Einstein

“Basta polemichette. Potete parlare di tutto tranne che di “loro”. Ci siamo capiti” ci fanno gli amici Valerio Camilli e Carlo Vidotto, che hanno collaborato con gli amici di Minimum Lab all’ideazione e all’organizzazione dell’ottimo Best Off 2018 (qui le foto), la grande giornata di riviste letterarie amiche che si sono raccontate sabato 16 giugno sulla terrazza degli amici di Minimum Fax, la nostra casa editrice romana preferita a cui dobbiamo tra le altre cose gli esordi dell’amico Paolo Cognetti.
Carlo, Valerio: perdonateci. Temiamo di avervi deluso, ma non potevamo altrimenti. Nonostante i recenti riposizionamenti slittamenti di significato (ahiahiahi Stefanì) e gli avvicendamenti in redazione, i temi della nostra agenda sono ancora confusi e incerti e navighiamo a vista. Eppure vi ringraziamo perché l’incontro di sabato è stato prezioso e ci ha insegnato un sacco di cose.

Cose che abbiamo imparato dall’importante incontro di sabato:

  • Per fare il cartaceo non basta solidità economica
  • Su Internet si può fare narrativa breve, iperbreve, lunga e iperlunga
  • Al pubblico delle riviste letterarie piacciono i longform
  • Il weird sta a cuore a tutti

Cose che abbiamo detto:

Domande del pubblico a cui abbiamo risposto:

  • Se importanti editor del centro nord di dinamiche case editrici del centro sud selezionano autori dalla vostra rivista non è forse questo un riconoscimento al vostro lavoro?
  • Qual è la differenza tra rivista e litblog?

Domande del pubblico a cui non abbiamo risposto:

  • Chi è Luigi Gaggiolo?

E indovinate un po’ chi c’era seduta in platea? Lavinia Ferrone, direttamente da Firenze, che ci ha consegnato brevi manu Einstein, un racconto sulla teoria della relatività applicata alle cover band dei Pink Floyd, che noi abbiamo letto come grande affresco allegorico della realtà editoriale contemporanea.
Gattini offerti da  Pink Lodge. Abbiamo proposto a tutte le riviste convenute sabato di sciogliersi dopo l’estate in un nuovo contenitore, ma di questo parleremo la prossima volta. 

Sono stata anni fa al concerto di Roger Waters allo stadio Olimpico, ai tempi mi pareva una cosa esclusiva. Parlando con le persone ho poi dovuto ridimensionarla.
Dopo quell’esperienza mi posi degli interrogativi sul pubblico: quando uno al concerto riprende col telefono cosa riprende, altri telefoni? Gli capiterà mai di rivedere un video mosso, buio, dove sente se stesso urlare e una dietro (che sarei io) che impreca perché non le sta facendo vedere niente? E poi in quale cartella lo salva?

Anni dopo giunsi infine alla conclusione che l’agire del pubblico non era legato all’entità dell’avvenimento, era piuttosto un istintivo modo di fare che non aveva niente a che vedere con la stima.

Ero in vacanza, nel programma delle serate estive del paese c’era un concertone in piazza. Il caso volle che a cena fossi proprio dietro al palco, questo mi costrinse ad assistere a tutto lo spettacolo. Invece della reiterazione e i pleonasmi delle hit estive, fu con stupore che riconobbi l’inizio di Shine on you crazy diamonds. A suonare era infatti una cover band dei Pink Floyd. Tradotto, circa due ore di schitarrìo – nota dell’autore: il termine schitarrìo ha un’accezione ben precisa che non si limita ad indicare il suono della chitarra propriamente detto, ha per lo più funzione onomatopeica.
Io e Giovanni eravamo in silenzio, chini sui nostri piatti. Decisi di provare a parlare:
«Certo che loro sono la dimostrazione che non è tutto relativo».
Lui mi rispose con sicurezza, come se avessimo già iniziato questo discorso:
«Ma infatti la teoria della relatività è una cazzata, cioè è una teoria, ma non ha niente a che vedere con la vita pratica, la teoria della relatività è una cosa utile per stare a far due chiacchiere bevendosi un bicchiere di vino». Lo guardai interdetta, lui continuò: «Se ci pensi, l’unica cosa che c’è di relativo, è la teoria della relatività stessa, per questo ti dico che è una puttanata». Presi fiato e partii con una filippica sul tempo-che-non-esiste, che è il discorso che fanno tutti quando parlano della relatività attingendo principalmente dai film dei Nolan.

La nostra attenzione fu catalizzata da una canzone che non conoscevamo. Giovanni sorpreso, cercando il palco con lo sguardo mi chiese «E questa?» Risposi: «Vabbe’ questa sarà loro dai, sarà della cover band». E lui, ridendo: «Ah dici? Forse la scrissero per i Pink Floyd». Accennò un sorriso dando un tiro alla sua sigaretta.

Il discorso andò misteriosamente ad intersecarsi con la differenza tra il traffico in oriente e il traffico in occidente. In oriente infatti vige un relativismo che è relativo, voglio dire, è relativo a lì dove comunque è assoluto. Nel senso, se sei indiano e attraversi la strada a Mumbai hai una probabilità del 95% di essere investito, quasi una certezza assoluta, e non devi essere necessariamente un pedone. Morire là però non è considerabile come fatto assoluto e definitivo, si pone piuttosto come evento relativo alla vita fino a quel momento vissuta. È questo che definisce la differenza tra i due flussi di traffico.

Finimmo di cenare, Giovanni voleva vedere le facce dei membri della cover band. «Sono come te li aspettavi?» gli chiesi e lui continuando a fissarli annuì. Io mi guardai intorno, stupita. C’erano tantissime persone a vederli – ma non è questo il punto. Il punto è che erano tutti intenti a riprendere con il telefono. Stavano riprendendo il concerto di una cover band.

Le riprese dei telefoni erano identiche a quelle di quelli che riprendevano il concerto di Roger Waters allo stadio Olimpico anni prima: fumo, luci rosse, triangoli che si muovono sullo sfondo, gente che urla, schitarrate. Allora la teoria della relatività, allora. Allora Roger Waters non esiste. O meglio, il suo essere Roger Waters non dipende da lui come persona, ma dalla posizione dell’osservatore, dall’atteggiamento dell’osservatore e dalla curvatura dello spazio tempo. Voglio dire che in quel momento, partendo esclusivamente dal punto di vista dell’osservatore, non c’era nessun presupposto per negare il fatto che loro fossero i Pink Floyd.
I quesiti che mi posi anni fa, comunque, erano gli stessi.

Il gruppo salutò, dichiarando che la loro formazione esiste dal ’74. Questo significava che loro erano una cover band dei Pink Floyd ufficialmente da pochissimo dopo che esistessero i Pink Floyd. E se loro, ufficiosamente, fossero una cover band dei Pink Floyd da prima dell’esistenza dei Pink Floyd giungendo così alla conclusione che i Pink Floyd non esistano come Pink Floyd ma nascano come cover band dei Pink Floyd?

Pensai anche che la cosa incredibile era che, per la teoria della relatività, non stava cambiando nulla, perché dalla posizione e dalle reazioni degli osservatori (il pubblico) quelli comunque erano i Pink Floyd.

La band concluse il concerto dicendo «Ci vediamo il prossimo anno» sottolineando «speriamo».

Lavinia Ferrone

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2 thoughts on “Einstein

  1. Tutto lo show originario di The Wall giocava sul conflitto/gioco di cover band che suonava The Wall e scimmiottava i veri Floyd, il distacco tra il pubblico e la band era allora all’acme

  2. Pingback: Einstein | VERDE RIVISTA | HyperHouse

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