La Mucca Esplosa

Lino Banfi alla Commissione italiana per l’UNESCO. E subito Verde Rivista patrimonio dell’umanità. Gran colpo di coda del Ramses-Commissario in una settimana che si preannunciava fiacchina. Stiamo comunque schisci ché abbiamo promesso al Capitan Frau di fare rivista come si deve, per un po’ almeno. Non si registrano incidenti da circa quattro giorni. Bene così.

Oggi abbiamo un esordio. Beatrice Galluzzi è laureata in “Comunicazione in Società della Globalizzazione”, ma per vivere realizza complementi d’arredo e lavora part-time in una libreria. Ha scritto a più mani “Il repertorio dei matti della città di Livorno” (Marcos y Marcos) curato da Paolo Nori. È arrivata due volte finalista al Giallo Mondadori, ed è organizzatrice del festival letterario “Scrittrice in noir”. È co-redattrice del blog Donne Difettose. Ne La Mucca Esplosa, il protagonista è un ducetto di cantiere che però ha tutte le fattezze e le movenze del real O.G. Mentre la mucca, be’ la mucca…

L’illustrazione è di Laura Fortin

Camminare per le strade di Fiumicino vuol dire tornare negli anni ’50, quando l’incuria e il sovrappeso erano segni indubbi di buona salute. Le sue vie sono ingombre di culi informi, di uomini e di donne, che ancheggiano spingendo carrelli della spesa con le ruote sbilenche; di cosce molli, di anziani e di badanti, che si sfregano imitando l’andatura del bastardo pulcioso che si portano appresso; di capelli unti, di adolescenti e di ragazze madri, che si dividono in ciocche, e cadono spossati su spalle già stanche della vita. Questo carosello porta avanti la sua bontà con sfrontatezza, ignorando i cambiamenti, l’inevitabile progresso, e la prossimità di un aeroporto internazionale, presupposti che indurrebbero chiunque ad adeguarsi a uno stile vita moderno. E invece, no.
Fiumicino. Il suo nome suona come un fiume piccino, e invece è una vera e propria città che padroneggia fieramente sulla foce del Tevere, facendo leva su tutto il sudiciume, i detriti, le carcasse e la tossicità di Roma. I suoi abitanti sono i bimbi di Peter Pan: vivono su un’isola che in teoria non ci dovrebbe essere – perché abusiva – e invece c’è. E agli incroci, di qua e di là, si estende a perdita d’occhio l’architettura sfatta di case tirate su in un giorno, e poi dismesse; scheletri di cemento saccheggiati come macerie residue di una guerra; intonaci colati che paiono visi tristi, che non hanno mai smesso di piangere le loro lacrime.
Questa polimorfa cittadina si divide tra le due sponde del fiume lungo le quali, per qualche chilometro prima di arrivare al mare, tra canne di fiume ed erbacce, si innalzano cantieri nautici pullulanti di operai. La maggior parte di questi luoghi di lavoro è gestito da ex-manovali che hanno fatto carriera nel settore, riparando barcarole mezze sbilenche attraccate al porto e che, arrivati alla soglia dei quarant’anni, sono stati promossi a gestire un ufficio, con una ventina di operai come sottoposti.
Spesso, per via del loro aspetto rude e il marcato accento romano, i capicantiere fiumicinensi non vengono presi sul serio dagli armatori snob, che li considerano soltanto come individui rozzi e sboccati, a cui chiedere consigli di navigazione per poi non seguirli affatto. E sbagliano a essere presuntuosi perché non sanno con chi hanno a che fare, e farebbero meglio ad abbassare le penne che, prima o poi, potrebbero incontrare qualcuno che li rimetta in riga.
Come Alvaro Fusco, detto er Duce.
Er Duce era un ometto piazzato che compensava la sua trascurabile statura con le smisurate dimensioni del suo ego. Il suo taglio di capelli, a spazzola in cima ma lunghi dietro, era rimasto invariato dalla fine degli ’80. Indossava ancora i suoi Levi’s 501 di una taglia più piccola della sua, perché gli mettevano in evidenza il pacco. I segni del tempo gli si leggevano in qualche ruga, o nel brizzolato della chioma, ma riusciva comunque a portarsi a casa qualche ragazzina da possedere selvaggiamente in una delle lussuose cabine di prua delle barche in manutenzione.
«Aho, che cazzo stai a fa’?» Era la frase che ripeteva più spesso. La rivolgeva a chiunque si affacciasse al suo cantiere: ai curiosi, al personale, ai clienti stessi. Per lui tutte le barche erano sue.
Un lunedì di novembre, come ogni inizio settimana, er Duce si presentò sulla darsena con cornetti caldi e caffè per tutti gli operai. Li trattava tutti bene, i suoi ragazzi, anche se ogni tanto gli toccava fare qualche baruffa, uno strillo o due, e un bestemmione tirato lì, giusto per far capire chi fosse la capoccia del cantiere. «Ti cago in testa», gli rispose una volta un rumeno che faceva le carene. E allora Er Duce lo tirò giù dalla scala e lo riempì di calci, finché non si sporcò la punta delle sue Slam nuove di pacco con la polvere bluastra grattata dallo scafo.
Entrò in officina e salutò i manovali. Uno ad uno andarono verso di lui per prendere la propria la razione mattutina, come fedeli alla prima comunione: Gino, il vecchio saldatore, gli fece un gran sorriso, mostrando la sua bocca senza denti; Roberto, il falegname, sollevò il cappuccino con le uniche tre dita rimaste sulla mano destra; Mario, il tuttofare, si asciugò i palmi sudici sui reni, e infilzò un maritozzo con un cacciavite.
«Bella, Duce», a bocca piena gli diedero il buongiorno.
«Bella, regà», rispose.
Er Duce salì le scale che conducevano al container che gli faceva da ufficio, impegnandosi per non far cadere i due caffè rimasti sul vassoio. Aprì la porta appoggiandosi con la schiena e salutò Loredana,la giovane segretaria che, svogliatamente, mise in attesa la chiamata.
«A Duce» gli disse, stringendo la gomma tra gli incisivi, «c’è in linea Balasso, vole sape’ quanno è pronta ‘a barca sua».
«Dije domani», fece lui.
«Ma se manco l’avete cominciata…»
«Te fatte li cazzi tua e dije domani».
Lei si spostò i capelli stopposi dal viso e, guardandolo con disprezzo, riprese la telefonata.
«Me dicono domani, signò», sentenziò, appoggiando un gomito sul tavolo, «arivederci», riattaccò, senza smettere di fissare il suo capo.
Er Duce attraversò il piccolo ufficio sbriciolando il croissant che aveva in bocca e si sedette su una sedia bluette, ricambiando lo sguardo torvo di Loredana.
«Ce lo sai», continuò lei, «che domani Balasso viene qua e vole la barca sua, e invece…»
«E invece?»
«E invece je devo sparà ‘na cazzata, com’ar solito. Che quello poi se stranisce e me tocca pure de sentillo smadonnà».
«E te, allora, che devi da fare? Lo devi mannà dar Duce, hai capito? Ce penso io, ce penso. Sennò che cazzo ce sto a fa’ qua, a pettina’ ebbambole?»
Lei mollò la presa, consapevole del fatto che domani l’armatore si sarebbe non solo arrabbiato, ma avrebbe anche buttato all’aria l’ufficio, come succedeva di frequente, e lei avrebbe dovuto rimettere a posto, tra una madonna e un’altra.
Er Duce finì il suo caffè, si pulì la bocca con la manica della giacca a vento e, fremente come un bambino che scarta un regalo, stappò la sua confezione di Xanax. Nella foga della manovra fece cascare tutte le pillole sul pavimento di linoleum, che era di un celeste melangiato e si alzava sui bordi per via dell’umidità che saliva dal basso.
«Ma te guarda la puttana di Eva!», disse spalancando le braccia.
Poi si chinò sotto la scrivania, quasi a sdraiarsi in terra, e cominciò a recuperare le sue medicine, una ad una, combattendo la tremarella che gli era affiorata sulla punta delle dita. Lo fece con l’accuratezza degna di un cercatore d’oro.
Una volta trovate tutte le pasticche, strisciò indietro e si rimise in piedi, ansimante come se avesse appena corso la RomaOstia.
«Aho, ‘nce crederai Loredà», disse ancora con l’affanno. «M’ha detto Zizzetta che ‘sti giorni me deve ariva’ ‘na specie de segno divino e che divento famoso. E io ho pensato: era ora, li mortacci sua, che prima o poi la rota girava. Hai capito, Loredà? ‘Na bella botta de culo serve a tutti. Pure a me, che già me so’ fatto da solo, a spaccamme la schina su ‘ste barche demmerda».
Mentre parlava er Duce infilava lentamente le pasticche nel flacone trasparente che tintinnava come un salvadanaio.
La profezia di cui parlava gli era stata annunciata da sora Zizzetta, detta Zizzé, una chiromante. Viveva poco lontano dal cantiere, in un battello dismesso, mezzo marcio, che galleggiava per miracolo e puzzava di mucillagine e di cozze. Per arrivarci bisognava seguire un sentiero tra le canne, viscido come se sopra ci avessero sbavato tutte le lumache del lungotevere, e sperare di non cadere in acqua mentre si saliva su una palanca sghemba che univa la riva alla barca. Tutti i vetri all’interno erano oscurati da pennellate di vernice impregnante e per terra erano disseminate candele accese, in bilico su montagnole di cera colata. Er Duce era andato a trovarla la settimana prima, come tutti i martedì, e l’aveva osservata sistemarsi il turbante etnico e bruciare l’incenso, diffondendone il fumo aromatico nell’aria. E, come tutti i martedì, era rimasto affascinato dalla sacralità delle sue movenze e dall’insolenza dei suoi occhi chiari, sempre schivi, contornati da mascara sciolto, come lumini. La chiromante aveva aperto le labbra sottili, pasticciate di rossetto vecchio, e aveva sentenziato:
«Diventerai famoso, Duce. T’arriverà ‘n segno dar Signore, propio qui, sulle sponde de ‘sto fiume, e te farai l’eroe. Che me possino cecamme, te ‘oggiuro!»
Le parole di Zizzetta avevano smosso nel Duce un moto di agitazione e i suoi attacchi di panico, da quel momento, si erano fatti sempre più frequenti.
Era a causa di quella notizia che, quel giorno in ufficio, er Duce si sentiva più che mai volubile.
Loredana alzò il sopracciglio.
«E che t’ha detto Zizzè? So’ propio curiosa, guarda».
La voce del Duce uscì profonda come se parlasse da dentro un tubo:
«C’hai poco da piamme per culo te, che nun credi manco a l’anima de’ li morti. Mo te faccio vede io chi comanna a ‘sto monno, poi se famo du’ risate». Si sedette, sbuffando. «Anvedi ‘sta stronza», disse a denti stretti. Strinse nella mano le ultime due pasticche che aveva raccolto e se le infilò in bocca, mandandole giù, a secco.
Loredana, già stanca di lui alle otto del mattino, si mise a scartabellare i suoi fogli e a mandare maledizioni, pensando che, come al solito, gli avrebbe sputato nel caffè di mezzogiorno.
Poi quella tregua, venne interrotta da un ciarlare di persone che proveniva dalla banchina sotto la finestra del container.
Er Duce sobbalzò, ormai distratto dai suoi pensieri di vanagloria, prese il megafono che teneva sulla scrivania e si affacciò alla finestra.
«Aho, ma che cazzo state a fa’?», la sua voce metallica riecheggiò.
Ma il vociare era più forte di lui, quindi indossò il giubbotto e andò fuori.
Un gruppo fitto di persone, tra cui operai e armatori, erano riuniti sulla banchina esterna. Er Duce accelerò il passo, curioso e allo stesso tempo imbestialito.
«Ve possin’ammazzavve! Ma che nun c’avete una ceppa da fa’?» berciò nel megafono, «tutti qua state, a rompe li cojoni?» Il suo passo si fece più svelto e il suo tono più alto. «Nun ce l’avete ’na famija, ’na casa?» Quando un odore nauseabondo lo assalì, annebbiandogli la vista. Si fermò per un istante. Poi, di nuovo lucido, ricominciò a farsi largo tra la gente.
«Annate a lavorà, li mortacci vostri! Sinnò ve lo faccio vedè io…». Le parole gli si ruppero in gola, quando vide la mucca.
La bestia rigonfia, con la pancia tumida e violacea, galleggiava sul fiume come un parabordo, incastrata fra le fiancate di due barche. Le quattro zampe erano intirizzite; una parte del fianco, quello destro, era smangiucchiata dai pesci; la bocca era rigida e spalancata, come se fosse ancora sotto shock.
Er Duce ne aveva vista di roba portata dal fiume: lavatrici, pezzi di macchine, banchine intere con barchette annesse, copertoni, alberi con le nutrie che ci rosicchiavano sopra; cani, gatti e topi morti; l’anno prima, per colpa di qualche scarico tossico, vi fu una moria di pesci e la superficie dell’acqua divenne una distesa di carcasse di cefali. E, quella stessa estate, er Duce aveva portato i figli al mare, a far finta di pescare i pesci già morti. Giravano tutti contenti, le due piccole copie del padre, con l’odore di putrido addosso: «Papà, papà!» gridavano, infilzando i cefali con un ramo, «Ho preso un pesce, ho preso un pesce!»
Non ne aveva schifo delle carogne, er Duce. Ma quella mucca era il segno.
« Daje, forza, levàte ‘sta monnezza!» gridò, cercando di non mostrare sgomento.
Il tuttofare e il fabbro andarono a prendere un paio di mezzi marinai per provare ad agganciare l’animale. Ma quel giorno c’era troppa corrente, le barche non stavano ferme, e nemmeno la mucca. Dopo poco più di un’ora er Duce rimandò gli operai a lavoro e anche lui se ne tornò in ufficio, sperando in un pomeriggio meno ventoso.
Il telefono continuava a squillare, Loredana lo tartassava di richieste e domande, ma lui pensava a quel segno, a come collegarlo alle parole di Zizzetta. I tentativi del pomeriggio non ebbero alcun risultato, tirava ancora troppo vento e la bestia rimase dov’era, come un grosso galleggiante di carne. Er Duce aspettò che andassero tutti a casa e, come era solito fare, decise di affrontare il problema a modo suo. Il sole era appena tramontato e l’aria si era intrisa di umido e di elettricità. Ingoiò altre due pillole di ansiolitici e si diresse verso la mucca.
T’arriverà ‘n segno dar Signore, propio qui, sulle sponde de ‘sto fiume, pensava alla parole della maga, diventerai n’eroe.
Il cielo si oscurò. Una goccia gelata gli si piazzò in mezzo alla fronte e in un attimo la pioggia lo cominciò a bagnare. Er Duce guardò il cielo socchiudendo gli occhi rossi e sporgenti.
A passi convulsi arrivò davanti alle due barche, salì sulla più grande, si legò una corda ai fianchi attaccandosi all’albero maestro e si calò con un arpione in mano. Cercando di allungarsi il più possibile verso l’animale, cominciò ad infilzarlo come fosse pasta frolla. La pelle della bestia, a ogni colpo, emetteva dei fischi simili a una supplica. La pioggia si fece ancora più fitta e la superficie grigiastra dell’acqua divenne grumosa come l’asfalto appena steso.
«Mo’ te sdrumo, mucca demmerda!», disse.
E la mucca esplose. Un’immonda pioggia di interiora si sparse sulle murate delle barche e su di lui. La bestia si sgonfiò e le due imbarcazioni, senza più il suo ingombro, si avvicinarono tra loro, facendolo cadere in acqua.

Nessuno, tranne sua moglie, immaginava che er Duce non sapesse nuotare. E lei, per giunta, lo negò anche ai giornalisti. Era un personaggio conosciuto a Fiumicino e mica poteva fargli fare una brutta figura.
Er Duce, lui era un eroe.

NOTO CAPOCANTIERE MORTO ANNEGATO
Si getta nel fiume per salvare una mucca

Beatrice Galluzzi

2 thoughts on “La Mucca Esplosa

  1. Pingback: ItaliansBookitBetter

  2. Giungo sulle sponde di questo racconto grazie al suggerimento dell’instancabile lettrice di italiansbookitbetter:
    Romano di nascita e aulico di adozione ho temuto il peggio nell’approcciarmi a un racconto in romanaccio.
    Lettura godibilissima che fa immergere, soprattutto nella prima parte e per fortuna non nel Tevere, in uno spaccato descrittivo originale e ben approfondito di una Fiumicino che conosco poco ma ho sentito reale in tutte le sue incongruenze.
    E poi, da non sottovalutare, in tutta ‘sta gergalità ho anche appreso due parole nuove e l’autrice mi ha strappato più di qualche sorriso con le sue similitudini e truzzaggini.

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