Final

Cari amici, l’editoriale che state per leggere è probabilmente il più lungo e sicuramente il più importante della storia di Verde. Le cose stanno per prendere un’altra piega e una nuova fase nella storia della vostra rivista preferita sta per avere inizio. Ma andiamo con ordine.
Il 2018 è stato un anno cruciale: per un mese intero abbiamo tenuto la litweb con il fiato sospeso evitando una chiusura che sembrava certa e costringendo la nostra piccola scena (praticamente una scenicchia) a discutere animatamente dell’ontologia del nostro fare editoria libera e indipendente (qui tutto); abbiamo lanciato le due più belle penne attualmente in attività nella litosfera (sì, proprio questi due); abbiamo perso per strada altri due redattori (siamo rimasti in quattro); abbiamo sperimentato con successo un nuovo modo di stare online e nei salotti delle lettere (la temutissima LITWRESTLING che tanti pensieri dà ad amici e non); abbiamo fondato una nuova tendenza letteraria che farà scuola e il primo collettivo LIT-TRAP italiano; abbiamo messo in chiaro ai tanti patetici odiatori incel-insel pazzi che respingeremo con fermezza le malevole forze del social caos eversivo e sovranista; abbiamo chiuso l’anno con l’ormai memorabile prima edizione di Scenicchia una sega (che diventerà un festival itinerante, siamo già al lavoro sulla seconda edizione che si terrà in tarda primavera a Firenze); siamo tornati a stampare su carta. Per gli amanti dei numeri: abbiamo fatto esordire sulle nostre pagine 55 tra autrici e autori (una media di più di uno a settimana: niente male ma nel 2019 abbiamo intenzione di migliorarci, solo a gennaio avremo sette prime volte), i nostri racconti sono stati letti il 75% in più rispetto al 2017 e i nostri lettori sono aumentati dell’84%.
Di liste ne avrete ormai fin sopra ai capelli, noi vi rimandiamo a quelle di Tony Guru De Vivo e di IBIB (le meno peggio, nonostante i pochi racconti verdi) e ci limitiamo a elencare i nostri dieci racconti più letti del 2018. La prima posizione è francamente inspiegabile, il dominio di Sergio Gilles Lacavalla invece no:

Il porcile di Vincenzo Zonno
amoR di Sergio Gilles Lacavalla
Ascenseur pour l’échafaud #4: Sarah Kane di Sergio Gilles Lacavalla
Ascenseur pour l’échafaud #5: Robert Mapplethorpe di Sergio Gilles Lacavalla
Ascenseur pour l’échafaud #3: Egon Schiele di Sergio Gilles Lacavalla
Ricette di Stefano Felici
Storpio Rising di Stefano Felici
Isole di Marta Viazzoli
Orsetti lavatori di Alfredo Palomba
La gigantessa di Alessio Mosca

Adesso, però, i fatti. Da maggio scorso, lo sapete, la redazione di Verde ha ottenuto maggiore collegialità nella gestione del blog e nella definizione della linea editoriale e una suddivisione più attenta e ragionata delle mansioni e degli incarichi interni. Sette mesi di sperimentazione più tardi, i risultati hanno superato ogni aspettativa e oggi possiamo dire che questo modello funziona.
Dopo l’8 dicembre d’altronde, qualcosa di importante sta avendo luogo attorno alla nostra rivista e a quella che con i sodali di Crapula Club abbiamo chiamato la Congiura della Nuova Edizione, e nuovi orizzonti si impongono fatali.
Ieri notte la parte della nostra redazione più resistente ai cambiamenti ha lanciato sulla nostra pagina Facebook un sondaggio consultivo nella speranza di irretire il nostro pubblico, ma il dado è tratto: dalla mezzanotte del 7 gennaio 2019 Pierluca D’Antuono non è più il nostro Commissario, ma è ufficialmente nominato Ramses I Faraone di Verde e del NOVO! PAZZESCO! ROMANO! Contestualmente, la redazione ha deciso di abolire dall’organigramma della rivista la carica di Commissario.
Da questo momento a capo della redazione siede Andrea Frau, che assume il titolo di Capitano, coadiuvato dal suo nuovo-vice Francesco Quaranta.
I mutati assetti permettono a Luca Marinelli di rientrare a pieno titolo nella redazione come curatore e capo-editor.
Il Capitano si impegna da subito a garantire una transizione pacifica e in piena continuità con la passata gestione.
Lunedì 14 gennaio 2019 Andrea Frau rilascerà la sua prima dichiarazione ufficiale qui sul blog.
Che cosa farà adesso l’ex Commissario Ramses è presto detto: si dedicherà alla scuola e agli affetti, si occuperà dell’edizione cartacea di Verde, dell’organizzazione itinerante degli Scenicchia una sega e, insieme ad Alfredo Zucchi, di Nuova Edizione (ci sono novità importanti, ne parleremo presto). Insieme alla redazione, è già inoltre al lavoro per il lancio di un importante progetto che vedrà la luce nelle prossime settimane.
Il Faraone considera l’autrice che pubblichiamo oggi il suo personale lascito morale e, aggiungiamo noi, una bomba pazzesca: Lucia Carelli è nata il 1 gennaio 2000 a Buenos Aires. Figlia di Luca Carelli e di Domiziana Rivera, sorella di Luciano, ha scritto racconti per Lettere e Pugni, Raskol’nikovia, Videla Club e ha disegnato le copertine della rivista romana L’Alcide.
Nel 2018 insieme a Nina Uranio e Paolo Vagherese ha fondato a Rosario la rivista neodistruzionista “Más Mal”.
Ha pubblicato il romanzo “El caballo que mató a Roberto Bolaño” (Ficción 2017), inedito in Italia.
Con Final, un lungo imperfetto esiziale e magmatico racconto che sembra scritto da un Paul Thomas Anderson altezza Magnolia in soggettiva meno ombelicale e molto più incisivo e cattivo (sebbene Lucia ci tenga a chiarire che prima della nostra suggestione non aveva mai visto il film che considera, testualmente, “una pre-coglionata derivativa e proto-machista”) è per la prima volta su Verde. L’illustrazione di Laura Fortin è tratta dal progetto All Melody.
“Le cose cambiano, le cose restano uguali”, è stato il commento a caldo di Francesco Quaranta all’indomani della sofferta ma inevitabile decisione del nostro fondatore. Ci sembra il modo migliore per salutarci e rassicurarvi: Verde entra oggi nel suo ottavo anno editoriale. Superata la crisi dei sette, nulla può più fermarci. Lunga vita al Capitano, lunga vita al Faraone, viva la redazione, onore e gloria alla nuova Verde!

Il ghiaccio si confonde con il cielo, con gli occhi,
quando il buio si avvicina.
(Diaframma, Siberia)

RAMONA BADESCU, ATTENTA!
(Nuove Brigate Rosse – Rivoluzione Comunista Nazionale)

Questa mattina tra le 7 e 45 e le 7 e 57 due telefonate – la prima in entrata, la seconda in uscita – hanno occupato la linea telefonica del Ser.T. di Via dell’Indipendenza 29.

Questa mattina alle 7 e 38 Enrico Della Morte ha parcheggiato la sua Skoda bianca del 1996 sulle strisce blu alle spalle dell’edicola di fronte al parco che circonda il Ser.T., dove da dodici giorni presta servizio.
Con il piccolo telecomando portatile ha chiuso la Station Wagon e attraversando la strada ha indossato più comodamente il cinturone della Beretta che gli cinge la vita.
Per la prima volta in anticipo, soddisfatto per quanto gonfio di sonno, ha acceso una Lucky Strike morbida porgendo lo sguardo verso l’entrata dell’ambulatorio, sorpreso di non vedere Wendy Pomelli e Siberia, ogni mattina le prime ad arrivare.
Enrico Della Morte non ancora lo sa, ma questa mattina qualcosa ha avuto luogo, oltre il luogo, ha distrutto il luogo.

Era febbraio.

Il prologo presta la sua attenzione al crepitio dei cerchi grigi sui vetri, la presta al suo respiro che le alza il petto, è stanca sulla schiena pressata che duole schiacciata dal tuo busto, tronco pesante e cadenzato se a volte tu fossi sotto sarebbe il caso, non c’è bisogno che te lo dica, lo capisci da te che piove, è di cattivo umore, sparecchia la tavola silenziosa di ieri sera, ognuna delle porte aperte tra la vostra camera e la cucina ti permette di non smarrire il suo esistere che accelera, posate tra le mani, fai che questo sentire non sia così profondo da pensare al suo grigiore, basta quello di fuori, scosti il piumone e ti scopri contento, non c’è bisogno di un accadimento, il caffè è quasi pronto, ora lei apre e chiude sbattendo alle sue spalle il box doccia bianco quasi crepato, manca mezz’ora alle sette, è ancora buio piovoso, te la sorridi, ti accorgi che lei si è alzata, soffre il freddo interrompendo il flusso bollente sulla sua pelle, cerca calore in un asciugamano infeltrito mentre avvolgi la sua parte di piumone attorno alla tua, un quarto alle sette, ti saluta teneramente, fingi un sonno profondo per non rischiare un centimetro di pelle nel freddo di fuori, immobile nella geografia ideale della tua dimensione individuale, ci vediamo dopo e non dimenticare, ammonisce materna da già infermiera non ancora le sette, non più tardi di mezzogiorno.
Sa che non dormi.
Su Marina, è ora di andare.

La telefonata giunse subito dopo l’arrivo della dottoressa Almirante e delle tre infermiere che quella mattina prestavano servizio.
Nel piccolo disimpegno dell’ambulatorio, le quattro donne e la guardia giurata non credevano ai loro occhi: una devastazione violenta li circondava rumorosamente, piombata improvvisa in quelle stanze senza aver chiesto il permesso – mai.
Il telefono insisteva già da alcuni minuti, finché la dottoressa non ordinò di rispondere. Per un’innocua coincidenza, l’infermiera più vicina al telefono era visibilmente la più bassa e oltremodo la più scossa. Si mosse cercando di evitare i fogli e le scatole di medicinali sparse disordinatamente per terra, chiedendosi come mai quella misteriosa furia notturna che aveva distrutto ogni cosa – i computer, le fotocopie incollate ai muri e le stampe di Caravaggio e De Chirico, i vetri divisori tra la postazione delle infermiere e la sala d’attesa dove ogni giorno si accalcavano i pazienti in attesa della terapia, perfino i bagni – aveva risparmiato il telefono. Sentiva l’aria ghiacciata che mal soffriva invadere gli spazi eludendo le barriere abbattute. Senza volerlo calciò un flacone vuoto di metadone che velocissimo andò a schiantarsi contro la parete di fronte; fissava la bottiglietta per terra, era senza tappo, e poi lesse sul muro una scritta molto grande che per un attimo le strappò un sorriso. Percepiva i suoi movimenti estremamente lenti rispetto alla fretta che cercava d’imporsi.
La dottoressa urlò, scoprendo nella sua stanza una pozza di sangue sul pavimento nello stesso momento in cui l’infermiera sollevò finalmente la cornetta del telefono.

Nel Ser.T. di Via dell’Indipendenza 29 fu di nuovo silenzio.
Enrico Della Morte ruppe il mutismo generale e quello del suo corpo invitando Wendy Pomelli – che nessuno fino ad allora aveva notato – a uscire, lei rideva, poi il suo sguardo si offese d’un broncio dolce che non commosse la rigida guardia giurata. In silenzio, si fissavano.
«Ce l’hai una sigaretta?» chiese lei.
«Dottoressa, c’è una bomba, sta per esplodere!»
La stessa infermiera, prima di fuggire, chiamò il 113. Erano le 7 e 57.

(C’è la forte sensazione che tutto ciò che è irreale sia inospitale.)

Sotto la doccia calda che lo avvolge in un manto piacevole e rilassante, Guasconi ascolta attentamente la sua ultima composizione, la Senza Titolo 29.
Le porte aperte non ostacolano le note che si diffondono uniformemente in casa e raggiungono il bagno. Con orgoglio si rende conto di amare la melodia con la stessa intensità della sera prima, mentre la componeva: la notte non ha spezzato l’incantesimo.
Persuaso dell’effettivo valore della sua opera e dell’obiettività della sua analisi critica, non ha più diciassette anni, quel fenomeno universale per cui stentati componimenti artistici rivelano la propria inconsistenza il giorno dopo essere stati creati non lo riguarda più, ormai ha raggiunto una maturità artistica a lungo cercata, si insapona le orecchie ed è un po’ più certo dell’originalità del brano: quel minuto e quarantotto secondi di soave bellezza replica se stesso per la dodicesima volta, riproduzione automatica. Non vede l’ora che arrivi Corneliu, per condividere assieme la gioia dell’ascolto, mentre uscito dal box doccia una sottile irritazione appesantisce i suoi movimenti.
Verrà?
Si taglia raccogliendo una lametta usata e abbandonata – da lei – sulla mensola davanti al grande specchio del lavandino. Lascia che tre gocce cadano sul tappeto azzurro davanti alla finestra e le pulisce con il piede, mentre il sangue continua a fluire in due rivoli scuri e sottili che fissa con aria seria. Succhiandosi il dito, si guarda riflesso nello specchio e si trova attraente, ma non è quello il suo pensiero principale.
Calcia nell’aria le gambe e agita i piedi nel vuoto trattenendo il respiro: quel disordine è un’iniezione per chi odia le iniezioni, quel disordine gli prende la testa che adesso gira. Apre l’armadietto dei medicinali, poi il rubinetto dell’acqua fredda, prende il disinfettante, macchia la confezione di cerotti, dell’ovatta cade nel lavandino e si appesantisce d’acqua.
La lancetta grande schiaccia il dodici e la piccola prende il nove, quante volte accade in un giorno di vedere le lancette muoversi contemporaneamente?
Una rigida e monotona coazione a ripetere lo incastra giornalmente in un anello irriducibile di abitudini studiate ad arte nel più piccolo dettaglio.
Guasconi deve asciugarsi i capelli, vestirsi e aspettare con fiducia e pazienza.
L’asciugamano gli copre la testa, il telefono squilla. Senza smettere di strofinare i capelli passa dal bagno alla camera da letto. Sul display lampeggia una M.
Un disordine insopportabile per la mia forza d’animo.
Non risponde.

Era febbraio, il quattordici.

Marina pigiò il tasto verde, provò a richiamare. Aveva voglia di parlargli subito, poi fece un cenno con la mano a Enrico, che da due minuti chiamava il suo nome dall’altro lato della strada. La metro era a pochi minuti da lì, ma un passaggio sì che le andava. Si avvicinò lentamente al suo grosso sorriso rosso e grasso e contento e chiuse il telefono. Dormiva o era in bagno: non poteva rispondere.
«Marina! Dove stai andando?»
«Ti va un caffè?»
«L’ho già preso!»
«Mi accompagni a prenderlo?»

Erano seduti da dieci minuti, a quell’ora i tavoli erano quasi tutti liberi. Sembravano due amici piuttosto che una coppia. Una ragazza si avvicinò guardandogli brevemente e si aggiustò il cappellino bianco e rosso che nascondeva lunghi ricci neri, mentre il piercing sulla lingua colpiva gli incisivi in un ritmo monotono che stava a tutte le parole non dette. Marina si sentì attratta da quella forma sfuggente; sforzo gli occhi sul tesserino appuntato sul petto della ragazza per scoprirne il nome.
Il rumore metallico risuonò, nuovamente; la ragazza stava per parlare.
Di fatto, si disse Marina, io e Enrico non siamo neanche colleghi.

Enrico chiese soltanto un bicchiere d’acqua naturale, mentre Marina, per non offendere la cameriera, ordinò un caffè con la panna, un cornetto semplice e un bicchiere d’acqua minerale. La chiamò per nome, sorridendo, e la ringraziò.

«Come stai? Va meglio?» chiese lei a lui.
La guardia giurata assunse un’espressione sorpresa, forse non si aspettava quella domanda, probabilmente non la capì, di fatto non rispose.
«Sì. Meglio».
Del resto Marina non pretendeva complicità da lui.
«Secondo te chi è stato?»
«Comunisti rumeni?»
Marina aveva solo voglia di parlare.
«Perché poi?»
«Mah!»
Voglia di capire.
«È pazzesco».
«Sì!»
Di sapere.
«Enrico, cosa fai quando non lavori?»
«Torno a casa, a Salerno».
«Hai una ragazza?»
«Non proprio…»
«Non proprio?»
«Sono separato».
«Mi dispiace, non lo sapevo».
«Secondo quel poliziotto erano almeno in dieci, tu ci credi?»
«È possibile. Non lo so».

La cameriera tornò con le ordinazioni, si avvicinò lentamente e servì in silenzio.
«Che fai stasera?» chiese Marina, scartando la domanda sui figli che la tentava da qualche minuto.
«Torno a Salerno. Domani siamo chiusi, me l’ha detto la dottoressa».

Marina chiuse per un attimo gli occhi, Enrico le chiese qualcosa e si alzò: si aspettava una parola che lei non disse, poi sedette di nuovo. Per la prima volta notò che lei indossava una collanina d’oro con un piccolo crocifisso. Fu sorpreso e dimenticò la domanda che aveva pensato di fare. Si passò i palmi delle mani sudate sui pantaloni, sperando che lei non se ne accorgesse.
In quel momento erano gli unici avventori nel bar. Nessuno entrava, eppure c’era gente per strada.
Il vento fischiava. Le nuvole nere avrebbero potuto esplodere da un momento all’altro. O crollare sul bar e crepare le teste dell’infermiera e del poliziotto.
La cassiera spense la radio. Fino ad allora Riccardo Cocciante aveva cantato per un amico in più.
La cameriera non aveva portato il bicchiere d’acqua minerale.
Ieri Siberia era nera.
Nessuno entrava. Perché?

Enrico andò via salutando Marina e la cassiera. Marina aprì gli occhi, avrebbe potuto fare qualcosa per trattenerlo, ma non disse nulla. Li chiuse ancora, poi li aprì, il caffè era freddo e lungo, il cornetto alla crema.
Pensa se io a un paziente dessi del subutex invece che del metadone.
Pensò di essere in ritardo, qualsiasi cosa avesse da fare. Doveva andare a lavorare?
Potrebbe piovere. Tra un minuto mi alzo.
Pensa che casino farebbe quel poveraccio!

La prima volante della polizia arrivò quattro minuti dopo la chiamata. I primi accertamenti furono effettuati dagli agenti Antonino Calabrò, Angelo Lisanti e Ferruccio Cosmani. Ai tre bastarono sette minuti per comprendere la gravità della situazione.
Sul da farsi, non ci fu discussione: ci volevano rinforzi; tanti; subito.

Chiunque avrebbe potuto immaginare la casa abbandonata da anni, e sarebbe stato difficile dimostrare il contrario. In cucina i piatti e le posate erano a mollo nelle vaschette del lavello, in un’acqua torbida e nera su cui galleggiavano muffe. Nel corridoio mulinelli di polvere nera investivano strati di cenere che si sollevavano dagli innumerevoli posacenere colmi sparsi in ogni stanza. La camera da letto era sommersa di vestiti fuori posto seminati ovunque, sulle sedie, sul letto, sulla scrivania, per terra, perfino sulla libreria. Sui muri bianchi e spogli risaltavano articoli di giornale strappati e pezzi di nastro adesivo marrone. Le lenzuola nere del letto coperte di chiazze circolari e bruciature di sigarette a forma di minuscole aureole.
Spazzava il pavimento per la terza volta quando il campanello squillò. Non lo immaginava così in anticipò e per un attimo ebbe il timore che non fosse lui. Erano le 9 e 30. Un pugno colpì deciso il legno massiccio, poi si fece dito e suonò il campanello per la quarta volta.
Doveva indossare il massimo della prudenza. Tolse i vestiti e mise su l’accappatoio, si spettinò i capelli, esercitò finti sbadigli, si avvicinò alla porta. Non c’era spioncino ad aiutarlo. Aveva dimenticato di togliere i calzini, quelli viola.

Enrico non era stato deludente.

«Pensavo fosse Marina!»
Il sollievo distese i suoi lineamenti in un sorriso allegro e sereno. Strinse la cinta dell’accappatoio guardandolo negli occhi, oltre la pesante montatura nera dei suoi occhiali quadrati da uomo intelligente, e rimase in attesa senza parlare.
«Non ti aspettavo così presto! Sei in anticipo!»
«Marina ha le chiavi, non suona».
«Hai le guance rosse, sei congelato!»
Prima di raggiungerlo in cucina si rivestì rapidamente. Lavò due tazzine e la caffettiera, la riempì d’acqua e la caricò di caffè, molto forte. La chiuse con forza e accese il fornello più piccolo. Gli dava le spalle, sforzandosi, aspettando che a parlare fosse lui per primo. Indossava ancora il cappotto e fumava, colpiva ritmicamente il piano del tavolo con l’anello all’anulare sinistro, spuntava la sigaretta nel posacenere.
«Sei nervoso?» gli chiese porgendogli la tazzina.
Era ancora in cappotto; sedeva sulla sedia rossa sotto la finestra, illuminato di taglio da un raggio polveroso di luce invernale che lo investiva debolmente. Poi accese una sigaretta e parlò.
«Ieri mattina ero in metropolitana, non mi decidevo se andare da Alba o venire qui da te, erano le otto, alla fine decido per Alba, non la vedevo da tre giorni, aspettavo il treno da più di dieci minuti e ti assicuro che non ero l’unico, non ho mai visto così tanta gente, sull’altro binario ogni due minuti una voce metallica annunciava il treno in arrivo mentendo ogni volta senza vergogna, e quando finalmente è arrivato si è riempito in fretta, mi sono pentito subito sentendo il loro sollievo, forse solo per questo li avrei raggiunti e sarei salito anch’io, ma le porte erano già chiuse, il treno non partiva, ho sentito una bambina affianco a me chiedere al nonno il perché di quell’attesa eccessiva, snervante, fastidiosa, il vecchio ha balbettato qualcosa sui semafori rossi e le precedenze da destra, quando all’improvviso l’ho visto prendere il volo, sul serio, ha volato e si è infranto contro il muro, cinquanta metri dietro di me, un boato enorme, pauroso, la bimba è caduta sui binari e si è rotta la testa, la fronte si è spaccata come un vaso e un sangue nero ha cominciato a colarle sui capelli, vedevo i pezzi di corteccia cerebrale scivolarle sul viso, la stazione si è riempita di fumo e strilli e sangue e fiamme e urla e un rumore di lamiere straziante, è arrivato un altro treno sullo stesso binario dietro il treno fermo con le porte chiuse, così che nessuno potesse uscire, non si è fermato e lo ha sfondato, è entrato di testa nell’ultimo vagone, lo ha penetrato da dietro, violentemente, sono morti tutti tranne il conducente, è in rianimazione al Policlinico, soltanto per caso non sono salito su quel treno e stavo per farlo, per venire da te, stamattina mi sono svegliato alle sette e sono venuto a piedi, non prenderò mai più un treno, non è stato un incidente, l’autista ha lasciato un biglietto, è un ragazzo pugliese di venticinque anni, lavorava da due anni con contratti da sei mesi rinnovabili ma tre giorni fa ha scoperto che non sarebbe stato confermato, lui intanto si è sposato, ha comprato casa con un mutuo da dieci anni a tasso variabile con interessi crescenti, poi la moglie è rimasta incinta ed è stata licenziata da un giorno all’altro dalla ditta di confezioni dove lavorava, faceva l’operaia part time, sai che un conducente con un contratto da apprendista costa il 30% in meno di salario e il 90% in meno di contributi? È per questo che portano il treno da soli, senza un esperto affianco, è tutto risparmio, ho rischiato di morire per venire qui da te, non possiamo più vederci finché la legge 30 non verrà abolita, questa è l’ultima volta, ho deciso e non cambio idea, mi dispiace, se vuoi possiamo fare l’amore ma non cercare di convincermi altrimenti vado via ora, subito, se ti va bene fammi un cenno con la testa e aspettami in camera, ti raggiungo dopo il caffè e una sigaretta. E una doccia.

La metropolitana fumava aria calda e odori miscelati che si arrampicavano sulle scale e si infrangevano in strada, penetrando la cortina immobile della mattina ghiacciata. Erano come strisce di fuoco che Marina poteva sentire.
Raggiunse l’edicola di fronte all’entrata e comprò una rivista allegra e patinata, e per non sentirsi in colpa anche il solito quotidiano serio e militante. Pagò di più a causa di due inserti imprevisti che il giornalaio le porse sorridendo gentilmente mentre le fissava le gambe oltre la gonna, come ogni mattina. In borsa aveva anche Kaputt, che voleva riprendere da pagina 29, dove si era fermata tre giorni prima.
Erano le dieci del mattino. Le strade erano vuote. Non aveva ancora voglia di scendere ai treni. Si accese la sua quarta sigaretta.
A volte, qualsiasi punto di vista adottasse, non ne aveva dubbi, i suoi occhi erano stati mani e la sua bocca non controllava smorfie di piacere e commenti da primi giorni, come se qualcuno avesse deciso per lei che così doveva andare. La divisa scura, il cinturone blu e la pistola nera lo abbellivano per lei, e il suo sguardo raggiungeva una profondità oscena che la compiaceva. Dai suoi silenzi di sempre non erano mai emersi impaccio né imbarazzo, le armi con cui quella mattina lui l’aveva respinta. Eppure non era stato deludente.
Che cos’era successo?
All’inizio mi ha desiderato. Fino a ieri non ha fatto altro che guardarmi. Lasciavo cadere penne ai suoi piedi per potermi piegare lentamente davanti ai suoi occhi. Lui arrossiva e mi guardava dietro. Io sorridevo. Abbiamo sempre giocato. Oggi qualcosa deve essere andata storta.
I primi giorni feriscono, l’ultimo uccide: è un risveglio di pomeriggio, la pulsione di una ferita superficiale, un leggero fastidio individuato.
Siamo come Tomek e Magda.
Ho smesso di guardarla.

Poi Marina entrò nella metro, aveva negli occhi le scale. Non lesse il quotidiano, né la rivista o il libro, ma un avviso sui muri della stazione che la colpì come un pugno in pieno viso.
Se scesa in metro, sarebbe mai più risalita?

URGENTISSIMO
Un giovane ragazzo pugliese di 25 anni, in rianimazione al Policlinico, ha urgente e immediato bisogno di sangue ORH negativo. Per informazioni rivolgersi alla tabaccheria all’interno della stazione. Non lasciatelo morire. Che Dio vi benedica. Grazie.

«Signorina Marina Poremboiu?
«Sì».
«Nata a?»
«Brasov».
«Il?»
«Due otto ottantatré».
«Stato civile?»
«Nubile».
«Avete figli?»
«No».
«Siete fidanzata?»
«Perché me lo chiede? Non credo sia importante».
«Tanto per parlare, signorina, non vi arrabbiate. Da quanto tempo lavorate qui?»
«Due anni».
«Cosa è successo questa mattina? A che ora siete arrivata?»
«Alle 7 e 40».
«Siete stata la prima a entrare?»
«Non mi ricordo».
«Signorina, e qua vi dovete ricordare tutto!»
«Senta agente, io ho…»
«Commissario».
«Mi scusi?»
«Non sono un agente. Sono il commissario Sarti».
«Chiedo scusa, Commissario».
«Signorina, io capisco lo shock, ma dobbiamo fare le cose per bene e prima le facciamo prima finiamo, così potete andare a casa a riposarvi. Allora, ve lo domando un’altra volta, voi pensateci meglio che poi vi ricordate: siete stata la prima ad arrivare?»
«Sì, diciamo di sì».
«Sì o diciamo di sì?»
«Sì, va bene, sono stata la prima».
«Siete sicura?»
«Sì, sono sicura».
«Ecco, brava Signorina, avete visto? Vi siete resa subito conto di quello che era successo?»
«Be’ certo, era tutto distrutto!»
«E che mi dite della telefonata? L’avete presa voi?»
«Sì».
«Che ore erano?»
«Non lo so, non ho guardato l’orologio prima di rispondere».
«Eh no signorina, stavate andando così bene, non ricominciamo! Adesso ve lo chiedo un’altra volta, che ore erano quando avete preso la telefonata?»
«Non lo so, le otto?»
«Alzate la voce per favore, che ore erano?»
«È arrivata subito dopo che siamo entrati, anzi, il telefono ha cominciato a squillare appena siamo entrati».
«Siamo entrati chi, signorina? Non avete detto che siete stata la prima ad arrivare?»
«Sono stata la prima a entrare, ma dietro di me c’erano i colleghi, che sono entrati subito dopo».
«A che ora?»
«Sette e cinquanta».
«Siamo sicuri?»
«Sì, sono sicura».
«E avete risposto subito, appena siete entrata?»
«Non subito, ho aspettato un po’».
«E che cosa stavate aspettando?»
«C’era molta confusione, nessuno sapeva cosa fare. Poi la dottoressa Almirante mi ha detto di rispondere».
«E voi avete risposto».
«Sì, certo».
«E poi ci avete chiamato».
«Sì, subito dopo».
«Allora signorina, adesso parliamo un attimo della telefonata. Mi dovete dire tutto quello che hanno detto, ogni dettaglio e particolare».
«Ma l’ho già detto a un suo collega!»
«E me lo ripetete pure a me, qual è il problema? Così ve lo ricordate meglio!»
«Allora…»
«Chi era al telefono? Un uomo o una donna?»
«Una donna».
«Che cosa ha detto questa donna? Siate precisa signorina, tutto quello che avete sentito, per filo e per segno».
«Mah, qualcosa come Le nuove Brigate Rosse condannano l’illecito o una cosa del genere ambulatorio di Stato atto a placare o disinnescare forse la contesa popolare, non mi ricordo bene, parlava molto velocemente, saltava qualche parola, e poi c’era il rumore del traffico».
«Che altro ha aggiunto?»
«Schiava infermiera unisciti alla lotta o esplodi con la bomba. A me veniva da ridere. Poi però ha urlato la bomba sta per esplodere, lo ha proprio urlato e io mi sono spaventata».
«Avete riconosciuto qualche rumore di fondo particolare?»
«No, c’era molto traffico. Macchine, clacson, cose così».
«Possibile?»
«Prego?»
«Neanche un rumore particolare? Un suono strano?»
«Niente».
«Siete sicura?»
«Sì, sono sicura».
«Parliamo della voce, allora. L’avete sentita bene, avete riconosciuto qualche accento o una inflessione particolare?»
«Poteva essere meridionale, forse pugliese».
«Che significa forse?»
«Mi sembrava pugliese o giù di lì».
«Se non siete sicura che me lo dite a fare?»
«Non lo so, guardi, il mio compagno è pugliese, mi ha ricordato il suo accento. Ma non potrei giurarlo».
«Siete sicura che era una voce di donna?»
«Sì».
«Non poteva essere la voce di un uomo? Magari di un ragazzo pugliese?»
«No, era una donna».
«A proposito signorina, cosa fa il vostro compagno?»
«Che intende dire?»
«Di cosa si occupa? Che lavoro fa?»
«Ha attinenza?»
«Lavora, è disoccupato, come campa?»
«Perché le interessa?»
«È un paziente di questo Ser.T., non è vero?»
«Che cosa?»
«Signorina vi ho chiesto se il vostro compagno è in cura in questo Ser.T., me lo potete confermare?»
«Ma che sta dicendo? Non capisco dove vuole arrivare. Abbiamo centinaia di pazienti e comunque esiste una legge che tutela la loro privacy!»
«Signorina ve lo domando per l’ultima volta, pensateci bene, mi confermate che sia il signor Guasconi, che è il vostro compagno, che Corneliu Poremboiu, che dovrebbe essere vostro fratello, sono pazienti di questo Ser.T.?»
«Ma lei sta scherzando? No che non glielo confermo! Se vuol sapere quali sono i pazienti di questo Ser.T. deve rivolgersi alla dottoressa Almirante!»
«Abbiamo già parlato con la dottoressa Almirante, che ci ha anche detto che siete stata voi a scoprire le scritte sui muri».
«Sì è vero, vicino al telefono, le ho lette quando ho risposto, e con questo?»
«Che idea vi siete fatta di quelle scritte?»
«Nessuna».
«Nessuna? Signorina, a qualche cosa avete pensato per forza, è normale, no?»
«Mi sembrava uno scherzo».
«Uno scherzo con le bombe? Vi piacciono gli scherzi con le bombe?»
«Lei ha letto cosa hanno scritto?»
«E allora?»
«Mi spieghi allora che cosa c’entrano le nuove Brigate Rosse con Ramona Badescu e questo Ser.T.».

Chiuso a chiave nel bagno, mentre l’acqua della doccia scorreva, l’accendino verde di plastica si fuse, la pietra saltò e la piccola molla si perse sul pavimento. Corneliu Poremboiu, ex calciatore futurista, poeta e pittore, colpì con la pianta del piede il termosifone, un calcio di rabbia che seppe calibrare bene per non rischiare una frattura che allora sarebbe stato il colmo.
Con in mano, nella sinistra, la fiala annerita dalla fiamma, attento a non rovesciare il prezioso liquido, cercò con gli occhi qualcosa di simile a un accendino, si aiutò con la destra che aprì tutti i cassetti del piccolo armadietto bianco dei medicinali sul lavandino e del mobile nero affianco alla finestra, controllando sul bordo che le due insuline fossero ancora lì. Sotto gli asciugamani puliti trovò una scatola di fiammiferi. Erano piccoli, molto scomodi ma indispensabili in quel frangente. Ne accese tre, ossigenando una fiamma simile a quella dell’accendino, ma che sarebbe durata poco. Appoggiò le teste dei cerini sul fondo della fiala: non c’era che un’ultima piccola pietra gommosa, che si sciolse velocemente dopo alcune rapide passate.
Prese una delle due insuline e risucchiò l’acqua marrone. Assaggiò una goccia dall’ago, l’amarezza della sostanza lo disgustò, strinse gli occhi e scosse la testa più che poté. Lasciò quaranta linee nella siringa che aveva in mano e ne travasò trenta nella seconda. È giusto così, si disse.
Batté col dito le mille bolle d’aria minuscole, si tolse la maglia e come una rosa addentò la sua spada. Stese il braccio sinistro e cominciò a pompare, pompare, pompare, pompare pronto a colpire la solita pista.
«A tavola! È pronto amore!» ghignò a Guasconi, con tono da mamma, sperando la botta, una medusa rossa di sangue negli occhi fissi sulla pompa.

La strada lampeggiava di semafori gialli. Tre ambulanze erano incastrate tra quattro furgoni del latte e un tir pesante che forse a quell’ora non poteva circolare. Due motorini derapando andarono a schiantarsi contro un pullman a due piani di turisti sudcoreani, mentre una camionetta dei vigili del fuoco rossa si gettò nella mischia sicura di passare, senza aver considerato l’incedere ormai inarrestabile di un trenino metropolitano che dall’altro lato della strada orizzontava l’incrocio ingorgato.
La camionetta, colpita frontalmente, prese fuoco, mentre il trenino deragliò su una Skoda bianca del 1996, alla sua destra. Al volante dell’auto c’era Enrico Della Morte, guardia giurata salernitana di 24 anni, che a causa dell’impatto rimase incastrato nell’abitacolo.

ORH negativo, aveva letto bene. Era il suo stesso gruppo sanguigno, il più raro. La tabaccheria era al suo fianco, a una Lucky Strike morbida appena accesa di distanza.

«Agente, la prego, mi lasci andare, non mi arresti!»
«Non sono un agente, sono il commissario Poremboiu!»
«No, la prego, così mi fa male!»
«Stai zitto, zecca comunista!»
«No, non mi frusti, la supplico!»
«Questo è niente, vedrai cosa ti aspetta!»

La nuvola più pesante esplose, si ruppero le acque e una pioggia nera si rovesciò rumorosamente sulle strade e sulle finestre.
Non erano più in camera da letto, ma nei sotterranei della caserma di Bolzaneto, qualche anno prima, durante il G8. Il crudele commissario Corneliu Poremboiu stava torturando l’anarchico individualista Guasconi, in un affettuoso omaggio cinematografico ricontestualizzato al loro film preferito. Il cuoio bruciava la pelle, Guasconi ansimava ritmicamente, dal basso, issato sui gomiti, cercava di prevedere quando il suo aguzzino avrebbe flesso la frusta, nascondendo i suoi minuscoli occhi spillati nell’incavo del braccio, mentre da fermo il commissario mancava il colpo grattandosi il naso; fissava il prigioniero con un sorriso appena accennato, sforzandosi di tenere aperti gli occhi.
«Quante vetrine hai spaccato oggi?»
«Aaahhh! Fa male!!!»
I telefoni erano spenti, quello di casa fuori posto; le loro voci rauche e profonde. Avevano illuminato la stanza con il neon bianco dopo aver abbassato la serranda della finestra. A coprire dialoghi e urla, la Senza Titolo 29 a massimo volume, per non rischiare intromissioni da parte dei vicini. Mai nessuno si era lamentato per la musica alta.
Corneliu non l’aveva ancora commentata. Guasconi attendeva con ansia.
Erano le 10 e 20.

Marina venne accolta da sguardi indifferenti e a tratti ostili, ai quali rispose muovendo una mano su un pacchetto di gomme alla liquirizia, mentre con gli occhi cercava sui muri l’avviso che aveva strappato in metropolitana. In cassa, una matita riempiva rapidamente una pagina fitta di tabelle di sudoku. Marina si schiarì la voce per richiamare l’attenzione, come se fosse in un libro o in un film, ben sapendo che nella realtà non funziona mai così.
La cassiera era immobile, sprofondava nelle caselle dell’ennesima griglia numerata, la terza di fila in pochi minuti.
Marina decise che alla fine della pagina avrebbe parlato, e per prendere tempo guardò le prime pagine dei quotidiani abbandonati sul banco frigo. Ma la tabaccaia la anticipò, posando il suo sguardo sul volto di lei, che era incapace di reggere quegli occhi fissi e penetranti. Il naso rosso le colava, le mani fredde pulsavano dolorosamente. Con il freddo Marina era più bella. Indossò un cappello di lana per coprirsi le orecchie irrigidite dal vento.
«Non ne so niente, signorina. Provi al bar».
Marina incassò una negazione inattesa. Che fine aveva fatto il senso?
«Chieda a Gustavo, lo trova alla cassa».
«Ma qui c’è scritto…»
«Al bar. Gustavo».

Un forte odore di alcool etilico le morse il naso appena aprì la porta. Si unse il palmo stringendo la maniglia ricoperta di resti d’olio di frittura. Cercò con gli occhi un bagno o dei fazzoletti sul bancone, e infine avvolse le dita in un lembo della sciarpa, che poi si lanciò alle spalle, attorno al collo.
Pensò subito che sarebbe stato facile riconoscere Gustavo nel vuoto che la circondava. Il locale era composto di un’unica sala che si espandeva in orizzontale. Il grosso dell’arredamento, un lungo bancone verde, faceva bella mostra di sé lungo tutto il muro, da un lato all’altro del bar. Non c’erano tavoli, ma solo quattro sgabelli neri, un frigo pieno di Red Bull e una slot machine gialla ai lati dell’entrata; sull’angolo sinistro, addossata alla parete, c’era la cassa, dietro la quale non sedeva nessuno.

Deve rivolgersi al bar perché io non ne so niente, signorina. Eppure, signora, è scritto qui, guardi, rivolgersi alla tabaccheria, non lasciatelo morire, tabaccheria interna, urgentissimo, ha letto? Mi ascolti signorina, provi al bar, chieda a Gustavo. Lei lo sa chi è Gustavo?
A ragione del buio che abbracciava stretto la sala, Marina non arrischiò movimenti di esplorazione, ma i minuti si assembravano minacciosi, schiacciando i secondi e aspirando a ore. Decise di muoversi almeno verso il bancone, puntando lo sguardo oltre il serpentone che tagliava in due lo spazio. Camminò lentamente, guardandosi attorno e poi alle spalle, si fermò dopo tre passi. Notò alcune stampe indiane appese ai muri, profili di donne vestite in bianco dagli sguardi tristi e profondi, simboli misteriosi e affascinanti, montagne imponenti sullo sfondo, il verde tutto attorno. Si avvicinò per guardare meglio e fu allora che vide per terra, nascosta dietro il bancone, una sagoma bianca immobile che non avrebbe potuto nascondere la propria identità: steso al suolo, pancia e viso in giù, non era l’oscurità che poteva confonderla. Un corpo disteso, vestito da panettiere, braccia aperte come ali spiegate, che non dava segni di vita. Una tovaglia dorata gli copriva la testa e parte del busto, oltre le spalle, fino al petto. La prima reazione fu annusare l’aria, alla ricerca di sapori di morte non realizzati immediatamente.
Ma oltre a un pesante puzzo stantio, e all’alcool che ancora bruciava, il naso freddo di Marina non riconobbe altro. Sperò che nessuno entrasse in quel momento per non doversi assurdamente discolpare, e voltandosi verso l’ingresso colpì con una mano una grossa zuccheriera che dal bancone si frantumò per terra.

Un rumore intenso di breve durata sembrò finto nel contesto in cui esplose.
I grani dolci si sparsero sul pavimento.
Un milione per terra. Si morse il labbro.

Il clangore dei treni in arrivo giungeva soffice e leggero, come zucchero filato. Il silenzio era appesantito dal ronzio degli elettrodomestici in stand-by, l’atmosfera del bar era sigillata, sottovuoto, imperturbabile, un universo nella perfetta assenza di rumori, nel buio fitto, nel gelo che impediva i movimenti e in quel corpo infallibile, che realizzava un’elegante immobilità autonomamente, in virtù della sua fine, senza neanche bisogno dell’ausilio del freddo.
Con le mani cercò di spazzare i resti della zuccheriera, in ginocchio su mattonelle siberiane. Raccolse polvere e grigiore, rischiò di tagliarsi, poi si convinse che non toccava a lei quella pulizia.
Confusa e stanca, decise di andare, si alzò muovendosi verso l’uscita. Con il piede destro senza volerlo calciò un vetro, il più grande, che andò a sbattere sul battiscopa, riportandola al colpo simile di qualche ora prima al flacone vuoto di metadone. Dopo Enrico, non aveva più pensato al finto attentato e a quella mattina. Sfiatata d’ansia, le prese una paura che era forte e rabbiosa. Profonda, scatenò un risentimento, fino ad allora covato, che aveva voglia di esplodere. Lo zucchero era sparso dappertutto, presto sarebbero arrivate le mosche. Qualcosa si muove contro di me, qualcuno vuole il mio male? Qualcosa mi perseguita, condiziona la mia forza d’animo, forse ride di me? Dopo le mosche, branchi di formiche in fila. Le cose accadono per ferirmi la mente e indebolirmi le ossa. Sembra un metodo voluto da qualcuno per colpire me. E poi forse scarafaggi e ragni. Ho i piedi bagnati e le dita gonfie. Mi fanno male i denti e il naso mi esplode. Mi gira la testa, vorrei una camomilla. Qualcosa di caldo. Una coperta. Dei guanti per le mani. Vorrei capire cosa ci è successo, Gustavo.

La polizia giunse alla conclusione che “la notte tra il 13 e il 14 febbraio 2007 un commando formato presumibilmente da dodici persone assaltava il Ser.T. di Via dell’Indipendenza 29. Il gruppo armato, dopo aver distrutto la quasi totalità dei locali in questione, sottratto le cartelle cliniche di due pazienti, firmava su un muro una credibile rivendicazione dell’attentato e annunciava telefonicamente la presenza di un ordigno pronto a esplodere, circostanza rivelatasi poi falsa.” (…) “Trattasi di un nuovo gruppuscolo orbitante attorno alla galassia delle Brigate Rosse, in costante evoluzione”. La sigla Nuove Brigate Rosse – Rivoluzione Comunista Nazionale, per quanto probabilmente inventata, “è ad oggi sconosciuta agli inquirenti”.
Per quel che riguarda Ramona Badescu – citata nel messaggio di rivendicazione – gli investigatori supposero un “tentativo di depistaggio e/o trame oscure per le quali si attendono nelle prossime ore eventuali ulteriori documenti e/o comunicati di rivendicazione, che facciano chiarezza attorno a quello che, in ogni caso, appare come un inquietante episodio di chiara matrice terroristica da non sottovalutare per il significato che può avere all’interno di un disegno eversivo/sovversivo da sempre portato avanti dalle formazioni che si rifanno alla tradizione e all’eredità storica del partito armato mai definitivamente sconfitto, ma puntualmente ridimensionato da brillanti e lungimiranti operazioni delle forze armate, tempestive nella soppressione di fenomeni resistenti nel tempo.”

Corneliu russava con la testa poggiata sul ventre di Guasconi che, bocca aperta, rovesciava sulla federa scura del cuscino dosi di densa bava filiforme. Il sonno li colse profondamente e all’improvviso, in una morsa insensibile alle mille resistenze che i due tentarono invano. Da svegli, probabilmente, i loro corpi nudi avrebbero reclamato il piumone che ai piedi del letto si era rovesciato sul pavimento. La musica continuava a girare da più di due ore. Narcotizzati, non sarebbe stato il freddo a svegliarli, né la mosca che passeggiava sui loro visi. Ci sarebbe voluto qualcosa di più violento, come un urlo umano.
Se non la fine naturale del dolce sonno in cui si erano rifugiati.

«Signorina mi dica!»
«Sa niente dell’annuncio che quasi sicuramente ha appeso lei nella sua tabaccheria, dopo averlo letto e presumibilmente capito?»
«Quello del sangue?»
«Quello del sangue».
«Ha già chiesto a Gustavo, al bar di fronte?»
«Lo ORH negativo è il gruppo sanguigno più raro e il più difficile da recuperare. Vorrei aiutare quella persona».
«ORH negativo? Mamma, non è il tuo stesso sangue?»

La Skoda bianca venne portata via due ore dopo l’incidente, non fu semplice estrarre dalle lamiere il cadavere della guardia giurata.
La pioggia incessante ostacolò fatalmente i soccorsi. Per il trenino metropolitano, deragliato, le operazioni di rimozione richiesero più tempo. Fu un caso fortuito e insperato a permettere ai passeggeri e all’autista di cavarsela soltanto con qualche graffio.

Marina è stanca, ha voglia di dormire. L’ascensore lentamente la porta su, al settimo piano, lo specchio riflette il suo volto tirato e i suoi capelli bagnati si sono arricciati, si vede setter inglese mentre li scioglie, cercando di ravvivarli.
Tra dieci minuti sarà mezzogiorno.
Sul pianerottolo una musica l’accoglie. La riconosce, viene da casa.
Il suo telefono è spento, prima di salire ha provato a chiamarlo.
Ora non ha più voglia di parlare.

Bestemmia al risveglio, la testa che esplode, Guasconi non ha altre parole. Il ghiaccio si confonde con il cielo, con gli occhi, quando il buio si avvicina, minuscoli spilli sguinzagliati nello spazio per cercare di ricordare che non ricorda più niente. È solo a letto, solo la sua testa ha conciliato un risveglio che il resto del corpo ha rifiutato indolenzito. Indossa una veste di ghiaccio che ricopre la sua pelle che trema infreddolita. Ha vestito lividi graffi e gonfiori rossi e ha bisogno di vomitare e bere qualcosa di gassato. Corneliu è chiuso a chiave nel bagno, in un silenzio ansioso e fortissimo. Sfida la gravità del momento e le formiche che nelle sue gambe si muovono per tenerlo fermo, chiude gli occhi, poi li riapre, allora sorride un attimo e con abile torsione si fa elle sul materasso, pronto ad alzarsi al prossimo movimento. Gli spilli cercano le mutande tra le pieghe del letto, infine va nudo verso la scrivania, spegne lo stereo che gli ha ammuffito le orecchie.
Il salto per quanto agile e bello squarcia delle vertigini dentro la testa, profonde giù nello stomaco che attraverso la gola dalla bocca acidi cattivi esplodono sul tappeto la prima colata, la seconda sulla scrivania, sulla tastiera del portatile, tra le lettere ora verdi e gialle che producono un senso affascinante appiccicoso puzza, è marcio. Se Corneliu non avesse chiuso a chiave…
Le mani cercano di pulire mentre le orecchie che ronzano sentono la porta aprirsi di chiavi nella toppa, nessuno ha suonato. Affacciandosi nel corridoio, Guasconi ha ora negli occhi Marina che lo ha negli occhi nudo, graffi lividi sangue e le mani vomitano verde.

Gli sguardi si incrociano che Corneliu tira lo sciacquone ed esce dal bagno.

Ho visto il mio ragazzo sconvolto venirmi incontro nudo e sanguinante, pieno di lividi e sporco di vomito. Dal bagno è uscito mio fratello, che barcollava e non riusciva a tenere gli occhi aperti, indossava una mia vestaglia.
Non mi ha salutato, forse non mi ha neanche visto, lui invece era imbarazzatissimo, ma incapace di reagire. Mi ha guardato a lungo, poi ha cercato delle spiegazioni. “Che carino tuo fratello, ci è venuto a trovare”, “Aspettavamo te per pranzare insieme”, “Mi sono svegliato tardi, non mi sento bene, forse ho la febbre”. Poi in disparte mi ha chiesto di chiamare Alba, Corneliu vuole ammazzarsi perché sospetta che lei lo tradisca, per questo è venuto a trovarci. Per questo sono nudi. Per questo non si reggono in piedi. Per questo puzzano e sanguinano.
Non l’ho mai interrotto e ho aspettato che finisse. Non mi sono arrabbiata e gli ho fatto credere di credere. Non ho voglia di parlare, né di raccontare. Gli ho sorriso.
Sto innalzando il muro più alto che sia mai esistito.

«Siberia è morta, un armadio le è crollato addosso».
«Povera micia! Dovremo adottarne un’altra!»

Mio fratello non mi rivolge la parola, né ha il coraggio di guardarmi. Se potessi tornare indietro ora non sarei qui, lo incontrerei di nuovo, nello stesso bar, avrei parole diverse per lui e un sorriso nuovo, ma questa volta non lo lascerei andare. Allora lui non sarebbe deludente.
Vorrei che mi parlasse dei suoi perché e poi lo bacerei. Non è detto che una guardia giurata non sappia baciare. Il ragazzo che era in servizio prima di lui leggeva molto e sapeva parlare, non sono tutti uguali. E Enrico è carino, dovrei invitarlo a bere una sera. Mi piace, sento che potrebbe nascere qualcosa. Il mio muro cresce alto e forte, abbatterà il tetto di questa casa, ma io sarò già via. Questa nuova speranza sarà la forza di cercarlo e aspettarlo davanti a un caffè, ricominciare lontano da qui. Qui non c’è più niente per me. È finita. Gli sorrido, aspetto che finisca di parlare e rido in me. Di me.

«Non ti aspettavo così presto! Sei in anticipo!»

Enrico mi sta aspettando.
È ora di andare, Marina.

Lucia Carelli

final

 

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