Tra poco saranno qui

La parte più difficile nel fare Verde non è rispondere alle vostre numerosissime email, leggere, mettere ai voti e selezionare i tantissimi racconti che ci inviate, editarli brutalmente, compiacerci in chat di redazione, scegliere le illustrazioni, aggiornare il blog tre volte a settimana, insultare pubblicamente Luca Marinelli (tutte cose che ci riescono benissimo), ma scrivere queste poche righe redazionali. Chiunque sia a farlo, ci sono delle regole da seguire rigidamente: cordialità prima di tutto (non vogliamo offendere nessuno); un link interno ogni due-tre parole (le statistiche sono importanti); prosa brillante e giochi di parole originali (no pigrizia né sciatteria). Allora, sicuri che tutti i nostri amati lettori Tra poco saranno qui, “tuffiamoci” in questa nuova eccitante settimana di Verde con  Federica Sabelli, che si è diplomata alla Scuola Holden di Torino con una raccolta di racconti, ha fondato Tuffi (qui Facebook), una bella e intelligente rivista di racconti brevi e brevissimi e oggi è per la prima volta con noi. Mercoledì leggeremo l’ultimo episodio di Cronaca Verde a Bologna, (anzi, il penultimo), venerdì un nuovo importante esordio. Ciao, l’illustrazione è di Emmeppi, cordialità e buon lunedì.

Era sera e tra poco sarebbero arrivati tutti gli invitati. La ragazza era già pronta. Si legò i capelli e uscì fuori, sulla terrazza. Si sedette sul dondolo e si mise a fissare gli alberi del giardino che circondava la casa. Si spinse un po’. Il dondolo cigolava. Le cicale cantavano nei campi. Arrivò il suo ragazzo, anche lui era pronto, si sedette vicino a lei.
«Che bellissima serata» disse lei osservando una luce arancione nel cielo che si assottigliava dietro agli alberi. Si voltò a guardarlo.
«Mi piace questa maglia. Hai fatto bene a metterla».
«Tra poco saranno qui. Ho portato già tutte le cose da mangiare e da bere nel giardino».
«Le hai coperte?»
«Sì».
«Bene».
La ragazza tornò a guardare il paesaggio. Poi si girò ancora.
«Hai controllato che ci sia abbastanza carbonella per la brace?»
«Sì, l’ho comprata ieri mentre tornavo».
«Perfetto».
I moscerini erano attirati dalle luci della terrazza e uno sciame ronzava vicino alla lampada che pendeva sul porticato.
«Non ti sleghi i capelli?» chiese lui.
«Li tengo così fino a quando non arriveranno i primi invitati. Fa caldo. Se sudo mi si fanno brutti».

I due tornarono a guardare di fronte. Il vialetto era ancora vuoto. La luce si era assottigliata fino a scomparire e il buio cominciava ad avvolgere la campagna intorno.
Da lì a pochi minuti avrebbero visto i fari delle macchine percorrere la stradina polverosa fino alla loro casa, lei si sarebbe sciolta i capelli e sarebbe scesa giù per accogliere gli ospiti, lui li avrebbe aspettati in giardino, mentre accendeva il fuoco della brace.
Una macchina sbucò sulla strada. La ragazza si alzò e si lisciò le pieghe del vestito. Si slegò i capelli e i due cominciarono a scendere. Ma l’auto non entrò nel vialetto, continuò dritta lungo la strada senza fermarsi, fino a quando non scomparve oltre i campi.
Allora i ragazzi ritornarono su. Lei si legò di nuovo i capelli.

«Nessuna festa comincia in orario» disse lui.
«Sì, tutti fanno tardi» disse lei.
«È quasi una regola non scritta. Si dice un’ora ma si arriva sempre dopo».
La ragazza entrò in casa. Quando tornò fuori aveva una giacca sulle spalle. L’aria cominciava a diventare umida.
«Vuoi mettere un po’ di musica?» chiese lui.
«No, sto bene così. Tu?»
«Anche io».
«Pensi che si siano persi? Gliel’hai spiegata la strada? Può essere difficile arrivare fino a qui» disse lei.
«La conoscono. Non si sono persi. Sono solo in ritardo».

Guardò di nuovo verso la strada. Il cielo era scuro. Lei si strinse nella giacca. Sapeva che si sarebbe dimenticata del freddo non appena fosse arrivato qualcuno. Non appena la festa fosse iniziata.
«Vuoi bere qualcosa?» chiese ancora lui.
«Aspettiamo gli altri. Saranno qui a momenti».
«Sì, va bene».

Il loro gatto sbucò dalle scale. Saltò sulla ringhiera della terrazza e camminò fino alla lampada. Guardò lo sciame di moscerini che si agitava vicino alla luce. Poi mosse la zampetta e cercò di afferrarne qualcuno. La ragazza prese il gatto e se lo portò sul dondolo. Lo mise in mezzo tra lei e il ragazzo e cominciarono ad accarezzarlo.
«Sei la gatta più bella del mondo!»
«Abbiamo proprio una gatta bellissima».
Lui le accarezzava la testa e lei la pancia. Sorridevano.
Poi l’animale saltò giù dal dondolo, prese le scale da dove era salito e scomparve nel giardino.
I due tornarono soli. Si rimisero a guardare la strada.

«Che ore sono?» chiese lei.
«Quasi le dieci».
«A che ora gli avevi detto?»
«Alle nove» disse lui e guardò di nuovo l’orologio.
«Perché gli hai detto così tardi?»
«Pensavo sarebbero arrivati puntuali».
La ragazza sbuffò.
«Comincio ad avere fame» disse lui.
La ragazza si voltò dall’altra parte e si mise a fissare il cielo buio e vuoto.
«Avresti dovuto dire alle otto. O le otto e mezza».
«Che ne potevo sapere?»
«Sei sicuro di aver detto alle nove? Non è che ti sei confuso e hai detto alle dieci?»
«Ho detto alle nove».
«Magari hanno capito male» disse lei.
«Non per colpa mia. Ho detto alle nove».
La ragazza appoggiò la testa al dondolo e chiuse gli occhi.
«Arriveranno a momenti, ne sono certo».

Rimasero lì. Lei controllò l’orologio sul polso del ragazzo, si alzò ed entrò dentro. Quando non la vide tornare fuori, il ragazzo la raggiunse in casa. Lei era in camera e si stava cambiando.
«Che stai facendo?»
«Sono stanca. Mi riposo un po’».
«Tra poco arriveranno gli invitati».
«Svegliami quando arrivano».

La ragazza lasciò il vestito su una sedia e si stese sotto le lenzuola. Aveva ancora i capelli legati e il trucco. Il ragazzo guardò fuori dalla finestra. Il vialetto era vuoto. La strada era vuota. Si tolse le scarpe e si stese sul letto, sopra le coperte, a pancia in su. Guardò il soffitto cercando di restare sveglio.

Dei rumori lo svegliarono. Si alzò e andò alla finestra. Una macchina aveva appena parcheggiato nel vialetto. Il ragazzo abbassò le persiane e chiuse le tende. Si rimise a letto. La ragazza dormiva vicino a lui. Alzò la coperta fino a sopra la testa e chiuse gli occhi.

Federica Sabelli

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