E uscimmo a riveder le stelle

Luca Tosi è autore di racconti e storie per il cinema. Suoi testi sono stati pubblicati su Nazione Indiana, Crapula Club (l’ottimo Crapula, che stimiamo nonostante tutto) e Poetarum Silva. Nel 2017 ha vinto il premio letterario Coop for Words con il racconto breve “Coraggio”. Lavora come correttore di bozze.
Luca Tosi esordisce su Verde con E uscimmo a riveder le stelle, che da uomini di lettere quali siamo, crediamo sia una citazione interista.
Memicchio di
Pink Lodge .

Non lo neghiamo: questo racconto ha diviso la redazione come non mai. Si è scatenata una diatriba, non alla maniera cinico-stoica, ma più simile a una lite condominiale. I detrattori l’hanno definito un buon racconto simile a una canzone-libro-film di Ligabue, chi lo ha apprezzato l’ha definito invece un Dylan Dog senza mostri, un racconto notturno; chi scrive è ancora combattuto, ma bando ai dubbi! Sfiniti dal dibattito, abbiamo deciso di pubblicarlo. Ecco a voi il Peugeot, il Velvet e il Mister. Noi cinque verdi somigliamo sempre più a una boyband di millennials (inutile dire chi sia il bello un po’ matto, il tenebroso, le due simpatiche sagome e quello profondo e romantico); la deriva è facilmente intuibile dai link (esempio) di questo editoriale.
Intanto, a turno, pensiamo di uscire dalla redazione per tornare a riveder le stelle. Ma rimaniamo, rimaniamo: Al commissario gli va bene che fuori, le stelle, siano tutte fulminate. E ditemi un po’ se questa chiusa non è molto ligabuosa, ligabuata, ligabuente. Che bisogno c’è di tutto ciò? domandate voi. Nessuno, ribadiamo noi.

Non è finita come pensavamo. Stavamo ancora fumando, quando una donna è inciampata nella grata e ci ha fatto prendere uno spavento. Aveva le calze zebrate, e stava rannicchiata dentro una giacca di paillettes con le spalle imbottite. Sembrava un rospo venuto fuori dalla fogna.

«Disturbo?», aveva detto. «Non è che potreste darmi uno strappo all’ospedale? Se non vi scoccia, eh».
Siamo rimasti indecisi, io e il Mister; poi il Mister mi ha guardato, e il suo sguardo è andato oltre me, e anche oltre tutto ciò che c’era dietro. Ho scosso la testa, ma non sono sicuro che m’abbia visto farlo.
«Va bene», le ha detto lui.
È il Mister mica per niente. Non perde mai l’occasione.
«Grazie, tesoro», ha detto la donna.

Il bar aveva già chiuso. Ci siamo alzati, il Mister è andato di corsa verso la sua Peugeot, io sono salito dietro e la donna si è seduta davanti, poi siamo partiti. L’aria che veniva dai finestrini mi stropicciava la faccia. Era tutto così calmo e così materno che mi era venuto in mente di fare un urlo dal finestrino, ma non l’avevo fatto. La donna, col mento appuntito nascosto nel colletto della giacca, stava zitta e comoda sul sedile; c’era qualcosa in lei, nel suo profilo, nelle sue calze zebrate…

«Ma cosa ci vai a fare all’ospedale, a quest’ora?», le ha chiesto il Mister.
«Niente, abito lì, io. Ho appena finito di lavorare, faccio la dj al Velvet. Lo conoscete il Velvet?».
«Sì che lo conosciamo il Velvet», ho detto.
Il Mister teneva la strada abbastanza bene. La luna batteva tutta su di lui.
«Domani dove ti posso trovare?», ha poi rincarato.
«Al telefono», gli aveva risposto la donna.
«No, ma dico, sarai a casa?».
«No, non sto mai a casa. Però il telefono ce l’ho con me, sempre».
«No, ma dico, sarai a casa quando ti chiamo, domani sera?», insisteva il Mister.

E la donna aveva tirato fuori un proverbio, credo, in francese, ma noi non lo sappiamo il francese; quelle parole suonavano come una porta lasciata socchiusa.
Venti metri dopo il Mister ha accostato la macchina, è sceso e ha vomitato appoggiato a un paletto, a bordo strada, due dita in gola, si sentiva il vomito scrosciare per terra. La donna si è preoccupata di aver detto qualcosa di male, così le ho messo una mano sulla spalla, lei si è girata, e io ho tolto subito la mano; abbiamo aspettato che il Mister tornasse, poi mi sono messo al volante e la donna è passata dietro, e il Mister, come nuovo, è salito nel posto del passeggero. Sembrava che ci fossimo scalati nei ruoli a pallavolo.

Arrivati sotto l’ospedale, la donna ha indicato dove svoltare per raggiungere casa sua. Le serrande scendevano sbilenche sulle finestre e la vernice scrostata lasciava la casa nel grigio. Ho spento la Peugeot e la donna ha aperto la portiera, ma il Mister l’ha fermata, al volo, parlando da Mister:

«T’accompagno?», le ha chiesto.
«Oui!», ha detto la donna.

Sono scesi e via. Sono andati là, al pianerottolo, davanti al portone, a parlare, sotto un portico pieno di chiazze bianche che bucavano il buio.
Ho aspettato con le mani sul volante. Sopra il cruscotto c’era il cielo dell’ospedale, tutte quelle finestre simmetriche e le antenne che solleticavano i piedi alle stelle. I minuti passavano e il Mister non tornava, e non succedeva niente. Con un braccio, fuori dal finestrino, muovevo l’aria e stavo bene. Era un momento che sarebbe potuto non finire mai. Era una solitudine diversa, meno cattiva, c’era serenità. Poi il Mister è tornato.

«Rimango a dormire qui. La macchina parcheggiala alla stazione, le chiavi mettile sotto il vaso dei gerani. Ok?»

Era infuocato, il Mister, c’aveva gli occhi rossi come i cavalli. È fatto così, lui, non gli frega niente degli orari, di lavorare, neanche della sua morosa gli frega. Lui va avanti sempre: è uno che tira dritto al semaforo rosso per prendere il rosso anche a quello dopo.

«Ok?», mi chiedeva.
Io ho detto «Ok», e lui è tornato dalla donna. Li ho guardati entrare in casa, ho messo in moto la Peugeot e sono tornato alla stazione. Ho parcheggiato, sono sceso.
Non c’è nessuno, il bar è chiuso, niente treni. Nascondo le chiavi sotto il vaso di gerani. Non ho sonno, non ho voglia di andare a casa. Non lo so.

Fluttuo leggero, come all’inizio di uno svenimento. Nel parcheggio c’è un gatto addormentato sul cofano di una macchina, sotto un lampione. Da una porta di vetro vedo l’interno della sala d’attesa: due uomini stesi sul pavimento, infagottati dentro gli stracci, dormono come bambini; stanchissimi, delle loro facce riesco a vedere solo le palpebre tonde e la bocca addormentata con la stessa rotondità.
A cosa corrisponde l’attesa di questi uomini?
Mele marce che nessuno raccoglie, statue ribaltate che potrebbero essere i nostri veri padri, perduti in un luogo di transito. Uomini che avrebbero tanto da raccontare, ma che non avranno mai divani in pelle e nipotini che li stanno a sentire. Uno un po’ trema, forse per i sogni.
Non ci entro nella sala d’attesa, non do fastidio e non faccio rumore. Sforzo tutto il mio desiderio, uso tutta la spinta che si può metter nella speranza, voglio che esista per davvero il sesto senso, o come si può chiamare, quel filo che unisce i pensieri, e magari è soltanto immaginario e giustificato dalle coincidenze… Ma se davvero esistesse, e un giorno rivelasse qualcosa di più grande, qualunque altra cosa che non sia la fine, allora saremmo tutti degli stronzi fortunati, dei cazzoni che non hanno saputo capire, nonostante l’universo si manifestasse in modo così potente.

Il presentimento, cazzo cos’è il presentimento, è tutto, è proprio tutto.

E sono ancora davanti alla porta che li guardo, quei due, ed ecco che arriva un tracagnotto e mi si pianta davanti. In testa ha una berretta che è più polvere che tessuto. Normalmente mi sarei allontanato, ma stavolta niente m’intimorisce. Lui ha tutta l’aria di voler dire qualcosa; infatti dice:

«Ce gl’hai cinquanta centesimi?».
Apro il portafoglio e glieli do, lui mi ringrazia ed entra nella sala d’attesa. E niente m’è costato.
Vado al sottopassaggio che porta ai binari, scendo gli scalini ed entro in un hangar sotterraneo fatto di pareti imbrattate, murales e scritte e volantini appiccicati, e il sottopassaggio adesso è mio, in particolare c’è una scritta che dice non dar tempo al tempo e a fianco un’altra, e uscimmo a riveder le stelle, della stessa calligrafia, la stessa mano, un artefice sconosciuto che ha imbrattato i muri per farsi leggere ed è il mio turno; piantato come un compasso, nel centro, giro su me stesso e i muri cominciano a girare con me, e l’idea di girare più forte mi fa sorridere, apro le braccia e chiudo gli occhi, e sento l’aria che entra dalle fessure della mia bocca, che è un ghigno nel vortice… Pazzo cretino che giochi a fare il romantico, sei disperato, è tutto quello che sai fare?

Sembra di esser venuti su dal centro della terra. Vicino alla panchina c’è un bidone circondato da un vento che va e torna indietro. Nessun treno in vista, solo ferraglia che si allunga ed entra nel buio, e poi chissà dove.
E chissà il Mister, come la vive questa notte. Quella donna aveva solo bisogno di un passaggio. Ha scelto l’uomo giusto, per non arrivare da nessuna parte.
Salto nel binario e cammino un po’, come un lento planare, sui sassi e sulle assi orizzontali, e provo la Nessuna Grande Emozione.
Caro binario, tutto il mio agitarmi è normale e un giorno finirà.

Luca Tosi

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