IL COLORE DENIM

Ferruccio Mazzanti (1983-2057) è stato uno scrittore, un giornalista, un poeta e un critico cinematografico italiano. Note le sue collaborazioni con riviste on line e cartacee, tra cui Scrittori precari, Stanza 251, A Few Words, cofondatore del blog cinematografico Infugadallabocciofila, per lo più vedeva gente, faceva cose e ci scriveva su. Importante il suo apporto nella letteratura di biografie non autorizzate. Molto successo hanno riscosso i suoi romanzi mai pubblicati. Morto in circostanze misteriose in un punto imprecisato del Niger.
Il colore denim è il primo dei suoi racconti apparsi su Verde.
Illustrazione di Inchiostro Lisergico (Saviors3).

A volte nel sonno balbettiamo parole denim all’orecchio della nostra amante, come se volessimo consigliarle un abito da indossare. Certe volte tocchiamo coi polpastrelli delle dita i nostri jeans per sentire la filigrana del loro colore, un colore che prima di tutto è una stoffa. Tra le pieghe dei tuoi vestiti ci sono fili bianchi e rossi, strane macchie nere vicino alle cuciture delle tasche. Se stai a testa in giù l’asfalto sembra un fiume grigio e le automobili dei pesci fuor d’acqua. Quel pesce lì grida nella corrente mentre se ne sta a pancia in su.

Il denim non parla, bensì sovrasta. Sta sullo sfondo come un tappeto cromatico che piano piano si ricopre e ti schiaccia. Si nasconde dietro alle croste, dietro ai fallimenti o ai successi. Probabilmente non è altro che un incidente di percorso. E viene sempre dato per scontato. Eppure, quando si abbatte su di te, quando ti arriva addosso a 145 km orari, allora è il cielo stesso che grida contro la propria sfumatura tessile.

***

Alla festa ci sarà anche Caterina. Le sue labbra, oh le sue labbra. E i suoi occhi, porca madonna i suoi occhi. Io Caterina me la vorrei fare anche subito. La penso e mi sego. E poi mi risego. Con quelle tette, oh porca puttana stronza.

Stasera la obbligherò ad ascoltarmi. Ha finito di fare la rizzacazzi. La porto in bagno e le dico che mi piace da morire. La inchiodo alla parete, lo giuro, io stasera la inchiodo alla parete e le dico quanto cazzo mi piace.
Ma lo sai che mi fai impazzire? Ti rendi conto che non faccio che pensare a te? Ti è chiaro che se ti penso mi sego? Hai minimamente idea di quanto mi sto segando per colpa tua? Eh? Dammi una mano a guarire, perché io non ce la faccio più.

E lei mi darà la sua mano ed io mi perderò nei suoi grandi occhi azzurri, tra i suoi capelli neri. Toccherò finalmente la pelle liscia sotto la camicetta. Una camicetta color perla. E sotto il reggiseno, oh il reggiseno, da sganciare, il reggiseno, dietro, che scivola giù dalle spalle, sì, scivola, giù. Oh Caterina, ti penso e mi sego. Lo giuro. È più forte di me. Farei qualsiasi cosa per slacciarti il reggiseno. I tuoi occhi azzurri. Le tue gambe sottili. È che te Caterina sei così bella: ti guardo tutto il giorno in classe, mentre la professoressa spiega latino o greco o quel che è. Tu prendi appunti! Capisci? Gli appunti! Ma come fai? Quando ti vedo io non riesco a capire neanche la prima declinazione e te invece riesci addirittura a scrivere. Io sento che le tue dita, mentre prendono gli appunti, mi stanno coniugando. Mi fai sentire una prima persona singolare. In tutta questa massa di verbi intransitivi. E se penso che stai scrivendo su un foglio la coniugazione che vorrei essere tra le tue mani o che la tua lingua la pronuncia come un tu sei, ecco io mi sego. Mi sego subito.
Non ce la posso proprio fare.

Per andare alla festa di Francesco ho bisogno della macchina. E non voglio mica quella della mamma. Voglio fare bella figura. Voglio prendere il SUV del babbo. Prima di tutto è nero e non è color muffin come quella specie di taxi che ha comprato la mamma. E poi corre che è una bellezza. Così vado a prendere Michele e Giovanni e andiamo insieme alla festa di Francesco. E se ho un po’ di fortuna Caterina mi vedrà arrivare col SUV del babbo e sicuramente mi prenderà un po’ più in considerazione.
Ora mi preparo un personal e me lo sparo mentre guido. E da bere alla festa sarà pieno.
Mi prendo il costume così faccio il bagno in piscina. Oh grande Francesco, non ci sarà niente di meglio che avvicinarmi a Caterina dentro all’acqua e parlarle osservandola negli occhi azzurri e dirle che io… io la amo. E lei me lo prenderà in mano, lì in piscina. Oh cazzo santo, non ce la posso proprio fare. Mi basta pronunciare il suo nome, Caterina, che mi viene duro. E a quel punto non posso che segarmi. La sua mano, porca puttana, sì, la sua mano! Sì, sì, oooohh!

«Mamma stasera prendo la macchina del babbo, va bene?»
«Mica tanto».
«Dai mamma, faccio attenzione, lo giuro».
«Va bene, ma se gli fai anche solo un graffio…»
«Niente graffi».
«E torna presto».

Salgo in macchina e si accende tutto. Stereo a palla e finestrino abbassato. Accendo il joint e mi godo il tramonto. La strada che gira intorno al lago del bilancino è fighissima. Ci sono questi curvoni lunghi e puoi pigiare sull’acceleratore. Il mio record di velocità è 135 km orari. Uno di questi giorni arrivo a 140. Ce la posso fare se non becco nessuno sulla strada.
Prendo Michele e Giovani a Borgo San Lorenzo, dal benzinaio sul Viale della Resistenza. Hanno una bottiglia di birra a testa e me la passano. E intanto si parla di fica. Oh quanto è bello parlare di fica. Non posso pronunciare il nome di Caterina, così parlo in modo generico e vago di altre belle fiche di scuola nostra e per mia fortuna nessuno la nomina, intendo Caterina. Secondo Giovanni l’odore delle tette rimane appiccicato alle dita. Dice che Olivia gli ha fatto un certo servizietto con la bocca che noi manco ce lo possiamo immaginare.
E parla del burro. Sostiene che le donne devono essere come il burro. E che se sono un po’ in carne l’uomo gode di più. Noi scoppiamo tutti a ridere. Quel coglione di Giovanni. Fa il grosso e racconta a tutti di essere un trombino, ma alla fine secondo me è ancora un verginello.

Arriviamo alla festa di Francesco. Sono un po’ agitato. Parcheggio la macchina nel vialetto. Ci sono un sacco di automobili. La prima cosa che faccio è riempirmi un bicchiere di vodka.
«Grande che sei qua», mi dice Francesco.
«Oh Cesco».
Ci guardiamo negli occhi sorridendo e rimaniamo in attesa. Il suo braccio intorno alle mie spalle. Poi mi butto in piscina e gioco a palla. Rovesciate e semirovesciate. Caterina sta lì, distesa sul pratino, in costume, che ride con le sue amiche mentre fumano. I suoi occhi rossi sono così sensuali. Il costume mi permette di vederla tutta quanta. Santo cielo che meraviglia. È così bella. E sta lì. Potrei afferrarla allungando la mano dal bordo piscina. Esco dall’acqua sempre accanto a lei. Le schizzo addosso qualche goccia d’acqua, tutte le volte. Solo qualche goccia d’acqua. Ma è come se lei neanche se ne accorgesse. Oh le sue spalle. La guardo da dietro la nuca e vedo i suoi seni tenuti insieme dal costume e devo subito ributtarmi in acqua perché me lo sento venir duro. Oh dio mio, la sua mano che tiene in mano la sigaretta.
E allora la lascio perdere per un po’.

Poi arriva il mio momento. Lei si alza in piedi ridendo. Vedo i suoi denti bianchi e le sue labbra aperte, mentre le palpebre si socchiudono sull’iride denim. Comincia a sculettare verso la casa di Francesco, che è una villa. Io la seguo a distanza di sicurezza, cioè circa sette passi. Sono in costume, ho il ventre bagnato e i capelli che gocciolano. Sotto i piedi sento le foglie d’erba, mentre la seguo. Entra in casa e sale le scale. Sembra proprio che non si sia accorta di me, pure se mentre compie i suoi dolci passetti sulle scale si volta lievemente indietro. E mi sembra che sorrida.

Quando arrivo al primo piano mi trovo in questo corridoio buio. L’unica cosa che vedo è il rumore di una porta che si chiude. Sì lo vedo proprio il rumore. Corro di fronte allo stipite e cerco di origliare, mentre lei, Caterina, dall’altra parte si sta calando le mutandine per pisciare.

Il gocciolio dell’acqua.
Un foglio di carta igienica che viene strappato.
Il pulsante dello sciacquone.
Il rubinetto.
Le sue mani che si strofinano su un asciugamano.
Poi la porta si apre e lei sta lì che mi guarda coi suoi occhi e un sorriso che non so proprio decifrare.

«Che vuoi?»
«Io… Caterina… io…»
«Dimmi! Che vuoi?»
«Io volevo dirti solo che… insomma… io…»
«Avanti, fatti coraggio».
«Io…»
E lei scoppia a ridere. Mi sento così piccolo e femminile. Sta ridendo.
«Tu cosa?»
«Io… io proprio… io… io… volevo dirti… che io… insomma…»
«Forse se me lo scrivi facciamo prima, eh?» e cerca di farsi spazio col braccio per tornarsene giù.
«Ok!» grido con le mie ultime forze rimanenti.
«Ok cosa?»
È talmente vicina a me che mi sento fremere tutto. Ha un tale odore naturale. Un profumino di spezie. Il costume e le sue forme. I denti bianchi. L’iride denim. Le sue mani che continuano a sfiorarmi. Mi batte il cuore così forte che fra poco mi si stroncano le costole.
«Ok che io… insomma… io… lo scrivo, ok?»

Cara Caterina,
io ti amo. Tu mi fai sentire come un palloncino gonfiato ad elio. Mi sembra di volare nel cielo. Non devi pensar male di me. Non ti voglio importunare. È che tu sei talmente tanto bella che fai ruotare il sole intorno a te. Ma da dove esce fuori quella luce che sprigioni? Come fai? Insegnamelo, ti prego. Insegnami ad essere tale e quale a te. Caterina, io ti amo, non so dire niente di più sensato di questo. E se pronuncio il tuo nome, il tuo nome nella mia bocca, qualcosa di tuo dentro di me, io credo che vado fuori di testa, Caterina, vado fuori di testa. Le tue mani. Io voglio le tue mani come non ho mai voluto nulla. Sono così terribilmente perfette.
Caterina, Caterina io ti amo.
Se la superficie lattea delle dita femminili fosse un’entità tangibile, se esistesse una storia universale del desiderio maschile, se ci fossero dieci anelli intorno a lui, in quel bagno chiuso a chiave, se le risate di Caterina non fossero così profonde, se là fuori gli amici e le amiche non stessero fumando l’ennesima inutile sigaretta, se la birra fosse calda e salata, se tu ed io potessimo sostenere che l’inchiostro non si può lavare via dal tuo costume, se la vita fosse per sempre, se si potesse viaggiare nel tempo per tornare sempre e solo a questo momento qui, se tu avessi mille anni, se tu fossi la mia Caterina, se tu fossi eterna, se tu fossi eterna, io allora stabilirei che per sempre me ne rimarrò qui tra le tue dita.

È quasi l’alba. Il cielo è denim. Caterina è seduta dentro al SUV nero nel sedile accanto a quello del guidatore. Stanno entrambi sorridendo. I curvoni del Bilancino vanno fatti a tutta velocità.
«Se vuoi anche la mia bocca, oltre alla mia mano…», si ferma un attimo per dare il giusto peso a quello che sta per dire, «devi scrivermi altre lettere».
Lui la guarda sentendo che gli sta diventando duro. Poi, in silenzio, torna ad osservare la strada. Il suo piede sta premendo sempre di più il pedale dell’acceleratore. Sempre di più. Sempre di più.
«Io… insomma io… ecco… io…»
«Poi», continua Caterina interrompendolo con un tono di voce ancora più sensuale, «un giorno o l’altro, forse, imparerai anche a parlarmi, invece di balbettare in quel modo così buffo».
Lui sta per toccare i 130 km orari e le sorride.
«E quando saprai parlarmi», scandisce lentamente le sillabe, «io-ti-da-rò-an-che-la-fi…»

La velocità tocca in modo oggettivo e giuridicamente incontestabile i 145 km orari, quando il loro SUV nero buca uno stop. Tutto avviene alla velocità della luce. C’è solo rumore di ferro che si ripiega su se stesso in piccoli attimi di paura. E le scintille. E i vetri infranti che cadono sui loro corpi. Caterina viene sballottata da tutte le parti. La sua testa fa su e giù. Sembra una barbi dentro alla bocca di un Pit Bull inferocito.
La forza di gravità si è trasformata in un suono orribile di accartocciamento.
Quando tutto si ferma, quando tutto ormai è immobile e l’airbag si sta stranamente sgonfiando, quando si rende conto che quel che vede sul tettuccio del SUV non è il cielo ma i suoi pantaloni denim e che in realtà si ritrova a testa in giù, Caterina riesce finalmente ad osservare dal finestrino in frantumi l’automobile che hanno colpito in pieno bucando lo stop.

È una piccola macchina rossa.
Del fumo esce fuori dal cofano.
Una donna bionda sta gridando al suo interno.
Sta immobile e grida.

Ferruccio Mazzanti

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