NOVO! PAZZESCO! ROMANO! #3: La fica nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Ci scrivono: “Cara redazione, Verde è morta, è giunto il momento di dirlo ad alta voce. Esistevate solo su Facebook, adesso neanche là vi si vede più… Lunga vita a Petra Giannini, morte ai ladri di sogni e di intenzioni!”
“Caro Capitano, no, non capisco. Dirò di più: non capisco né mi adeguo. Riprendo a seguirvi a gennaio solo in virtù della pazzesca serata dell’8 dicembre, ancora una volta mi avete fatto credere che in fondo un’altra possibilità ve la meritate, e cosa sono costretto a sorbirmi? Giorni di inutile gazzara sul Commissario che lascia ma forse no, e poi questa ridicola pagliacciata di “Ramses”, è uno scherzo, vero? Finalmente al comando della redazione ci sei tu, e per me che amo Verde dal primo giorno non poteva esserci notizia migliore, ma che ne dici di dare finalmente e da subito un taglio netto a tutte le inutili coglionate che tanto vi piacciono? Una sola cosa siete in grado di fare, e una sola cosa noi pubblico di Verde vogliamo da voi: Rivista.
Firmato un (per il momento) vostro lettore.”
“Gentile Basileus, può donarci una parola definitiva sul caso Giannini? Non le sembra il caso che la redazione prenda una posizione chiara e netta? Non vorrei un giorno dover pensare: “se le maldicenze girano e non vengono smentite, forse maldicenze non lo sono…”
“UE Commissa’, lo sai che fine ha fatto Ramses? COGLIONE”
“Devo essermi perso il post in cui annunciavate che Verde sarebbe diventata la Dov’è Wally dei non refusi. Così difficile fare rivista decentemente? Gli ultimi racconti pubblicati hanno una cura redazionale oscena”.
“Sono le 18:44 di venerdì 25 gennaio e non vedo ancora il racconto nuovo online. Verde esiste ancora o finalmente avete chiuso?”
“Felici resti un patetico pezzo di cane pazzo anche se non ti si sente più, saluti da Fiuggi eh eh eh”.
“Mosca miglior raccontista 2018 della Litweb? Eh seeee, come no, e io sono il Mago Silvan! Attenzione attenzione, incantesimo pazzesco, guarda come ti faccio sparire Verde dai segnalibri di Chrome… Puff! E niente più like sulla pagina! SIM SALA BIM! PATETICI COGLIONI”.
“Un po’ di sana attenzione alle tante e valide narratrici donne vogliamo darla o no? Ridicoli Incel pazzi”.

Sono solo alcune delle lettere arrivate negli ultimi giorni qui in redazione. Come al solito diamo spazio a ognuna delle vostre voci, senza commenti, nonostante ci sia più di una cosa da dire, chiarire, smentire. Ma Verde è così, prendere o lasciare ragazzi, siamo vecchi libertari di sinistra e no, non riusciamo proprio a cambiare.
Due puntualizzazioni però sono dovute: la redazione sta lavorando OFFLINE a un paio di bombette esplosive e pazzesche che detoneranno molto presto, la prima già nei prossimi giorni, l’altra a maggio (Luca Marinelli è al lavoro h24x7. Unica piccola anticipazione possibile: Ciro è un amico). Per realizzare cose pazzesche siamo costretti a uscire di sabato invece di venerdì? Sì. Problemi? Ce ne frega qualcosa delle lamentele millennials con cui sperate di ricattarci? Alt, ferma, stop ragazzi, non funziona proprio così. Non ci è mai interessato l’aspetto social del fare rivista, in questo senso restiamo antimodernisti vent’anni indietro e rimpiangiamo i what if mancati. Quanto al “caso Giannini“: 1) Non esiste alcun caso Giannini; 2) La redazione si riserva il diritto di lavorare sui testi in arrivo in piena libertà e autonomia, nel rispetto totale della volontà e della individualità delle nostre autrici e dei nostri autori. Tutto il resto sono chiacchiere da patetici nazitroll pazzi.
Tanto era dovuto. Veniamo a noi, adesso.

A NOI, sì, lo ripetiamo maiuscolo perché si capisca bene, a noialtri del NOVO! PAZZESCO! ROMANO!, una delle più belle invenzioni della Verde 2018, in piena continuità con la Verde 2019. Parole d’ordine del nuovo anno: schifo e altre storie impresentabili.
La riproducibilità nell’era della fica è il nuovo tassello indicibile che Gomez Palazzo ci ha regalato per registrare e testimoniare il Nuovo Strano Zeitgeist che da novembre abbiamo deciso di farvi annusare una volta al mese (inutile chiederci di aumentarne lo spazio, di più sarebbe uno spreco visto il pubblico che abbiamo).
L’illustrazione è ancora una volta di Laura Fortin, da All Melody.
Ciao, ci vediamo lunedì, domenica per chi è in chat. Come dite? Oggièsabatomanondovevateuscireieri? Benedetti ragazzi, ma allora non avete capito che facciamo il cazzo che ci pare, è abbastanza chiaro? Se non lo fosse, ciucciatevi pure La Nuova Carne Digos.


Si ritrovò tra le gambe una calamita per cazzi. Per ventinove anni aveva ispirato al genere maschile per lo più indifferenza, ma da quel mattino maschi di ogni specie ed età iniziarono a saltarle addosso – letteralmente. Il primo fu un pastore tedesco con un’erezione prodigiosa: lei era appena uscita di casa quando il cane le infilò il muso sotto la gonna. La padrona, un armadio di donna, glielo strappò di dosso con vivo disappunto, strattonando il guinzaglio fino a tagliarle il fiato.

Poco dopo, alla fermata del bus, fu un bambino dalle mani appiccicose di saliva e cioccolato ad affondarle la testa contro il pube. Sull’autobus stracolmo si sentì addosso tanti sguardi, tante mani che si allungavano da ogni direzione. Si costrinse a scendere dopo sole due fermate. La madre del bambino stava ancora ridendo.

Che diavolo le stava succedendo? I vestiti erano vecchi e sformati, non aveva cambiato profumo, da un mese non andava dal parrucchiere e aveva dimenticato l’ultima ceretta. Non si sentiva diversa – ma qualcosa in lei doveva essere cambiato. Al lavoro, colleghi che non avevano mai imparato il suo nome la salutarono con tanto slancio da ignorare la biondissima infermiera nuova, che era appena assunta insieme a lei.

La casa di risposo era l’unico posto dove avesse a che fare con delle erezioni – quelli di certi novantenni a cui cambiava i pannoloni e lavava le piaghe di decubito. Di solito erano episodi sporadici, che lei spegneva con un guanto di lattice e con lo stesso sentimento con cui vuotava le padelle. Ma quel giorno, anche la più sclerotizzata di quelle larve che puzzavano di medicina e latte rancido sembrò ritrovare l’impeto della virilità. Quando finì il suo turno, le faceva male il polso.

Tutti i colleghi che aveva incrociato le avevano rivolto frasi e occhiate allusive; le aveva ignorate, alimentandole, e non fu troppo sorpresa quando uno dei tirocinanti si infilò nel bagno con lei e si chiuse la porta alle spalle. Poteva facilmente mandarlo via, ma il ragazzo odorava di pulito e sembrava sicuro di sé; non era l’offerta peggiore che avesse ricevuto quel giorno – né negli ultimi quindici anni – così si inginocchiò per prenderglielo in bocca. Ma lui non sembrava interessato. La fece rialzare, la sbatté con la faccia contro il muro e le abbassò le mutandine – ingrigite, sformate dalla lavatrice, una strisciata verdastra che non se ne andava più. Dopo un paio di colpi e un grugnito era già venuto, e scivolò fuori dal bagno come era entrato. Lei non aveva provato alcun piacere, ma per la prima volta in vita sua nemmeno dolore. Con un’alzata di spalle, si sedette per cacare.

Che altro poteva essere, se non la sua fica? La sera, nel semibuio del suo monolocale formato container, se la osservò con attenzione attraverso uno specchietto circolare. Alla vista non aveva niente di strano, e nemmeno all’olfatto; le sembrò curiosamente inodore. Inoltre era umida: le mutandine erano fradice, lo erano state per tutto il giorno, benché lei non avesse provato neanche un secondo di eccitazione. Più per curiosità scientifica che per necessità, frugò nel cassetto del calzini fino a quando non ritrovò il suo vibratore, ormai corroso degli acidi biancastri della vecchia batteria stilo. Per lei la penetrazione era sempre stata accompagnata da fitte e spasimi che, già da qualche anno, le avevano fatto rinunciare a ogni pretesa di una vita sessuale. Quella notte, invece, il cazzetto di plastica scivolò dentro di lei senza il minimo fastidio; ma di nuovo, pur impegnandosi più a fondo e molto più lungamente di quanto avesse fatto il tirocinante, non riuscì a godere. E c’era il bagliore: lo vide solo dopo aver spento la luce, era flebile, ma non si poteva negare. La sua fica brillava di una luce verdognola, era diventata fosforescente.

Il mattino dopo, prima di uscire, prese il rotolo di pellicola da cucina e lo usò per imballarsi la fica. Sembrò funzionare. Cani, infanti e passeggeri del bus di ogni età tornarono a considerarla con lo stesso interesse che avrebbero dedicato a una confezione di assorbenti dimenticati per strada. Era tornata invisibile perfino tra i novantenni dell’ospizio.

Terminato il suo turno in anticipo, scese nella sala mensa per pranzare – ma si accorse subito che qualcosa non andava. Dov’erano i suoi colleghi? Perché le tende alle alte finestre del seminterrato erano tirate? Come mai non c’era odore di cibo, e chi aveva richiuso la porta alle sue spalle con un botto, con una doppia mandata di chiavi? Si guardò intorno: un cerchio di deambulatori, cateteri e carrozzine si andava chiudendo intorno a lei. Bocche sdentate ghignavano, sbavavano, cosce incartapecorite venivano denudate da mani artritiche, a rivelare orrende protuberanze. Gridare non le servì a niente: i vecchi le erano già addosso.

Al suo risveglio in ospedale scoprì di essere stata violentata per ore, e che medici e infermieri maschi le avevano lasciato al capezzale fiori, cioccolatini, inviti a cena scribacchiati brutalmente sul retro di cartelle cliniche e certificati di morte. Per sua fortuna, il ginecologo che l’aveva preso in cura era attratto dalla fica quanto un chimico dal plutonio: la studiava, ma non l’avrebbe mai nemmeno sfiorata senza guanti e mascherina. Dalle sue prime osservazioni, la sua vagina aveva rivelato una resistenza prodigiosa: le pareti interne non mostravano alcuna lacerazione o contusione, benché i suoi assalitori si fossero accaniti contro di lei usando anche salumi sottratti alla mensa, ombrelli e bastoni da passeggio. Questo, aggiunto all’inspiegabile bagliore, portava il luminare a una conclusione sconvolgente: la sua fica non era del tutto umana.

Gli esami successivi non fecero che fornire ulteriori conferme – la sua era una vagina biosintetica. Si scoprì che le era stata installata un mese prima, durante un banale intervento alla cistifellea condotto interamente da un braccio robotico. Lei non si era accorta di nulla e la clinica dov’era stata operata negava ogni responsabilità: un hacker doveva essersi introdotto nel sistema, trasmettendo al robo-chirurgo le istruzioni per il trapianto.

Ma l’organo, da dove arrivava? Con ogni probabilità le componenti erano state fabbricate separatamente in laboratori diversi sparsi per il mondo, e poi assemblati in sala operatoria. Il progetto era pionieristico: fino a quel momento la scienza era arrivata a sintetizzare epidermidi, stomaci, tentacoli e buchi di culo, ma nessuno era arrivato a costruire genitali. L’occulto progettista si era spinto oltre: aveva perfezionato la fica rendendola più elastica, più muscolosa, più resistente, lubrificata alla perfezione, antibatterica, immune alle malattie veneree. D’altra parte, le ovaie e l’utero erano assenti; non avrebbe più avuto le mestruazioni, né sarebbe potuta rimanere incinta. Quello che aveva tra le gambe non era un apparato riproduttivo, ma una macchina per scopare. Una fica 4.0.

Queste scoperte la lasciarono piuttosto fredda. Non aveva mai avuto intenzione di riprodursi, né rimpiangeva la sua vecchia potta, pur chiedendosi che fine avesse fatto: gettata tra i rifiuti organici, incenerita, oppure, per simmetria, applicata al corpo di plastica e metallo di un androide? Non perse il sonno nemmeno su chi fosse la mente dell’operazione, sul perché avesse scelto proprio lei: non era certo la prima volta che le multinazionali della salute sperimentavano nuovi prodotti sui corpi dei pazienti poveri. No, la vera domanda era un’altra: se questa tecno-fica è così perfetta, perché non mi dà uno straccio d’orgasmo?

Per scoprirlo, il ginecologo dovette richiedere esami neurologici e un tecnico informatico. Si scoprì che la fica aveva recettori del piacere estremamente sensibili, e con ogni probabilità era in grado di raccogliere stimoli molto più intensi di quelli che lei avesse mai sperimentato – solo che li trasmetteva a qualcun altro. Le sue terminazioni nervose, infatti, confluivano verso un’antenna interna – lo stesso dispositivo che doveva aver permesso di attivare la vagina settimane dopo l’installazione. Dove andava il segnale? Difficile dirlo, era criptato, e sarebbero occorsi mesi per decifrarlo. Non aveva interesse a passare tutto quel tempo con un cavo USB tra le gambe e un team di programmatori arrapati che scrutava dentro di lei. No: i suoi piani erano altri.

Dopo lo stupro di gruppo, la casa di riposo l’aveva licenziata in tronco, con una lettera che la accusava non troppo velatamente di aver adescato i novantenni e di aver fatto altrettanto, in precedenza, con ogni membro dello staff. La notizia non l’abbatté: si avviava a una carriera molto più redditizia.

La scoperta della fica 4.0 era diventato in pochi giorni l’argomento più discusso sui social, ben prima del conflitto nucleare in Nord Africa e dell’abolizione della scuola superiore. Non le ci volle molto per trovare i primi clienti – al contrario, la difficoltà fu capire quanti poteva servirne in un giorno. Iniziò prostituendosi in un albergo a ore, ma presto guadagnò abbastanza da permettersi una suite e poi un attico in centro. Qualcun altro stava godendo al posto suo, ma questo non le impediva di usare la più perfetta vagina mai prodotta per guadagnare milioni. Ricevette anche diverse proposte di matrimonio, ma non si faceva illusioni. Esteticamente non era più così trascurabile, grazie a tutti gli interventi estetici che il denaro poteva comprare. Dietro la facciata, sapeva di rimanere la persona insipida e priva di interesse che era sempre stata, l’anonima cavia che aveva avuto la sola fortuna di sopravvivere all’esperimento.

Personalmente preferirei infilarlo in una tagliola piuttosto che in una cavità sintetica sconosciuta, collegata dio sa a quale entità. Ma dev’essere un problema solo mio: gli uomini facevano la fila, prenotavano con mesi di anticipo pur di provare l’estasi del futuro. Se poi davvero la cyber-vagina fosse così diversa da un condotto naturale, è difficile stabilirlo. I racconti di chi l’ha provata sono entusiastici, iperbolici e profondamente inverosimili, come qualunque affermazione maschile a proposito del sesso.

Nel frattempo i cinesi si affrettarono a mettere in commercio imitazioni della vagina bio-sintetica: prodotti rozzi, realizzati con materiali scadenti e messi in vendita senza test preliminari. Presto le donne iniziarono a morire di rigetto. La fica 4.0 originale restava un unicum, così lei e i suoi affari continuarono a prosperare.

Le cose andarono a gonfie vele fino al giorno in cui il suo corpo fu fatto a pezzi e disperso in una discarica – tutte le parti furono ritrovate, tranne una. Le autorità non sembrarono profondere troppo impegno nella ricerca dei colpevoli, che rimasero sconosciuti. Sui social si parlò del delitto fino a quando esplose la moda del porno tentacolare; secondo il consenso generale, la ragazza se l’era cercata.

Gomez Palazzo

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...