Trash Vague #1: Antropofagia (Claudia Grande)

trash ‹träš› s. ingl. (propr. «immondizia»), usato in ital. come agg. e s. m. – 1. agg. Di prodotto (libro, film, spettacolo televisivo e sim.) caratterizzato da cattivo gusto, volgarità, temi e soggetti scelti volutamente e con compiacimento per attirare il pubblico con quanto è scadente, di bassa lega, di infimo livello culturale. 2. s. m. Orientamento del gusto basato sul recupero, spesso compiaciuto e esibito, di tutto quanto è deteriore, di cattivo gusto, di pessima qualità culturale.

Cos’è il trash e perché ci affascina? Cosa ci rivela, il trash, sulle forme d’arte in cui si manifesta? Cosa ci rivela di noi stessi? È sadismo, il nostro, o puro divertimento? E dove sta la linea di demarcazione tra questi due? È un senso di superiorità, di controllo, di categorie estetiche ben strutturate, quello che deriviamo dal trash, o l’illusione di poter abbandonare totalmente l’ordine, le gerarchie e qualsiasi forma di potere? Possiamo dire che il trash sia una – piccola, isolata, ingabbiata – sorta di libertà assoluta?

Quello che possiamo fare e cercare di indagarlo in questa e nelle puntate future di Trash Vague: la rubrica che guarda il genere trash con gli occhi di un* amante disillus*; che cerca di catalogare le sue manifestazioni nella pop culture; che tenta di definirne i contorni. Non racconti trash, bensì racconti sul trash.

Oggi abbiamo con noi Claudia Grande e il suo Antropofagia, ovvero il trash declinato nei giochi televisivi. Il collage, se siete attenti, avrete già capito che è dell’inimitabile Claudia D’Angelo.  

“Make amusement all you wish. But choose with care. You are what you love. No? You are, completely and only, what you would die for without, as you say, the thinking twice. You, M. Hugh Steeply: you would die without thinking for what?”

David Foster Wallace, ‘Infinite Jest’, 1996

La terza concorrente è scomparsa dentro il cilindro a bocca larga chiamato “Buco Nero”.
Detto più semplicemente “il Buco”, non è che un tubo attraverso il quale i perdenti cadono, sebbene non si sappia in quale zona degli studi in via San Paolo della Croce 47 bis, 00184, Roma (RM), possa condurli; si sa, però, che nel 2014 un concorrente si è spaccato la schiena per un brutto atterraggio su di una superficie solida posta all’uscita del Buco, e ha poi fatto causa al “Truth or Dare Show” (la cui redazione, ad oggi, nega recisamente ogni responsabilità in merito all’infortunio occorso all’egregio sig. Bignami); più di tutto, si sa che precipitare dentro al Buco significa: hai perso tesoro di mamma, la partita è chiusa, vattene via. E tu, mestamente, bruscamente sconfitto come un bambino che si è pisciato addosso davanti a tutta la classe, te ne vai.
Remo non può fare a meno di pensarci: pensare a cosa potrebbe accadergli, se davvero dovesse andarsene, se dovesse abbandonare il palcoscenico così; poi rimugina sulla bocca del Buco, si sofferma sulla sua innaturale ampiezza, su quelle orribili ganasce che sembrano vibrare di eccitazione quando inghiottono l’ennesima preda; immagina quelle stesse ganasce attaccate a un lungo esofago di gomma, a sua volta terminante in un cassonetto, un fetido mondezzaio colmo di marciume vergogna disonore, dei fischi di un pubblico sempre meno capace di perdonare. Cadere nel Buco, lasciarsi fagocitare dall’ignoto implica, per assurdo, che tutti si ricorderanno di te. Ricorderanno il tuo nome e gli errori che hai commesso, perché il “Truth or Dare Show” è uno dei programmi più seguiti d’Italia, tanto da guadagnarsi il 27% di share ogni mercoledì sera: niente e nessuno, allora, potrà far dimenticare alla dolce Sabrina Brandimarte e al buco di culo dal quale tu e lei provenite – Carapelle Calvisio, uno dei posti più scarsamente popolati d’Abruzzo – il fatto che hai perso, hai sbagliato davanti agli abruzzesi e agli italiani tutti, i quali, lo ricordiamo, sono sempre più refrattari al perdono, e perdonare significa redimere, e redimere significa cancellare, donare ai peccatori un confortevole oblio, grazia non più concessa a Carapelle Calvisio ormai da tempo immemore e che di sicuro non concederanno a te, insignificante trentaduenne scapolo privo di sex-appeal: no, no, in certi casi non conviene rischiare; e Remo De Amicis lo sa fin troppo bene.
Al posto della concorrente di prima c’è un uomo stempiato dalla pelle olivastra, una specie di rigurgito di Ciociaria, strabordante e male abbronzato, a forma di Bob l’Aggiustatutto. Saluta il pubblico sorridendo forzatamente, e ha la fronte lucida, sebbene sia salito sul palco da appena dieci secondi. Remo lo guarda con attenzione, Remo guarda con attenzione ogni concorrente, perché l’unica cosa che può fare per non sparire nel Buco è costringere l’avversario alla resa: capire cosa pensa, e usare le cose che quello pensa a proprio favore; comportarsi, insomma, come ci si comporta a Carapelle Calvisio e nelle realtà provinciali che, in quanto a ossessione per l’altro da sé, per il chissà cosa passa per la testa a tutti coloro che non sono me, non hanno rivali – trattasi, nello specifico, di atavici chiodi fissi per lo straniero, colui che è nato a San Pio delle Camere o addirittura nell’esotica Grottammare e ha poi avuto l’ardire d’invaderci (del resto, ‘meglio la morte dentro casa che un marchigiano dietro alla porta’).
Il ciccione si aggiusta i polsini della camicia; poi ricambia lo sguardo di Remo, e Remo capisce che non è una persona complicata. Glielo legge negli occhi, paurosamente ingenui per la sua età, e trasparenti, che sembrano fatti di vetro. È uno facile da interpretare, di quelli che non hanno mai imparato a nascondersi: basterà avvolgergli i tentacoli attorno, strizzargli lentamente il cervello e succhiare sino all’ultima stilla di orrore che la sua amigdala boccheggiante avrà modo di sputare fuori. Sarà una partita semplice, pensa Remo, e subito si rimprovera per aver pensato: ogni onda cerebrale, nel “Truth or Dare Show”, può trasformarsi in un vantaggio per l’avversario; e accumulare svantaggi significa perdere: abbandonarsi a rimuginazioni che, nonostante la resistenza emotiva, portano a galla la parte più recondita dell’Es, è la cosa peggiore che si possa fare in un gioco simile – perlomeno quando l’avversario sceglie “Truth”. Quanto al “Dare”, le prove fisiche così catalogate, gli “Obblighi”, sembrerebbero autentico spettacolo, genuini, sanguinosi sfizi per le fauci sbavanti del pubblico; se si guarda oltre l’apparenza, però, ci si accorge che quelle prove, lungi dall’essere pastone per bestie, servono invece a destabilizzare i concorrenti, sospingendoli sull’orlo dell’errore: quando l’avversario sceglie “Dare”, conviene riflettere. E tenere accesa la spia dell’istinto.

I concorrenti si sistemano sulle rispettive poltroncine, piazzate su altrettanti Buchi Neri; come da regolamento, entrambi indossano un casco e una moltitudine sfrigolante di elettrodi.
«Ecco il nostro quarto e ultimo sfidante, il signor Alfredo Spaziani da Frosinone! Facciamo un bell’applauso per Alfredo, avanti!»
Il pubblico risponde agli ordini di Gigi Draghi, e tutto quanto si fa scroscio di palmi e fischi di gioia. Remo si era quasi scordato di Gigi, il famosissimo Gigi Draghi, almeno prima di udire la sua voce baritonale che squassa le pareti dello studio: è uno dei conduttori più in voga nel panorama televisivo italiano, giunto alla ribalta a seguito del matrimonio con l’americanissima Sheila McGrath, ereditiera miliardaria che, insieme a lui, fa presenza fissa sulle copertine delle riviste scandalistiche; a Remo non piace Gigi, perché vede ciò che Gigi nasconde dietro il volto plastificato dalla cocaina, bruciato dalle lampade, e ogni volta che guarda scopre un nuovo pezzetto di sporco – abulia latente, una serie di nevrosi represse, risentimento. Risentimento, il più delle volte: nei conforti di Remo, degli altri giocatori e di quella massa bovina e informe che si sbraccia davanti alle telecamere mendicando uno sprazzo di notorietà. Gigi Draghi è uno come tanti, pensa Remo, perché il suo risentimento deriva dalla frustrazione e tutti, chi più chi meno, ce ne siamo lasciati abbrutire; eppure, a Remo non danno fastidio gli uomini come tanti, non è questo che sente quando ci pensa e sente di essere arrabbiato con loro: piuttosto, non tollera che un uomo come tanti sia coperto di denaro e sonante ammirazione. Un simile trattamento dovrebbe essere riservato alle persone speciali, e Gigi Draghi speciale non lo è. Sabrina Brandimarte, invece, sì.
«Bene Alfredo, parlaci un po’ della tua Frosinone. Com’è? Bella?»
«La città più bella del mondo, Gigi!»
«Frosinone caput mundi, ahahah! E che mi dici, sei pronto a vedertela con Remo?»
«Gli faccio il culo a strisce a ‘sto secco!»
«Wowwowwow, che lingua lunga il nostro Alfredo!»
Remo spazza via Sabrina dalla testa. La voce di Alfredo è tesa come i suoi untissimi muscoli facciali: non lo regge lo stress, ma deve fare il gradasso, ché altrimenti a Frosinone gli daranno del frocio. Gigi Draghi fa un cenno a qualche cameraman o tecnico, e la schermata che si staglia alle sue spalle, di fronte al pubblico, su cui campeggia la scritta luminosa “Truth or Dare Show”, viene sostituita con la consueta schermata nera dove sono trasmesse le onde cerebrali dei concorrenti: il casco e gli elettrodi che Remo e Alfredo indossano sono collegati a una sorta di cassone che Gigi chiama “Spremitore di Bugie” – secondo le cosiddette “Specifiche tecniche dettagliate comprensibili per il pubblico”, ossia spiegazioni para-oggettive gentilmente offerte da Gigi nella prima puntata del “Truth or Dare Show”, lo Spremitore di Bugie, prodigio partorito dalle più fini menti del panorama scientifico italiano, sarebbe un dispositivo elettronico, una sorta di macchina della verità atta a monitorare le sinapsi dei concorrenti tramite una tecnologia “molto più sofisticata e all’avanguardia di quella di Law&Order”, in grado di determinare, in ultima istanza, se un giocatore stia mentendo o meno.
«Allora, incominciamo. La parola allo sfidante: cosa scegli, Alfredo? Truth o dare
Remo abbassa il capo. Fissa la punta delle sue Nike Air Max iridescenti, l’unico vizio che si sia mai concesso in trentadue, interminabili anni di vita, oltre all’osservazione metodica del culo di Sabrina quando faceva ginnastica nel cortile del loro vecchio liceo. Sa che Alfredo sta per scegliere “Verità”: ha notato che i concorrenti insicuri, quelli che tendono a scivolare nel panico, scelgono questo in prima battuta, trovando meno impegnativa una domanda casuale, formulata per rompere il ghiaccio, piuttosto che partire in quinta con un obbligo tranciante.
«Truth».
Remo non può fare a meno di sorridere, poi di rimproverarsi per essersi lasciato sfuggire quel sorriso: potrebbe costituire un vantaggio, qualora letto a dovere. Per fortuna, Alfredo non ha l’accortezza di decifrare la mimica facciale dell’avversario; preferisce schioccare un bacio nell’aria, forse indirizzato a un’altrettanto grassa consorte, che Remo immagina mollemente accoccolata sul divano del salotto come un enorme persiano da appartamento. Vorrebbe tirare un sospiro, ma non può concedersi altri errori: deve azzerare emozioni, sentimenti, pensieri egoriferiti, deve staccare la spina dell’autocoscienza e concentrarsi soltanto su Alfredo. Avvolgere i tentacoli attorno a lui, al suo cervello e, avidamente, succhiare.
«Vuoi testare il nostro Spremitore, eh? Benissimo. Hai già una domanda per il campione? O ti servono sessanta secondi?»
«Ce l’ho, ce l’ho. Mi hai preso per una testa di cazzo?»
«Signor Spaziani, siamo pur sempre in prima serata e…»
«Ti sei mai fatto una scopata o no?», sbotta Alfredo bypassando Gigi Draghi per colpire Remo in pieno petto. Remo incassa, serra le labbra. Sente un vago bruciore nelle tempie. Alfredo non è soltanto una persona ordinaria, di quelle che scelgono “Verità” in prima battuta e non sanno articolare una strategia di gioco sensata, ma è anche imbecille al punto di aver sprecato una mossa per stuzzicare il pubblico, che infatti ride, applaude, fischia, mentre il ciccione si profonde in inchini ostacolati dalla prominenza dell’adipe; del resto, non c’è nulla di più semplice che prendersela con quelli come Remo: Remo è troppo basso, troppo magro, torturato da un’infezione acneica che non lo abbandona sin da quando aveva tredici anni. Vive con i suoi genitori, nonostante gli introiti garantiti dalla partecipazione al “Truth or Dare Show” e dalle ospitate televisive che ne sono conseguite. Non ha una fidanzata, lo ha dichiarato più volte ai giornalisti che si sono premurati di chiederglielo; non ne ha mai avuta una, e questo lo hanno desunto i giornalisti in via del tutto autonoma: hanno scavato nel miserevole passato di Remo, che Carapelle Calvisio custodisce non proprio gelosamente, traendo le debite conclusioni.
Il pubblico tace: non per rispetto, ma per insopprimibile disagio.
Gigi Draghi sorride di un sorriso imbalsamato.
Alfredo sghignazza, coprendosi la bocca con la mano destra. È andato sul sicuro: ha sfruttato le informazioni che possedeva per offendere Remo, sperando di comprometterne le prestazioni; ma quel che Alfredo non sa è che Remo non si offende. Non più. Ha sviluppato un’abnegazione coriacea, che gli ha permesso di non impazzire quando i compagni di scuola lo pestavano a sangue negli spogliatoi del Liceo Scientifico di Penne; e tutto questo lo ha reso impermeabile al giudizio degli altri, poi all’odio per se stesso, che un tempo gli perforava gola, esofago, polmoni come la punta di un trapano.
Remo non è più quello di una volta: Remo è cambiato.
È uno forte, adesso. E può dimostrarlo.
«No, nessuna», risponde, senza esternare il minimo cedimento.
Gigi Draghi, piuttosto imbarazzato, si volta verso lo schermo per controllare le onde cerebrali di Remo: sta dicendo la verità. Nessuna bugia, nessun errore, nessun perdente: è così che funziona.
«Beh…», mormora Gigi, «come… come diceva il buon Kurt Cobain, nessuno muore vergine. La vita prima o poi ci fotte tutti quanti! Eh-eh-eh».
Remo si morde le labbra, quasi le strappa con gli incisivi, mentre Alfredo sporge goffamente il busto dalla poltrona, gesticolando in direzione di Gigi.
«Ehi Gigi, mi vedi?», brontola Alfredo. «Non ho sentito niente. Parla più forte!»
Voceeeeeeee, protesta il pubblico, ingiustamente estromesso dallo scambio di battute.
«Pri… Primo buco nell’acqua per il simpatico Alfredo! È il turno del nostro, impareggiabile Reeemooo De Amiciiis
Applausi, grida, euforia incontrollata come da copione. Remo è l’unico giocatore a essere rimasto campione in carica per ben trecentosessantadue giorni consecutivi; i vicini di casa (che Remo cordialmente detesta) lo chiamano “la sfinge di Carapelle Calvisio” per l’imperscrutabilità del suo volto – caratteristica denotante, secondo gli stessi vicini, un certo grado di psicopatia: totale incapacità di provare rimorso/immedesimazione per le sofferenze arrecate agli altri, con i sentimenti degli altri; e tutto questo ai vicini ricorda una vicenda di cronaca nera in cui la presunta assassina si era guadagnata lo stesso identico nomignolo per le stesse identiche (psicosomatiche) ragioni. Il che ha dell’inquietante, secondo Remo, inquietante frammisto a grottesco; ma non riesce a confessarlo ai suoi genitori. Non vuole dare loro dei dispiaceri, che poi lui non farebbe del male a nessuno. Non di proposito.
«Come saprete, essendo l’ultimo mercoledì dell’anno, se Remo uscirà vincente anche da questa puntata si aggiudicherà il montepremi di cinquecentomila euro. Oggi, il nostro Remo ha eliminato tre concorrenti; mancherebbe il quarto per chiudere in bellezza la serata, il signor Alfredo Spaziani. Ogni mossa del campione, a questo punto, diventa cruciale. Sei teso, Remo?»
«Un pochino, sì».
«Dicono che non sembri mai preoccupato».
«Infatti! Potrebbe ammazzare un cristiano, quello là, e avrebbe sempre la stessa faccia!», borbotta Alfredo.
«Un’affermazione azzardata, ma…»
«Mi vedi, Gigi? La vedi, questa faccia qui? Questa è la faccia di uno normale. Quello là, invece, è matto come una scimmia. E pericoloso, anche. Te lo assicuro».
Gigi Draghi fa partire un applauso per stemperare la tensione.
Remo si allenta il colletto della camicia.
«Cosa rispondi al nostro sfidante?»
«La mia faccia non ha niente che non va. È solo… una maschera, Gigi. Strategia».
«Una maschera? Non ci starai raccontando delle bugie? Guarda che lo Spremitore se ne accorge, eh-eh-eh».
«No, no, certo che no; io… volevo… quello che volevo dire è… sono un essere umano. Come tutti voi».
Gigi Draghi si finge commosso, asciugandosi gli occhi a favore di camera; poi torna a rivolgersi al suo beniamino.
«Bellissime parole. Ma dicci una cosa: che farai con il montepremi, se dovessi vincere?»
Remo deglutisce, si torce le dita.
Non pronunciare il suo nome, pensa.
Non. Nominare. Sabrina Brandimarte.
«Io… beh… li userò per rendere felice una persona».
«È una ragazza, questa persona?», dice Gigi. Strizza l’occhio con entusiasmo complice.
«Preferirei non rispondere», mormora Remo.
Ululati di disapprovazione si levano feroci dagli spalti.
«Ehi, ehi, state buoni! Buoni! Basta distrarre il campione. Torniamo alla nostra partita. Cosa scegli, Remo?»
«Truth».
Boato del pubblico, sempre meno addomesticabile. Wowwowwow di Gigi Draghi.
Remo inspira ed espira profondamente. Sa che copiare la prima mossa indurrà il ciccione a credere che l’avversario voglia imitarne la (inesistente) strategia; quindi, Alfredo non potrà fare a meno di abbassare la guardia, una volta convintosi della propria superiorità intellettuale: come previsto, infatti, mugugna un limortaccitua e scuote la testa, quasi a dire: ma con che razza di bastardo mentecatto mi state facendo gareggiare?
«Benissimo! Hai già pronta una domanda o…»
«Hai mai sofferto di disturbi alimentari? Bulimia, anoressia. Mangiare smodatamente. Rischiare l’infarto per i chili di troppo, eppure continuare a mangiare?».
Il colpo si abbatte sul viso di Alfredo prima ancora che sul suo cervello, e i rozzi tratti sembrano sciogliersi, rimescolarsi tra loro. Remo sa che la risposta è “vero”, la grida di per sé la stazza di Alfredo; ma sa che Alfredo faticherà a rispondere: certo, risponderà “vero”, perché quella domanda non implica una rivelazione scomoda al punto da indurlo a mentire; tuttavia, Alfredo si vedrà costretto a scoprire una parte di sé molto fragile, che la sua grassa consorte, probabilmente, nemmeno conosce, e che i suoi compari di Frosinone derideranno nei mesi e negli anni a venire, e forse per sempre, per tutta la vita; e figurarsi tutto questo – il chiacchiericcio esondante da un segreto che poi tanto segreto non è, ma di cui Alfredo non parla per non passare da femminella – lo getterà in uno stato di agitazione tale che la sua seconda mossa si rivelerà una solenne cazzata.
«Ve-vero. Io… le abbuffate natalizie, sì. Tutta colpa del Natale».
«Giusto! Buco nell’acqua anche per il nostro Remo! Ahi-ahi-ahi Remo, starai mica perdendo colpi?», scherza Gigi, ben sapendo che Remo utilizza prima e seconda mossa per intrigare il pubblico, o comunque per apparire tutto sommato innocuo, accentuando col suo contegno le già piuttosto calcate sembianze di perdente. Quanto alla terza mossa, invece, Remo riesce a caricarla di un piglio distruttivo tale da costringere l’avversario alla resa: la terza mossa di Remo è sempre quella buona, e lo è stata sin dal match con cui si è conquistato il titolo di campione.
«La palla torna ad Alfredo; ma prima di scoprire cosa combinerà il nostro ospite, vi lascio alla pubblicitààà
Uno stuolo di ballerine seminude, coperte di lustrini e piume come pavoni con mastoplastica additiva, si agita furiosamente a poca distanza dai concorrenti, offrendo i seni all’appetito del pubblico maschile. Gigi Draghi si allontana dalla postazione, dando addosso alle truccatrici per avergli spalmato un fondotinta di mezzo tono più scuro del solito («Guendalina, porca puttana, non lo vedi che sono arancione? Sono arancione, porco cazzo! Sei una stracazzo di daltonica del cazzo!»); poi si precipita verso il bagno, scortato da una bionda con enormi occhiali da sole e la noia stampata in faccia che deve essere Sheila McGrath. Remo guarda Alfredo: si è calmato. Le natiche delle ballerine hanno sortito su di lui un miracoloso effetto ristoratore. Peccato. Dovrà riconquistarsi il suo vantaggio. Dopo qualche minuto, mentre Remo sta ponderando la prossima stoccata, Gigi irrompe sul palco, tossendo e tirando rumorosamente su col naso. Le ballerine frullano via in un turbinio di lustrini, cedendogli il passo.
«Cari amici e care amiche, eccoci tornati al “Truth or Dare Show”! I nostri Remo e Alfredo stanno già facendo scintille! Alfredo, hai preso una decisione? Obbligo o verità?»
Alfredo potrebbe scegliere “Truth”, suggerendo così al pubblico che la domanda di prima non lo ha messo in difficoltà, e che anzi è disposto a tollerare tutte le domande più o meno imbarazzanti che Remo vorrà sottoporgli; ma potrebbe anche optare per “Dare”, nel caso in cui preferisca allontanarsi dalla zona-pericolo della verità, che già lo ha fatto vacillare una volta. In genere, i concorrenti si sentono meno liberi di azzardare in seconda battuta; quindi, Remo conclude che Alfredo sceglierà “Dare”: potrà rilassarsi, a quel punto. E, finalmente, pensare.
«Dare. Chiedo sessanta secondi per formulare l’obbligo».
Gigi Draghi fa partire il countdown, scandito da una clessidra digitale; e mentre il tempo scorre in avanti, mentre i secondi scivolano sul vetro della clessidra come gocce di mercurio, Remo torna indietro, percorre il sentiero della sua triste vita fino all’origine di tutto, il giorno in cui quel tutto gli è sembrato meno triste, precisamente il 13 settembre 2002, quando ha incontrato la sola persona che consideri davvero speciale: Sabrina Brandimarte. Si era appena trasferita nella sezione B del Liceo Scientifico di Penne, la sezione di Remo; e subito gli aveva regalato un sorriso. Tu mi cambierai la vita, aveva pensato Remo, spiando Sabrina dal suo banco in ultima fila, e adesso, a distanza di diciassette anni, sa di aver avuto ragione: la sua vita, in effetti, è cambiata dopo Sabrina, per Sabrina; si è trasformata in qualcos’altro, qualcosa di oscuro e multiforme, come una grossa macchia di Rorschach che Remo non riesce a interpretare.
«Sei pronto, Alfredo?»
«Sì, Gigi. Remo deve ballare ‘YMCA’. In mutande».
Latrati di eccitazione riempiono disordinati la sala.
«Beh Remo, devo farti la domanda di rito: vuoi sottoporti all’obbligo di Alfredo o abbandonare la partita?»
Mentre la sua bocca si apre e Remo sussurra un “accetto”, mentre Gigi Draghi urla musicamaestrooo e chiama in soccorso le veline, e le veline accorrono a frotte per aiutare la vittima designata a sfilare casco, elettrodi, vestiti, mentre le note di ‘YMCA’ rimbombano nello studio, sempre più forti, sempre più alte, coinvolgendo il pubblico, inneggiando chiassose al sacrificio imminente, Remo sistema le mutande, guarda dritto davanti a sé e si scherma dietro a un ricordo: Sabrina. È per Sabrina che affronta il calvario del “Truth or Dare Show”, perché quando si sveglierà dal coma lui sarà lì accanto a sostenerla. Pagherà i migliori chirurghi plastici per ricostruire il suo viso, a costo di sopportare la morbosità della folla, l’angoscia che gli stritola le budella ogni qualvolta mette piede sul palco e poi il terrore – sì, terrore: la cieca, lancinante paura che esala a tratti dal Buco Nero, antagonista dell’unica chance di redenzione che il destino abbia inteso concedergli: il 27% degli spettatori, imbambolati davanti al teleschermo, potrà dissezionare il corpo del campione, il cadavere danzante di Remo De Amicis; potrà gongolare davanti a quelle membra disgraziate, consolatorie nella loro cruda imperfezione, deridere lo scheletro che preme sotto la pelle coperta di sfoghi, di cui Remo si vergogna perché lo fanno somigliare a un lebbroso – o almeno così dicevano i suoi compagni di classe prima di abbandonarsi all’ennesimo pestaggio –, e quel 27%, la fetta di barbara umanità che ha plasmato a sua immagine il palinsesto televisivo, metterà Remo alla gogna così come Carapelle Calvisio, così come farà pure l’Italia intera dopo che il video della performance sarà diventato virale, ma Remo balla e balla e non si ferma, e mentre balla caccia indietro l’angoscia, il sapore del sangue che ancora gli sporca il palato, e pensa a Sabrina, alla nuova vita che potrebbe regalarle se riuscisse a vincere quel cazzo di montepremi, se mettesse a posto la sua, di vita, rendendola meno dolorosa. Più tollerabile.
Remo esegue l’obbligo: è salvo.
Indossa casco ed elettrodi. Sceglie obbligo a sua volta.
È confuso, agitato; spera che Alfredo non scelga “Truth”, quando sarà il suo turno: non può sottoporsi alla macchina della verità ridotto in quelle condizioni. Ne morirebbe.
Chiude gli occhi per qualche istante; li riapre.
Deve, deve vendicarsi.
(Vendetta? La vendetta è un impulso. Bisogna reprimerlo.)
Si vendica.
(Bisogna soffocarli, gli impulsi. Strapparli via come l’erba cattiva.)
Costringe Alfredo a immolarsi dinnanzi alle stesse bestie che hanno divorato il suo corpo, e che possono smembrare corpi a centinaia di migliaia senza saziarsi mai. Hanno sempre fame, le bestie, e questo a Remo fa gioco. Al ciccione un po’ meno: lui non ha Sabrina. Non ha niente che possa proteggerlo. Ha soltanto una moglie grassa e brutta, accoccolata sul divano in un orrido appartamento alla merdosa periferia di Frosinone: certe cose non ti proteggono. Certe cose ti portano a fondo con loro.
(Hai ceduto all’impulso. Hai scelto la debolezza.)
Alfredo si spoglia, balla; esegue l’obbligo, ma è stremato.
Si riveste. A stento riesce a stare seduto sulla poltrona.
Indossa casco ed elettrodi anche lui; chiede un bicchiere d’acqua. Beve.
È la sua terza mossa, l’ultima mossa di Alfredo; poi sarà il turno di Remo, e la terza mossa di Remo, si sa, è sempre quella buona.
(Che sapore ha la tua sciocca, ridicola, inescusabile debolezza?)
Dopo i canonici sessanta secondi, Alfredo sceglie verità; ma non sembra lucido mentre biascica quelle sei, stupidissime lettere che adesso gli fanno tanta paura. Soffre. È una preda destinata al macello.
Remo si sistema sulla poltrona, tenendo Alfredo sotto tiro con lo sguardo.
(Sapore di rivalsa: affrancazione dal sopruso. Questo non è mai un errore.)
Aspetta la domanda, e intanto si concentra sulla prossima mossa: deve vincere.
(Rivalsa, disequilibrio delle parti: vittoria del più forte. Io sono il più forte. Vincerò.)
Ha un bisogno disperato di quei soldi, per se stesso come per Sabrina. Per quel viso rossastro, informe, che ormai sembra una Big-Babol masticata.
(Pensa, Remo. Pensa. Obbligo o verità? Cosa potrebbe fargli più male?)
Non lo so.
Non ho mai fatto del male a nessuno, io.

(Primo errore. Secondo, innegabile tentennamento.)
È lui che ha scelto di partecipare. Non è colpa mia se soffre.
(Perché sto pensando a queste cose? Non devo pensarci. Non devo pensare. Staccare la spina, mantenere il controllo. Disciplina, disciplina, controllo.)
È lei che ha scelto di venire a passeggio con me, quella mattina.
Non è colpa mia, se soffre. Non è stata colpa mia.
(Secondo errore. Quasi terzo.)
Remo chiude gli occhi. Si asciuga la fronte con le maniche della camicia.
Gigi Draghi invita Alfredo a formulare una domanda per ilcaaampioneincaricaaa.
Alfredo boccheggia; cerca un paio di occhi amici nella folla.
Remo serra i denti. Trattiene il respiro.
Ci sta provando, a resistere; ma non può fare a meno di pensare.
Gigi Draghi blatera una battuta che Remo non capisce. Concede ad Alfredo qualche secondo per riprendersi; lo invita nuovamente a formulare la domanda. Tutti quanti tacciono, al “Truth or Dare Show” – Remo, Alfredo, Gigi Draghi, persino il pubblico; e il presente sembra come sospeso sulla bocca del Buco Nero.
«Tu, quella faccia… Hai… hai mai fatto del male a qualcuno?», dice Alfredo, e mentre lo dice quasi piange. Ha sparato la prima stronzata che gli è passata per la testa ed è assolutamente certo di perdere.
Remo apre gli occhi. Guarda Alfredo per un istante di troppo (terzo errore), poi si sofferma su Gigi (quarto errore).
Un tremito scuote la palpebra destra del campione.
Non di proposito, pensa Remo. Non l’ho fatto di proposito.
(Quinto errore.)
«Ehi Remo, hai capito la domanda?», dice Gigi. La sua voce è lontana e ovattata.
Remo non parla.
Non devi pensare, pensa.
(Sesto errore.)
Sabrina che viene a passeggio con lui in mezzo ai boschi.
Non devi pensare.
(Settimo errore.)
È stato un incidente. Non potevo prevederlo.
Non devi pensare, non devi pensare, non devi pensare.
(Immagini fuori fuoco.)
Remo che chiacchiera, fa battute per mettere Sabrina a suo agio. Cammina. Camminano insieme: sono vicini, Remo e Sabrina. Remo non è mai stato così vicino a una ragazza. Si arrampicano su di una piccola altura; sudano un po’. Remo si toglie la maglia. Se vuoi puoi toglierla anche tu, dice.
(Ottavo errore.)
«Remo? Mi senti? Devi rispondere alla domanda! Il tempo scorre, non ti resta molto».
Non mi resta molto. Ho capito, Gigi. Grazie. Grazie mille.
Sabrina che guarda Remo. All’inizio non parla; soltanto, guarda.
Gigi Draghi scuote una mano davanti agli occhi di Remo.
«Vuoi… ti serve dell’acqua?»
Avrebbe potuto starsene zitta, pensa Remo. Non è stata colpa mia.
«Qualcuno mi porti dell’acqua. Subito».
Il ciccione ride.
Sta ridendo davvero? Sta ridendo di me?
«È tutto ok, Remo. Guendalina è andata a prendere un po’ d’acqua.»
Cosa ridi, maledetto ciccione. Cosa cazzo c’è da ridere.
(Ottavo errore. Forse nono. Non lo so più.)
Cosa c’è da ridere, Sabrina?
Niente.
Sabrina che ride e dice “niente”.
(Decimo errore.)
Non devi pensare.
«Ecco, bevi», dice Gigi. «Mancano dieci secondi. Soltanto dieci secondi!»
(Nove secondi, adesso.)
Sabrina che ride di Remo.
(Otto secondi.)
Sabrina che guarda Remo e poi dice “niente”.
(Sette secondi.)
Remo che guarda Sabrina e poi guarda il proprio corpo, le ginocchia ossute, le pustole che coprono ogni centimetro della pelle, non ci hanno lasciato niente queste cazzo di pustole, visto Sabrina?, nemmeno uno spazio vuoto, nemmeno un puntino bianco nella gigantesca macchia nera che sto diventando.
(Sei secondi.)
Remo che abbassa lo sguardo.
Non devi pensare.
Nessuno fiata.
Silenzio.
Silenzio! Incredibile.
Non è incredibile, a volte, il silenzio?
(Cinque secondi.)
Remo che avanza di un passo.
Sabrina che dice “che vuoi?”
Niente Sabrina. Non voglio niente.
(Quattro secondi.)
Gigi Draghi porta una mano alla fronte.
Le ballerine stanno ferme al loro posto, come tanti bei busti di marmo.
Sheila McGrath è sgattaiolata vicino a uno dei cameraman, sussurrandogli qualcosa all’orecchio. «Come hai detto?», dice il cameraman; poi stringe l’obiettivo su Remo.
(Tre secondi.)
Ho detto niente, Sabrina. Da te non voglio un bel cazzo di niente.
Va bene Remo; stai calmo, però. Guardami negli occhi. Sei calmo?
(Due secondi.)
Sono calmo. Posso ancora recuperare.
«Puoi recuperare, Remo; puoi ancora cambiare le cose!», dice Gigi.
Stai calmo.
Sei calmo, Remo? Non mi piace quando mi guardi così.
(Un secondo.)
La faccia di Sabrina che si spappola contro un masso. Truth.
(Un secondo.)
La faccia di Sabrina che si spappola contro un masso. Dare.
(Un secondo.)
Sono calmo, calmo, CALMISSIMO.
(L’istante più lungo del mondo.)
Sabrina che respira. Respira: non è morta. Non ancora.
«Puoi ancora cambiare le cose!», dice la voce di Gigi.
Remo che chiama i soccorsi col numero anonimo; poi scappa via.
(Stai calmo.)
La faccia di Sabrina che si apre – osso frontale, osso etmoide, osso nasale. Remo ha imparato i nomi delle ossa durante le lezioni di scienze, ma non le aveva mai viste da vicino. Non prima di quel giorno.
Non lo aveva mai visto, il bianco delle ossa di Sabrina.
(Stai calmo.)
Il bianco delle ossa di Sabrina.
(Sono calmo.)
Il bianco delle ossa di Sabrina.
Sono calmo?
Il bianco delle ossa.
Bianco, ossa.
Bianco, ossa.
Bianco.
Bianco.
Bianco.

Buco Nero.

Claudia Grande

One thought on “Trash Vague #1: Antropofagia (Claudia Grande)

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