiosi di questa magica sera, guarda oltre il vetro di questo suo regalo e ti vede così vera, bagnato il volto perfetto, quasi tremante: nessuno avrebbe detto mai che il setto un po’ storto di lei avrebbe tirato su questo moccolone errante sul suo viso, e le molte lacrime dell’empatia ch’ella prova nei tuoi confronti, pedina da gioco, avrebbe mosso l’anima a permearti un poco, dandoti vita.

È forse questa la magia del Natale? Io non lo so, mi guardo intorno in queste notti felici e vedo sublimare ogni ipotesi d’un destino fatale; intanto dai comignoli: fumo vaporoso. Cantano le radio, s’addormentano i mici. S’avviano stanchi gli anziani alle chiese, con passo morboso.

Luca Marinelli

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