Io No

Esordisce oggi su Verde Mariafrancesca Murianni: cresciuta a Frascineto, per anni domiciliata a Roma eppure residente a Rimini. Dilettante per deformazione passionale e tragicomica per indole.
Illustrazione di Pink Lodge che non sappiamo più come definire, se scusarci, dissociarci o chiedergli di illustrare la nostra vita.
Mercoledì vi raccontiamo della serata al Minimum Lab.

Lui aveva visto la guerra. Io no.
Lui aveva sentito il fischio delle bombe cadere a pochi metri. Io no.
Lui aveva incontrato per le sue strade cadaveri di uomini donne bambini. Io no.
Nonostante queste differenze, lui mi amava. Io no.

Io lo guardavo come si guarda la prima margherita che incontri a febbraio.
Lo toccavo come si tocca il primo pane del mattino.
Lo aspettavo come si aspetta la sera dopo un giorno faticoso.
L’adoravo. Lui mi amava soltanto, come si è amato prima e come si potrà amare dopo.
Per me, non c’era un prima e non ci sarebbe stato un dopo.
Lui era l’inizio e la fine di ogni gesto.

C’era solo un problema: il suo gesto necessario era lanciare coltelli. E io ero il suo bersaglio da mancare. Giravamo tutta l’Italia, a volte l’Europa, siamo arrivati fino a Mosca e a Pechino.
Era un continuo disfare e rifare valigie, cercare di saltare meno pasti possibili e non avere paura, non avere paura.
I coltelli erano diventati il mio sogno e il mio incubo di ogni notte e di ogni mattina. Prima di addormentarmi, cercavo di costruire solo immagini idilliache per non ritrovarmi nel mezzo della notte a lanciare urla per un finale troppo tragico. Non riuscivo quasi mai nel mio intento.

Risposi di sì quella sera di otto anni fa alla domanda: vuoi essere la mia partner?
Partner? Sì, lo voglio. Voglio le passeggiate al chiaro di luna, un gelato bacio e stracciatella e figli e cucina nuova e frigo e tovaglie colorate e sabati al mare e in montagna.
Risposi di sì a voglio essere tua per tutta la vita, ad acrobazie a letto e baci dolci come l’uva e non fare rumore che svegli i bambini e attenzione che ho appena lavato i pavimenti.
Risposi di sì a non riesco a vivere senza si te, a quanto mi manchi?, a porto io il bimbo tu riposati un altro po’, a hai pagato la bolletta?, a ho comprato il salmone che ti piace così tanto.
Ho risposto di sì a una serie di domande e di risposte che ho formulato interamente nella mia testa, da sola e senza diritto di replica.

La realtà era un’altra.
Quella sera di otto anni fa risposi di sì a certo che voglio essere il tuo bersaglio da mancare, certo che voglio essere la tua compagna di lavoro e di viaggi infiniti e di lunghe mancanze e di brevi certezze.
Certo che voglio essere la tua valigia da riempire, il tuo vaso da annaffiare, le tue notti da consolare, i tuoi coltelli da affilare.

E accettai tutto. Alla domanda hai fiducia in me? io risposi sì, certo. Ho fiducia in te come non ne ho mai avuta in me stessa. Lo so che non sbagli un colpo, lo so che sei così bravo da riuscire a arrivare a sfiorare la mia pelle senza uccidermi. Cinque millimetri. No, che non mi ucciderai mai, lo so, sei troppo abile a lanciare coltelli e a non toccarmi. Certo che voglio essere la tua compagna.
Portami dove vuoi, ti farò da spaventapasseri per gli uccelli, da manichino per la vetrina, da sagoma per gli spari, da stella per i tuoi desideri, da luna per i tuoi viaggi.
Ma non abbandonarmi mai e non uccidermi, possibilmente.

Ed ecco a voi, Nadir il mago dei coltelli, il lanciatore più famoso al mondo con la sua inseparabile compagna Denise! Qui per voi per dimostrarvi quanto la vita sia fragile e sublime nello stesso tempo. Quanto basta poco ché una meraviglia si trasformi in orrore.
Silenzio assoluto, per favore. Silenzio assoluto.

Sono qui solo per te, ho le braccia e le gambe divaricate, sono attaccata a un cerchio che mi porterà a fare giravolte e a rimanere con la testa capovolta, il sangue dai miei piedi arriverà al mio naso, i miei pensieri saranno distorti, i miei occhi vedranno figure e ombre e le mie orecchie sentiranno sibili e fischi e fruscii e applausi e spero tanti applausi. Spero di sentirli tutti.
E i miei occhi vedono te di fronte che mi osservi e non ti muovi e hai in mano l’oggetto del tuo desiderio e lo lancerai verso di me che non smetto di adorarti, che non smetto di osservare il tuo polso fermo, il tuo petto in fuori, le tue gambe forti come un desiderio, i tuoi capelli porosi come pietra pomice. Acqua per il mio cuore rugoso. Strofina forte!

Primo lancio. Swooosh…sotto l’ascella destra, sì, precisa.
Il mio primo volo sull’altalena. Papà che mi spinge e mi riprende, mi dice su le gambe quando sei su, mettile giù quando sei giù. Su e giù su e giù, e non avrai bisogno di nessuno, neanche di me. No, io ho bisogno di aver bisogno di te.

Secondo lancio. Swooosh…sotto l’ascella sinistra.
Natale 1976, un regalo inaspettato, irricevibile. Mio padre e mia madre che litigano, schiaffo sul viso di mamma, papà piange, mamma urla, la carne si raffredda. Il regalo è rimasto impacchettato.

Terzo lancio. Swooosh… accanto alla coscia destra.
Esame di quinta elementare, Vieni, Denise, vieni a dire la poesia che sai a memoria davanti a tutta la classe, sei la più brava, la più brava di tutti.
No, non voglio, non me la ricordo. Dì quello che ti ricordi.
Mi sforzo per sbagliata tutta. Non mi avranno mai.

Quarto lancio. Swooosh… accanto alla coscia sinistra.
Bacio umido, bagnato. No, non mi piace. non mi piacciono i baci, sono pieni di saliva, mi devo pulire. Ma perché ne parlano tutti? Non lo faccio più. Arrivo, io sto in porta, va bene.

Quinto lancio. Swoosh… caviglia destra.
Il rossetto è troppo rosso, devo toglierne un po’, passami un fazzoletto di carta, no, quei tacchi sono troppo alti, non riesco a camminarci, come fai? Dai, che poi ci ridono dietro, togliti quel trucco, abbassa un po’ quella gonna, stiamo esagerando? Che dici?

Sesto lancio. Swoosh… caviglia sinistra.
Sì, ti amo, ti amerò per sempre, lo sai che nessuno e niente potrà dividerci. Come è possibile che finisca una cosa così bella? Ma no, dobbiamo crederci, non sarà qualche chilometro a spegnerci, io ti aspetto, ti aspetterò sempre, dovunque io sia dovunque tu sia.
Addio.

Settimo lancio. Swoosh… in mezzo alle gambe.
Faccio piano non ti preoccupare, ti faccio male? hai male? ti piace? ancora? lo rifacciamo? spostati un po’, sì così, vieni qui. non ti preoccupare, è normale, lo fanno tutti, perché non riesci? riproviamo? aspetta, aspettiamo cinque minuti.
Aspetta.

Ottavo lancio. Swooosh… orecchio destro.
Mai più, non berrò mai più, mamma mia che mal di testa, dai, smettila di ridere che mi sento peggio. No, stasera non esco, stasera divano pigiama e tisana, non ridere, mi gira ancora tutto, il mondo è davvero rotondo, abbiamo ballato tutta la notte e lo abbiamo girato tutto, ancora gira, ancora gira.

Nono lancio. Swooosh… orecchio sinistro.
Sì, certo, sono disponibile da subito, non ho paura degli orari continuati e posso lavorare anche sabato e festivi, sì, non c’è problema. Dove devo firmare? Dove devo firmare la mia condanna ai lavori forzati? Scherzo, mi piace molto questo lavoro e sono caratterialmente propensa al lavoro di gruppo, certo. Sì, inizio subito.
Agli ordini!

Decimo lancio. Swooosh… testa, capelli.
Nadir, sì, mio totem mio tabù, mio punto esclamativo, mia parentesi sinuosamente tonda, mio foglio bianco, mia tela, mio colore, mia penna, solo a te scrivo e le parole diventano così belle che fanno a gara col silenzio.

Basta basta basta
Adesso basta.
Domani me ne vado. Non posso più continuare questa vita che non è vita.

E’ un continuo giocare a nascondino con la morte.
E’ un quotidiano scappare via dalla paura del dolore, delle ferite, del sangue.
Lo adoro, credo di sì. Ma l’ho adorato di più e più intensamente.
Ora continuo a volerlo vedere felice ma non lo tocco più come il primo pane del mattino
Vado via. Ho deciso. Farò l’ultimo spettacolo domani alle nove ma sarà davvero l’ultimo.
E poi la valigia è già pronta e riuscirò a prendere il treno delle undici e mezzo, devo riuscirci.
Non so ancora cosa farò. Viaggerò di notte e penserò. I rumori mi daranno un consiglio. Tornare a casa dai miei genitori, no. Sarebbe come ammettere una sconfitta e non si ammette mai volentieri di essersi sbagliati. Loro me lo dicevano, non seguirlo, non stare al suo gioco, non rimanere lì impalata aspettando una coltellata. E non è neanche una coltellata alla schiena, come nei casi peggiori e vili. No, qui si tratta di aspettare la lama e guardarla mentre compie il suo tragitto lineare e sicuro. Guardare la punta di ciò che potrebbe ucciderti e attendere il suo arrivo a un millimetro da te, dal tuo seno, dalle tue gambe, dal tuo occhio.
Guardare la morte negli occhi, letterale.

Ma io adoravo il più grande lanciatore di coltelli e non ho mai avuto paura.
Fino ad oggi.
Fino a tre ore fa.
Poi, Swooosh…

La verità è che la consapevolezza di aver perso la sensazione dell’amore rende tristi.
Perché, quando si è innamorati, tutto assume un colore diverso e le facce delle persone sembrano tutte più belle e il mare è più blu e il cielo è più azzurro e la rosa è più rossa e gli amici sono più simpatici e la vita è più leggera e i coltelli sono più innocui.
Poi, Swooosh… arriva l’attimo che non aspettavi e il regalo che non volevi e capita che non lo adori più.
E ora come glielo dico? Meglio andare via muta e il gesto parlerà per me.
Lancerò un coltello in aria e trafiggerò i miei sogni e farò colare sangue per ridipingere il suo viso e lavargli la coscienza. (Ma come sto parlando? Cosa sto dicendo? Che cosa sto facendo?)

Non accetterà mai che io vada via. Lui mi ama e mi vuole vicino. Lui vuole avermi ancora come bersaglio.

Ultima notte insieme.
Appoggio il mio orecchio sul tuo cuore, Nadir, per non dimenticare la sua musica. Il mio indice tiene il tempo sulla tua spalla, tum tum-tum tum tum-tum tum…

Il giorno dopo.
Primo lancio, secondo lancio, terzo lancio…
BASTA!, urlo.
La sala è un sincrono di Oh!.
Nadir mi guarda. Rimane con il braccio in aria e il coltello in mano. Tutto si ferma.
E cade tutto in quel momento.
Cade l’altalena, il regalo non aperto, la rosa sfiorita, il primo bacio, la prima volta che non ho saputo fare l’amore. Cade tutto e non c’è modo di salvare nulla prima che tocchi le assi del palcoscenico.
Cado anche io.
Nadir no. Nadir è lì, in piedi, il coltello è il suo scudo, il suo ombrello sotto la pioggia.
Quando mi rialzo, dopo tre minuti, capisco che non l’adoro più. Non lo odio, no, odio la parte di me che vuole le passeggiate al chiaro di luna e due figli e il frigo nuovo e aspetta un attimo che il pavimento è ancora bagnato.
E’ colpa sua se non riesco più a vivere.
Maledetta la parte di me che continua a credere all’ovvio.
Io no.
Swoosh…!

Mariafrancesca Murianni

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