DINAMICA DELLA FOLLA

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Erica Monzali, Seduta sui libri, tecnica mista (fotografia, pennarello nero e pastelli)

Succede qualcosa alla scrittura di Luca Marinelli. Un movimento di colori e forme che nessuno di noi avrebbe saputo prevedere (e perché mai poi?). Il cesello arma ancora la sua destra, ma le faglie si ispessiscono e la mano adesso trema: quella esitazione compone una frattura dove si infila la storia.
L’illustrazione che accompagna
Dinamica della folla è di Erica Monzali (Seduta sui libri).

Colori.
Il maglioncino azzurro di un vecchio dai capelli argentei coperti in parte dal basco marrone. Giona che grida e mostra con le dita d’ebano discese di pomodori rosso carminio, file di lattuga verde chiara, pile ocra di patate novelle, casse di funghi dal gambo lattescente, i loro cappelli morbidi color della terra bagnata, le banane di un giallo acceso, i biondi limoni. Una di queste scatole di compensato blu notte passata in rassegna dalle mani rosa pallido di una signora con la pelliccia grigia, sino alle calze cenere e gli stivaletti corvini, calpestati quasi per sbaglio dall’arancione acceso delle scarpe da ginnastica di un ragazzino, di fretta, con i blujeans strappati e la felpa bianca impiastricciata di succo di mora che si tende alle spalle, leggermente, quando urta per un attimo un signore dal cappotto lungo color cuoio. Che da sopra la barba fulva guarda oltre gli occhiali con le lenti scure un ripiano di pentole con il fondo metallico, in acciaio inox, con le maniglie di plastica nera, padelle rivestite di indaco metallizzato, o viola intenso, terra di Siena intonso, verde acqua, smeraldo, color sangue, coperchi trasparenti, bronzo, ramati, dorati, a specchio.

Forme.
Pentole cilindriche con manici quadrati, padelle a sezione parabolica, mestoli ovali, pentolini con la pancia rigonfia, coperchi conoidali, il naso a triangolo dritto di un’anziana signora poco distante dalla merce, un uomo con gli occhi piccoli a cerchio che dà le spalle in discesa a un ragazzo con le guance tondeggianti, piene, con le dita grasse a salsicciotto, il ventre geoidale, sta guardando il culo a mandolino di una giovane madre che spinge un passeggino a trapezio, il bambino dentro con la testa sferica e i capelli ingarbugliati e sottili gioca con un parallelepipedo camion dei pompieri. Passano ora al fianco di un banco di frutta, tra le mele con i lobi sinuosi, le pere con il baricentro basso, il sedere largo, le arance ruvide come pianeti di brecciolino, i kiwi ellissoidi fortemente eccentrici, le susine: queste lune impilate in piramidi, profiterol tentati o regolari.

Movimento.
La folla al mercato sono formiche che corrono impazzite intorno a dei bassi mucchietti di terra: è caduta una goccia di pioggia nella loro casa, all’ingresso, nell’alluvione una casa non c’è più.
La folla al mercato è un mare torbido e basso, di porto, con le alghe che lente alla corrente si scuotono senza davvero mai muoversi dalla loro posizione.
La folla, al mercato, è movimento randomico a media nulla, se scattassimo due foto a distanza di un’ora l’una dall’altra le descriveremmo entrambe come gente che chiacchiera e che compra cose, cammina, contratta, come gente che s’industria indistinta, come se il tempo non fosse contato affatto, mai. E così, senza connessione logica, le scriveremmo con la testualità affabulatoria del vezzeggio di sovrabbondanza, di chi scarabocchia con la biro ai bordi del caos senza mai toccare le labbra di quella enorme fica rasata, e non le tocca per timore che vibri e se lo trascini via con sé; nel buio bianco, perenne della cecità.
Quando su una membrana come quella sintetica ben tirata di un tamburo fatto a mano, una schicchera scuote la posa quasi ascetica delle maglie di fibra, dal centro un vibrare s’espande. E produce un rumore che scuote l’aria attorno, organizzando in flussi le molecole di gas che sembravano spaesate, prima. Questo succede alla gente se lasciamo agire, libero, il nostro assassino. Succede: la frattura.

Marco, detto il Fedora non certo per la scelta dei suoi orologi da polso, si mosse. Semplicemente sapeva che quello era il momento giusto.
I mercati sono come piccole città nelle città, al loro interno ci sono quartieri tematici per categorie di oggetti venduti; il Fedora si orientava così nella piazza adibita a labirinto, si figurava di essere nuovamente bimbo al palio delle contrade, in agosto, nel borgo della sua città. Sentiva l’aria pungente di quella mattina d’inverno farsi vento al suo muoversi rapido, i cocktail di odori, della gente e della merce concrezionate nei topoi della vendita, evocare ricordi come fari per motoscafi di polvere e soffioni. Decise che doveva fermarsi, puntando il piede destro sull’asfalto granuloso fece molla con la gamba per frenare il suo scatto. Il corpo, arrestandosi, vibrò sinuoso scaricando energia sulla spina dorsale.

Si guardò intorno. I volti della gente per lui erano teste di maiale che aspettavano soltanto d’essere appese a un gancio, con gli occhi strabuzzati e le mosche a ronzargli attorno, evitando gli scoli di sangue. Il Fedora si passò la lingua sugli incisivi, i baffi radi castani si scossero per il sommovimento del suo labbro superiore; era molto magro, aveva il naso aquilino e delle tozze mani ricoperte di peli ispidi sulle nocche e giù a scendere, sul dorso sino ai polsi occultati a metà dalla tuta. Mise il pugno destro in tasca, le sue palpebre tremavano quando, scandagliando dettagli nella folla, le pupille si dilatavano e la fronte si corrugava, lieve.
La cosa che più amava al mondo erano le tette grosse e morbide delle donne in carne, sua mamma il Fedora se la ricordava bene: l’oceano tiepido della sua pelle un po’ gonfia era una culla a cui non avrebbe voluto rinunciare mai. Era difficile spiegarlo: le voleva succhiare; e non solamente voleva possederle: voleva avere il potere di esserle, nel senso più intimo e profondo, e tenero anche, voleva inglobarle a sé, per sempre. Così, quando nel gruppetto alla sua destra di cinque o sei signore accalcate intorno a una partita di sciarpe la vide, non ebbe problemi a capire che era lei; mamma, disse a se stesso, è lei quella giusta, mamma, ripeteva, guarda il tuo bambino ora, mamma, sii fiera di lui.

Sulle nocche della mano sinistra, lasciata cadere lungo il bacino ossuto, i peli si drizzarono immediatamente, canalizzando un brivido d’epidermide che si diffuse per cerchi concentrici, un brivido che interessò presto l’intera superficie del suo corpo; c’era poco da pensare, in questi casi: soltanto l’incontro con il suo fantasma avrebbe potuto scatenare qualcosa di simile in lui, non poteva sbagliarsi di sicuro.
In quel momento ebbe un’erezione. L’erezione è la preghiera del corpo terreno che tende all’idea metafisica dell’orgasmo, lo diceva una frase calcata a spray verde sul muro color mattone dell’università dove ogni tanto si infilava, per mettere le mani sul computer o il telefonino di qualche ingenuo studente inadatto alla vita; gli era piaciuta non subito, ma assaporandola più volte nel tempo, come una birra acida al lampone, il Fedora non era uno stupido, anzi era convinto di possedere una sua spiccata sensibilità. Il giorno in cui era arrivato alla fine di Furore aveva pianto, niente di clamoroso certo, ma non se ne vergognava affatto, lui; non era quel genere di persona. Uno di quei libri che assomigliano ad una cacata come cristo comanda, Furore, che quando hai finito ti senti in pace con il mondo, vorresti solo amare il prossimo tuo come te stesso.
Poi dopo un po’ ti passa, eh. Il Fedora ripartì all’improvviso, aveva in mano la situazione, la sua bella era china a rovistare tra i grovigli di sciarpe in promozione, dietro di lei un donnone dai capelli lunghi rossi con l’ossatura del volto squadrata molto maschile parlava con voce acuta alla sua comare tutta pelle e ossa di collant in pizzo per regali di Natale. Si frappose tra le due rifilando una spallata alla più esile, ehi! mugolò quella vacillando, alcuni si girarono, generò nella mischia un vibratile scompiglio, ma era già oltre, a pochi centimetri dal suo obiettivo, ora. Afferrò con delicatezza il polso tarchiato di quell’angelo dalla carnagione mulatta, lo tirò a sé facendo pressione sulla sua spalla grossa, affinché si girasse, in quel momento il Fedora era su una pista da ballo, in smoking sorrideva all’amore della sua vita invitandola in danza a librarsi con lui, per lo spazio rapido ma denso di una piroetta. E fu quello che effettivamente era, lei si voltò confusa, lui la guardò negli occhi, quei due laghi vulcanici dal taglio ovale, sorrise, lei storse il musetto spaesato, Marco estrasse la mano dalla tasca della tuta, nel tempo di un respiro fece partire il braccio. Il coltello trapassò il golf della donna, lacerò il reggiseno, affondò nella tetta morbida come un plum cake. Un fiotto di sangue sgorgò. Il Fedora venne nelle mutande. Lei sputò fuori rigurgiti d’aria dai polmoni, poi cadde; di ginocchia sulla terra che ora girava impazzita.

Eccolo il punto di fuga della razionalità.

Fu tutto molto veloce. Fu tutto molto semplice: le persone videro il sangue. La paura, questa immunopatologia virale incontrollabile, questo fungo che si trasmette germinando spore giallastre nell’aria pulita ebbe battesimo lì, da una signora con il telefono in mano. Come cavalli di una mandria in una radura campestre, alle nari sui musi della gente giunse il suo nero odore di morte, suonando l’allarme campale nelle teste delle prede, non più uomini, prede, coibentando l’empatia in una gabbia di necessità: di sopravvivenza.
Proprio come la pietra che cade nel lago immobile muovendo a compassione per il suo precipitare tutta l’acqua intorno a lui, in un’onda, emotiva e fisica, la folla creò un fronte compatto che spingeva strabordando, premendo irruenta sugli argini fatti di banchetti, aste di legno, recinti, camion. La folla divorò se stessa, seppellendosi, ingurgitando il suo stomaco come un demone oltreumano.

Il Fedora si era dileguato, intanto. Aveva leccato il sangue dalla lama del coltello socchiudendo gli occhi, assaporando quella donna bellissima, quell’angelo, in preda all’adrenalina, all’eccitazione, alla vertigine del momento appena prima del ritorno. Una volta al sicuro, aveva gettato l’arma in terra, vicino ad un cassonetto, in un vicolo; al momento dell’impatto la lama aveva sferzato nell’aria un tintinnio metallico deciso. Voltato l’angolo, anche quel rumore era sparito, i clacson, il rombare tetro dei motori, lo stridere della gomma sull’asfalto, il chiacchiericcio confuso delle persone l’avevano mangiato vivo. Si sistemò il cappello. Un Fedora grigio.

Luca Marinelli

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