Cipolla

Venerdì 11 dicembre 2020 (teaser)

Giorni importanti nella storia di quellə de La Nuova Verde. Abbiamo superato indennə l’anniversario del punto più basso della nostra storia, celebriamo i tre anni con noi di Federica Sabelli. Pazzesco, come dicono quell e almeno altri cento di questi racconti.
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Se seguite la nostra pagina Facebook, avete letto questo post che segna ufficialmente l’inizio di una nuova (prei)storia: La Verde fiorentina che avete conosciuto e amato non esiste più. “Il ciuccio ha ragliato”, come dicono quellə, La Nuova Verde è tornata a casa (seguiranno comunicazioni).
È lunedì, piove e noi ci sentiamo più buonə. Vi regaliamo l’esperienza litweb più intensa della giornata, parola di redazione, che stanca di pubblicare racconti e contributi ottimi, da questo momento proporrà soltanto contributi eccellenti.
Luca Marinelli ha scritto Cipolla, un racconto ideato, supervisionato e editato da Pierluca D’Antuono che inizia così: “Mio padre amava molto la cipolla, le volte che cucinava ne metteva in abbondanza e mia madre si lamentava sempre, come si lamentava della sua scelta di ordinare sempre tonno e cipolla quando andavamo fuori a mangiare la pizza, come si lamentava del suo alito che diceva si sente a un chilometro di distanza e non ti si può stare mica vicino, sa.” 
Siamo nei dintorni dell’Increabile. Chi ha capito, ha capito. Chi non ha capito: vi facciamo leggere come si arrampica sugli specchi un grande estinzionista.
In alto un “teaser”, come dicono quelli, della prossima Ricette, che dovrebbe andare online venerdì se il cane sifilitico non liscia la consegna.

Mio padre amava molto la cipolla, le volte che cucinava ne metteva in abbondanza e mia madre si lamentava sempre, come si lamentava della sua scelta di ordinare sempre tonno e cipolla quando andavamo fuori a mangiare la pizza, come si lamentava del suo alito che diceva si sente a un chilometro di distanza e non ti si può stare mica vicino, sa. Quelle volte, quando poi tornavamo a casa, mamma era scocciata, sbuffava sempre e guardava dall’altra parte anche quando gli parlava, ma di solito papà la ignorava, si accendeva la tivvù e si sdraiava sul divano, credo che mamma era sempre esagerata perché, anche se lui lasciava lo spazio per farla mettere vicino, lei continuava a sbuffare e se ne andava subito al letto, però a me sembra che l’odore di cipolla non era così forte da non stargli vicino, e poi l’odore di cipolla non mi pare brutto, anzi mi piace, io è difficile che non penso all’odore di cipolla quando mi viene da pensare a papà.

Io so volare, ma i miei non lo sapevano. Ho imparato a volare a undici anni.

Un giorno, mentre stavo al computer sul mio forum preferito, ho sentito un dolore forte sulla schiena, sotto le spalle, poi su internet ho scoperto che quella parte di schiena si chiama scapole, e mentre mi faceva sempre più male mi sono messa le mani sulle scapole finché non le ho portate davanti e guardate ed erano piene zuppe di sangue.

Marta, la mia migliore amica, sarebbe svenuta perché lei ha davvero paura del sangue e doveva uscire sempre quando ne parlavamo nelle ore di scienze, ma a me non mi fa nessuna differenza. Così, prima ho pensato di andare da Nicole dato che di giorno mamma e papà non ci sono quando non è sabato e domenica, però Nicole non mi piace tanto perché odora davvero forte di aglio, più di quanto papà ha mai odorato di cipolla, e allora alla fine mi sono andata a chiudere in bagno.

In bagno mi sono tolta la maglietta con fatica come se qualcosa la teneva tirata in giù, e mi sono guardata le spalle con lo specchio grande e con quello piccolo della borsetta che mi avevano regalato a Natale, come ho sempre visto fare a mamma. La maglietta, che era bianca, era piena zuppa di sangue, e anche sulla schiena c’erano due pennellate larghe di sangue da sopra a sotto, e dalle scapole mi uscivano due cosi di pelle, due cosi grandi quanto due mele, piegati a V su loro stessi e tutti molli, rosa e pieni di bozzetti di ciccia come le ali dei polli interi che si comprano al supermercato. Ho tremato per un brivido automatico e la pelle sulle scapole ha come vibrato, e ha fatto muovere su e giù quei due cosi per un po’, me lo ricordo bene perché mi ha fatto così schifo che volevo vomitare o gridare, ma dopo ho pensato che c’era solo Nicole, e in quel momento mi faceva schifo il pensiero che lei mi veniva vicino anche più di quelle cose, allora sono rimasta in silenzio.

Comunque, alla fine, le due cose sono diventate ali che mi piace guardare e pensare che ce l’ho solo io tra le persone che conosco, anche se chiaramente non ne posso essere sicura. I primi giorni mi hanno fatto davvero tanto male, sanguinavano e io le nascondevo sempre con un asciugamano bianco arrotolato stretto e incastrato sotto le ascelle, perché da nessuna parte avevo visto mai una cosa del genere e avevo paura che mamma e papà mi portassero dal chirurgo, come mi raccontavano che quando avevo due anni avevano fatto con Malcom, il nostro vecchio cane dobermann. Così, in casa, sono cominciati a sparire tutti gli asciugamani bianchi.

In un primo momento ne usavo uno al giorno, la mattina prima di andare a scuola. Quando mamma e papà erano già andati al lavoro mi slegavo quello vecchio tutto insanguinato e mi fasciavo il petto con uno nuovo, poi mi vestivo, scendevo, buttavo l’asciugamano nel cassonetto, ma ben presto mamma se n’è accorta che sparivano tutti gli asciugamani bianchi, e per fortuna dava la colpa a Nicole, diceva chissà dove li fa sparire tutti gli asciugamani quando li stende, se li mangia mica, sa, io ovviamente non dicevo niente e così mi sono salvata sempre. Anche perché nel tempo le ali mi sanguinavano sempre di meno, e così ne potevo cambiare uno ogni due o tre giorni, di asciugamano, e a un certo punto hanno smesso di sanguinare così per tutto il tempo che c’erano non li dovevo cambiare affatto.

Le ali hanno smesso di sanguinare perché erano finite, e allora non assomigliavano più a quelle di un pollo. Le due ossa che formavano una V si erano distese ed erano diventate tutte fine fine, come quando strofini le mani e fai uno spaghetto di pongo, e la pelle era così tesa che era diventata un foglio sempre più sottile e trasparente, tipo plastica, e inoltre ogni giorno sembrava che si seccasse un pochino, e si trasformava in una specie di strana sfoglia, che alla luce prendeva i colori dell’arcobaleno. Ho cercato su internet e così ho scoperto che forse si chiamano scaglie, e che ali con le scaglie si dice lepidottero.

Ovviamente all’inizio non sapevo volare e, dato che l’asciugamano mi teneva strette tutto il giorno le mie ali nascoste, solo il pomeriggio e la sera potevo provare, quando le avevo liberate dentro la mia stanza, e i primi giorni non andava bene e ricadevo subito a terra.

Inoltre mi ero accorta che adesso il naso mi dava fastidio, sempre di più gli odori mi sembravano troppo forti, come se tutte le cose me li urlavano direttamente dentro le narici, e allora avevo cominciato a buttare le cose che odoravano troppo, avevo preso tutte le mie vecchie bambole e le avevo portate ai cassonetti insieme alla casa rosa che si apriva in due, e nascondevo nei mobili vuoti i libri di scuola degli anni scorsi e con la paghetta mi compravo sempre mutande nuove, e di giorno mi chiudevo a chiave in camera, perché l’odore di Nicole mi dava il voltastomaco.

Poi, un giorno, quando a volare ero un po’ migliorata e riuscivo a contare fino a quindici senza cadere per terra le ali mi sono cadute, è successo mentre mi facevo la doccia, inizialmente non mi sono accorta, ho guardato lo scarico e le due grandi scaglie erano accartocciate ammucchiate nello scarico e l’acqua ci girava intorno, e provava a passare e si infilava tra gli spigoli. Così sono scesa e le ho buttate nei cassonetti, poi il giorno dopo anche le ossa erano sparite e sulle scapole erano rimasti solo due buchi.

Inizialmente avevo pensato che ero stata solo una stupida, che nessuno parlava delle ali perché non c’era niente di speciale e tutti quanti le avevano avute quando erano ancora piccoli, ma poi se ne andavano subito prima che finissero gli undici anni, però poi dopo un altro mese senza avevo cominciato a sanguinare di nuovo, e questa volta le ali erano rispuntate già fatte, con le ossa già fine, e le scaglie e già tutto.

Così quando è stato il mio ultimo compleanno avevo imparato a volare bene, e riuscivo a non cadere anche contando oltre mille, e la notte, quando mamma e papà si addormentavano, mi piaceva uscire dalla stanza e volare sopra di loro. Mi appoggiavo sul soffitto sopra il divano o nella camera da letto e li guardavo, continuavo a volare ma facendo finta che il pavimento fosse al contrario, e che loro dormivano su un divano appeso al soffitto con una calamita, e in particolare mi piaceva tanto farlo tutte le volte che andavamo a mangiare la pizza, perché quando papà rimaneva da solo sul divano non c’era nessun odore forte, tranne quello di dobermann e pipì di cane, che sporcava quello suo buono di cipolla, e io mi avvicinavo volando piano e lo volevo respirare tutto.

Gli andavo sempre più vicina, ero sempre più brava a volare mentre stavo ferma ed ero già quasi arrivata a toccarlo quando Nicole ha visto cosa ho fatto a Malcom e da quel giorno non è venuta più. Mamma diceva ce n’è una che prima o poi non torna al suo paese mica, sa, e diceva che Malcom era scappato per andare a morire da solo, e io sapevo che a dodici anni un cane è vecchio e che sarebbe morto comunque, e poi ogni volta che mi tornavano le ali sentivo che non potevo resistere e volevo sentire l’odore buono non sporcato da niente di cipolla di mio papà.

Però una notte, quando la sera eravamo andati in pizzeria e ormai dal divano veniva soltanto il suo profumo non ho saputo resistere e mi sono avvicinata troppo. Così l’ho toccato Prima l’ho baciato sulla bocca non l’avevomaifattomaglihoapertoipantalonicomesedasemprequalchepartedimefossegiàprontaperfarequestacosaHovolatopiùpianoemisonosedutasopradilui che

Luca Marinelli

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