CAZZO PAZZO #2: Solitudini (Mazzanti)

“Sono arrivato da Zuc, questa galleria fiorentina molto piacevole, e un tizio stava suonando la chitarra. Ero uscito in camicia, ma era meglio se mi fossi messo una giacca. Il primo a leggere è stato Licht. Poi io. Infine il Lisi. La gente ha ascoltato. Qualche volta ha riso. Sicuramente non ha mai pianto. Alla fine ha applaudito. Io ero molto preoccupato perché il mio racconto parla di statunitensi e a mia insaputa la serata era piena di anglofoni.” 
Così Ferruccio Mazzanti (sì, lui), protagonista l’8 ottobre scorso con Solitudini della serata CAZZO PAZZO a Firenze, che potete leggere solo su Verde, in virtù della convenzione scenicchia toscana/Dojo per la salvaguardia dei migliori reading altrimenti invisibili della bolla.
Ci vediamo questa sera qua, vi aspettiamo.

Quando mi hanno chiesto di andare con loro al Red Garter ho capito che sarebbe finita male. Tutte le volte che ero andato in quel locale con un gruppo di studenti la serata si era sempre conclusa in un tripudio di nudità e neuroni persi come lacrime nella pioggia, ma in un modo o nell’altro ero sempre riuscito a sopravvivere. Solo che questo gruppo di studenti era composto da diciassette ragazze incazzatissime e da un ragazzo molto bello che però chiamava la fidanzata bionda e molto anch’essa bella tutte le sere alle 10.59 dall’altra parte dell’oceano, più o meno in una piccola villetta infestata da ratti e universitari a quaranta minuti a piedi dalla Casa Bianca a Washington D.C.

Le ragazze erano furiose, perché i loro corpi emanavano continuamente odore di fermentazione vaginale e questo a causa dell’increscioso fatto che non riuscivano a scopare tanto quanto le loro aspettative statunitensi si erano prefissate di fare. Immaginatevi di avere venti o ventuno anni, di essere dall’altra parte del mondo completamente sconquassati dagli ormoni, che quando qualcuno vi parla non capiate un cazzo a causa di un idioma complesso e irregolare come l’italiano, che tutti gli uomini vi osservino con delicata lascivia e vi offrano morbidissimi cocktail, che abbiate appena capito cosa sia il piacere del corpo e come fare a raggiungerlo, che abbiate passato una vita a guardare film sul romanticismo europeo e che dobbiate sprecare il vostro tempo a leggere libri sui flussi migratori e a dare esami di economia senza potervi sollazzare un po’ tra le calorose mani di un suonatore di mandolino o di un pizzaiolo, in una solitudine da biblioteca che a venti o ventuno anni ti fa percepire lo scorrere del tempo come un enorme insieme di possibilità che vanno eternamente perdute. Io dico che è una punizione severissima e che il sistema scolastico mondiale dovrebbe essere ripensato in relazione alla qualità della vita, in particolare quella femminile, piuttosto che alla quantità di studio da dover capitalizzare di anno in anno, ma quella sera indossai comunque, tremando come un bambino impaurito, il miglior elmetto da guerra che avevo.

Appena arrivato al Red Garter, trovai Lucy completamente ubriaca che barcollava all’ingresso appoggiandosi al bicipite del buttafuori, non tanto con intento provocatorio, quanto perché non aveva ancora capito che quella lì era una persona e non una colonna decorativa all’entrata.

Entrai e vidi Elizabeth al bancone che tracannava shottini. Non uno, non due, non tre, ma ben quattro di fila. Quattro shoottini bevuti senza neanche riprendere fiato. E appena ingurgitati, scoppiò a ridere con gli occhi sgranati e piroettò su se stessa come una bambola meccanica impazzita per poi arrestarsi all’improvviso, allargare le braccia, sorridermi minacciosamente e caracollare verso di me. Mi abbraccia, piazza le sue mani sui miei lombi e tenta di sollevarmi verso l’alto. All’epoca bevevo, fumavo e mangiavo come se fosse il mio ultimo giorno di vita. Avevo raggiunto gli 85 kg di peso. Lei era una minuta ragazza dell’east coast che sarà pesata al massimo 45 kg. Era ubriaca. Di solito si comportava come una campagnola mormona del midwest, mentre ora aveva le sue mani sulle mie natiche e rideva e cercava di sollevarmi spingendo il suo seno in mezzo alle mie gambe per trovare un punto di appoggio. Lo sforzo che stava compiendo era ridicolo. Le ho accarezzato la testa come si fa con gli animali da compagnia. Sentendo quel contatto umano tra i capelli, lei ha mollato la presa dal mio culo ed è saltata come una molla verso l’alto e non so come sia stato possibile ma mi ha inserito un negroni in mano, che io ho prontamente iniziato a bere. Dovete sapere che io sono un timido. Bevo per aiutarmi nei momenti di difficoltà. Talvolta quando mi sento troppo solo.

Al che Elizabeth ha iniziato a gridare come presa da un attacco isterico. Gridava il mio nome e per un attimo ho pensato che volesse denunciarmi per violenza sessuale. Ho cercato di calmarla, ma quel grido non era rivolto a me, ma alle altre sue compagne di studi lì nelle vicinanze. Megan e Bridget, le due amichette del cuore, sono arrivate urlando. Megan coi capelli rossi e un viso che era un mosaico di lentiggini, aveva la spallina del reggiseno che era cascata giù e ciondolava sul bicipite. Bridget, bionda prosperosa, cercava di respirare dentro al tubino di perle che aveva indossato. Entrambe mi hanno infilato in mano uno shottino, che ho tracannato prima di tornare al negroni. Poi hanno cominciato a gridarmi nell’orecchio (con tutto il rumore che c’era non riuscivo comunque a capire niente) e le loro labbra si strofinavano sul mio padiglione auricolare, depositando lievi goccioline di saliva nel mio udito che si stava trasformando in un fischio perenne. Mi hanno preso per un braccio e mi hanno trascinato nella stanza del Karaoke, dove Jennifer, una spilungona di un metro e ottanta che sembrava ritoccata con photoshop, gridava mezza nuda una canzone di Ed Sheridan indicando le persone a cui dedicava quelle parole, frase per frase, persona per persona. Solo che la natura le aveva dato una voce stridula come quella di un pavone ed era così bella che nessuno nella vita aveva mai perso tempo a spiegarle cosa fosse una nota. Io so che lei avrebbe tanto voluto che un uomo perdesse tempo a spiegarle le cose, ma in quel momento di oscenità musicale a lei evidentemente non importava più nulla, era come una specie di furia femminile su un palco.

Sinceramente mi ero un attimo perso ad osservarla, quando Kathrine arrivò con la sua birra e appoggiò il suo bicchiere tra le mie labbra e mi obbligò a bere. Praticamente ero come un’oca nell’industria del paté. E mi svuotò una pinta direttamente nello stomaco senza passare dalla trachea. Aveva gli occhi lievemente socchiusi e un sorriso dolce che si avvicinava a me con una costanza progressiva, non tanto per baciarmi, ma per appoggiarsi al mio petto e abbracciarmi.

Anche lei, come me, come tutti, voleva del calore umano.

Si strinse a me a lungo, mentre Jennifer mi indicava dal palco, Megan e Bridget mi tiravano per il gomito, Elizabeth continuava a gridare istericamente e Lucy era rientrata dentro insieme a tre ragazzi che la stavano spingendo in bagno. Ed ero lì da neanche cinque minuti.

Per fortuna il buttafuori entrò incazzatissimo nel bagno e cominciò a riempire di pugni i tre tipi che stavano importunando Lucy. Li portò fuori di peso, mentre lei usciva dal cesso del tutto ignara di quello che aveva rischiato e si appoggiò sulla schiena di un tipo come se quella schiena fosse un muro. Sospirò da sola e cominciò ad accasciarsi ai piedi di quello sconosciuto, il quale non fece una piega e rimase impassibile a chiacchierare davanti a un televisore che trasmetteva una partita di football.

Al che Sophia mi vide e gridò alle altre compagne che avrebbero proprio dovuto giocare a beer pong contro di me e senza neanche sapere come mi sono ritrovato davanti a un tavolo, in piedi, con sei pinte di birra posizionate davanti a me a formare una piramide e dall’altra parte del tavolo altre sei birre dietro alle quali c’erano sei ragazze con una pallina da ping pong in mano e Sophia che aveva posizionato l’indice e il medio davanti alla sua bocca. Aveva aperto le due dita per formare una V e stava slinguazzando nello spazio vuoto tra le dita guardandomi negli occhi, mentre Rachel, la più pazza di tutte, mi infilava in mano un altro negroni, colmo fino all’orlo, graffiandomi con le sue unghiette il dorso della mano, e Anna lanciava la pallina bianca verso le mie sei pinte piramidali. Tuttavia quella pallina non entrò dentro a nessuno di quei bicchieri e finì per terra. La vidi rimbalzare sul suolo e finire in una pozza di birra dove le persone involontariamente si stavano lavando le suole delle scarpe. Rachel afferrò quella pallina gocciolante fango alcolico per me e la sciacquò amorosamente dentro uno di quei bicchieri che mi stavano davanti, per poi infilarmi la sfera bianca in mano e spronarmi a centrare una doppio malto dall’altra parte del tavolo.

Provai a farmi coraggio bevendo il negroni e cercai la concentrazione necessaria per eseguire un lancio. Sentivo che ce l’avrei fatta. Sentivo di essere un eroe, ma Sophia davanti a me si stava stringendo le tette attraverso la maglietta e fu quindi solo per colpa sua se mancai il bersaglio. La pallina, ancora una volta, andò per terra in quella fanghiglia alcolica e qualcuno la riprese e la diede proprio a Sophia, la quale mise la sua lingua fuori dalle labbra e come un Michael Jordan al massimo della forma atletica fece centro proprio in quella birra dove precedentemente Rachel aveva lavato la pallina da ping pong. Tutte quante saltarono in aria per la felicità e Rachel prese quel lavabo di malto e me lo infilò in gola facendomi bere fino allo sfinimento. Poi mi osservò negli occhi e io le ruttai in faccia in un modo che lei interpretò come un gesto galante e si mise a ridere e mi prese la mano libera, intrecciando le sue dita impaurite alle mie, e io per farmi coraggio tornai a sorseggiare il negroni, che forse, a volte, è l’unico nostro vero compagno in questo mondo di solitudini.

Ferruccio Mazzanti

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