Orsetti lavatori

studio-vettoriale

       Nadia Sgaramella, studio-vettoriale

Intanto che aspettiamo l’otto giugno, redde rationem per Verde, continuiamo a far quello che ci riesce meglio: fare rivista. (O era lit-blog?) Ci attendono tempi bui, consigliamo a tutti gli UOMINI DI LETTERE come noi di far qualche flessione e iscriversi a corsi di sopravvivenza, imparare a riconoscere funghi velenosi, lit-web e riviste, scene e scenicchie, destra e sinistra, sfascisti da fascisti, usare gli occhiali dei professori per accendere il fuoco alla Golding, cose così. Ci vediamo tra le montagne: brigata Quechua.
Alfredo Palomba è dottore di ricerca in Letterature Comparate. Ha svolto i suoi studi presso le Università degli studi di Napoli “Federico II” e “L’Orientale”. Ha preso parte ai volumi “Delle coincidenze. Opificio di letteratura reale/1” (Ad est dell’equatore, 2012/2015), “Le attese. Opificio di letteratura reale/2” (Ad est dell’equatore, 2015). Suoi articoli, saggi e racconti sono presenti in antologie e su siti e riviste di approfondimento culturale e letterario, tra cui “between”, “Nazione Indiana” e “Satisfiction”. Il suo romanzo inedito “Teorie della comprensione profonda delle cose” ha ricevuto una segnalazione dalla giuria del XXX Premio Italo Calvino. Questo è il suo primo racconto su Verde.
L’illustrazione è di Nadia Sgaramella

Mio nonno è sempre stato una persona religiosa. Ha un repertorio molto personale di preghiere, che varia a seconda del suo umore e delle circostanze. Una circostanza, per esempio, è la festività in corso: devozioni ad hoc si aggiungono al repertorio-base, costituito da comuni segni della croce e paternostri e avemarie ed eterni riposi, linee guida di una declamazione ogni volta diversa. Al mattino, prima dei pasti, prima di mettersi a dormire, quando in tv non danno programmi interessanti o non ha più cruciverba da completare, mio nonno attacca una performance di cui ha ben impressi lo schema e il canovaccio ma che, per il resto, è pura improvvisazione; che ci sia o meno pubblico, non fa differenza.

Nonno è il papà di papà e a novantotto anni tiene casa sua più ordinata e pulita di quanto riusciamo a fare noialtri, in tre e di una manciata di generazioni più giovani di lui. Dev’essere anche a questo che lo porta la fede, a un ordine estremo e continuativo, a curare la sua persona e i suoi spazi come se fosse sempre il momento buono per doverne rendere conto, per presentarsi davanti all’Altissimo e dirgli di controllare in giro e sfidarlo a trovare un granello di polvere o una suppellettile fuori posto o un pelo sulla sua giacca. Mia madre mi dice che il nonno ha ottant’anni più di me e io non mi sistemo nemmeno il letto; che, se vogliamo, è un’associazione priva di nessi logici.

Mi chiama “giovine” da quando avevo sei anni e ritornai a casa dal primo giorno di scuola elementare, portando in spalla uno zaino alto quasi quanto me. Mi aspettava seduto sul divano del salotto, vestito di tutto punto. Si alzò e mi consegnò con solennità una copia del vangelo, proclamando: «Adesso sei un giovine e te lo devi leggere, ché poi ne parliamo».

Abita al piano di sopra. Sono salito a trovarlo perché è il mio compleanno, compio diciotto anni. Pretende di farmi gli auguri prima che gli altri parenti vengano per il pranzo.

«Siediti, giovine. Buon compleanno».

«Oh, nonno, buongiorno. Grazie per gli auguri», dico entrando nel salone, il suo quartier generale.

Mi avvicino e gli bacio le guance. Anche lui mi bacia, schioccando le labbra come fanno i vecchi e lasciandomi una sensazione di umidiccio sul viso. L’appartamento è impeccabile e profumato di detersivo per pavimenti alle rose: è questo l’odore di casa di mio nonno, profuma sempre di rose appena mozzate dalla pianta.

Sono solo le dieci e mezzo, non pranzeremo prima di tre ore ma lui è già pronto, col vestito di tweed scozzese a linee e quadri e la coppola in pendant ficcata sulla testa. Il completo gli pende un po’ addosso.

«Seduto, giovine. Prenditi una sedia, qua», e indica una delle sedie intorno al tavolo di mogano.

Mentre mi accomodo mi guarda e se ne sta in silenzio con un’espressione indecifrabile. Tiene le mani poggiate sui larghi braccioli della poltrona. Infine attacca a parlare e mi racconta una storia.

Dopo, in silenzio, continua a fissarmi con uno sguardo che non gli ho mai visto: sfonda le barriere della cataratta e le lenti degli occhialoni che gli coprono mezza faccia, indaga la mia, di faccia, cerca di capire se mi è tutto chiaro, se gli credo. Io guardo lui, il salone, le mie unghie e sento come se la testa mi si stesse riempiendo di nebbia. Penso al padre di suo padre, il mio trisavolo, che una mattina del milleottocentoqualcosa decise di uscire di casa nudo come un verme e girare per il paese agitando un paio di campanacci delle sue vacche e annunciando di essere il profeta Giovanni, incaricato di avvisare gli uomini della prossima fine del mondo. La prima delle crisi nervose che lo portarono a una serie di ricoveri e a una triste morte in manicomio. Girano un sacco di storielle, in famiglia, sul mio antenato e sui suoi campanacci. Il nonno non lo ha mai conosciuto.

Infila la mano in tasca e tira fuori un pacchetto quadrato. Me lo porge e io mi allungo per prenderlo e me lo rigiro tra le mani, senza aprirlo. Mi concentro sul pacchetto, non sono ancora pronto per riflettere lucidamente sulla storia che mi ha raccontato. L’ha incartato lui, come fa da sempre coi nostri regali: è il miglior confezionatore che io conosca, non esiste commesso professionista capace di avvicinarsi alla perfezione geometrica con cui avvolge, taglia, ferma la composizione con scotch e nastri. La carta, però, è oscena. Un pattern di orsetti che indossano una cuffia da lavandaia su un fondo azzurrino con linee stilizzate trasversali, che ricordano piccole onde. Credo sia un fiume e che quelli siano orsetti lavatori.

«Questo regalo lo devi tenere nascosto. Aprilo quando non c’è nessuno, hai capito? È segreto, aprilo quando sei da solo. Poi ti dirà cosa fare. Lo sa, lei, ma devi usare quello che c’è nella scatola. Devi lavarli via, giovine. Li devi lavare via, hai capito. Mettitelo nella tasca della felpa. Nascondilo».

Non so cosa rispondergli. Non è possibile che abbia fatto le cose che ha appena raccontato. Dev’essersele per forza immaginate. E, comunque, lo odio per avermene messo al corrente. Non riesco a smettere di pensarci.

«Ci vediamo più tardi, nonno», gli ho detto, mi sono ficcato il pacchetto in tasca e sono andato verso la porta d’ingresso.

«È l’eredità, giovine, non te lo scordare», dice il nonno sorridendo, dietro di me, a pochi passi, prima che io scappi via da casa sua. «È la sua volontà, la tua eredità. Non te la puoi scegliere», e ridacchia, «non te la puoi scegliere ma è una cosa bella, significa che sei destinato. Ti sceglie lei. Sei speciale, sei come quegli orsetti lavatori, sei un orsetto lavatore, giovine. Sei speciale. Lavali via, tutti quelli che puoi», e ride apertamente, adesso, mentre io guardo a terra, esco dall’appartamento, mi richiudo la porta alle spalle e imbocco la rampa di scale pensando che mio nonno sia pazzo.

Più tardi, a pranzo, non riuscivo nemmeno a guardarlo. Eppure era proprio lui: ha ammorbato tutti con una preghiera preprandiale, un suo grande classico. Siamo stati costretti a tenerci per mano intorno al lungo tavolo, chiudere gli occhi e ringraziare la divinità per il cibo che stavamo per mangiare; lui nel frattempo mescolava preghiere classiche a invocazioni mai sentite, cosicché anche i parenti più anziani e competenti in materia non riuscivano a stargli dietro e si lanciavano occhiate reciproche di incomprensione e frustrazione.

Ed eccola qua, la storia.

Il 25 dicembre di ottant’anni fa mio nonno è un giovine della mia età e se ne va in giro per il paese a pavoneggiarsi, vestito di tutto punto: ha compiuto diciotto anni proprio quel giorno. Uscito dalla messa ha lasciato i genitori e le due sorelle e sta per mettersi a fare il galletto per il paese («Volevo conquistare le giovani»), solo che all’improvviso gli scappa da cacare.

«La natura ha chiamato forte», mi ha spiegato.

E così, nel suo primo giorno da adulto, il nonno rinuncia a fare il filo alle belle ragazze dei dintorni e, sudando freddo, passettino dopo passettino, stringendo fortissimo le natiche per evitare una sconveniente defecazione pubblica, esce dal corso principale, prende una stradina poco frequentata, scavalca qualche muro basso, si inerpica su per una collinetta riuscendo ancora, incredibilmente, a non sporcarsi le mutande e, quando è sicuro che non ci sia nessuno nel rado boschetto che ha raggiunto, si abbassa pantaloni e biancheria, si accuccia nei pressi di un roveto, si libera gli intestini e ringrazia il Signore perché quella mattina, per vezzo, si è portato dietro un largo fazzoletto di stoffa. Una volta ricompostosi, ancora pallido e senza più fazzoletti con cui asciugarsi la faccia sudata, gira intorno al grosso cespuglio per riprendere la strada di casa ma fa giusto qualche passo e si rende conto che, dietro di lui, sta succedendo qualcosa.

Il roveto ha preso fuoco dal nulla.

Le fiamme, però, non si espandono, non attaccano il fogliame, gli altri arbusti, gli alberi, solo il roveto brucia ma senza consumarsi. Il fuoco ha le sfumature del rosso, del blu e del giallo e dal cespuglio emanano calore e un odore che il nonno riconosce subito: rose fresche.

«Giovine».

La voce proviene da dentro il roveto o è il roveto stesso, «Giovine», dice a mio nonno che ancora è lì, a pochi passi, spossato e disidratato, a chiedersi perché quel fuoco, perché l’intero boschetto non si incendia, perché sente odore di rose e non di bruciato.

«Sei tu, Signore?» risponde al roveto prima ancora di capire che, sì, quella è l’unica spiegazione.

È Dio che parla a lui dal roveto in fiamme, come è successo a Mosè su un monte che mio nonno mi ha nominato ma ora non ricordo. Si inginocchia davanti all’inaspettata manifestazione del divino, in lacrime.

«Eccomi!» grida in estasi mistica, ricordandosi delle parole di Mosè, le braccia tese verso il cielo, piangendo di felicità.

«Grazie per l’omaggio di poco fa. Delicatissimo», dice la voce, «e visto che te ne sei ricordato, fa come Mosè e levati le scarpe, ché sei su una terra santa».

Il nonno si scalza le scarpe, restando in ginocchio.

E allora il Signore gli rivela la sua missione e che molto presto riceverà un segno. Poi il roveto smette di bruciare, l’odore svanisce e mio nonno si ritrova inginocchiato nel boschetto, sfatto e in lacrime, di fronte a un arbusto intatto, uguale agli altri.

Tornato a casa, le gambe molli sia per la disavventura intestinale che per la miracolosa rivelazione successiva, comincia a nutrire seri dubbi sulla propria sanità mentale: pensa alla fine miserabile di suo nonno e si domanda se non sia una tara ereditaria.

Senonché le vie del Signore per dirimere i dubbi degli uomini sono infinite: comincia a sentire prurito sulla pancia, nella zona sottocostale destra. Gratta che ti gratta, nota che quel prurito è parecchio insistente e così si chiude in bagno, si leva di dosso giacca, cravatta, camicia, canottiera e osserva. La zona che gli prude è un ritratto di Gesù Cristo di una decina di centimetri di diametro, impresso sulla pelle sotto forma di macchia rossa e squamosa. Raffigura Gesù con la corona di spine e la bocca aperta per il dolore, sofferente, in fin di vita, gli occhi rivolti al cielo. Il sangue che gli riga la faccia è reale: cola dalla piaga pruriginosa.

Dio parla ancora a mio nonno tramite la piaga e gli rivela il suo destino proprio nel santo giorno di Natale, alla nascita del Salvatore, colui che spazza via il peccato dalla Terra, consacrando la propria vita alla salvezza altrui.

Mondare la Terra dal peccato, è questa la missione: ripulire il mondo, nei limiti delle sue possibilità, con la riservatezza e l’umiltà di un santo. La macchia col volto di Gesù afferma anche di essere una forma non contagiosa di tigna e che quello è il segno da sempre destinato ai figli prediletti dal Signore, inviati nel mondo per adempiere alla sua volontà. Il nonno piange e prega e annuisce. Ha capito, si sottomette con gioia e privo di dubbi.

Negli anni, ha sgozzato trentatré persone. Una liberazione per ogni anno di Gesù. La macchia di tigna col volto santo gli appariva ogni volta nella stessa posizione e gli diceva che i tempi erano maturi e che doveva preparare lo strumento. Gli ‘mostrava’ la persona da colpire. Lo strumento di mio nonno era il rasoio a mano libera con cui si tagliava la barba tutte le mattine. Ha sempre usato quello, dalla prima all’ultima vittima.

La prima:

  • un poveraccio, un anno esatto dopo la prima apparizione, a Natale, il giorno del suo diciannovesimo compleanno: gli ha tagliato la gola di mattina presto e poi è andato a messa, lasciandolo ai margini di una strada del paese;

L’ultima:

  • una puttana, pochi mesi prima che io nascessi: è uscito presto, dicendo alla nonna che sarebbe andato in cerca di funghi, ha guidato per due o trecento chilometri ascoltando una stazione radio religiosa e pregando durante le pause pubblicitarie; senza nemmeno sapere bene dove fosse finito, l’ha individuata sul ciglio di una strada statale secondaria, l’ha caricata in auto, poche centinaia di metri dopo le ha stretto il collo fino a farla svenire, l’ha scaricata fuori, le ha aperto la gola col rasoio ed è rimontato in auto mentre quella ancora agonizzava, ripartendo senza essere visto da nessuno.

Si trattava sempre di uomini e donne particolarmente malvagi: pedofili, rapitori, stupratori, sadici, assassini, perfino un cannibale. Nonno ricorda i peccati delle sue vittime uno per uno, così come la macchia glieli faceva vedere. Ha tagliato la gola a tutti, senza contestare, senza domandarsi o domandare mai nulla.

«Siamo angeli», mi ha detto, «siamo tanti, giovine».

Ieri mattina, il giorno prima del mio compleanno, il nonno si è svegliato col prurito che ricordava bene. La macchia di tigna a forma di volto sofferente era lì, dopo un’assenza di diciotto anni, gli ha parlato per l’ultima volta. Lui ha ascoltato, annuendo e pregando e piangendo di felicità e riconoscenza, come al solito. Poi la macchia è sbiadita ed è sparita. Dio gli ha parlato della nascita del nuovo angelo e del passaggio di testimone.

Ho aperto il suo regalo qualche ora fa: una scatola di legno degli anni Cinquanta, chiusa con un gancetto a forma di falce, che un tempo ha contenuto dei toscanelli. Sul fondo foderato di feltro verde, il rasoio a mano, affilato, pulitissimo, col manico di madreperla. Lo strumento. La sua volontà e la mia eredità. Sembra non sia mai stato usato, tanto è lucido.

Lavarli via, così mi ha detto, devo lavarli via, i peccati del mondo. Forse anche suo nonno voleva fare qualcosa del genere, coi campanacci delle vacche, prima che lo rinchiudessero.

Lo strumento sembra luccicare.

So cosa vorrei credere, vorrei credere che fosse tutto uno scherzo, che non ci fosse nessuna nascita simbolica, nessuna eredità, nessun peccato da redimere con nessuno strumento.

Invece no. Sono un angelo anch’io. So che è tutto vero. Sono un orsetto lavatore.

So che il nonno è appena morto, nel suo letto, sereno come un bambino, e che il corpo diventerà freddo poco a poco.

Lo so perché poco fa ho sentito prudere sotto la costola destra. Mi sono chiuso in bagno, l’ho vista, mi ha chiamato “giovine”, mi ha detto delle cose.

 Alfredo Palomba

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