Cinque (o sei) ingannevoli sensi

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Matthew Licht

La verità è che il Commissario Pierluca D’Antuono è scomparso. Due giorni senza di lui ed è già anarchia. La redazione è allo sbando, scadenze e calendari sono saltati, sciacalli aleggiano sopra il palazzo per spartirsi e lottizzare le sue spoglie. Luca Marinelli posta foto pornografiche, gif su Milosevic, e invita i suoi amici di Narrandom e Crapula a gozzovigliare, profanando gli oggetti lasciati da Pier. La situazione è totalmente fuori controllo. Andrea Frau (anch’egli in passato scomparso ma ritrovato senza incidenti) e Francesco Quaranta (richiamato in prestito per l’occasione) disperati rimpiangono e maledicono il caro Commissario. Intanto abbattono la sua statua in un’euforia da baccanti. Siamo la Spagna dopo la morte di Franco? Stiamo scoprendo il punk con decenni di ritardo?

Il golpe di Luca Marinelli per balcanizzare (o somalizzare?) la redazione è in atto. Al vecchio “destabilizzare per stabilizzare” subentra un “destabilizzare fine a se stesso”. Questo sfascismo buffo e dionisiaco finirà per distruggerci? Frau resiste strenuamente da due giorni sotto ai bombardamenti sperando di non finire come Segni durante il tentato golpe De Lorenzo. Si chiede una presa di posizione chiara di Francesco Quaranta e un suo rientro in redazione. Si spera inoltre un rimpatrio di Paolo e Vinicio dai loro esili dorati. Luca, fermati fin che sei in tempo, poni termine al tuo distruzionismo.

Nel frattempo si tenta ogni strada per contattare il Commissario assente: vocal lunghissimi, grida nel Void, preghiere, il Convitato di Emanuela Cocco . Nei corridoi deserti si sente lo spirito del Commissario sussurrare “Via Gradoli, Via Gradoli…” Ci toccherà prosciugare l’Aniene? Chiunque abbia sue notizie scriva a Crapula ché qui non possiamo garantire su chi apre la posta.

Ma facciamoci forza. Torniamo alla Rivista. Oggi torna a trovarci Matthew Licht con i Cinque (o sei) ingannevoli sensi, cinque personaggi, cinque reazioni psicofisiche alla vita in società. Le fotografie/collage sono dello stesso Matthew Licht.

Il Rètto

Filippo aveva ipertrofico il senso dell’ordine. Non sopportava il normale casino della vita, il naturale disordine degli esseri umani. Era direttore creativo presso un’agenzia pubblicitaria importante. I clienti l’adoravano. Alle riunioni nel suo ufficio, il mondo girava in base a regole ideate per stabilire armonia. Grazie a questo dio del buon gusto, i loro prodotti, i loro servizi, avrebbero ottenuto il riscontro che meritavano.
Filippo era ineccepibile anche nel vestire. Guadagnava tanto da poter buttare via mutande, camicie e calzini dopo averli portati una sola volta. Alla tintoria lo veneravano.
Clienti, colleghi e amici davano per scontato che Filippo fosse omosessuale. Le sue cravatte papillon facevano rima con la carta da parati, con la tappezzeria dei mobili, con le copertine delle riviste di moda e di arredamento che teneva accatastate ovunque fosse.
Roba da matti, pensò Margherita, l’addetta alle copie e dello smistamento della corrispondenza. Secondo lei, Filippo era una persona infelice. Essendo una ragazza di buon cuore, lo voleva aiutare.
Entrò nell’ufficio di Filippo mentre questi era a un pranzo di lavoro, in un ristorante chic, con un cliente di particolare riguardo, uno stilista. Guardò furtivamente in giro. Non voleva praticare un trattamento d’urto. Avrebbe iniziato con un piccolo passo. Spostò di mezzo millimetro un fermacarte rappresentante il grattacielo Chrysler.
Alle 15,16 il quartiere fu scosso da un urlo disperato. Filippo uscì dal suo ufficio tremante, sudante, pallido come un cadavere. Balbettò sottovoce, «Chi è stato?»
Credeva di avere un nemico invisibile, un rivale nella propria agenzia. Invece si fece avanti la timida Margherita.

«Sono stata io».
«Perché?»
«Mi sembrava eccessivo» disse lei, e voleva scoppiare in lacrime. «Non è l’ufficio di una persona allegra. Avrei dovuto scriverti una nota, mettere un fiore nel tuo vaso Art Decò. Volevo solo farti uno scherzo, prenderti un po’ in giro, farti capire che la vita non è tutta questione di angoli retti e oggetti messi in mostra».
«Forse hai ragione» disse alfine lui.
Margherita era sicura che sarebbe stata mandata via, licenziata, ostracizzata dalla vita professionale della città, ma non successe nulla.
Filippo si presentò in ufficio il giorno dopo senza cravatta papillon. Non si era lustrato le suole delle scarpe. Non si era nemmeno pettinato. Quando Margherita entrò nel suo ufficio a fine giornata per chiedergli di firmare la cartolina degli auguri per una collega, notò un lieve odore di ascella. Firmando con la stilografica, Filippo sbrodolò inchiostro sulla rivista di donne nude che stava sfogliando. Non lo ripulì.
Non si presentò al lavoro il giorno dopo, né telefonò per dire che si prendeva qualche giorno di ferie. Ogni tanto faceva così, fuori programma, e gli fu sempre concesso dagli dèi dell’agenzia, perché rendeva. Dopo una settimana sorsero dei pensieri. Avrà l’AIDS, o un nuovo fidanzato sadomaso che lo tiene legato e imbavagliato nell’armadio.
Solo Margherita si diede da fare. Fece una serie di futili telefonate, poi andò a trovare a casa il nitido collega, ma secondo il portinaio il luminoso loft a due piani era stato abbandonato. Pianse.
Si autolicenziò. Si sentiva responsabile per la scomparsa di Filippo. Continuò con millimetrica precisione la sua ricerca.
Lo ritrovò sotto un ponte, in periferia. Era in frak, ma strappato, polveroso e pattaccoso. Aveva l’acconciatura di un pazzo, disegnava forme organiche nel fango con le dita.
«Mi dispiace» disse Margherita. «Non dovevo toccare le tue cose».
«Non importa» rispose lui guardandola negli occhi. «Sono felice, ora».

L’Otito

Joe “Sangue” Hambuger è nero ed è grosso. Nelle sue mani spropositate, le chitarre sembrano donne che urlano di dolore e paura. Per questo suona un modello dalle forme femminili, colore del miele di fiori d’arancio.
Il suo pubblico è costituito da uomini bianchi. Ai rari concerti salutano il loro idolo con ululati. Bramano la devastazione. Si irrigidiscono, e il loro scuro padrone infierisce contro di loro con accordi da cavernicolo.
Quando ricade il silenzio, escono dalla sala muti e ciechi. Non sentono il profumo delle canne che si accendono appena riscoprono l’aria aperta. Non reagiscono quando si ustionano le dita. Gli cola sangue invisibile dalle orecchie. Sono vittime di stupro auricolare al Pronto Soccorso della quinta dimensione.
Un comico professionista alla ricerca di materiale per gli sketch, gli si avvicina. Fiuta in questi entusiasti di musica d’avanguardia un aneddoto.

«Scusate, ma perché ascoltate quel pseudo-jazzista che non sa neanche suonare?»

«Quando smette ci sentiamo meno in colpa».

Il Visone

Andando e tornando dal lavoro, Rachele si fermava davanti alla pellicceria. Fissava i manichini, immobili signorine per bene avvolte in pellicce di foca, castoro, cincillà, zibellino e visoni. Diventava un manichino esposto al vento gelido che ululava per i viali. Al suono di clacson, si risvegliava e si incamminava verso la stanzetta che chiamava casa. Per cena una minestrina in scatola, scaldata sul termosifone.
Le commesse cambiavano le vetrine ogni mese. Rachele, ipnotizzata da un nuovo modello in visone nero, non si accorse della macchinona nera i cui larghi copertoni schiacciavano la neve sporca accanto al marciapiede. L’uomo nel retro della macchina abbassò il finestrino. Il suo sigaro brillò come un occhio rabbioso nel buio. Rachele non aveva un viso bello, e per la sua situazione era costretta a vestirsi in modo modesto, ma qualunque matrona impellicciata sarebbe stata fiera di mostrare una tale fisico. Non aveva mai varcato la soglia di quel paradiso. La sua pelle non era mai stata accarezzata dal visone.
«Mi scusi, gentile signorina» disse l’uomo. «Potrebbe avvicinarsi un attimo?»
Rachele ebbe una scossa. Avvolgendosi nel suo misero cappottino, si avvicinò allo sconosciuto.
«Sì signore, mi dica».
«Voglia scusare la mia indiscrezione, ma le devono piacere parecchio le pellicce esposte in questo negozietto. Ne gradirebbe una?»
Rachele quasi svenne. «Oh mi piacerebbe tanto Signore».
«Salga, la prego» disse l’uomo.
La cabina era riscaldata. Profumava. L’autista indossava un berretto a visiera. Rachele lo scambiò per un poliziotto. L’uomo che l’aveva invitata a salire indossava lo smoking. I bottoni della sua camicia sfavillavano come diamanti nel riverbero della luce dei lampioni.
«Andiamo, Jim» disse l’uomo, e partirono in silenzio. «Ora andremo a mangiare qualcosa. Ma prima dovrebbe farmi un favore. Le dispiacerebbe togliersi il cappotto?»
Rachele era vestita da lavoro. Si era svegliata tardi e non si era lavata bene, ma si tolse il brutto indumento.
Il milionario lo lanciò dal finestrino. Da sotto il sedile tirò fuori un pacco legato con un fiocco bianco.
Rachele l’aprì. Conteneva una nuvola di caldo amore mammifero.
«Dovrebbe starle. L’ho fatta confezionare apposta per lei». L’aiutò a sistemarsela sulle spalle. «Ora sembri una regina».
La neo-impellicciata non riusciva a parlare.
«Non sono un re, ma spero che vorrà sposarmi comunque».
Dalla bocca carnosa della ex-impiegata di una fabbrica di materassi uscirono gemiti e sospiri.
A nord della grande città veniva giustiziato sulla sedia elettrica Dick Spenkelrink, il mostro strangolatore di infermiere.
Il mattino seguente, ancora più a nord, vennero fulminati con elettrodi anali una muta di ermellini che servivano per fare un nuovo mantello a sua serena maestà la regina del Liechtenstein.

Il Prurìto

Alla Giovanna prudevano i capezzoli. La sensazione aumentò, divenne un bruciore. Dormiva male. La mattina, anziché aprire gli occhi le sembrava di accendere i capezzoli.
Sentiva di avere seni gonfi di un latte irritante. Si fece massaggi in bagno, davanti allo specchio, come quando si controllava per tumori e fibromi. Fissava nello specchio i suoi capezzoli come se interrogasse le iridi degli occhi.
Tra le impiegate nell’ufficio dove lavorava, c’era Vlasta, figlia di immigrati dall’ex-Jugoslavia. Non portava il reggiseno, o forse non esistevano reggiseni abbastanza imbottiti da celare quegli indici pettorali che accusavano chiunque le stesse davanti.
Resa disinibita dai capezzoli in perpetua erezione, Giovanna le chiese, «Ti prudono quelle tettarelle incazzate con il mondo?»
Vlasta guardò giù, fece una smorfia. «A bestia».
«Pure a me. Sai di qualche crema o unguente?»
Vlasta si avvicinò alla collega. Giovanna credette che stava per sussurrarle un intimo segreto femminile. I capezzoli le si irrigidirono ulteriormente.
«Vai da Mauro».
«Chi è? Un medico?»
«Mi fa stare meglio».
«Guarda qua» Giovanna si sbottonò.
Vlasta si commosse. Non erano più colleghe, ma sorelle unite da un malessere al femminile. Si sarebbero massaggiate a vicenda, ma qualcuno le avrebbe potuto vedere.
Giovanna si recò all’indirizzo che le aveva dato Vlasta. Non non era mai stata in quel quartiere, seguiva i propri capezzoli. «Oltre al prurìto» pensò «sono affetta da pazzia».
Sulla targhetta del campanello c’era scritto Rossi. I capezzoli della Giovanna bruciavano. «Speriamo che abbia i guanti di amianto» pensò.
Un uomo barbuto le aprì e le guardò subito il petto. «Allora è peggio di quanto pensassi» disse. «Sei già la settima, oggi».
Le prese il cappotto. Giovanna si tolse la blusa e il reggiseno senza che Mauro gliel’avesse chiesto.
«Allora ho il cancro?»
«Non sono medico. Il malore che accusi è come la morìa delle rane, la scomparsa delle api, delle lucciole».
«Ah. Allora come fai a farmi stare meglio?»
Mauro andò alla scrivania. Aprì il computer.
«Oddio» sospirò Giovanna. «Devo mostrare le tette su Fèisbukke?»
«Sono collegato al radiotelescopio di Nukuheva» rispose Mauro. «Un’isola del Pacifico senza nemmeno una lampadina».
«E a me che cazzo me ne frega?» pensò Giovanna seminuda, ma si avvicinò comunque allo schermo luminoso. Diede una spallata al nerd astrofisico. Vide un aggroviglio di punti luminosi a forma di pera.
«Il pianeta Tètide» sussurrò Mauo. «Dai colori e dalle pulsazioni magnetiche che trasmette, è certo che vanti mari, flora e fauna, ma la cosa straordinaria è che le abitanti hanno risposto alle mie comunicazioni».
Lo scienziato pigiò tasti, mise a fuoco l’immagine. Il pianeta Tètide era un seno verde in mezzo al nero universo. Il capezzolo bianco era la sua luna.
«È un pianeta esclusivamente femmina. Al posto della gravità ha l’armonia. Non c’è inquinamento. La malattia è inesistente».
«Bella» disse Giovanna. Accarezzò l’immagine, lasciando un’impronta unta sullo schermo. «Allora lì non avrei il cancro né il prurito ai capezzoli né fidanzati stronzi. Quando parte l’astronave?»
Mauro la guardò negli occhi. I suoi brillavano. Le prese con tenerezza le spalle. «Ci arrivi con la pazienza. Vivi spensieratamente ciò che rimane della tua vita sulla Terra. Affronta serenamente i disastri, i dolori, gli orrori che arriveranno. Quando tutto finisce, ti prenderanno con loro. Voi donne avete un posto dove andare».
«Uh che gioia. Devo patire poi morire. Ma voi uomini dove andrete?»
Mauro deglutì forte. «Lo scopriremo».

Il Rìtto

Ogni volta che Leone vedeva Silvia, la donna del suo amico Goffredo, che non gli stava nemmeno tanto simpatica, gli provocava una reazione pavloviana. Arrossiva, tremava, e gli si drizzava disperatamente. Traballava sull’orlo di orgasmo spontaneo. Era imbarazzante.
Goffredo notò l’effetto che gli faceva la sua fidanzata, e lo prendeva brutalmente in giro.
Francesca, la compagna di Leone, non lo rimproverava per l’urgenza canina che non riusciva a dominare. Pensava che forse le succedeva la stessa cosa con qualcun altro, magari Goffredo, uno schianto d’uomo che prima di fidanzarsi con la Silvia trombava parecchio.
Quando Leone si trovava a tu per tu con Silvia, la musa delle sue incontenibili erezioni, lei percepiva la sua agitazione. Ne sembrava lusingata, faceva commenti scherzosi: finalmente qualcuno che mi apprezza, dovremmo cambiare vita tutti e due, ma non succedeva mai nulla.
Leone non credeva che avrebbe funzionato con Silvia. Lei gestiva un negozio di alta moda, sembrava interessata a poco altro.
L’effetto Silvia si avverava anche se vedeva una sua foto, specialmente se in costume da bagno. Goffredo gliene scattava tante, quando andavano in ferie, e le mostrava senza ritegno. Guardate che mare limpido, diceva, guardate che sabbia bianca, che dune alte. Significava, guardate la mia gnocca in bikini. Mostrava pure le foto che gli scattava lei. Guardate che pacco da mulo.
Leone decise che non doveva più frequentare quella coppia. Odiava non sentirsi padrone di sé stesso. Perdere amici è brutto, ma è peggio rinunciare all’autostima e forse alla fidanzata. Le donne si stufano presto di attenzioni prestate ad altre donne, seppure involontariamente.
Dopo una certa età cominciano a fischiarci le orecchie. Sentiamo note insistenti e chiare, un suono puro ma doloroso che pian piano affievolisce e svanisce nel silenzio. Proviamo sollievo, come quando schiacciamo una zanzara tenace, ma quel suono è l’ultima vibrazione di un nervo uditivo morente, il canto del cigno di una parte intima dell’organismo, una frequenza che non sentiremo mai più, perché quei nervi lì non si rigenerano. E magari era il suono che ci piaceva più di ogni altro.
Mesi dopo, Leone incrociò Silvia a una festa. Era da sola. Anche lui lo era, si ero separato da Francesca. Silvia gli disse che Goffredo l’aveva mollata per una straniera e che l’aveva messa subito incinta. Silvia non voleva figli perché teneva alla linea.
Leone non sentì la reazione che si sarebbe aspettato. Non provò nulla. Le parlò normalmente. Andò via prima lui, quella sera. Da solo.
Ogni tanto Leone si ferma al negozio di Silvia. Chiacchierano affabilmente, ma veramente ci va per ammirare abiti da donna drappeggiati su manichini di resina trasparente appesi al soffitto con del filo invisibile che sembra farli levitare.

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Matthew Licht

Matthew Licht

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