Timidi messaggi per ragazze cifrate

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Federica Sabelli

Il 16 novembre prossimo Wojtek edizioni pubblicherà Timidi messaggi per ragazze cifrate, primo romanzo di Ferruccio Mazzanti. Per noi è conto alla rovescia: già maestro di Gamerro e Marinelli e unico testimone della proposta di nozze di Ramses, autore di racconti che hanno fatto la storia della nostra rivista (qua e qua, per dire), Ferro ridefinisce la proverbiale categoria verdiana di “amico senza virgolette” (ripassare) in una frase cifrata dentro di noi e sussunta da quattro anni sotto il concetto più esteso di famiglia.
I più acuti (maschi) tra i tre lettori di Verde staranno già puntando il dito contro l’ennesima incularella alla romana di patetiche e ininfluenti scenicchie confederate. Avete ragione, Sherlock: il punto, che mai riuscimmo a spiegare, è che dentro al Dojo primeggiano le relazioni. Ci fosse pure la nuova Mary Shelley tra le illustre sconosciute che inviano racconti a Verde, noi sceglieremmo di leggere sempre e comunque prima Ferro, perché Ferro è un amico. E tanto dovevamo.
Grot ha poco più di vent’anni e non esce dalla sua stanza da 1200 giorni. È un hikikomori e ha un unico modo di comunicare con l’esterno: messaggi d’amore criptati a donne sconosciute.
Di seguito l’incipit di un romanzo che nei prossimi mesi riempirà lo spazio tempo della gente che legge davvero. Delle altre ce ne fottiamo alacremente.
Il quadro è opera di Federica Sabelli.

Chiamatela pure mia madre. Lei si alza la mattina alle 5:30 e deambula livida verso la cucina. Non abitiamo in una casa molto spaziosa, è appena più piccola dello stretto necessario per due, noi due: io e mia madre. Quando mia madre scende dal letto infila il suo trentasei di piede dentro a quelle tipiche pantofole a forma di animaletti che tanto piacciono alle ragazzine. Un tempo aveva un paio di rinoceronti, poi non si sa come perse la pantofola sinistra, così comprò un paio di mucche, poi non si sa come perse la pantofola destra, e allora quando oggi scende dal letto adagia i propri piedi rispettivamente dentro a un rinoceronte e dentro a una mucca, trascinandosi verso il frigorifero avvolta in quella lunga vestaglia rosa abbagliante con un’inequivocabile faccina bianca di Hello Kitty proprio sopra il lato sinistro del petto, la cintura serrata sui fianchi, il cappuccio tirato sulla testa quasi fosse una Pink Bloc casalinga, gli occhi gonfi e stanchi, la bocca vagamente aperta che trattiene a fatica la prima sigaretta del giorno, ancora spenta mentre versa il latte dentro a una ciotola ma già accesa quando il piccolo e vecchio forno a microonde lancia il suo squillo di allarme. Sorseggia latte caldo e sigarette alle 5.37 del mattino e sbuffa appoggiando la propria fronte sul palmo della mano, i capelli sporchi addensati in ciuffetti mori appiccicosi, il posacenere stracolmo accanto a una merendina della Mulino Bianco.

Quando la mattina trova la forza per alzarsi dalla sedia in cucina, lei semplicemente si solleva verso l’alto con tutta la grazia di una quarantunenne, caracollando dolcemente verso il bagno, dove si osserva allo specchio per alcuni minuti e constata la comparsa delle prime lievi rughe intorno agli occhi che lei chiama piedi di pollo perché zampe di gallina le sembra una locuzione nominale un po’ troppo sessista. A dire il vero non si esprime dicendo locuzione nominale, ma biascica di notte alla porta di camera mia parole come

                                   mi sembra che è un po’ troppo offensivo

                                                                                                          per noi donne

                                                           questa cosa che le brutte cose sono sempre al femminile

La porta di camera mia rimane chiusa e io la ascolto senza risponderle niente.

Prima di uscire per andare a lavoro mia madre si lava i denti canticchiando qualche hit del momento o vecchi successi di giovani stelle scomparse del panorama musicale: ultimamente è ossessionata da Amy Winehouse e sputacchia dentifricio sulle malinconiche note di Back to Black con un’allegria che si abbina difficilmente al contenuto e una pronuncia dell’inglese alquanto discutibile, aggiungendo punti di interpunzione a caso:

Ui olly seid goodbai uid uorts

                                   ai dain an antred taim

                                                                       iu gooooo beek to HEL!

                                                                                  and aaaai gooooo beek du…

                                                                                                                      ai goooo beek du aaaas?

Poi, sempre canticchiando, si siede sul bordo del suo letto matrimoniale vuoto

                        ai lov iu mach

infila le proprie gambe ancora giovanili dentro a pantaloni H&M per tutte le stagioni di cotone grigio che non le calano solo grazie a una specie di spago cucito nell’orlo più alto

                                               Izz nod inaff iu lov blou and ai lov paff

una felpa blu con cappuccio: mia madre adora nascondere i propri capelli alla vista altrui (devo aver ereditato questo bisogno di criptare ogni cosa da lei)

                                                                                                                      end laif is laik a paip

un cappotto nero maschile probabilmente di mio padre: non ha mai voluto confessare di chi fosse e io non ho mai conosciuto mio padre. Me lo immagino come un volto qualunque, sempre uguale a se stesso, che sta alle mie spalle senza che io possa riconoscerlo

                        end aim a tainni penni rollin ap de uoll insaid

per poi uscire nella gelida alba della periferia di questa città, con le mani in tasca verso la fermata dell’autobus, senza più cantare per paura di infastidire le persone come lei che vanno a lavoro alle 6 del mattino, esclusa la domenica o a seconda delle esigenze anche per i festivi. Queste persone ritirate dentro i propri cappotti si osservano mute con nicotinica stanchezza nella fredda luce dell’alba, mentre i camionisti fermi al semaforo fischiano dal finestrino abbassato e l’autobus arriva sempre in ritardo.

Io non so esattamente cosa faccia mia madre per guadagnarsi lo stipendio. Non parlo in chiaro con lei da tre anni. E lei non comprende le mie cifrature. Quello che so di lei è che si sente sola, a volte, la notte. Appoggia la schiena sulla parete del corridoio, si lascia cadere verso il basso piegando le ginocchia fino a portarsele al petto nella sua vestaglia rosa di Hello Kitty, e mi parla. Mi parla delle sue giornate di lavoro. Mi parla dei suoi colleghi e delle sue colleghe, per lo più filippini, peruviani, rumeni, subsahariani. Mi parla del fatto che ogni tanto esce con quello e quell’altro, ma che è da troppo tempo che non trova più quello giusto. Mi parla di cosa si aspettava dalla vita quando aveva nove anni o sedici anni o diciotto anni, non se lo ricorda neanche più (confonde le date e la durata dei pensieri), e di come sia tutto cambiato quando a diciannove anni e due mesi e ventiquattro giorni è rimasta incinta di me. Mi parla dei cerotti per smettere di fumare. Mi parla degli auricolari nuovi che ha comprato per ascoltare la musica mentre lavora negli uffici altrui, tutti così ordinati e rispettosi. Mi parla di quel che sogna per me, del lavoro che vorrebbe che facessi, del desiderio di migliorare nel suo piccolo per quanto possibile senza far male a nessuno questo magnifico e bellissimo e faticoso pianeta. Mi parla di quanto sia la cosa più bella al mondo il mondo là fuori

                                   è una roba imperdibile

                                                                       da quanta roba bella c’è

Poi quando è stanca se ne va semplicemente a letto, mentre io continuo a criptare lettere d’amore che invio in giro per il web a persone sconosciute, prevalentemente donne, e di quando in quando ne faccio scivolare una sotto la luce della porta di camera mia per mia madre; per chiederle scusa. Per i sacrifici che fa.

E piango.

Non esco di casa da 1.245 giorni. Non apro la finestra, le persiane o le gelosie da 1.105 giorni. Non parlo in chiaro con mia madre da 1.095 giorni. Sono una persona mite e cattiva che passa il suo tempo a scrivere lettere d’amore, cifrandole, spedendole, aspettando che qualcuno mi risponda.

OKFKURKCEGVCPVQEJGPQPTKGUEQCRCTNCTVKNQUQEJGHCKVCPVKUCETKHKEKRGTOGOCOKFKURKCEGVCPVQUEWUCOKOKXGTIQIPQEQUK’VCPVQCWUEKTGFCSWGUVCUVCPBCFCECOGTCOKCVWVVGNGPQVVKOGPVTGOKRCTNKCHHQPFQNCHCEEKCPGNEWUEKPQGRKCPIQVWRCTNKRCTNKRCTNKGKQRKCPIQJQHCNNKVQVWVVQPGNNCOKCXKVCOKUGPVQEQUK’UQNQUEWUCOKOCOOCUEWUCOKVCPVKUUKOQRGTQ’VKRTGIQVKRTGIQVKRTGIQVKRTGIQPQPKPUKUVGTGEQPOGPQPRTGVGPFGTGEJGKQUKCEQOGN’KFGCEJGVWJCKFKWPHKINKQKQPQPUQPQNCVWCKFGCNCUEKCOKKPRCEGUQPQUQNQWPCRGTUQPCEJGCOCUVCTGFCUQNCSWCPFQCPEQTCWUEKXQHWQTKOKUEQRTKXQCHKUUCTGNCIGPVGGUQEJGFQRQWPRQ’UGPGCEEQTIGXCPQKPVGPFQINKCNVTKGCNNQTCOKUGPVKXQWPKPVTWUQOKUGPVKXQUDCINKCVQOKUGPVKXQEJGPQPUCRGXQEQOGEKUKEQORQTVCRGTEJG’INKCNVTKGTCPQKPHCUVKFKVKFCNOKQUIWCTFQRGTUKUVGPVGPQPUQPQSWGNN’KFGCFKHKINKQEJGVWJCKGSWCPFQINKCNVTKOKQUUGTXCPQEQOGRGTEJKGFGTOKEJGJCKFCIWCTFCTGCNNQTCKQUGPVQEJGVWVVKKOKGKFKHGVVKUQPQOGUUKKPGXKFGPBCTKOCTECVKPQPRTGVGPFGTGFCOGEQUGEJGKQPQPRQUUQFCTVKNCUEKCOKKPRCEGNCUEKCOKUVCTGEQUK’FCUQNQPGNNCOKCUVCPBC.

CONTINUA qui dal 16 novembre 2020

Ferruccio Mazzanti

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