Cover #7: Bestiario

La verità è che non abbiamo niente, non sappiamo cosa dire, nessun materiale per l’editoriale. Di giorno non facciamo altro che andare al lavoro, badare al Royal Baby che vuole vedere solo ed esclusivamente Scooby-doo e l’Isola dei pirati zombie, e nient’altro, chi ha tempo di pensare all’editoriale? La notte ci riuniamo strettə strettə sotto il piumone fatto a mano da Stefano Felici (vero Ircocervo 90%) e guardiamo vecchi video dello stand-up comedian Stewart Lee, convintə nel profondo del nostro cuore di essere lə unicə a poterlo capire davvero. Finché Marinelli non riprende a piangere.

Ci limitiamo a gioire per questo incontro virtuale tra Valentina Maini e Modestina di Italians Book It Better. Nei lunghi e tediosi pomeriggi di lockdown ci divertiamo a recitarlo a turni, beat per beat, scambiandoci di ruolo ogni volta. 

Ue ma oggi tornano le Cover: amicə di Verde riscrivono la propria versione di racconti che anno fatto la storia di questa rivista! Oggi siamo contentə di  tornare a ospitare l’unica e inimitabile punk-neko-lawyer Claudia Grande che con il suo Bestiario propone una riscrittura in chiave dialogica e quasi teatrale di Dinamica della folla by Luca Marinelli

Il dipinto è un inedito pazzesco di Federica Sabelli.

*Movimento.

«… e quando le ho domandato: “Perché l’ha fatto?” lei, signor…»
«Fedora. Mi chiami “il Fedora”».
«Signor De Michelis».
«Il Fedora: mi chiamano tutti così. E non certo per la scelta dei miei orologi da polso».
«Quando le ho domandato: “Perché l’ha fatto, signor De Michelis?”, lei ha risposto (cito dal verbale redatto contestualmente all’interrogatorio svolto durante le indagini preliminari): “Per il ricordo di un amore perduto che ancora infesta la mia memoria”».
«Sì, diciamo di sì».
«Salvo poi fare marcia indietro, negando ciò che aveva appena affermato».
«Oggi voglio comportarmi diversamente».
«E riferendosi (in modo piuttosto maldestro, invero) a una nota sitcom statunitense. O era inglese, forse?»
«Non sono maldestro».
«Riferimento del tutto fuori luogo, aggiungerei, considerata la gravità del caso».
«Quale caso?»
«Il suo caso».
«Il mio non è un caso».
«Tecnicamente, lo è».
«È soltanto una storia d’amore».
«Che tuttavia l’ha condotta dentro a quest’aula, davanti alla Corte d’Assise».
«Non sono d’accordo con la questione della gravità».
«Lei non crede che ammazzare una donna sia grave?»
«Io non credo che la citazione di Seinfeld fosse fuori luogo. Secondo me ci stava bene. Con Amanda, intendo».
«Come il cacio sui maccheroni».
«Riassume quello che penso. Che sento».
«Cosa sente, signor De Michelis?»
«Amore, gliel’ho detto. E poi… rabbia. Disgusto. Disprezzo. Risentimento, rassegnazione; forse un pizzico di sana delusione: ecco, ora mi sembra ci sia tutto. Però, principalmente, amore: non saprei dirlo in un altro modo».
«Amore».
«Sì».
«Profondo affetto».
«Mastodontico. Smisurato. Sproporzionato rispetto al mio piccolo cuore; proporzionato rispetto alla grandezza di Amanda. [A bassa voce] Delle sue tette».
«Prego?»
«Oh, nulla di rilevante».
«È molto attento alle proporzioni. O meglio: alle dimensioni. Uno strano modo di riferirsi alla sfera affettiva».
«Non posso farci niente, avvocato. Trabocco d’amore: è questo il mio problema più grande».
«Magistrato. O, se preferisce, pubblico ministero».
«È la stessa cosa».
«Non per me, e nemmeno per la legge. Dunque, lei avrebbe ucciso per amore».
«Sì».
«Per questo roboante sentimento»
«È così».
«È sicuro che si tratti d’amore?»
«Come?»
«È sicuro che quello che prova, questo marasma di emozioni germinato dal ricordo della signorina Niakaté, sia effettivamente amore?»
«Mai stato più sicuro di così».
«Ed è altrettanto sicuro che non si tratti, invece – stia bene attento – di un rifiuto troppo grande?»
«Che?»
«Un monumentale, categorico, panciutissimo no».
«I no hanno la pancia?»
«NO! ENNE-O! Zero, caput, nej, nein, nem, não, bangō
«Mi scusi, ma…»
«Non si è trattato, forse, di un no animalesco, una specie di pachiderma lardoso e soffocante, mollemente accovacciato sulla sua pancia e diventato mano a mano un fardello nel vero senso del termine, un gravame attuale e pulsante, fatto di carne e di sangue e pelle flaccida, color ferro battuto, e penosamente, umanamente intollerabile?»
«Cosa diamine sta blaterando?»
«Un arrogante pachiderma accoccolato sulla bocca del suo povero stomaco: riesce a immaginare qualcosa di meno ignorabile, in una ipotetica scala ascendente di non-ignorabilità
«Non la seguo».
«I più grandi amori nascono dai più grandi rifiuti».
«Se lo dice lei».
«O meglio: le ossessioni nascono dal cadavere del sentimento, barbaramente stroncato da un rifiuto improvviso».
«Amore e ossessione…»
«Un binomio abbastanza banale, devo confessarglielo. È un omicidio di routine, il suo; un assassinio di plastica, preconfezionato, da scaffale del supermarket giù all’angolo»
«C’è davvero differenza tra amore e ossessione?»
«Sì».
«E tra ossessione e desiderio?»
«Ma certo che c’è».
«E la differenza tra questi concetti, sarebbe…»
«L’omicidio».
«Oh».
«Macchiarsi le mani del sangue altrui».
«Il sangue versato dalla vittima vale a distinguere l’amore dall’ossessione; e a sua volta l’ossessione dal desiderio».
«Sì».
«Quindi io sarei ossessionato da Amanda perché l’ho ammazzata».
«Precisamente».
«Se invece l’avessi amata… che so, l’avrei portata a cena».
«Verosimile».
«Le avrei scritto poesie brutte, perché non sono capace di comporne di belle».
«Non sia tanto severo con sé stesso».
«E l’elefante?»
«Quale elefante?»
«Che fine ha fatto, l’elefante indiano?»
«Oh, quell’elefante! Beh, diciamo che l’infida bestia le ha procurato il coltello, l’arma del delitto; dopodiché l’ha sobillata nel pugnalare a morte la signorina Niakaté».
«Ma non c’era nessun elefante, quel giorno. La gente si sarebbe accorta di un elefante indiano che passeggia per il mercato di Porta Palazzo. Non trova?»
«L’elefante, signor De Michelis, sarebbe il rifiuto della signorina Niakaté».
«Amanda non mi ha rifiutato».
«La signorina Niakaté mal tollerava le sue avances, e questo affronto era per lei insopportabile al punto di essersi visto costretto ad ammazzarla».
«Giuro sulla tomba di mia madre che non è vero. Cioè, sia chiaro: io non nego di averla uccisa; perché l’ho fatto. Voglio confessare, ho deciso. Solo… non è andata come dice lei».
«L’elefante indiano l’ha spinta a oltrepassare la linea del sentimento per entrare nel territorio dell’ossessione; e qui, dimenando la sua buffa proboscide con fare inaspettatamente minaccioso, le ha instillato nel sangue il veleno della discordia, l’origine unica del peccato più imperdonabile e nero, l’embrione deforme dell’idea più mostruosa che mente umana sia stata in grado di concepire o anche solo vagamente tratteggiare».
«La maionese di soia?»
«L’omicidio, signor De Michelis».
«Ah. Ci ero andato vicino».
«Se si azzarda un’altra volta a fare battute fuori luogo mi vedrò costretto ad aggiungere “Oltraggio a un magistrato in udienza” ai capi d’imputazione che già pendono sulla sua testa».
«Non è giusto».
«Decido io cosa è giusto e cosa è sbagliato. O meglio: lo decide la legge».
«Signori giudici? Niente da dire?»
«Orbene, grazie alla teoria dell’elefante indiano abbiamo appurato che lei, signor De Michelis, non era affatto “folle” d’amore quando ha aggredito la signorina Niakaté, per nulla ottenebrato nel raziocinio, incapace d’intendere e di volere come avrebbe sperato di farci credere, mirando a una conseguente (immeritata) sentenza di assoluzione in quanto soggetto non imputabile al momento della commissione del fatto – o perlomeno a una deminutio della pena che tutti noi qui presenti intendiamo concordemente farle scontare».
«Ma io non ho mai detto queste cose! Adesso basta, basta così. Signori giudici? Mi sentite? E il mio avvocato, il mio difensore, che fine ha fatto? Dove diamine è andato a… oh, eccolo qui. Per la miseria. Ma lei che combina, dorme? Sembra morto, Cristo santo, da quanto è silenzioso! Avanti, che aspetta? Mi protegga, faccia qualcosa!»
«All’opposto lei era lucido, razionale al punto di essere sgattaiolato tra le bancarelle di un posto gremito di gente, il mercato di Porta Palazzo, uno dei luoghi più chiassosi di Torino, con un grosso coltello in mano, sì, una lama ben affilata e di ragguardevoli dimensioni, e nessuno sottolineo nessuno si è accorto di lei, tanto che ha trafitto a morte la signorina Niakaté dandosi poi alla fuga nel pieno dell’euforia omicida che naturalmente sussegue al compimento del gesto, senza che (lo ripeto a beneficio della Corte) n-e-s-s-u-n-o l’abbia vista allontanarsi dal luogo del misfatto».
«Signori giudici, adoratissima Corte, mi rivolgo a voi perché l’avvocato difensore sembra aver perduto la lingua e sta facendo massacrare la mia storia. È lecito, a vostro avviso, che il signor… che il pubblico ministero si comporti in questo modo? Che farfugli queste calunnie senza che voi, che so… diate almeno un timido colpettino con quei vostri, piccolissimi martelli, richiamandolo all’ordine e al decoro?»
«Se si fosse disfatto del coltello invece di portarselo a spasso come un trofeo, leccando la lama insanguinata davanti agli agenti di polizia che hanno quindi proceduto all’arresto, forse oggi non saremmo qui».
«Pare proprio che i signori giudici non vogliano ascoltarmi. E nemmeno il mio cazzo di avvocato».
«Piano con le parole. Forse l’avrebbe fatta franca: pensi un po’».
«Alle volte, il destino ha una strana ironia».
«Può raccontarci, esattamente, la dinamica dell’omicidio?»
«Non le basta la mia confessione? Gliel’ho detto: sono stato io. Che altro vuole?»
«La confessione non è di per sé sufficiente a quantificare la pena. Per quantificare la pena, bisogna valutare una serie di elementi – tra cui la gravità del fatto; e comminare, di conseguenza, un’adeguata sanzione. Proporzionata, come direbbe lei».
«Una sculacciata esemplare».
«Moderi i termini, signor De Michelis. Non glielo ripeterò un’altra volta».
«Da dove vuole che cominci?»
«Non lo so, scelga lei. Ci racconti ciò che ritiene rilevante».
«D’accordo. Sarà difficile, la avverto, perché quando si tratta di lei, di Amanda, tutto quanto diventa rilevante».
«Faccia uno sforzo. Non ho fretta».

*La folla al mercato sono formiche che corrono impazzite intorno a dei bassi mucchietti di terra: è caduta una goccia di pioggia nella loro casa, all’ingresso, nell’alluvione una casa non c’è più.

«Pioveva, quel giorno».
«Bene».
«La gente si ammucchiava e si disperdeva a frotte, disordinata, in caciara».
«Continui».
«Sembravano tanti, piccolissimi insetti. E poi…»
«Poi…?»
«… la verità è che non m’importava di Amanda».
«Prego?»
«La verità è che m’importava solamente delle sue tette».
«Signor De Michelis, le ho già detto…»
«Che c’è? La disturba la parola “tette”?»
«Come siamo passati a parlare di seni femminili dacché ci stavamo occupando di sentimento?»
«Il fatto è che le tette di Amanda erano uguali identiche a quelle di mia madre».
«Un pensiero orrendamente incestuoso».
«E la cosa che più amo al mondo sono le grosse tette morbide delle donne in carne. Esattamente come quelle di mia madre».
«Io non so cosa le sia saltato in mente, quale squallida strategia difensiva (se così può chiamarsi questo tripudio di aberrazioni e atrocità) abbiate messo insieme lei e il suo infimo avvocato, o meglio scribacchino, fariseo, che sembrerebbe aver perduto la lingua, come lei stesso ci ha fatto notare; so per certo, tuttavia…»
«Me la ricordo ancora, mia madre. Ricordo quelle grosse tettone mosce che rimbalzavano davanti al mio naso quand’ero bambino. Se l’immagina?»
«Non ho nessuna intenzione di…»
«Un bambino costretto a sorbirsi un grosso paio di tette appese tutto il santo giorno, perché mia madre era una specie di bastarda hippie, una di quelle gran troie da festival di bassa lega tanto di moda negli anni ’70 che mio padre ha ben pensato di sposare e poi tac, mollare con me, mi ha lasciato con quella specie di gatta nudista a gironzolare per casa, una zozza monumentale che si ostinava a esibire il suo corpo pur senza nessuno a cui sbatterlo in faccia. C’ero io, in effetti, anche se lui se l’era data a gambe. C’ero io, solamente io. Ma forse mamma non pensava che io significassi qualcosa. Più probabilmente non credeva, non riusciva a credere che a un bambino di pochi anni potesse ficcarsi in testa qualche tipo di pensiero sconcio a vederla andare in giro così, nuda e cruda e colpevolmente sensuale, erotica, senza vergogna, che ci mancava cominciasse a strusciare il culo sui muri di casa come fanno le gatte in calore quando non trovano chi le trapani a dovere. Oh non si azzardi signor magistrato, non ci provi nemmeno: via quell’espressione di disgusto. Molto scorretto da parte sua. Profondamente iniquo. Signori giudici, che dite? Posso continuare? Vi ringrazio».

*La folla al mercato è un mare torbido e basso, di porto, con le alghe che lente alla corrente si scuotono senza davvero mai muoversi dalla loro posizione.

«Mio padre era un vecchio marinaio senza radici».
«Signor De Michelis…»
«E mia madre una sporca, schifosa…»
«Si dia un contegno».
«Orca assassina. Anzi no: una grossa balena bianca buona solo a farsi arpionare».
«La invito gentilmente, e per l’ultima volta, ad attenersi alle domande che ho formulato, senza esternare pensieri e parole gravemente lesivi della dignità altrui – il che, lo sottolineo, potrebbe costituire ulteriore reato a suo carico in ipotesi di querela».
«E chi dovrebbe querelarmi? Mia madre è morta, mio padre Dio solo sa che fine abbia fatto. Chi mai potrebbe prendersela con me?»
«Mi racconti per filo e per segno come e perché ha ucciso la signorina Niakaté, altrimenti mi impegnerò personalmente a farle passare guai molto seri».
«Ok. Stia calmo però. Non si scaldi».
«E lei non mi faccia perdere altro tempo».
«Ricordo l’oceano tiepido della sua pelle».
«Continui».
«Ricordo le sue tette, quelle grosse tettone mosce che ancora infestano le mie notti».
«Le avevo detto di…»
«Erano tette un po’ gonfie, un po’ pendule, come un paio di melanzane lunghe violette col capezzolo montato in cima; e odoravano vagamente di mare, signor pubblico ministero: acqua salata, è questo che sentivo in bocca quando mia madre mi costringeva a succhiargliele. Mi fece succhiare le tette fino all’età di nove, dieci anni: aveva letto da qualche parte che più si allatta al seno, più il bambino diventa intelligente; e allora s’era messa in testa quest’idea di allevare un figlio geniale, un mostro da premio Nobel, da sventolarlo sotto al naso delle amiche quando andavano a giocarsi lo stipendio a bridge. Da mattino a sera me la vedevo girare nuda per casa, tirare fuori le sue tette ballonzolanti e mettermele in mano, farmici prendere dimestichezza, lasciarmele saggiare come si fa col Parmigiano stagionato; dopodiché mi faceva spalancare la bocca e c’infilava dentro un capezzolo, uno solo. Incominciava col capezzolo destro, più rosso e sporgente dell’altro; poi si passava al sinistro, che lei chiamava “capezzolo timido”, e la cosa più assurda e grottesca è che alla signora balena mancava il latte. Ovvio, no? Mica le donne producono latte per tutta la vita. Lo fanno solo nel periodo di gravidanza, e subito dopo aver sfornato un figlio».
«…»
«Cosa c’è, signor magistrato? Signor pubblico ministero? Ha perduto la parola anche lei? E non ha sentito la parte migliore! Quando feci notare a mia madre che le sue tette erano ormai disseccate, non volle credermi: continuò a soffocarmici perché a spremerle bene, secondo lei, qualche goccia sarebbe uscita lo stesso. Come col tubo del dentifricio. E qualche residuo c’era, in effetti; gocce giallastre, piuttosto dense, da cui avrei fatto meglio a ricavare un buon prodotto caseario invece di avvelenarmi ciucciandole: preziosissima cagliata da portare la domenica al mercato, da far assaggiare alle signore coi loro stronzi carrellini della spesa. Odiai quelle tette, signor magistrato, le detestai con la ferocia di cui ero già capace alla mia età; vagheggiai di affettarle, di amputarle selvaggiamente con un coltello o altri arnesi ben affilati ugualmente idonei allo scopo. Un’accetta, per esempio; oppure una bella motosega. Poi rinunciai. Mi abituai: con un po’ di pazienza e molto tempo disposizione, ci si abitua veramente a ogni cosa».
«E l’amore?»
«L’amore?»
«Che ne è stato del suo nobile sentimento?»
«L’elefante indiano?»
«No, quello è venuto dopo».
«Anche il mio amore è venuto dopo».
«Dopo quando?»
«Mia madre morì che avevo all’incirca undici anni».
«Le mie condoglianze».
«La infilarono dentro a una bara che a sua volta ficcarono in un mucchio di terra. Al funerale ero in prima fila, mezzo stordito dai fumi dell’incenso, e continuavo, mi ostinavo a fissarle le tette. Era vestita con un abito rosso, lungo e scollato, che le stava a pennello. Ovviamente non vedevo altro che quella V profondissima, a forma di ventaglio, che lasciava scoperta buona parte delle mammelle. Dentro di me cominciai a pensare che a quelle grosse tettone non avrei rinunciato mai».
«Seppure io non possa nascondere il disgusto, la nausea che sento crescere a ogni parola che pronuncia, mi vedo costretto a domandarle di essere più specifico».
«Riguardo a cosa?»
«I seni di sua madre».
«Allora interessano anche a lei!»
«Sono convinto che scavando sotto a quei seni riusciremo a dissotterrare il fantasma che l’ha indotta a pugnalare la signorina Niakaté».
«Non era colpa dell’elefante?»
«Si tratta invero di una colpa condivisa».
«Un elefante indiano, insomma; e in groppa a quell’elefante il fantasma prosperoso di mia madre».
«Non divaghi».
«Una bella accoppiata».
«Si spieghi, piuttosto».
«È difficile spiegare, signor magistrato, perché il mio rapporto con mamma è qualcosa di viscerale, inopportunamente intimo. Avrei voluto succhiarle le tette per tutta la vita, leccargliele persino da morta, sbavarci sopra, sentirne l’odore, il sapore secco e salato che mi otturava le narici quando lei me le strusciava sulle labbra; avrei voluto intensamente possederle, anzi esserle nel vero senso del termine, il senso più inconfessabile e sporco che a quel termine si possa affibbiare, un senso limpido, anche, e quasi tenero, confortante, perché voler inglobare qualcuno significa tenere quel qualcuno per sé. Tuttavia inglobare non significa mangiare: ne fui certo non appena ci pensai. Lo feci subito; il giorno del funerale. Adesso salto dentro alla bara, ho pensato, mi prendo una tetta di mamma e le do un morso tanto forte da strapparla; dopodiché la porto a casa e me la mangio, nuda e cruda e sanguinante oppure appena scottata sul fuoco, e allora sì che ce l’avrò per sempre, che l’avrò sempre qui dentro con me. In me. Ma mangiare, mi risposi, l’atto stesso del contrarre le mascelle sarebbe valso principalmente a distruggerla, renderla un grumo di viscido bolo, una stronza lumaca deforme che sarebbe scivolata giù dentro alla gola e poi… toh!, sarebbe stata espulsa dal culo, mal cagata signor magistrato, letteralmente immerdata. Io non volevo trasformare mia madre in merda, che sia messo a verbale!; io volevo solamente esserla, essenzialmente diventare la sua carne. Le sue tette, per l’esattezza: renderle parte fondante di me: totalmente, furiosamente me».

*La folla, al mercato, è movimento randomico a media nulla, se scattassimo due foto a distanza di un’ora l’una dall’altra le descriveremmo entrambe come gente che chiacchiera e che compra cose, cammina, contratta, come gente che s’industria indistinta, come se il tempo non fosse contato affatto, mai.

«È molto tardi. I giudici la richiamano all’ordine».
«Poco male: vi ho già raccontato tutto».
«Non proprio».
«Che altro vuole?»
«La signorina Niakaté. Perché».
«Per colpa loro».
«Di chi?»
«Delle sue tette».
«Gesù santo».
«Al posto mio, avrebbe saputo resistere?»
«Non si azzardi a insinuare che io e lei avremmo qualcosa in comune».
«Amanda, Amanda, Amanda: pronunciare il suo nome basta a farmelo venire duro».
«Ora sono davvero esausto. Chiedo a questa, illustrissima Corte…»
«Una pantera dal pelo lucido, nera fiammante, di quelle che fanno invidia a tutta la giungla quando passano ancheggiando così. Scuoteva il capo quando l’ho vista, compassata e selvaggia, come se quella bellezza, quella sovrabbondanza di tette e di culo che la natura le aveva donato le desse noia più che fierezza: pensi un po’ com’è strano il mondo».
«E poi? Cos’altro?»
«Non lo so».
«Non è possibile che non ci sia dell’altro».
«Cosa cerca, che vuole? Un senso, forse? Un motivo? Lo cercavo anch’io. Setacciavo quella gente insipida per giungere a lei, solamente a lei. Volti rosa e vacui e tutti uguali: il bestiario di Porta Palazzo; teste di porco che aspettino solo d’essere appese a un gancio. Quando l’ho vista dietro a un gruppo di cinque, sei porci accalcati, grufolanti intorno a una partita di sciarpe pulciose, non ebbi problemi a capire chi fosse: lei, l’unica e sola; la rivelazione; Dio sceso in terra. Mamma, mi dissi, è quella giusta; guarda il tuo bimbo, mi ripetevo, e guida dall’alto il suo braccio; guida il mio braccio, le ripetevo, e finalmente sii fiera di me».
«Tutto qui?»
«Beh… io… sì».
«Non ha proprio nient’altro da aggiungere?»
«Zero e porto zero. Che c’è, la mia storia l’ha delusa? L’ho annoiata? Devo forse saltare dentro a un cerchio di fuoco come i leoni al circo per il suo diletto?»
«Le pongo io una domanda, se permette».
«Ma certo, non faccia complimenti».
«Come faceva a conoscere il suo nome?»
«Prego?»
«Come faceva a sapere che la vittima si chiamava Amanda Niakaté?»
«La conoscevo, ovviamente. La amavo».
«Dal suo racconto sembrerebbe invece una ragazza qualsiasi, incrociata per puro caso al mercato di Porta Palazzo. Potrebbe aver letto il suo nome sui giornali. Mi sbaglio?»
«Ma… io… sì, certo che sbaglia».
«E il coltello – l’arma del delitto – potrebbe averlo trovato a terra. Magari, il vero assassino e sottolineo vero ha preferito disfarsene».
«Il coltello era mio, mio! Sono stato io a pugnalare Amanda! Sono stato io a…»
«Allora mi dica com’è che l’ha conosciuta. Avanti».
«Non sono affari che la riguardano».
«I suoi affari, signor De Michelis, sono l’interesse unico e ultimo della Corte qui riunita, del suo incapace, grottesco avvocato, della famiglia Niakaté, dello Stato – e, per concludere, del sottoscritto pubblico ministero».
«Io non… non…»
«Come e quando ha conosciuto la signorina Niakaté?»
«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere».
«Che piacevole sorpresa: finalmente vorrebbe concederci un po’ di silenzio».
«Sono molto stanco. Non riesco più a ragionare».
«Stanchezza. Ma certo. Posso capire».
«Soffro di stress post-traumatico, avvocato. Signor pubblico ministero. Non creda che a stressarsi siano solo le vittime e il relativo parentado; la verità è che anche noi assassini accumuliamo parecchia tensione, e nervosismo, e affaticamento mentale e fisico. Personalmente la tensione mi si accumula sulle spalle, tanto che non riesco a…»
«Verità: una parola che mi sento di definire abusata, soprattutto in un caso come il suo».
«Il mio non è un caso. Gliel’ho detto».
«È soltanto una storia d’amore – cito testualmente le sue parole».
«Perché fa quella smorfia sorniona?»
«Lei non ha ucciso Amanda Niakaté. Non l’ha mai toccata».
«Ma che…»
«Lei ha solamente vagheggiato di ammazzarla, perché ha indovinato in quei seni un’impronta di ciò ch’era stata sua madre; eppure, incredibilmente, giunto all’apice che precede l’azione, il culmine dell’eccitazione disperata e famelica che avrebbe richiesto una penetrazione effettiva per potersi dire pienamente soddisfatta, è venuto meno».
«No. Non è andata così».
«Elefanti indiani, gatte di strada, porci, balene bianche: nulla di tutto questo è reale».
«Lo è».
«O meglio: le persone al mercato sono reali; il bestiario, come lei lo chiama, è anch’esso metaforicamente esistente; ciò che non è e non potrà mai essere è la sua capacità di agire, d’imporsi nella realtà circostante per violare con vichingo impeto il mistero dell’esistenza. Lei è privo di nerbo, signor De Michelis, del tutto orbo di vigore psichico e fisico, nel senso non troppo metaforico di: “impossibilitato a procurarsi un degno, completo, esauriente appagamento sensuale” ».
«No, no, no
«Lei è solo un mentecatto onanista».
«Basta, la smetta!»
«L’unico modo in cui riesce a darsi piacere è nel buio della sua stanza, probabilmente nel letto ch’è stato di sua madre, un tempo, al riparo dentro all’odore salmastro che ancora le parla di lei; ma quando prova a prendere il largo, quando s’infila il cappotto ed esce là fuori, nel mondo, in quel tripudio di carne viva e vivida che le fa tanta, troppa paura, lei non può, semplicemente non riesce a infilzare davvero una donna».
«Faccia silenzio! Basta!»
«Lei non sa incunearsi nella corazza femminile, non è capace di trapassare, pervadere, permeare la membrana difensiva delle ragazze, non sa colmarla, non può inondarla trionfalmente col caldo, liquido, traboccante amore che fiero millanta di avere in corpo».
«Io la denuncio. La querelo. Giuro lo faccio sul serio».
«Signori giudici, onoratissima Corte, ritiro formalmente le accuse contro l’imputato Marco De Michelis, meglio noto come “il Fedora”, di anni 37, nato, cresciuto e residente a Torino, professione “onanista” presso la medesima città di Torino, e m’impegno solennemente a rintracciare il vero assassino di Amanda Niakaté – ben conscio del valore che la parola “verità” ancora oggi possiede, e fermamente deciso a onorarlo e magnificarlo tutti i giorni della mia vita».
«Lei è finito, finito! Io la distruggo; le faccio mangiare la sua stessa merda e poi…»
«E adesso, signori giudici, vi domando: qual è la pena adeguata per un uomo che non riesca ad approcciarsi a una donna?»
«No, io… non è vero! Non…»
«Perché il signor De Michelis non è un assassino, non lo è affatto; e tuttavia è un mentitore e un codardo, oltre che un ridicolo, inerme, flaccidissimo ometto. Qual è la sanzione più idonea a coprire di cenere il capo già offeso di questo reo della peggior specie?»
«La prego, basta… mi lasci in pace… mi…»
«Oh, ma certo. Comprendo perfettamente la vostra decisione. Signor De Michelis, la qui presente Corte d’Assise del Testicolo Sinistro Inferiore dichiara l’imputato…»

*Movimento.
La folla al mercato sono formiche che corrono impazzite intorno a dei bassi mucchietti di terra: è caduta una goccia di pioggia nella loro casa, all’ingresso, nell’alluvione una casa non c’è più.
La folla al mercato è un mare torbido e basso, di porto, con le alghe che lente alla corrente si scuotono senza davvero mai muoversi dalla loro posizione.
La folla, al mercato, è movimento randomico a media nulla, se scattassimo due foto a distanza di un’ora l’una dall’altra le descriveremmo entrambe come gente che chiacchiera e che compra cose, cammina, contratta, come gente che s’industria indistinta, come se il tempo non fosse contato affatto, mai. E così, senza connessione logica, le scriveremmo con la testualità affabulatoria del vezzeggio di sovrabbondanza, di chi scarabocchia con la biro ai bordi del caos senza mai toccare le labbra di quella enorme fica rasata, e non le tocca per timore che vibri e se lo trascini via con sé; nel buio bianco, perenne della cecità.

Claudia Grande

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