Liminal Personae #3 : Mischa, Madame de Lebeuv

Liminal Personae nasce dalla necessità primordiale di osservazione e metabolizzazione del mondo, nello spazio e nel tempo presente. Nella ciclicità dell’archetipo e del simbolo ritroviamo noi stessi, la nostra storia, nei gesti di altri, e cerchiamo più o meno consciamente di sfruttare l’empatia come una sfera di cristallo, per scoprire quale sarà il prossimo passo. Tre lingue si articolano nella mia mente ogni giorno. Le influenze dell’una ricadono sulle altre due e così in un moto perpetuo la scrittura e la comunicazione salgono a spirale, per schiantarsi al suolo perpendicolari all’asse del mio respiro.
Il nome della rubrica è un omaggio esplicito alla professoressa Clara Mucci. Liminal Personae è stato uno dei testi più belli che abbia avuto tra le mani nel periodo universitario, ne ho ancora una copia nell’armadio, a casa di mia madre.”
Mischa, Madame de Lebeuv è la terza puntata della nuova rubrica di S.H. Palmerpotete rileggere le due puntate precedenti cliccando qui.
Questa è l’ultima illustrazione di
Nadia Sgaramella , grazie Nadia, a presto!

Colonia, sponda destra del Reno. Ore 3.55 p.m.

L’aria di maggio è densa e soffocante. Il meteo non ci lascia in pace e continua a prenderci per il culo palesemente. Un muro di vapore stantio, caldo e poco rilassante accompagna le nostre giornate dal risveglio al tramonto del raziocinio e della coscienza. Senza tregua, dopo l’inverno più lungo degli ultimi anni. Una rivincita dionisiaca nel senso mitologico del termine, condita di sadismo panico.
Per fortuna l’asilo è in una conca fresca, nascosto quasi ingurgitato da una bolla estemporanea, che lo salva da occhi indiscreti, e cemento.
Cemento. E altro cemento.
Una costruzione che si estende in larghezza, a cui non si darebbero due lire bucate a vederla dall’esterno. La nostra Narnia personale, familiare e confortevole. Diciamo così.

«Guarda, è arrivata la mia mamma. Guarda, che bei capelli che ha. Sono blu. E che belle scarpe» – cambiando interlocutore e lingua si rivolge a me (in italiano)- «sono nuove queste scarpe con i pirati? Sono bellissime»: pronuncia la S sibilando e stacca le parole facendo dei lievissimi sussulti con la voce quando parla in italiano, mia figlia.

Rispondo scimmiottando i suoi tratti prosodici e lei sorride vezzosa arricciando il naso: «No amore, sono vecchie di almeno 10 anni. Le ho comprate con la nonna a Pescara, quando facevo ancora l’università».

Due vite fa.
Il suono di quelle parole mi hanno annientato e rinvigorito in qualche secondo. Un tempo lunghissimo.
Sul citofono di casa mia ci sono scritti due cognomi, e nessuno dei due mi appartiene davvero. Il primo, quello che appare sui miei documenti, non mi suscita ormai nessuna reazione. È una parola fantasma, che non fa più male né bene. Il secondo, quello che appartiene mia figlia, sta scritto lì per lei, perché casa mia è anche casa sua, anzi è solo casa nostra senza io e tu di mezzo, anche se non ci chiamiamo uguale – ich meinte gleich, come direbbe lei.

Mischa non ha ancora quattro anni, porta un nome da maschio – che manco chissà che fosse…è una congiunta di San Michele: grandi ali, spada e capelli dorati, e senso del giusto impareggiabile – e parla due lingue. Nel suo cervello in verità non so spiegare senza sembrare boriosa e complicata come i due idiomi siano separati e come si ricongiungano per lo split finale estrinseco, ma so di per certo che sta imparando a gestire i suoi poteri. E ancora non ha scoperto tutte le sue potenzialità, questo non lo so perché sono sua madre e bla bla bla: lo so in quanto linguista. Queste cose le ho studiate, due vite fa.

Da quando abbiamo guardato insieme la storia del topolino Desperaux, non me lo riesco a togliere dalla testa e forse neanche lei, anche se non lo dà a vedere presa e ripresa da cavalli arcobaleno, pompieri e creature fantasticamente ordinarie di ogni tipo. Quell’animaletto senza paura ci ha rapito e il suo senso della verità e della giustizia ci ha timbrato vividamente, come quelle macchie di erba e fango sulle ginocchia sbucciate che non si tolgono più e rimangono il più bel ricordo di una giornata passata al parco. Solo metaforicamente altrimenti almeno una di noi due avrebbe pianto e si sarebbe vantata poi per una settimana almeno con un cerotto glitter (e non sono io, anche se chi mi conosce bene avrebbe potuto scommetterci).

Mia figlia non ha ancora compiuto quattro anni di vita su questo mondo infame e già lotta per la giustizia. Quel concetto di giusto atavico, gentile e altruistico che molte persone hanno dimenticato – o forse mai incontrato o conosciuto. Non sopporta la prepotenza, e non sopporta l’invadenza. A volte questo suo essere così purista nelle sue cose (applica il principio anche al cibo e al gioco, oltre che al sociale) diventa scomodo, ma lo tollero bene nel rispetto dello sviluppo della sua personalità.

Qualche settimana fa è tornata a casa con lo sguardo pensieroso e dopo un po’ mi è venuta a raccontare una storia, spontaneamente. Gli occhi grandi, di colore incerto (in primavera sono tra il verde e il grigio, mentre d’estate diventano blu e d’inverno grigio marrone, diciamo color tortora) fissi come a guardarsi dentro, per un lasso di tempo notevole considerando i tempi di attenzione dei bambini della sua età.

Di solito le faccio sempre il terzo grado dei fattarelli suoi e le racconto anche la mia giornata, ma vedendola un po’ turbata, quel giorno l’ho lasciata in pace lasciandole metabolizzare le sue sensazioni e le sue esperienze. Volontariamente si è avvicinata guardandomi nel fondo delle pupille e raccontandomi che qualcuno aveva “gridato” una persona che conosce, in sua presenza. L’episodio l’aveva turbata, perché “non si grida la gente” – Man schreit niemanden an. Ist ja nicht nett. Si traduce da sola, a volte. Solo con me, riconoscendo la natura doppia della mia anima di confine.

Fatto sta che non stavamo parlando di bambini. La scena era tra adulti, persone che conosce bene e a cui è più o meno legata. Un uomo ha alzato la voce contro una donna (quarantaduenne o giù di lì) e l’episodio a mia figlia non è andato proprio giù. Si è alzata è andata da quest’uomo, lo ha puntato negli occhi e ha recitato un fermissimo:
«Lasciala in pace, lasciala tranquilla. Non si gridano le persone. Si può parlare normalmente»- Lasssie in Ruhe, man schreit einfach die Leute nicht an. Kann man reden.

In una sintassi italo-tedesca.

Al suo racconto è seguito un attimo di silenzio in cui cercava con lo sguardo la mia opinione. Con quello sguardo pieno di domande e curiosità, avvezzo a una punta di melodramma.
Sebbene stessimo parlando di persone che non stimo e a cui non voglio bene, le ho risposto:
«Sai ammamma – sì sono pugliese e cominciamo sempre le frasi con ammamma, noi – hai fatto proprio bene».

«Grazie».

Quando la sera parlo sul divano con me stessa o con quel qualcuno vicino del cuore, spesso mi interrogo sul mondo. Su come io possa pensare di educare mia figlia al rispetto della diversità, alla non violenza (psicologica e fisica), alla verità assoluta e relativa, al non prendersi in giro, all’umiltà intellettuale e al non essere moralmente ricattabili da nessuno.

Sì, me lo chiedo dopo anni passati su quel filo dell’alta tensione, tra la vita – la non vita e la morte cerebrale. Me lo chiedo a più di mille chilometri di distanza dal luogo in cui sono cresciuta, dove sto costruendo con gioia e sacrificio casa mia. Me lo chiedo con una punta di amarezza, guardando fuori dalla finestra il mondo e ascoltando discorsi quotidiani dalla gente in metropolitana, in più di una lingua.

Me lo chiedo mettendomi in gioco per una persona piccola di statura e con un cuore così grande da ricordarsi di tutti quelli che la amano, nominarli più volte al giorno alla settimana e al mese. Una piccola persona con l’anima già grande e votata all’armonia, imparata attraverso metafore arcobaleno e praticata attraverso rituali giocosi e pause yogiche.

Ti auguro millemilioni di avventure ispirate, piccola grande Mischa che combatti già per te stessa e per gli altri e ti butti in mezzo alla mischia gridando forte “questo non mi piace” e facendo rispettare la tua opinione.

A manco quattro anni. Cioè davvero non li hai neanche ancora compiuti.

Ti auguro di dirmi altre infinite volte “mamma, mi piaci proprio. Ce lo dividiamo un Kinder Bueno…anche se c’è scritto che è per Kinder e tu non lo sei, ma sei la mia mamma”.

Ti auguro di cercare sempre di scoprire quello che c’è dietro il velo e dietro lo specchio, piccola scettica spacca timpani e meravigliosa rompiscatole.
Ancora due minuti, prima di addormentarci insieme sulle parole della tua storia preferita che gira sul piatto; quella del fantasma del castello Hui Buh, che i fantasmi sono amici nostri anche i mostri e le mamme dei mostri e le nonne dei mostri e ci saranno sicuramente anche i mostri Baby.

E a questo punto mi sa che me la sono cavata per davvero, mentre guardo il tramonto di oggi con il terzo occhio spalancato e vibrante, a vegliare su tutto l’amore che c’è qui dentro e intorno a me.

 

CONTINUA (qui tutte le puntate)

S.H. Palmer

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