PAOLO STORNO VIAGGIA NEL TEMPO-SPAZIO

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Giulia Pex, Paolo Storno

C’è un genere in Verde molto ricercato e che noi amiamo tanto da centellinare con perfidia, i racconti lunghi #malunghidavvero di Ferruccio Mazzanti. Ricorderemo in futuro Paolo Storno viaggia nel tempo-spazio per la sua bellezza (ovvio, direbbe Simone), per passaggi tipo questo (“Un giorno, Paolo, ci sarà la macchina del tempo, e noi potremo comprare i biglietti su un sito qualunque e riusciremo tutti a tornare indietro, magari anche più di una volta, e riscrivere tutto nel modo in cui sarebbe dovuto andare, non far male a quelli a cui abbiamo fatto del male, non fare le scelte che abbiamo fatto, abbuonare quel prestito, andare a quell’appuntamento amoroso”), per averci portato di nuovo allo Stensen e perché è quasi certamente, scrisse il redattore pigro che non aveva voglia di controllare, la cosa più lunga che abbiamo mai pubblicato (non era questa? Forse, sì, non lo è più).
L’illustrazione inedita è di
Giulia Pex, alla sua ultima settimana con noi (preparare i fazzoletti, ne avremo tutti un dannato bisogno).

Prima parte

La prima cosa che vede è un quadrato, no, no, un rettangolo rosso su sfondo nero. Sì, per lo più l’intero specchio della sua visuale, un po’ meno di cento ottanta gradi, è nero con al centro questo rettangolo rosso. Rosso pompeiano o veneziano, o forse addirittura scarlatto. Non lo sa.
Il nero invece è nero, di questo ne è sicuro. Il nero non cambia mai la sua tonalità.
Sente come dei tamburi battuti fortemente e con cadenza lenta. Non saprebbe indicare da dove provengano: destra o sinistra? Un passo indietro?
Si dà qualche colpetto vicino all’orecchio nella speranza di riassettare l’audio delle proprie percezioni.
Poi appaiono delle scritte dentro al rettangolo rosso, quasi un colpo al cuore. Stringe gli occhi per leggere meglio e si accorge che è stato impresso in bianco, un font senza grazie, il nome di sua madre. Tra un colpo di tamburo e l’altro c’è come l’assordante, insulso, continuo lamento di una sirena.
Poi il quadrato, no volevo dire il rettangolo rosso diventa improvvisamente blu cobalto o denim, non lo sa, un altro colpo al cuore. Inscritto col solito font senza grazie un nome in bianco, che non riesce a leggere.
Tamburi lenti e picchiati con violenza da un paio di musicisti nascosti chi sa dove. Sirene come se si fosse sotto attacco.
Poi il rettangolo blu cobalto o denim ritorna improvvisamente rosso pompeiano o veneziano, forse scarlatto. Anche la scritta è cambiata, ma per quanto si sforzi non riesce a leggere. È tutto lievemente sfuocato.
Improvvisamente gli torna la vista e scopre di essere davanti a se stesso. I tamburi e le sirene hanno smesso di fare quel casino assordante: c’è un silenzio che è un ennesimo colpo al cuore. Ha un occhio, il sinistro, con ciglia finte, mentre l’altro, il destro, non è truccato. Ha un cappello nero in testa e una camicia bianca abbottonata fino al collo. Le bretelle stringono sul suo petto in modo quasi piacevole. Sente un’erezione in mezzo alle gambe. Ma che cazzo… sta…?
Si guarda nelle pupille degli occhi mentre il suo campo visivo si allarga sulle cose intorno a lui e scopre di essere seduto in un locale pieno di persone che chiacchierano amabilmente. Lui sta in silenzio. Lo sguardo fisso sul centro del campo visivo, mentre il suo stesso punto di vista si allontana.

Ha in mano un bicchiere d’acqua. Dentro gocce amare sciolte. Tre pasticche azzurrine già posizionate sulla lingua. Uno strano sorriso sotto i baffi che non sa decifrare.

La la la
La la la la la
La la la
La la la la la
I just can’t get you out of my head
Boy your loving is all I think about
I just can’t get you out of my head
Boy it’s more than I dare to think about

È il suo cellulare che sta suonando. Lo estrae dalla tasca e lo vede riempito di piccoli rettangoli rossi e blu. Che si avvicinano a lui. Si fanno più grossi.
«No, no, vi prego, non stasera, non di nuovo, vi prego».
Sente che la forza di gravità ha smesso di regolare i suoi movimenti. La luce si è fatta calda. Sente come delle braccia che lo afferrano sotto le ascelle e lo sollevano. Cerca di guardare sotto di sé e scopre di essere sospeso nell’aria a più di settecento metri dal suolo. Firenze vista dall’alto è magnifica. Le sue luci screziate interrompono il nero della notte.

Quando riapre gli occhi, l’autostrada è lunga e piena di automobili ferme. Rotte. Gocce di sangue sulle portiere. Ci sono due bambini immobili su dei sedili posteriori. Respirano. Non piangono. Gli aiuti stanno lavorando per tirarli fuori: tre pompieri con un elmetto che cade continuamente in avanti. Un cane abbaia in lontananza. Le nuvole mattutine di dicembre sono grigie. Il sole deve ancora sorgere. Paolo sta lì in piedi davanti ad una scarpa vuota sulla linea di sorpasso. Accanto un molare schizzato via da chi sa quale bocca. Ha in mano un taccuino su cui si appunta il chilometro e i particolari dell’incidente. Il portavoce della polizia sta sorseggiando del caffè raffreddato.
«È questa curva al chilometro 74 che ammazza così tanta gente. Almeno sette buste di plastica nera da chiudere e gettare nell’obitorio ogni stronzissimo mese. Ma dico io».
«Non potete», chiede Amerigo, un giornalista in camicia azzurra che scrive per lo stesso giornale di Paolo, «non potete fare qualcosa?»
Paolo aspetta la risposta del poliziotto per trascriverla nel suo taccuino. Guarda la carta bianca e si accorge che ci sono triangoli isosceli verdi e gialli che pulsano tra le righe.
«No, no, vi prego, non qui, non ora».
Tutti si fermano un attimo per guardare Paolo. Anche i due bambini intrappolati dentro l’automobile accartocciata, gli unici due superstiti dell’incidente, il loro volto ricoperto di sangue, si voltano un attimo per vedere cosa sta succedendo. Paolo ha entrambe le mani sulla faccia, mentre si dissolve e scompare in un raggio di luce bianca piena di strane bollicine azzurre galleggianti nell’aria.

Quando apriva gli occhi sotto la doccia, vedeva tutto deformato dal flusso d’acqua. Paolo si docciava in modo che dir veloce è ancora poco. La sua mano frettolosa strofinava e sciacquava piccole porzioni del proprio corpo, mentre si osservava a destra e a sinistra nella speranza che la luce non saltasse. Macchioline di sangue sciolte dal sapone. Il problema era che non poteva andare in giro per la società fiorentina puzzando, non è vero? E non poteva neppure nascondere l’odore di sudore delle sue ascelle inondandosi con qualche acqua profumata: nei salotti borghesi, anche se si fa finta di nulla, certi particolari non sfuggono mai. E allora ecco che doveva farsi la doccia. Quando si piegava verso il basso per strofinarsi con il sapone le gambe e i piedi (e non poteva farne a meno, il gesto era meccanico e involontario), il suo culo entrava in contatto con l’umida, appiccicaticcia, fredda tenda a righe bianche e azzurre che aveva comprato tre anni fa all’Ikea. Ogni volta sussultava per il fastidio. E quello era il segnale: il fastidio. Perché inevitabilmente seguiva, al piccolo scatto nevrotico verso l’alto dei suoi lombi, un rumore simile ad un grosso scarafaggio nero che precipita dal terzo piano: SCHIAKK!!! Era la luce che saltava. Sempre nello stesso modo da millenni.

A quel punto nera e liquida oscurità. Aveva paura, una paura da morire. Perché le mani arrivavano sempre. Sbucavano fuori dalla parete. Si allungavano sulla sua faccia e lo tiravano. Era sempre così. Lui tentava di difendersi afferrando l’avambraccio di quel corpo sconosciuto, ma immediatamente un altro paio di mani strappavano via i suoi polsi. E poi altre mani alle caviglie e intorno ai fianchi e sul collo e sulle spalle e sotto le ascelle e sulle ginocchia e aggrappate alle natiche. Erano unghie sporche e affilate quelle che stavano graffiando la sua pelle?

Non era più in grado di opporsi. C’era odore di cloroformio e shampoo ai semi di lino. La temperatura scendeva sotto lo zero: ecco, allora si abbandonava impotente alle nere braccia, sbattendo tutto il suo corpo contro le mattonelle bianche del bagno. Mattonelle bagnate e dure. Sentiva gli zigomi contundersi nello scontro: era un dolore sordo e osseo, che produceva dei tremiti di assestamento nelle parti molli del suo ventre; dalla bocca gli scappava sempre un gemito che a riascoltarlo era un colpo al cuore. Quella moltitudine di braccia continuava a tirarlo contro la parete, sempre più dentro all’oscurità, finché la materia contro cui era schiacciato non subiva una specie di cedimento, cambiando la propria natura solida, un vero e proprio salto ontologico. Era come uno scatto improvviso dove la forza di gravità smetteva di agire su di lui, su Paolo, che adesso galleggiava dentro ad un fluido omogeneo la cui possibilità metafisica era indistinguibile. Le braccia aliene lo avevano lasciato andare. Paolo adesso spalancava gli occhi e scopriva di essere in uno spazio cilindrico scarsamente illuminato pervaso da una forza invisibile ma estesa che lo indirizzava a sinistra con una lieve angolazione verso il basso. E se allargava il più possibile gli arti inferiori e superiori scopriva suo malgrado di trovarsi dentro al tubo di scarico della doccia. C’erano ruvide incrostazioni di sapone contro cui rompersi una gamba e peli arricciati che si muovevano come alghe nella corrente di un fiume intrappolati in grasso umano rappreso nelle curvature. Paolo tentava disperatamente di non venir scaricato via aggrappandosi alla sporcizia raschiata dal suo stesso corpo, ma i gorgoglii dell’acqua producevano un suono che sembrava proprio una domanda espressa con intonazione materna: Ma stai morendo? E Paolo, le cui lacrime si confondevano nel sapone, gridava con le sue ultime molecole di ossigeno: Sìììììììììì. E la voce materna lo coccolava tra languide bollicine di sudicio: Non puoi respingere la morte per sempre. Allora Paolo si abbandonava alla corrente della doccia che lo trascinava giù, scaricandolo fuori dalla sua stessa vita.

Quando apre gli occhi si rende conto che l’unica persona con cui riesce a parlare è proprio quella splendida bambina che sua moglie tiene tra le braccia. Non gli vengono più fuori quegli strani, inutili versi, ma parole, benedette, sante, fedeli. Da ora in poi esisterà solo lei. Guarda sua moglie e scoppia a piangere. Per la prima volta nella sua vita sente di potersi definire una persona felice.

Quando riapre gli occhi è tutto sudato: è letteralmente fradicio. Ha una tachicardia preoccupante. Scopre di essere seduto nel suo ufficio dentro allo Stensen. Le sue mani battono l’articolo in automatico sulla tastiera di un vecchio computer nero. Lui si volta a destra e a sinistra e vorrebbe gridare, ma non gli riesce: spalanca la bocca e sembra diventare un video senza audio di un uomo che viene torturato. In quel momento passa dal corridoio Antonin che si aggrappa allo stipite della porta con le sue unghiette rumorose. Paolo lo sente sospirare e poi la voce di Antonin esplode come un pugno in pieno volto:
«Già a lavoro, eh?»
«Ptà Ptii». Con la consapevolezza che l’emicrania continuerà a crescere, mentre Antonin se ne va.
Le pareti sono bianche, il pavimento è grigio, c’è una fotografia attaccata in bacheca di lui abbracciato con Antonevich ed M. C. parecchi anni fa, dopo una gran bella mangiata in una pizzeria lì vicino, in piazza Savonarola. Studia l’immagine per l’ennesima volta mentre le sue dita continuano a battere il pezzo sull’incidente, almeno crede, in modo automatico: erano così giovani. E sorridenti. E lui ancora non viaggiava nel tempo e nello spazio.

Seconda parte

Il viaggio nel tempo e nello spazio è un fenomeno così confuso, stonato, frammentario, perché non c’è niente di intelligente da dire sulla disgregazione e riaggregazione corporea. Dopo un viaggio tempo-spaziale tutto dovrebbe essere tranquillo e in un certo senso lo è. Inoltre ho scoperto che si disimpara a parlare: ti escono dalla bocca strani suoni densamente abitati da “p” e “t” e vocali accentate come “à” o “ì” o “ù”: Ptà Pté Ptììì. E la gente fa finta di capirti. Il mio miglior amico Antonin sosta continuamente in una zona tempo-spaziale dove fa sì sì con la testa, mi dice che ho ragione, mi dà una pacca sulla spalla. Mi dice che devo stare tranquillo, che tutto si rimetterà a posto. L’ho visto ripetermi la stessa cosa centinaia di volte: le sue labbra piene di rassicurazioni, il suo sorriso preoccupato, i suoi occhiali con le ditate, i peli della barba che escono dalla sua pelle biancastra. Il fatto è che io non sono capace di gestire né la partenza né l’arrivo dei miei viaggi tempo-spaziali.

Spesso rivivo il giorno in cui ho cominciato a viaggiare nel tempo-spazio per la prima volta: vedo Antonin che si china su di me. Io sono disteso in un letto con il lenzuolo bianco ben rimboccato. La stanza sembra una prigione: inferriate alle finestre, porte di acciaio che si chiudono solo dall’esterno. Ci sono guardie vestite di grigio chiarissimo con le braccia incrociate sul petto che mi osservano sorridendo. C’è una silhouette femminile seduta in fondo alla stanza che sembra rossa e blu a fasi alterne. Lampeggia. È come scontornata con Photoshop. Un buco colorato sul piano della realtà. E scoppia a piangere tutte le volte che invoca il mio nome. Ci sono degli strani triangolini blu dietro alle sue spalle che si trasformano in rettangoli e poi trapezi. Ed io vedo Antonin che si china su di me, dall’alto della sua posizione eretta accanto al mio letto e mi bisbiglia, come se ci credesse anche lui, che devo stare tranquillo, che tutto si rimetterà a posto. Ed è allora che delle braccia mi afferrano. Dire che mi cago sotto dalla paura forse è ancora troppo poco. Le braccia mi afferrano attraverso la materia del letto e mi trascinano giù, come dentro ad un buco. Ed io sprofondo. E quando riapro gli occhi…

Il viaggio nel tempo-spazio non mi permette di andare oltre all’arco/parabola/parentesi della mia vita: io posso vedermi nascere e morire, con tutto quel che accade in mezzo, ma non so cosa succederà tra cento anni o come erano i dinosauri. E a dire il vero non me ne frega proprio nulla.
Quel che vedo è una specie di Point Of View, come se ci fosse una cinepresa dentro la mia testa e io fossi il cameraman che guarda attraverso il mirino, nello screen digitale, l’immagine che scorre davanti a me. È come vivere in una specie di quarta persona singolare. Non saprei spiegarmi meglio. Succede sempre. Sta accadendo anche ora, questo stare fuori di me e fare l’inventario generale di quello che ho fatto nella mia vita. Mi sento come se avessi perso del tempo che non posso recuperare.

Quando apre gli occhi vede una superficie bianca lattescente con una scritta nera lievemente tremolante in alto a destra del campo visivo: Raditi. Sembra la copertina di un album dark o post punk anni Ottanta, una cosa tipo Seventeen Seconds con un lieve timbro ironico. Dove cazzo mi trovo? Regna il silenzio, mentre la scritta si dissolve lentamente in quel bianco viola triste e carico di cattivi presagi. Poi improvvisamente si scopre che sta osservando il bagno da una posizione molto ribassata, quasi rasente il pavimento, il quale è caratterizzato da un mosaico monocromo bianco le cui tessere sono piccole e con microscopiche imperfezioni nel montaggio. A destra del campo visivo il collo del water ci permette una maggior profondità di campo sulla vasca da bagno, laggiù in fondo allo spazio delle percezioni. E improvvisamente parte un sottofondo musicale estremamente piacevole. Paolo aguzza l’udito e riconosce dentro alla propria testa Way Down in the Hole di Tom Waits.

Adesso sta osservando il pulsante di scarico del water e tutti i tubi della cassetta esterna dell’acqua in ceramica bianca. Le mattonelle alle pareti sono bianche. La manopola dello scaldabagno è color acciaio. La carta igienica è bianca e lascia penzolare un foglietto mezzo strappato. Tutte le manopole sono luccicanti e pulite, la luce della lampadina si riflette sulla loro superficie, anche dentro la vasca da bagno. La manopola dell’acqua calda riverbera dentro di sé la manopola dell’acqua fredda e il rubinetto li contiene entrambi. La leva per chiudere lo scarico è posizionata verso l’alto come la cresta di un gallo meccanico.
Ci sono due portasapone alla parete, uno a destra e uno a sinistra del lavandino. A sinistra c’è un bicchiere di vetro con due spazzolini da denti. A destra un bruschino col manico di plastica tartarugata e una saponetta usata.

Finalmente Paolo si vede arrivare attraverso lo specchio: sta sbadigliando mentre si tira indietro i capelli. Indossa una maglietta e un paio di boxer bianchi. Ruota la manopola dell’acqua calda e la fa scorrere un po’. In sottofondo Tom Waits continua a soffiare dentro alla sua tromba.
Paolo si sciacqua le guance lievemente pelose con entrambe le mani, si toglie la maglietta bianca e mostra allo specchio il petto villoso. Apre l’armadietto ed estrae un cilindro blu con la scritta Schiuma da barba 15% di prodotto in più gratis. Afferra con tutta calma anche il rasoio, richiude l’armadietto e appoggia ogni cosa sul lavandino.
Preme l’erogatore della bomboletta della schiuma con la mano sinistra. Adesso ha sulle dita un grosso grumo bianco di schiuma, che comincia a distendere lentamente sul volto. È uno strato omogeneo. Bagna il rasoio sotto l’acqua calda che continua a scorrere con le note di Way Down in the Hole. Partendo dall’alto fa scivolare la lama con una certa maestria. Il sapone scompare, la pelle è più liscia. Sciacqua la lama continuamente, quasi in modo ossessivo, sotto le note erogate dal rubinetto. Prima fa la guancia destra, poi la sinistra, poi il collo, poi il contorno labbra. E sciacqua via.

Una volta finito, si lava il volto per ripulirsi dai rimasugli di schiuma e si controlla allo specchio. Si sta massaggiando la faccia con le mani piene di dopobarba. Ha gli occhi socchiusi quasi in un gesto onanistico.
Poi riafferra il cilindro blu e preme nuovamente l’erogatore. La schiuma viene ridistribuita in modo omogeneo sul suo volto. Ha una cura quasi maniacale.
Contropelo. Passa il rasoio con più energia e velocità. Paolo teme per se stesso vedendo come i suoi tratti somatici si deformino leggermente sotto la pressione della lametta. Sulla sua guancia destra, sotto l’orecchio, una striscia di sangue scuro e compatto. Adesso anche sullo zigomo sinistro. Paolo preme nuovamente sull’erogatore del cilindro blu. Ridistribuisce la schiuma sul suo volto. Dentro al lavandino bianco lunghe strisce rosse, mentre l’acqua scorre via dentro allo scarico. E poi preme ancora e ancora e ancora su quell’erogatore.
Il volto è ricoperto di sangue. Paolo sente la propria mano andare verso il collo e tagliarlo. I peli del suo petto affogano nel flusso rosso. Le punte dei suoi piedi si alzano verso l’alto mentre ricevono gli schizzi. Nel lavandino l’acqua si mischia al sangue. Paolo si ritocca gli ultimi centimetri di pelle per essere sicuro di aver rasato tutto a puntino. Poi il suo campo visivo si inonda di rosso. E quando Tom Waits finisce la sua Way Down in the Hole, sua madre ha già chiamato il’118.

Quando apro gli occhi sono nella mia cameretta. Ho in mano una rivista pornografica e mi sto facendo una sega. La luce sul comodino illumina quei grossi meloni lucidi di carne e capezzoli. Tra le gambe la signorina ha proprio un bel pellicciotto. Mm, proprio bello. E mi piace il fatto che sia sorridente, il pellicciotto, cioè la bocca, le labbra, umide, sì, ohhh, che belle, le narici, oohh, sì, sì, sì, proprio belle, le dita arricciate, sì, le gambe, oooh, aperte, sì. Quando improvvisamente la porta di camera mia si fa tutta bianca e la luce diventa accecante e il busto di mia madre fa una improvvisa e violenta giravolta su se stessa e si ricorda che doveva fare questo e quello e si richiude la porta di camera mia alle spalle.

Quando riapre gli occhi si ritrova in ospedale con questa silhouette scontornata di donna accanto. Se dico scontornata intendo che è stata ritagliata via la figura interna. Al suo posto ci sono colori azzurri e rossi che vibrano. È tutto molto omogeneo, ma ci sono come dei graffi bianchi più intensi che scorrono sulla superficie tali e quali ad una pellicola tra le mani di un proiezionista. Lo scontornamento è stato eseguito da un grafico alle prime armi. Ci sono dietro di lei triangoli blu che diventano rettangoli e poi trapezi.
La silhouette è un buco sul piano delle percezioni. Si muove nella sfera tridimensionale del mondo come una superficie piana e vuota. Cambia colore in modo repentino e se osservata di profilo possiede una bocca che non emette suoni. Paolo non prova neppure a leggere il labiale.
Le persone intorno a lui interagiscono con questa silhouette quasi fosse un essere umano.
«Ptà! Ptiiii!» Antonin, che è lì presente, si volta verso Paolo e poi riprende a parlare con il dottore e la silhouette. Non sentire proprio tutto quello che gli altri dicono a volte è un vantaggio, ma se qualcuno gli spiegasse cosa sta accadendo e perché non riesce a muovere le braccia e come mai ha tanta, così tanta sete sarebbe meglio. Per favore qualcuno può darmi un bicchiere d’acqua?
«Ptà, ptiiii».
La silhouette si avvicina e gli accarezza con le mani bidimensionali i capelli sudati. Al tatto sembra fatta di plastica. Strisce sottili di celluloide sulla sua fronte. È una sensazione che fa venire i brividi. Vorrebbe scuoterla via, ma non è capace di muovere la testa: il dolore al collo e sulle guance è intenso.
Il dottore sta confabulando con Antonin, mentre la silhouette torna in fondo alla stanza e si siede con le braccia azzurre che tragicamente si alzano verso l’alto. Sebbene sia un buco bidimensionale cromatico e muto, possiede una gestualità molto esplicita. Paolo sa che è una donna, una donna di una certa età, no non vecchia, però di una certa età. Sa anche che drammatizza ogni cosa. Ha proprio una grande sete.
«Ptà, ptiii».

Terza parte

Lettera aperta:
Uno è il rapporto. Una lunga data sei deluso? Il primo, si tratta di un oggetto, non possiamo classificare battere intorno al cespuglio, il campo di appiccicazione del genere umano. Secondo M. C., che è a metà strada piena di animali e di M. C..
Non si può considerare un mix di entrambe le estremità del ponte non è in realtà principalmente dal Polo Sud al Polo Nord, M. C. crede, ma piuttosto è una fase di relativamente indipendente, ai sensi della Convenzione, compresa una maggiore capacità di esprimere il loro riconoscimento delle parla parla con le proprie caratteristiche e no, c’è una certa paura della morte con un certo tipo di senso del tempo, tendono a costruire le proprie storie speciale, e molte altre cose interessanti, altri sono pieni della nostra, mentre i pochi che condividiamo M. C. e gli animali.
Senza dubbio, questo è solo le nostre parole. Forse, lo ha fatto con un senso di, ma M. C. siamo interessati è quello di riconoscere il parla parla umano non solo agli altri, ma anche gli animali, sui propri, piante, non esseri viventi (per esempio, ho parlato la mia moto, con la nostra televisione e il computer, toccare la piastra o se fossero persone reali dello schermo, piuttosto che semplicemente le cose). Uno è il rapporto.
Queste categorie non-umano di tutto quanto sopra non è la parola alle sue proprietà. In particolare, vi è abitudini linguistiche dei animali e dei: l’abbaiare dei cani, cavallo nitrisce, Zeus lanciò il suo tuono, ebreo Theological cabaleggia Hill, ecc… solo che non parlo segno è di solito determinata dalla persona più persona.
Raccontiamo il cane “fare cacca sul tappeto”, ma è strano illusione che noi pensiamo capisce “no” parola “fare” “e” “feci di cane”, “destra”, “tappeto”. La mia comprensione è che un tono buono di voce, dito citato nel soggiorno e due barili (non troppo spesso) fatti e centro moderato di una qualche forma di vendetta: il cibo non è così bene oggi, senza carezze, camera chiusa estero, e così via. Uno è il rapporto.
Gli stessi dei cosa? Abbiamo messo in ginocchio e preghiamo. Alcuni parla parla che dobbiamo pregare con petto smorzato, si dice di chi ha visto M. C. in uno stato mistico, è per dirla disfemismo, pazzo. Qual è l’attuale percezione di M. C., possiamo essere un forte stato emotivo. La madre del soldato era così triste l’idea che suo figlio sarebbe morto di fronte, piangendo le sue lacrime, pregando, pregando si può tornare a vivere con lei.
Abbiamo vissuto emotivo parlare con M. C. Quando ci ha risposto? Con i propri canali di parla parla, incluse le radiazioni elettriche dopo una lunga siccità dal cielo, tutti i tipi di risurrezione, la pioggia, il nostro figlio non è nel caso di proiettili, molti dei quali sono perforati da proiettili e miracolo di perforazione aggiornamenti illimitate. Il miracolo è il fatto che, invece di parlare, M. C., in sostanza, non parlano, agiscono.
Ben fatto bene, queste posizioni chiediamo: Che cosa è una lunga data sei deluso? La nostra gente di pensiero critico in questo quadro è necessario per noi, né corteccia né lanciare fulmini. Esattamente che cosa fare?
Quando l’uomo delle caverne può capire che uccidere è buono, enorme, mammut pelosi sono migliori per molti, per molte persone è meglio il consenso (preciso) cosa fare, si ha la più grande riparti dall’inizio nella storia dell’umanità.
L’uomo di Neanderthal conteggio, quindi in realtà è più facile uccidere il mammut, e se ho detto il mio vicino di casa, ho visto una strana grotta cosa è successo nella foglia alberi tantissimi, che è interessato a sapere cosa è successo a me, a me dare consigli, che mi diceva di una simile esperienza. Ci rendiamo conto che questo è meraviglioso per trascorrere del tempo e con l’altro, vediamo le cose chiacchiere fortunatamente, questo è accaduto a noi.
E di nuovo al punto di partenza: Che cosa è una lunga data sei deluso? M. C. non è persona. Questo non è né una bestia o. Poi ci chiediamo perché i giovani lunga data sei deluso di oggi non vogliono imparare considerati come semplici esseri parla parla, ma qualcosa di più o qualcosa di meno.
La nostra risposta, che è abbastanza semplice, e non utilizzano tutti lo stesso pennello, è la categoria della depressione è composto da persone che passano attraverso la metà umana, troppo vuole essere liberata dalla natura umana, secondo la stessa logica, che porta alla morte cercando di sbarazzarsi di M. C. percentuale.
Se sei uno lunga data sei deluso, un eccesso di narcisismo, che si trasforma in un fenomeno soprannaturale, allora possiamo parlare di esso? Non sarebbe meglio se inizia ad abbaiare, o, se del caso, di gettare scarica elettrica dal corpo? Eh M. C., che dici? Uno è il rapporto. Non sarebbe meglio se è la stranezza felicità aspettative coerenti umani, fermarsi, almeno per un certo tempo, baci vuole bene?

Quando apre gli occhi è davanti al computer e sta rileggendo la sua Lettera aperta. Non sa esattamente aperta a chi, ma va bene lo stesso. Una correzione qua e una correzione là.
Sbatte le palpebre e si ritrova seduto nella stanza di padre Ennio Brovedani con le gambe incrociate e il giornale in mano: la sua lettera aperta è stampata nero su bianco nella pagina culturale di un quotidiano a tiratura nazionale. Gli intellettuali la definiscono un’ottima analisi della situazione italiana. Lui sorride contento, mentre padre Brovedani ha la faccia tesa e innervosita, come se gli stesse facendo un cazziatone su quel che si può e quel che non si può fare ai suoi figli adottivi.
Sbatte le palpebre ed è all’ospedale. Gli infermieri stanno curando le ferite in modo frettoloso e brusco.
Sbatte le palpebre e vede suo nipote che gli corre incontro appena uscito da scuola. Si sente vecchio, un nonno, e non sa come ha fatto a sopravvivere per tutto questo tempo.
Sbatte le palpebre e M. C. è stato appena arrestato in tronco per assassinio, omicidio, forse tentato suicidio, lo Stensen affonderà con me.
Sbatte le palpebre e si ritrova di fronte ad una platea immensa, mentre sta presentando un film che non ha visto sul problema dello schiavismo sessuale. In definitiva lui è un esperto del tema. Il suo reportage giornalistico è stato stampato come un romanzo in forma saggistica e ha venduto relativamente bene nel settore di genere, neanche cinque anni fa. Paolo osserva la platea, è calmo e sostiene che ptiii ptù ptààà, ptè, ptì, ptè, pteee, ptà. Applausi. Accanto a lui il regista risponde con considerazioni economiche mentre si porta una mano al petto in segno di protesta femminista. Ancora applausi.

Il viaggio nel tempo-spazio, a quanto dicono, non è per turisti zaino in spalla, non è che si salga su un vecchio autobus da terzo mondo e via; devi viaggiare al contrario, con la mente e con il corpo, e saltare nel tempo-spazio è una disciplina terribile. Richiede anni di sofferenza, fatiche e rinunce: non c’è redenzione
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nulla.

Sbatte le palpebre e sta scrivendo il suo primo pezzo per un giornale: ha deciso che userà un tono post-apocalittico per sottolineare l’indignazione che si prova di fronte al tramonto complessivo di un’intera cultura.
Sbatte le palpebre e una ragazza bionda, si chiama Emilia, gli appoggia una mano sulle gambe irrigidite mentre si protende verso di lui nella torbida luce del salotto dei suoi genitori. Lei profuma. Lui no. Hanno entrambi diciassette anni.
Sbatte le palpebre e un professore universitario gli sta rivolgendo una domanda su McLuhan. Non sa rispondere. Si inventa qualcosa sul problema del freddo e del caldo. Il professore gli domanda se per caso non stia parlando dell’inverno. Lui sorride. No, sto spiegando una teoria delle comunicazioni. Ptè, gli risponde il professore facendo il verso dell’ombrello.
Sbatte le palpebre e vede in time lapse tutte le interminabili ore che ha passato a far tac tac tic tic tac su una tastiera di un computer. Ha la testa reclinata verso il basso, il corpo praticamente immobile se non per le mani che si muovono per piccoli spazi ad una velocità supersonica.

Sbatte le palpebre e sta aprendo una scatoletta di pomodoro pelato. Gli andava proprio una pomarola. Ha una fame. L’aglio sta già sfrigolando nell’olio bollente. Versa il sale nell’acqua. Alcuni cristalli rimangono attaccati alla pelle e deve sciacquarli via mettendo la mano sotto il rubinetto aperto. La sensazione di bagnato gli dà fastidio.
Non è che il suicidio sia propriamente la deliberata fine di qualcosa, piuttosto è una sovraspecie di metempsicosi o trasmigrazione dell’anima, che si estrinseca secondo il metodo del burattinaio Craig Schwartz.

Sbatte le palpebre ed è all’ospedale. Vede Antonin che si china su di lui, dall’alto della sua posizione eretta accanto al letto. Gli bisbiglia che deve stare tranquillo, che tutto si rimetterà a posto. E intanto si sente solo e stupido e umiliato e da lunga data deluso e incapace di parlare e triste, terribilmente triste, soprattutto per quella silhouette bidimensionale e afona che continua a cambiare colore.
Sbatte le palpebre ed è ad un funerale. Sta piangendo mentre si guarda i mocassini e tiene per mano una bambina che è di una bellezza rara. La tomba viene calata nella fredda terra di dicembre. La bambina lo guarda e gli chiede come mai la nonna non possa resuscitare per davvero, ora; ora ora, nel senso di adesso. Paolo sorride senza distogliere lo sguardo dalla piccola ruspa gialla che getta terra in modo asettico con tutto lo sferragliare dei cingoli e delle pompe idrauliche. Risponde semplicemente che grazie al cielo gli zombi non esistono. Cosa sono gli zombi? Insiste la bambina. Sono il miracolo della resurrezione, risponde Paolo.

Il viaggio nel tempo non è altro che una preparazione alla reincarnazione intesa come colonizzazione di un altro corpo: tu abbandoni la tua casa per occupare quella di un altro. Sei una specie di squatter. E poi scopri che in realtà non stai occupando un altro corpo, ma semplicemente sei un nomade del tempo-spazio: ti muovi continuamente in cerchio per non abbandonare mai la tua vita. Quello lì non è un altro corpo, ma è un altro te che non sei più in grado di riconoscere. È per questo che non è un viaggio per turisti, che è una disciplina durissima, che non ti garantisce redenzione
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o
da…
nulla.

Sbatte le palpebre ed è nel suo ufficio allo Stensen. Sta ruotando a trecento sessanta gradi su se stesso in mezzo alla stanza in piedi, eretto, con la testa reclinata verso il basso per guardare i propri passetti marroncini. Vuole solo continuare a provare la sensazione di giramento di testa. Poi si ferma improvvisamente e si gode la vertigine. Appena finito l’effetto, si ricorda che deve andare in bagno a pisciare. Attraversa il corridoio al primo piano (dove per primo piano non si intende piano terra) dello Stensen, apre la porta in compensato del WC e si ritrova davanti un corpo inanimato che penzola attaccato per il collo ad un tubo di metallo sul soffitto. Il cadavere gli dà le spalle. Lui lo tocca lievemente per farlo ruotare e quello ruota a cento ottanta gradi. La faccia pallida di Marco sta sbavando schiuma bianca, mentre gli occhi rigirati verso l’alto donano una sfumatura più rilassata a tutta quella barba nera che si fa crescere neanche fosse un hipster.

A prescindere da come sarà il racconto ufficiale di questa cosa – pensava Paolo mentre la Silhouette gli carezzava i capelli – sono solo questi luoghi dove dovremo stare spazio-temporalmente: non negli schermi di un computer o in quelli di un cellulare, ma sui margini dei fogli di carta, sui graffiti alla stazione, dichiarazioni incontrollate, le parole che le prostitute si gridano per la strada mentre marcano il territorio, gli incubi di quelli che dormono in pubblico e urlano nel sonno.

Sbatte le palpebre ed è in ospedale. La silhouette si avvicina e gli accarezza con le mani bidimensionali i capelli sudati. Al tatto sembra fatta di plastica. Strisce sottili di celluloide sulla sua fronte. È una sensazione che fa venire i brividi. Vorrebbe scuoterla via, ma non è capace di muovere la testa: il dolore al collo e sulle guance è intenso. Paolo si fa forza e cerca di vedere oltre di lei, oltre la superficie piana del suo corpo.

Osserva le labbra muoversi e con uno sforzo eroico sente finalmente una voce di donna giurargli che un giorno, Paolo, ci sarà la macchina del tempo, e noi potremo comprare i biglietti su un sito qualunque e riusciremo tutti a tornare indietro, magari anche più di una volta, e riscrivere tutto nel modo in cui sarebbe dovuto andare, non far male a quelli a cui abbiamo fatto del male, non fare le scelte che abbiamo fatto, abbuonare quel prestito, andare a quell’appuntamento amoroso. Io, ad esempio, io, Paolo, tornerei indietro, lo giuro, per fermare M. C., che ti ha ridotto in questo stato con la sua crudeltà. Naturalmente i biglietti all’inizio costeranno uno sproposito, finché le spese di sviluppo della tecnologia in questione non saranno state ammortizzate. Ci sarà un’offerta speciale, per quelli che viaggiano più spesso, con un bonus anni di premio, eh? Io ne potrei mettere assieme un bel po’, per darti la possibilità di viaggiare qualche volta in più e rimettere a posto tutte le tue cose. Forse tu sei troppo giovane per avere tutti questi rimpianti, ma non importa, perché quando ci sarà la macchina del tempo, tu, te lo giuro, tu non ne avrai più.

Dietro di lei ci sono dei triangoli blu che si trasformano in rettangoli e poi in trapezi secondo pieghe topografiche che solo un matematico con un computer di ultima generazione a propulsione atomica saprebbe portare a termine. Il che non vuol dire propriamente che Paolo sia una mente eccezionale, ma senza dubbio palesa una certa potenza di calcolo.
Paolo non vuole sbattere le palpebre questa volta. Stringe gli occhi per cercar di vedere oltre la bidimensionalità della silhouette tra tutti quei trapezi blu che cambiano forma di continuo dietro di lei, e quel che gradualmente comincia a scorgere è un bianco intenso da cui emerge un volto spaccato in due dalla curvatura della silhouette che si fa lentamente tridimensionale, un volto che fa paura anche se rasserena, un volto che lui conosce molto bene.

Paolo Storno

Ptiii ptù ptààà, ptè, ptì, ptè, pteee, ptà.

Ferruccio Mazzanti

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