LA MESSA È FINITA

L’idea era quella di scrivere un racconto su Marco Barbone e Caterina Rosenzweig, la Brigata XVIII Marzo e l’omicidio di Walter Tobagi, ma ambientato a natale. A Pierluca D’Antuono dissero che, dopo averlo letto, Antonio Veneziani commentò: “non si capisce dove vuole andare a parare” (ma poi lo selezionò per una antologia natalizia di Castelvecchi).
La messa è finita è la funzione che nel racconto non verrà officiata e pure, naturalmente, la conclusione di una storia tragica e più grande.
Gif di DeadTamag0tchi (personality C R i s I S: “la ripetizione dell’uguale  è confortevole”, scrive Elisa qui).

«La semplice idea eversiva non accompagnata da propositi concreti ed attuali di violenza non realizza il reato, ricevendo tutela proprio dall’assetto costituzionale dello Stato che essa, contraddittoriamente, mira a travolgere».
(cfr. ex plurimis, Cass. I n. 3486 del 20.6.2000, ud. 11.5.00, pres. Macrì, imp.PGc/Paiano ed altri; conf. Cass. I, n. 8952 del 10.8.1987, ud. 7.4.1987, Imp. Angelini).

La riunione era stata fissata il giorno prima di natale, a ora di pranzo. Ci avevano insegnato a regolare gli appuntamenti con un protocollo rigido e dettagliato che conoscevamo alla perfezione, ma non avevamo più intenzione di seguire. Se quelli che lo avevano trasformato in un lavoro erano finiti così male non avevamo più bisogno dei loro insegnamenti. Era il 1982, le cose stavano cambiando velocemente, come il cielo che pretendeva nuova pioggia e poi la neve. Cambiavano anche le nostre priorità e noi non potevamo che seguirle: niente più paranoie militanti, né irreggimenti militari, solo chi vuol farsi prendere finisce dentro.

Quella mattina mi ero svegliato prima del solito. Alle undici ero già su un vagone della metro diretto alla stazione dove avrei telefonato a casa per organizzare il pranzo del giorno dopo. Mia madre era di buon umore: con una voce squillante mi disse che sarebbero venuti anche la zia Margherita con il suo nuovo compagno e soprattutto i figli di zio Renato: «Stanno tanto bene sai? Finalmente!» Ci credo, pensai io, non si bucano più, ma mi limitai a una risposta di circostanza: chi ero io per rivelare i loro segreti?
Non parlai con mio padre, ma mamma disse che aveva piacere a rivedermi: era seccato dal fatto che ultimamente mi facessi sentire così poco, però mi capiva. «Il lavoro è lavoro», diceva, «che ci possiamo fare?»

Mezz’ora dopo l’orario prestabilito, occupavamo il solito posto vicino all’uscita posteriore, davanti alla finestra più grande della sala, attraverso la quale potevamo tenere sotto controllo la strada. Avevo ordinato una minestra di fagioli fredda, che non avrei finito se non mi avessero portato un litro rosso della casa; a consolarmi, il pensiero del pranzo che il giorno dopo mi attendeva a casa dei miei.
Punte di asparagi, ravioli in brodo, costatine di agnello impanate, cappone al forno con pistacchi, panettone farcito…
Caterina aveva con sé un pacchetto avvolto in una carta rossa da regalo, che brillava come sangue, con una grande coccarda e un lungo fiocco blu arrotolato. Sapevo che era per me, e mi divertivo a osservarla mentre mascherava la sua eccitazione, alludendo con gli sguardi alla sorpresa che aveva tra le mani. Ci eravamo conosciuti l’estate prima, dopo il diploma; i suoi genitori le avevano comprato un monolocale in via dello Statuto, dove mi trasferii già a settembre. Da quel momento eravamo stati sempre insieme. Ci mantenevamo grazie al suo lavoro al Ritter e ai soldi che le passava il padre: eravamo sufficientemente autonomi per dedicarci a tempo pieno ai nostri progetti, senza dare nell’occhio.

Gli ultimi ad arrivare furono Giuseppe e Marina. Come ogni giorno, dopo aver staccato, erano corsi a prendere la bambina all’asilo, in bicicletta e tuta da lavoro. Ormai consideravamo Margherita parte del gruppo: aveva appena compiuto tre anni, non si era mai persa una riunione e in almeno due occasioni ci aveva fatto da palo con la mamma. Poi Marina non volle più rischiare e da allora durante le azioni lasciava la figlia ai nonni.
Avevamo quasi finito di mangiare quando finalmente Lorenzo tirò fuori una risma di quotidiani che avevano parlato di noi. Era sempre lui ad aprire le riunioni e ci teneva a cominciare partendo da quella che definiva la nostra rassegna stampa. Mancavano solo Ajmona e Renato, che avrebbero passato a Parigi tutto il periodo di natale e Michele, probabilmente troppo fatto per raggiungerci prima delle tre.

«C’è una notizia buona, una pessima e una cattiva. Con quale comincio?» domandò Lorenzo, sfogliando lentamente le pagine dei giornali.
Nessuno rispose. Dal tavolo si sollevavano soltanto i tonfi sordi dei cucchiai che colpivano i nostri denti e i buffi versi di Margherita, che stava giocando con un coltello impugnandolo con entrambe le mani, finché Marina non glielo tolse.
«La notizia buona è che quasi tutti i giornali hanno parlato della “Rapina di natale”. Dicono che “le BR” hanno portato via sessanta milioni, che hanno sparato e ferito gravemente un agente e che sono degli assassini».
«Ma come le BR?» disse Giuseppe.
«Non abbiamo sparato», aggiunsi io.
«E poi non erano cinquanta milioni?» chiese Caterina.
«Ma chi se ne frega dei soldi, quello lo fanno sempre, lo hanno fatto pure il mese scorso alle poste, trenta milioni che diventano quaranta, il problema è che questi ci hanno scambiato per le BR e dicono che abbiamo sparato a una guardia!»
«Cosa proponi?» gli chiesi.
«Dobbiamo scrivere un volantino, rivendicare la rapina, e dire come sono andate le cose», disse Giuseppe irrigidendosi, e man mano che parlava il suo volto si trasformava in una maschera di contrazioni che non riusciva a governare: le sue narici fremevano come quelle di un cavallo, e le labbra si muovevamo velocemente lasciando scoperte le gengive bianche e gonfie.

Lorenzo ascoltava senza guardare. Continuava a sfogliare i giornali alla ricerca di articoli interessanti che quando trovava strappava per riporre in una cartellina nera con l’elastico. Lavorava così da mesi e anche ora, a ridosso dell’azione, continuava a raccogliere materiale.
«No», rispose all’improvviso, quando ormai nessuno più se lo aspettava. «Non dobbiamo spiegare niente, né giustificarci con nessuno. È una buona notizia perché significa che Carlo non ha parlato; se lo avesse fatto non ci avrebbero lasciati fare la rapina».
«Come fai a dirlo? E poi sei sicuro che le BR si addossino una rapina che non hanno fatto? Che figura di merda ci facciamo se il volantino lo fanno loro? È ambiguo».

Lorenzo non si scompose neanche di fronte alla solita accusa di Giuseppe. Le riunioni venivano puntualmente egemonizzate dagli scontri tra i due: non si erano mai piaciuti o capiti, né si sforzavano di farlo, ma ciò non aveva mai influito su di noi che in minima parte. Mentre Lorenzo parlava, io mi perdevo nel suo sguardo sardonico e tagliente e ancora una volta mi riscoprivo inevitabilmente attratto dal suo carisma; qualsiasi cosa sarebbe accaduta, qualsiasi discussione avremmo affrontato, sapevo già che, come tutti gli altri, avrei preso le sue difese. In ogni occasione ci aveva dimostrato una lucidità e una certezza tali da espungere qualsiasi tipo di crepa e insicurezza.

Lorenzo appoggiò i gomiti sui giornali e sorrise. «Non abbiamo notizie di Carlo da una settimana, ma sappiamo che è stato arrestato. Non possiamo sapere dove è rinchiuso, perché per i prossimi venti giorni verrà trasferito in continuazione, finché gli avvocati non riusciranno a trovarlo in qualche caserma di provincia sperduta. È la prassi del Generale: l’isolamento, soprattutto all’inizio, annichilisce e facilita le delazioni».

Caterina lo avrebbe saputo spiegare meglio di me, lo conosceva più a fondo perché erano stati insieme: Lorenzo aveva la forza di un magnete. Non era mai stato verboso né velleitario, ma sviscerava ogni cosa limpidamente e senza fatica. Aveva il fascino di una espressione intelligente e ispirava una fiducia illimitata che per niente al mondo, fino ad allora, ci era mai parsa mal riposta.

«Lascia stare Carlo, spiegaci perché non possiamo rivendicare la rapina di ieri!»
Giuseppe era diverso, era l’esatto opposto: era ossessionato dalla ideologia e dalla coerenza, il suo spauracchio era l’ambiguità e diceva di essere per l’azione. Era un vecchio contadino romagnolo – il più anziano tra noi – scorbutico e scontroso, con una lunga militanza alle spalle che non gli permetteva di accettare l’idea che le parole di un universitario venticinquenne valessero più della sua esperienza e del suo coraggio.

«La rapina di ieri è stata solo una prova per capire se Carlo avesse parlato. Non ci sono addosso e possiamo muoverci liberamente. E poi l’azione di stasera è troppo importante per confonderla con una rapina».
«È confermata allora?» domandai riemergendo dai miei pensieri.
«Sì. Non possiamo più aspettare, né rimandare. In vacanza ci andiamo dopo natale, con i soldi della rapina».

Stava facendo buio ma le strade erano ancora piene. Camminavamo a fatica circondati da un muro di corpi insuperabile da cui non riuscivamo ad emergere. Da anni non vedevo così tante persone nelle vie del centro; erano perlopiù famiglie che festeggiavano la vigilia di natale nei negozi, tra archi di luci splendenti che pendevano dal cielo nero e insegne luminose che irroravano un entusiasmo finto, come i lampi di ottimismo che le vetrine colorate fulminavano generosamente.
Perché all’improvviso così tanta gente? Non riuscivo a capire.

«Non hanno più paura», suggerì Caterina, elettrizzata dall’attesa: mancavano quasi cinque ore alla mezzanotte, e se fino a quel momento eravamo riusciti a pensare ad altro, da allora le nostre menti non avrebbero che elaborato un’unica, ricorrente immagine.
«Perché Lorenzo non vuole che spari? Non si fida di me?», mi chiese all’improvviso, parandomisi davanti mentre camminavamo per strada.
«Non vuole che ti accada nulla, lo fa per proteggerti».
«Lo fa perché sono una donna, fosse per lui le donne farebbero sempre il palo, tipo Marina, ma se sono qui ho diritto di sparare almeno quanto te».
«È la nostra prima azione, non esagerare».
«Appunto! Potrebbe essere anche l’ultima!»

Non avevo mai pensato seriamente al mio arresto. Non mi spaventava l’idea di finire dentro, o forse ho sempre evitato di affrontarla davvero. Non credevo, come quasi tutti all’epoca, che presto o tardi ci avrebbero presi, che ormai mancava poco, che era questione di mesi o forse di giorni. Le precauzioni erano roba da miglioristi brigatisti e tanto, se la situazione era quella, non servivano a nulla. Noi non eravamo soldati in guerra, né metalmeccanici delle armi, eravamo marxisti pratici a cui il fatalismo non faceva paura. Più che nasconderci, preferivamo confonderci, come ombre immerse nella luce.

Ho immaginato mille volte il mio arresto. Ero rimasto molto colpito dalla storia di un compagno torinese, che prese parte a un’azione durante la quale morirono quattro guardie del Generale. Un mese dopo lo arrestarono al bar mentre faceva colazione. In dieci, con tre volanti, arrivano sgommando sul marciapiede, gli puntano addosso le pistole e lo ammanettano mentre gli sbattono la testa contro il muro con tanta forza da spaccargli il naso; poi sgomberano e requisiscono il bar, lo chiudono dentro, spengono le luci e si mettono a urlare come pazzi, rovesciando tutti i tavoli e gettando le sedie per aria; alla fine lo bendano, lo addossano al muro e come se nulla fosse improvvisano su due piedi un plotone di esecuzione. Sparano sul serio, crivellando tutto il muro. Naturalmente mancano il compagno, non vogliono mica ucciderlo, ma semplicemente ammazzarlo dentro. Il compagno non ha pianto, ma come un cadavere si è cacato e pisciato addosso senza neanche accorgersene e poi è svenuto. Il messaggio era: mettiamo le cose in chiaro, tu non sei nessuno, non vali un cazzo, noi disponiamo di te e facciamo quello che ci pare. Il giorno stesso lo rinchiudono nella caserma di Castro Pretorio, a Roma, e dopo una settimana il compagno, uno dei più affidabili, denuncia tutti, pure i suoi genitori, allora semplici simpatizzanti. Nessuno se lo aspettava, è stato un duro colpo.

Nel freddo di quella sera dove la folla ci stordiva, e a ogni nostro sguardo corrispondeva un sorriso, siamo entrati in un negozio e ho comprato un disco a Caterina. Ho pensato che sarebbe stato bello scambiarci i regali l’indomani a casa dei miei e che avrei dovuto invitarla a pranzo; mia madre sarebbe impazzita per Caterina e a lei avrebbe fatto piacere passare una giornata con la mia famiglia. Ero circondato da album e cassette che mi ricordavano l’infanzia, ne ho ascoltati alcuni finché ho potuto e poi sono andato a cercare Caterina. Era al piano di sotto, seduta in un divano, e tra le mani aveva un libro del nostro giornalista; guardava la sua foto, in quarta di copertina, un ritratto bugiardo che gli dava un’aria più giovane.

«Ma quanti anni ha?», ha chiesto appena mi ha visto. Ci ho pensato su prima di rispondere: Caterina aveva studiato il dossier, non poteva non saperlo. Le ho preso il libro dalle mani e ho guardato anch’io la foto: un bagliore bianco illuminava sapientemente l’immagine in bianco e nero dell’uomo, mettendo in risalto gli occhi e la fronte, contribuendo così a donargli un’aria rassicurante e innocua. Era così diverso dall’immagine pubblica che di lui si conosceva; sembrava un’altra persona rispetto a quella che, in quegli ultimi mesi, avevamo studiato e pedinato. Le labbra sottili ed eleganti sorridevano generosamente; sembravano pronte a infondere parole sagge e profonde che chiunque sarebbe stato costretto a condividere.
Non mi piaceva guardarlo in quel modo. Mi sembrava disonesto. L’orologio segnava le nove, mancavano ancora tre ore. «Andiamo via, è tardi», le dissi. Dovevamo trovare qualcosa da fare.

In strada ci ha sorpreso la pioggia. Caterina aveva l’ombrello, ma camminava sotto l’acqua con le braccia incrociate, guardandosi attorno e sorridendo a chiunque, divertita dalle reazioni della gente che correva in cerca di riparo. Io mi ero già rifugiato sotto i portici della piazza e mentre guardavo i suoi lunghi capelli crespi incollati al viso qualcosa nella sua leggerezza mi irritò. Non riuscivo a capire perché si comportava così e la sua lentezza mi esasperava: in una situazione d’emergenza sembrava incapace di prevedere le conseguenze delle sue azioni. Come avrebbe potuto passare inosservata con i vestiti bagnati in quel modo? Fino ad allora mi ero sempre fidato di lei, ma in quel momento, sotto la pioggia, scoprivo un aspetto del suo carattere che mi turbava e mi ritrovavo a dubitarne e a guardarla con occhi diversi. L’amavo davvero, come credevo?

Sorrideva ancora quando infine mi ha raggiunto, ma io non ho parlato. Poi ci siamo baciati a lungo tenendoci per mano, mentre ai nostri piedi, immerso nel buio, un lamento si è sollevato improvviso, ma più che un gemito sembrava un canto soffocato in un pesante biascichio alcolico. Ci siamo calati per guardare: era un uomo, sdraiato davanti a un portone, in un vecchio costume da Babbo Natale lercio e logoro, con la pelliccia bruciata di fango e di merda. Puzzava di vomito, era disgustoso, ma cercava di parlare e riusciva a respirare da solo.

Caterina mi ha proposto di mangiare qualcosa. Aveva voglia di castagne al cartoccio, che un vecchio con la brace vendeva proprio sotto i portici, a pochi passi da noi. Le pozzanghere bulicavano con violenza come fontane impazzite. In pochi minuti le strade si erano svuotate e anche i taxi non circolavano più.
La città era nostra, vuota come la volevamo.

Sotto la pioggia una fila ordinata e silenziosa aspettava l’inizio della funzione. La navata, illuminata a giorno, era stipata fino all’orlo. L’incenso bruciava nel silenzio, rotto soltanto da colpi di tosse strozzati e brusii appena accennati.
Avevamo già preso posizione davanti agli angoli della piazza. Caterina e Lorenzo erano in copertura, sul viale che dalla casa del giornalista portava alla chiesa. Sarebbe arrivato con la moglie pochi minuti prima di mezzanotte. Io e Giuseppe occupavamo i lati della scalinata, armati e pronti a fare fuoco. Marina ci aspettava sul retro, con la macchina accesa, pronta a partire.
Era la nostra prima azione armata, erano mesi che l’aspettavamo. Io e Caterina avevamo imparato a tirare dopo gli incontri di omogeneizzazione, ma solo durante le esercitazioni in montagna. Le rapine non contavano, fino ad allora non avevamo mai avuto bisogno di sparare.

Il primo colpo sarebbe stato per i “compagni”, quelli che non se la sentivano più e nel riflusso ci avevano abbandonato. Erano stati loro i primi ad armarci.

La gente continuava a radunarsi davanti al portone della chiesa. Potevo vedere Caterina dall’altro lato della strada. Alle sue spalle, Lorenzo le parlava, e lei annuiva sotto l’ombrello, con i capelli legati, immobile nel suo sguardo di vetro che raggricciava nella pioggia le mie incertezze della sera.

Il secondo era per il Generale, per quello che faceva, per la guerra che ci aveva dichiarato e per come la conduceva.

Avevo visto così tante persone solo in manifestazione. Era un esercito imponente in un silenzio spaventoso. Mi sono girato verso Giuseppe per fargli segno di vedere, ma il suo volto, fisso all’orizzonte, era precipitato nel terrore.

Il terzo colpo era per l’infame, quello che aspettavamo e che dal suo giornale ci aveva chiamati vigliacchi e assassini e aveva l’ansia di scoprire. Gli sarebbe bastata una scarica per capire?

L’urlo delle sirene mi è esploso in gola. Lorenzo era sparito e Caterina non c’era più. La tela del suo ombrello, scodellato per terra, aveva ceduto sotto la pioggia e ora sembrava incollata all’asfalto. Una luce blu esplode nell’aria e incendia i miei occhi. Li chiudo per non vedere, ma sono nel mirino.

Il quarto colpo non l’ho caricato.

Pierluca D’Antuono

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