Autobiografia di una funzione

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Claudia D’Angelo

Non c’è gusto nella bolla a essere intelligentə. Ieri, nonostante il tedio domenicale incipiente e la relativa droga consumata, abbiamo tentato di ravvivare una presentazione tanto precisa e simpatica quanto boring. Le domande serissime che abbiamo rivolto al trio Gala-Palomba-Spiedo, i Conti-Panariello-Pieraccioni ma campanə o giù di lì della litweb, non hanno trovato né risposta né ospitalità. Noi non ci offendiamo ma ribadiamo che qualcosa non torna nella copertinistica della piccola sebbene meritoria editoria indipendente italiana. E il dalle alla ministra è roba da Piero Ricca.
Se il romanzo di Spiedo ve lo consigliamo? Ma noi vi consigliamo quello che volete, comprate pure, comprate tutto, fate girare l’economia o fate come Ramses, aspettate i preziosi dei generosi uffici stampa. Poi però fate le bravə e mettetevi a studiare. Vecchə e ciechə di fronte al portale fatevi demoni di Maxwell, sciogliete i nodi dell’entropia e dell’irreversibilità del tempo, evitate l’inevitabile, uccidete nani a bastonate, rendetevi capaci di ogni cosa, degna o indegna, ribaltatevi nella magica causalità della morte, siate sacrə e smettetela di pensare al tempo in termini di perdita.
Allora sarete prontə per leggere
Alfredo Zucchi. Leggetelo qua in conversazione con Andrea Cafarella, qua spiegato da Siviero, qua tra due giorni con Gala, qua e adesso su Verde.
Di Alfredo su queste pagine si è già detto a iosa.
Autobiografia di una funzione, la letteratura che dialoga con se stessa, che deforma e manipola se stessa, aziona meccanismi combinatori microscopici che possono provocare effetti dirompenti, ce l’abbiamo soltanto noi.
Il collage è di
Claupatra.
Non citateci, non menzionateci, non imitateci, vogliamo soltanto essere dimenticatə. C’è un detto che dice AMEN. E così sia.

E mentre noi ci ostinavamo a soffiare nel pallone nicciano – in cui altri, va detto, avevano soffiato per anni, ma era una lotta di fazioni e ognuna di esse, programmaticamente, non riconosceva che se stessa – questi, il pallone, inspiegabilmente, a un certo punto si è rivoltato come un calzino. E lì poi è cominciata la commedia: ci siamo accorti di dover ripartire da zero – gli ospedali erano pieni, le cliniche troppo care per le nostre tasche, sotto i ponti, francamente, troppa acqua, troppo vomito e troppo piscio. E allora siamo ripartiti da zero.

C’è un detto che dice: amen. Chi sa quante volte l’abbiamo ripetuto – in piedi, seduti, distesi in vasca, ma soprattutto allo specchio, mattina e sera. Non è mai accaduto niente pronunciandolo, se non che il semplice evento locutorio stimolava, ogni volta, un processo, un gioco di relazioni biunivoche che si retroalimentano: parlare parole ci ha sedotto, in qualche modo, a continuare a esistere.

Ed è vero che ogni volta amen, così sia, significava segretamente per noi ricominciare da zero. E in questa membrana circolare, ora soffice al tatto ora puntuta, ora limpida nella forma ora trappola della forma, noi ci siamo pasciuti – fin quando, soffiando nel pallone nicciano, incredibilmente il calzino non s’è rivoltato – e a quel punto, come dire, la commedia è cominciata.

***

Vi era un re. Aveva sognato un regno – no: un impero. Lo aveva sognato, così diceva, per amore. In ogni caso aveva realizzato il suo sogno, il quale consisteva nel dare parola a un’intenzione. Quest’intenzione diceva che gli imperi vanno costruiti, non distrutti. Era, in questo, un re – no, un imperatore – anacronistico.

Questo re, questo imperatore, non esiste: è l’immagine di un’intenzione. Quest’intenzione è la verità del suo sogno. Questo sogno, il sogno del re, è l’unica traccia documentale della vicenda – poiché se è vero che il nostro re, l’imperatore, non esiste ma è un’immagine, è altrettanto vero, per lo stesso motivo, che qualcuno continuerà a sognarlo.

***

Uno spaesamento, a volte, insopportabile. Perché poi a furia di dire io ci credo, come anche io ci vedo – a furia di esercitare i ricettori all’attendibilità della promessa, finisce che questi t’ingannano e vedono effettivamente qualcosa, cioè nutrono la loro illusione con l’inerzia della propria attesa. Il fatto è che c’è sempre qualcosa, da qualche parte, e che proprio l’illusione – se siamo ancora qua non c’è altro da aggiungere.

E difatti quando il pallone nicciano, incredibilmente, a forza di soffiarci dentro si rivoltò come un calzino, noi ripartimmo da zero. Dicemmo (fa fede il Codice, tavola VI o VII):

“A questo punto: o parlare per non dire niente, o infine il silenzio”.

Ma per via di una certa fascinazione locutoria, che una volta (si veda ancora il Codice, la somma e numerazione delle cui tavole è in effetti in continua ridefinizione; tavola XIII o XV, in ogni caso) chiamammo “febbre del significante”, per via di questa febbre propendemmo per la prima: parlare per non dire niente. Proprio in quell’occasione uno dei nostri, più incredulo che stremato per il tanto soffiare, ammise di aver sognato, quella stessa notte, il cosiddetto “sogno del re” (tavola XIX o XXIII).

E un altro dei nostri colse al volo l’opportunità per cominciare l’agone: «Se tu sei quel re, io sono Napoleone».
E il primo non si trattenne: «Quel re e Napoleone sono la stessa cosa».
E il secondo, ormai in ritmo: «Per confondere un’immagine con un uomo devi essere senza fiato».
Allora il terzo, che sarei io, pensò che per credere di essere un uomo devi avere almeno uno specchio, ma non lo disse, sovrastato dall’impeto agonistico del primo: «Per separare immaginazione e memoria devi essere un illuminista terminale».
Si era arrivati agli insulti e il secondo, colpito nell’orgoglio, ribatté: «Per mischiare persone e personaggi devi essere nel Don Chisciotte».
E allora il terzo, che come ho detto e come riporta il Codice (tavola X, se non erro), sarei io, intuendo uno svincolo decisivo, vinse la vergogna e disse: «Questo mescolamento, cioè questo sdoppiamento, nel Chisciotte ad esempio ha una funzione magica – proprio come quando, all’improvviso, per il tanto soffiare, si è inspiegabilmente rivoltato il calzino».
E il secondo, più agitato che rasserenato: «Vuoi dire che si è rivoltato per via di questo sdoppiamento
Il terzo tacque, poiché aveva già azionato la leva del momento di concludere. E infatti il primo, la gloria della rivelazione in bocca “come miraggio nella notte” (tavola XXIV o XXXII), aggiunse: «E se vi dicessi che il vero nome del Codice, che ignoravo fino a stanotte, è Autobiografia di una funzione

***

L’accesso alle tavole è regolato secondo il principio dell’oscenità dell’evidenza. In ottemperanza alla natura cangiante e mutevole dell’Autobiografia di una funzione, l’archivio, ovvero l’insieme delle tavole, è stato, è e sarà ambulante, per quanto sempre rintracciabile. Il processo di aggiornamento (addizione, sottrazione, modificazione delle tavole), per quanto variabile nella frequenza, è continuamente in marcia. La cronologia delle mutazioni è affare di ordine pubblico e pertanto custodita  presso il luogo indicato dalla tavola XVII; essa è consultabile secondo i tempi indicati dalla medesima XVII – fino a prova contraria.

***

Ci siamo accorti che, in questo peculiare modo che l’Autobiografia di una funzione (già Codice, prima forse Organon etc. – chi può dire quali altri nomi ancora) ha di tornare su se stessa raccontandosi, non è solo la somma e la disposizione delle sue tavole a riconfigurarsi continuamente: vi è che il contenuto stesso delle tavole cambia. Prendiamo ad esempio la famigerata tavola IV o VI:

“E mentre quelli si ostinavano a soffiare nel pallone nicciano – in cui altri, va detto, avevano soffiato per anni, ma era una lotta di fazioni e ognuna di esse, programmaticamente, non riconosceva che se stessa – questi, il pallone, inspiegabilmente, a un certo punto si è rivoltato come un calzino. E lì poi è cominciata la commedia: si sono accorti di dover ripartire da zero – gli ospedali erano pieni, le cliniche troppo care per le loro tasche, sotto i ponti troppa acqua, troppo piscio e troppo vomito. E allora sono ripartiti da zero”.

Il confronto con la versione precedente della stessa tavola rivela che l’Autobiografia di una funzione: a) è più grande della somma delle sue tavole b) è più mutevole dell’insieme delle sue combinazioni

Per farla breve: a) ci dice che l’Autobiografia di una funzione non comprende e abbraccia soltanto l’insieme delle sue tavole, ovvero che persino le nostre parole sono, di fatto, le sue tavole. Questo in parte era noto.
Invece b) ci informa freddamente, tra le altre cose, che non abbiamo mai soffiato in nessun calzino. Questo è grave e impone, da parte nostra, misure drastiche.

Alfredo Zucchi


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