LA PROPOSTA

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Foglietta, Crush

Stefano Solventi, che ha un nuovo blog e un romanzo in uscita (Nastri, qui e qui un paio di recensioni), ha trovato il tempo di tornare a trovarci con La proposta, un racconto cupo e affilatissimo che ci è piaciuto molto, e come di consueto così speriamo di voi. Grazie Stefano, grazie Foglietta (è lunedì, sua l’illustrazione).

Manuel tiene una mano nell’incavo del gomito di Ileana, dove la carne è così tenera che sembra vibrare. Ileana guarda di fronte a sé, concentrata sulla prospettiva geometrica delle mattonelle lattiginose, spezzata con regolarità dalle fughe spesse e scure. Sono soli nella saletta d’attesa adiacente il corridoio. Da qualche minuto hanno smesso di parlare. Le sedie di propilene profilate d’alluminio restituiscono un calore differito, resistente. Non fanno rumore se ti muovi, pensa Manuel, al contrario di quelle nelle sale d’attesa del punto prelievi pubblico o del dentista convenzionato. Altra cosa, le strutture private. La porta dell’ambulatorio di fronte a loro è di un color grigio opaco, senza nessuna targhetta a indicare cosa ci sia o cosa accada dall’altra parte. Si vede solo un numero, il 18, accanto alla cornice zigrinata in alto a sinistra, in caratteri rosso porpora.

Chissà perché tutta questa attesa, dice Ileana all’improvviso.
Manuel scuote appena la testa. Dovevano aspettare tutti i risultati, si staranno consultando.
Sì, lo so. Ma è molto tempo.
Sono quaranta minuti. Non è molto tempo.

Ileana non aggiunge altro, si volta verso il lato destro del corridoio, dove da un quarto d’ora non arrivano segnali di vita. Manuel continua a pensare alla scansione. Si aspettava un apparecchio più grande, una procedura più complessa. Ma tutto il procedimento è durato solo qualche minuto. Lo hanno fatto spogliare totalmente e fatto sedere su un lettino. Gli hanno detto di mantenere una posizione ad angolo retto, stringendo due maniglie ricoperte da un cappuccio di silicone removibile, gradevole al tatto. Manuel ha sentito l’apparecchio ronzare da un fianco all’altro per pochi secondi. Poi lo hanno fatto sdraiare supino e l’apparecchio ha ripetuto la sua rapida escursione ronzante. Alla fine gli hanno detto di rivestirsi e raggiungere la saletta d’attesa, dove sua moglie lo stava già aspettando. Si sono raccontati i rispettivi esami, trovando conferma l’uno nell’altra delle tecniche all’avanguardia del prelievo ematico e della gentilezza dei medici. Nei loro volti è comparso un compiacimento euforico che col passare dei minuti si è come dissolto, sostituito da un nervosismo sempre più palpabile.

Manuel toglie la mano dal braccio di Ileana. Accavalla la gamba destra sulla sinistra, sospira. Credi che dobbiamo farci vivi, in qualche modo?
No, risponde Ileana. Stanno solo valutando, lo hai detto tu. Avevano detto mezz’ora. Aspettiamo.
Cosa potrebbe andare male? Manuel le accarezza una guancia col dorso della mano.
Niente. La donna si volta verso il marito. Sta andando tutto bene, andrebbe bene comunque. Nel caso, sarebbe solo una possibilità in più. Su questo siamo d’accordo, vero?
Certo, ribatte lui con un sorriso stanco.

Passano altri dieci minuti prima che la porta si apra con un click smorzato. L’uomo è di statura considerevole, i capelli color metallo ben pettinati e l’incarnato roseo con una leggera traccia di abbronzatura. Prego, accomodatevi, dice accompagnando le parole con un movimento lento e circolare della mano. I due si alzano scambiando uno sguardo veloce, quindi oltrepassano la porta grigio perla, il respiro più corto e l’espressione tesa.
L’ambulatorio è una specie di studio. Il lettino e un armadietto di metallo colorato sono addossati alla parete in fondo a destra, seminascosti da un separé color crema. Le tapparelle sono abbassate e la luce d’ambiente viene diffusa uniformemente da lampade incassate nel controsoffitto. Alle pareti stanno appese riproduzioni di paesaggi impressionisti. Manuel riconosce Pissarro, Sisley, Zandomeneghi. Sulla scrivania un ultraportatile emana luce azzurra mentre il cannoncino ottico disegna una tastiera virtuale, nitidissima sul mogano scuro.
Il professore fa segno di sedersi e si siede a sua volta, provocando un rumore confortevole di pelle che accoglie il suo corpo agile, reattivo. Rivolge loro uno sguardo franco.

Dunque, esordisce, sapete chi sono e chi rappresento. Sottolineo, la prassi me lo impone, che la nostra società rispetta tutti i criteri dettati dal regolamento nazionale per la ridefinizione genetica. A dire il vero, prosegue, abbiamo anticipato gli ultimi aggiornamenti della legge, fornendo materiale ed esperienza – diciamo così – per quasi tutti gli standard di eccellenza oggi comunemente accettati. Lo stiamo facendo ancora adesso, ovviamente. Siamo presenti in ogni quadrante, in tutte le grandi città. Puntiamo a diventare partner della Convenzione Europea, è nell’interesse di tutti.

Manuel annuisce, prende un respiro più profondo. Ileana gli mette una mano sul ginocchio. Il professore sembra intercettare questi segnali e si scuote, staccandosi dallo schienale.

Presumo, riprende con un tono più sottile, che a voi interessi innanzitutto sapere come sono andati gli esami. Come immaginavamo, sono andati bene, benissimo. La gravidanza della signora procede bene, l’embrione è ben impiantato e dimostra uno sviluppo perfettamente in linea con l’età gestazionale. Avete già saputo il sesso, vero?
Il volto di Ileana si illumina. Sì, è un maschio.
Bene, posso confermarlo. Per quanto riguarda il quadro genetico… Il professore si sporge in avanti, digita qualcosa sulla tastiera virtuale e attiva un monitor sul lato sinistro della scrivania con tre rappresentazioni grafiche dai colori pastello. Come potete vedere, aggiunge, si tratta di una situazione del tutto normale, viste le condizioni di partenza. Il professore posa lo sguardo prima su Ileana, poi su Manuel. Voglio dire, in caso di genitori non ricondizionati, come voi.
Manuel interviene, con la voce che trema. Vi siete accorti di predisposizioni particolari? Malattie, intolleranze…

Il professore recupera la posizione comoda, accavalla le gambe e unisce le mani in grembo. No, i parametri indicano tutti valori normali. C’è solo una lieve eccedenza in quelli che riguardano l’obesità e la sclerosi multipla, la stessa che ho rilevato nel suo patrimonio genetico, signor Tolosa. Nulla di preoccupante. Probabilità basse. Siamo in tutto e per tutto all’interno dei valori medi pre-condizionamento.
Ileana si piega in avanti, ha qualcosa di implorante nel volto. Invece, per quanto riguarda le attitudini? Voglio dire, le capacità intellettive?
Il professore alza il mento, sorride, unisce le mani davanti al petto come in un applauso congelato. Su quello possiamo intervenire in maniera… significativa. La curvatura delle possibilità è ottima. Si tratta di un caso tipico. Il quadro si mostra adatto ai protocolli ed estremamente ricettivo. Applicando la simulazione di un procedimento standard otteniamo la quasi certezza statistica di un allineamento al percentile alto delle potenzialità neuronali e cerebrali.

Manuel e Ileana si guardano, le espressioni sospese, poi lentamente il volto di lei si abbassa, solcato da una lacrima. Il professore si piega in avanti, i gomiti appoggiati al bordo della scrivania, le dita intrecciate e una sfumatura bonaria a stemperargli i lineamenti. Venendo a lei, signor Tolosa, le cose vanno ancora meglio. I suoi reni sono perfetti, sia da un punto di vista morfologico che da quello delle funzionalità. Perfetti. Abbiamo già rilevato la potenziale applicabilità agli utenti in lista d’attesa. Si sono rivelati compatibili nella maggior parte dei casi.
Manuel ha ascoltato annuendo, il battito del cuore accelerato fino a rendersi sensibile sullo sterno. Perché sta parlando al plurale?, dice senza nascondere lo sconcerto.
Il professore scuote la testa con una specie di risatina muta. Lei è molto acuto, signor Tolosa. Ha ragione, è stato scorretto da parte mia. Mi lasci spiegare. Si schiarisce la voce, scorge la mano di Ileana che raggiunge e afferra quella del marito. Prende un respiro prima di proseguire. Il ricondizionamento standard sta diventando lo standard. È un ottimo risultato. L’incidenza sull’insorgere delle malattie ereditarie è stato impressionante, superiore alle aspettative. Ci aspettiamo che nei prossimi anni questi primi dati siano destinati a trovare conferme riguardo alle malattie tipiche dell’età matura. A questo risultato, già di per sé importantissimo, vanno aggiunte ovviamente le correzioni di attitudini invalidanti quali obesità, carie, alcolismo. Abbiamo inoltre introdotto nel protocollo dei fattori correttivi in merito ai disturbi psichici più comuni, quali schizofrenia, isterismo, depressione, anoressia, bulimia… Per questi ultimi non abbiamo ancora ottenuto la certificazione dal Ministero, malgrado i risultati dei test siano più che evidenti. Come vi dicevo, siamo abituati a giocare d’anticipo rispetto ai tempi della comunità scientifica istituzionale. È quello che ci distingue dalla concorrenza.

I due annuiscono. Lo sguardo del professore sembra addensarsi, passando con fluidità da un interlocutore all’altro. Questo è appunto quello che concerne la correzione genetica standard. Che poi sono i termini della proposta preliminare.
Manuel si scuote e sbotta. Un rene, e nient’altro. Giusto? Nessuna spesa aggiuntiva. Incluso il mio decorso post operatorio. Erano questi gli accordi.
Sì, posso confermarlo. La sua donazione coprirebbe tutte le spese per il trattamento standard. È una prassi, ormai.
Manuel si abbandona sulla poltroncina, il pallore del volto stona col sollievo che gli distende i lineamenti.
Tuttavia, constatata la qualità dei suoi reni e la particolare congiuntura, sono stato incaricato di presentarvi una nuova proposta. Il professore si sporge in avanti, inclinando il viso. Una proposta che, sono certo, troverete estremamente vantaggiosa.
Quale congiuntura? Manuel libera la mano da quella della moglie e si irrigidisce.
Sto parlando delle nostre liste di attesa. Abbiamo qualche criticità con i donatori di reni, di conseguenza le liste si allungano. Tengo a precisare: reni di qualità, compatibili, che presentino bassi rischi di rigetto. Reni come i suoi, signor Tolosa. Il professore sorride.
Manuel inspira. Scuote la testa. Non posso donare entrambi i reni. È… illegale.
Ha ragione. Ma non ha ancora sentito la mia proposta, signor Tolosa.
Manuel sbotta. No, guardi, non credo che… La mano di Ileana lo interrompe stringendogli con forza una gamba, proprio sopra il ginocchio. I due si guardano.

Manuel, ti prego. Ascoltiamo. La voce della donna è implorante, ma ferma.
Si guardano a lungo. Quando lui parla, la voce è fragile come un filo appeso solo da un lato. D’accordo. Ascoltiamo. Ma spero che ti stia rendendo conto, Ile.
Ileana annuisce, senza staccare gli occhi da quelli del marito.

Signor Tolosa, cercherò di essere breve. Sono due, sostanzialmente, le cose che vanno considerate. La prima, direi la principale, è l’assoluta affidabilità degli organi artificiali prodotti e impiantati dalla nostra affiliata. Posso fornirle un’accurata documentazione statistica, se crede. La funzionalità dei reni artificiali è programmata per cinquanta anni. Mezzo secolo. Garanzia totale, ovviamente. Sostituzione gratuita alla fine del ciclo vitale con impegno notarile depositato presso il Ministero. Casi di malfunzionamento, rigetto o qualsiasi altra complicazione rilevati negli ultimi cinque anni: due. Comunque risolti. Su trentasettemila impianti. Faccia lei la percentuale. In più, ovviamente, consideri l’indice di soddisfazione degli utenti, tra i più alti del mondo: il novantasette per cento.
Manuel resta in silenzio, il volto inerte.

Veniamo all’altra cosa. Il professore alza l’indice e il medio della mano destra, con un ghigno di ironica padronanza. Ricondizionamento genetico di secondo livello per vostro figlio. Vale a dire: sviluppo cognitivo di grado superiore. Non è semplice da spiegare, potrei limitarmi a garantirvi un QI alto, altissimo. Ma non è solo quello. Il QI è un ottimo strumento, soprattutto dopo le ultime revisioni, ma non tiene conto dell’applicazione dell’intelligenza in un sistema dinamico e pesantemente strutturato. Sto parlando di capacità relazionali, di analisi, di intuitività, di leadership. Di equilibrio, di coraggio, di spirito d’iniziativa. Il professore si prende una pausa di pochi istanti, arriccia le labbra puntando lo sguardo in un punto indefinito alle spalle della coppia. Aggiungete la coordinazione, la consapevolezza del talento, la determinazione a superare i limiti fisici. In poche parole, quanto di più vicino all’idea rinascimentale di genio.

Manuel ha ascoltato come in apnea. Rivolge un’occhiata breve alla moglie che ricambia, l’espressione intraducibile, il labbro inferiore tormentato dai denti come unico segno della tensione.
Sarebbe bellissimo ma… La voce di Manuel è un vibrato instabile. Ce lo potremmo permettere? Non sarebbe troppo, per noi?
Il professore resta immobile con l’eccezione del sorriso che si irradia lento, scavando curve armoniche sulle guance e ai lati degli occhi. Stiamo parlando, signor Tolosa, di un ragazzo a cui verrà proposto un percorso scolastico di alto livello in virtù delle sue capacità intellettive superiori. Il ricondizionamento che vi sto proponendo è lo stesso, esattamente lo stesso cui sottoponiamo i figli della classe dirigente. Parliamo dello zero virgola uno per cento della popolazione. Vostro figlio, signori, sarà un predestinato. Verrà conteso dalle migliori università. Non starà a voi pensare al suo futuro. Saremo noi a scriverlo. Anzi, lo stiamo già facendo. Adesso.

Cala un silenzio trasparente. Si sente il respiro di Ileana, il suono dell’aria che si inarca sforzandosi attraverso il setto nasale deviato. Manuel ha le labbra socchiuse, vorrebbe calcolare, raggiungere un punto di sintesi, un’opinione, ma non riesce a racchiudere tutto in un pensiero solo, né a scomporlo in parti più piccole, trattabili. Il professore attende, dondolandosi impercettibilmente sulla poltrona di pelle sintetica.
Quanto tempo abbiamo? La voce di Ileana ha una consistenza elettrica. Intendo, per prendere una decisione.
Non molto, signora. Il ricondizionamento va effettuato entro…
Perché non impiantate i vostri reni artificiali? Manuel irrompe sulle parole del professore senza riuscire a trattenere l’asprezza.
Prego?
I vostri reni artificiali, così efficienti. Perché non utilizzate quelli per la lista d’attesa?
Il professore abbassa la testa e ridacchia tra sé. Confermo quello che le ho detto prima, Tolosa. Lei è acuto. Suo figlio le dovrà questa particolarità caratteriale, e le sarà grato. Posa una mano sulla scrivania e prende un respiro. La lista d’attesa di cui le ho parlato è, diciamo così, particolare. È composta da persone che non possono ricevere organi artificiali, per una serie di circostanze specifiche quali allergie ai materiali o particolari condizioni fisiologiche. Prevengo l’ennesima osservazione acuta: costoro sono solo una parte, abbastanza piccola, della lista. La maggioranza è… Sono persone che chiedono espressamente l’organo di un donatore.

E perché? Ci ha appena detto che gli organi artificiali sono perfettamente funzionanti e affidabili. Quali sarebbero i vantaggi di un organo vero?
Nessuno. Il professore fa scorrere la mano con un gesto asciutto, risoluto, come se stesse chiudendo una persiana virtuale. Anzi, malgrado la messa a punto di tecniche di neutralizzazione e cicatrizzazione alimentata, che sostanzialmente azzerano l’eventualità del rigetto, resta sempre il rischio che l’organo donato non si adatti perfettamente al corpo ospitante o presenti un degrado della funzionalità nel medio periodo. Tuttavia… Il professore si accomoda sulla poltroncina, inspira, fa vagare lo sguardo sopra la testa come a cercare i termini, la misura dei concetti. Dovete capire che stiamo parlando di situazioni che devono molto all’emotività. L’idea che ci si può fare di un trapianto è subordinata a molte variabili, la maggior parte delle quali soggettive. In poche parole, per qualcuno è difficile accettare di poter dipendere da qualcosa di inorganico impiantato nel proprio corpo. Un organo vero, per una serie di motivi psicologicamente complessi che non sono certo di avere compreso, viene più facilmente accettato, e dimenticato.

Manuel porta una mano alla fronte. La pelle del volto è tesa. Se ho capito bene, professore, volete espiantarmi entrambi i reni a causa di persone che possono permettersi resistenze emotive nei confronti dei vostri meravigliosi organi artificiali. Persone disposte a pagarvi moltissimo per due reni veri.
Ileana si volta verso il marito. Non dice nulla.
Il professore annuisce mentre una sfumatura divertita vibra ai margini dell’espressione neutra. Direi, signor Tolosa, che ha sintetizzato ottimamente il concetto. Aggiungo soltanto che non è solo una questione di denaro. I nostri bilanci ci permetterebbero di evitare queste complicazioni, ma ci sono clienti le cui richieste non possiamo ignorare. Sono convinto che capisce benissimo quello che intendo.
Capisco. E in cambio dei miei reni proponete un livello di ricondizionamento genetico di alto livello per mio figlio.
Più due reni artificiali meravigliosi, Tolosa. Dei quali, le assicuro, non avrà modo di lamentarsi. Il follow prevede un telemonitoraggio perenne, visite di controllo annuali gratuite. Scongiurerà per sempre il rischio di coliche. Quanto all’intervento, i costanti processi di ottimizzazione consentono di pianificarne la durata in due ore e quindici minuti. Tre giorni di degenza, ma già dal secondo potrà alimentarsi quasi normalmente. Dopodiché, tornerà alla sua vita normale.

La mano di Ileana proprio sopra al ginocchio di Manuel stringe. Lui si volta a cercarle lo sguardo, ma gli occhi della moglie fissano la scrivania. La osserva, osserva il suo profilo ammorbidito dalla gravidanza, il taglio di capelli corto, dalla geometria irregolare, la leggera imperfezione del naso che non ha mai voluto correggere. Riconosce la ragazza che ha amato, la donna che ha sposato immaginando prospettive di cui non ha mai voluto chiarire troppo i contorni, per il timore di rendere evidenti i limiti che decideva di porsi. Riconosce la sensazione di essere arrivato dove la sua vita doveva portarlo, di non essersi mai appartenuto. Individua il profilo incerto e formidabile di una possibilità.

La bocca di lei si apre, le labbra pallide. Professore, le dispiace se parliamo qualche minuto, in privato?
No, certo, vi lascio soli. Ho giusto bisogno di un caffè. Il professore si alza, facendo segno ai due di rimanere comodi.
Dopo lo scatto della porta il silenzio acquista una consistenza gelatinosa. Manuel avverte lo sgretolarsi della barriera di rabbia e diffidenza che rendeva acuminati i suoi sensi, la sua attenzione. Cerca, senza trovarlo, il coraggio di guardare in faccia la moglie. È come se percepisse solo adesso la presa irragionevole della mano di lei sopra al ginocchio, una presa così salda da fare male. Un dolore sordo, senza direzione.
Ileana ha lo sguardo fisso davanti a sé, oltre la poltroncina vuota del professore. Non ha il minimo dubbio riguardo a quello che sta per dire.

Stefano Solventi

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9 thoughts on “LA PROPOSTA

  1. Pingback: La proposta – pensierosecondario

  2. al di là del contenuto, su cui rimango volutamente neutro (non è questo che mi preme sottolineare ora) trovo assolutamente deprecabile la scelta di non segnalare i pensieri e i dialoghi, lasciandoli in un mare confuso di attenzioni eccessive alla lettura. così, si perde il senso di tutto il racconto.

    • Ti capisco, ma ho voluto che fosse così. Finora mi sono sempre affidato ai caporali per distinguere i dialoghi, ma per questa storia volevo qualcosa di più indefinito e fluido, volevo che il parlare e il pensare si ritraessero in una sensazione ambientale, in una dimensione emotiva. Il rischio della confusione era previsto, così come la richiesta al lettore di un pizzico di attenzione in più. In ogni caso, non credo che il senso del racconto si perda. Se per te è andata così, mi spiace.

      • sì è vero, ci vuole più attenzione nella lettura, ma a mio avviso il senso che volevi cercare tu non lo susciti così, in questo modo si crea confusione e magari il lettore si stanca e molla la presa prima della fine. magari mi sbaglio, il rischio di mollare lo corro solo io, però volevo dirlo, ecco 🙂

        grazie…

  3. Ma… non so. Mi sembra un po’ troppo costruito. Qualcosa che somiglia a quelle ville arredate da architetti che non sbagliano nulla negli accostamenti e nelle armonie ma che alla fine creano ambienti senza un’anima. A me sembra che di cupo non ci sia granché… sono perplesso. Non conoscevo Stefano Solventi ma mi ripropongo di approfondirlo. C’è una sotterranea visione nazista della società, la costruzione di una super razza, di dominio per scopi egoistici. Il freddo è in ogni riga: se questo era l’intento l’autore ha centrato l’obiettivo.

    • “C’è una sotterranea visione nazista della società, la costruzione di una super razza, di dominio per scopi egoistici. Il freddo è in ogni riga”
      È per l’appunto la cupezza che si intendeva

      • Il senso è quello, certo, anche se non parlerei di visione nazista perché con nazismo tendiamo a individuare un’eccezione storica, mentre vedo questa “deriva di controllo” come ben presente e viva, connaturata a ogni ordine sociale.

        Qui tuttavia mi premeva raccontare il modo in cui ci disponiamo ad accettare questo controllo, a farne parte legittimandolo. Quindi il cuore del racconto va cercato nello spazio – esiguo – tra la moglie e il marito, nella tensione tra la resistenza residua di lui e la determinazione disperata di lei.

  4. racconto ben scritto, ricco di spunti, che mi ha fatto ripensare alla fantascienza sociale distopica di Ballard e Sheckley. cheddire? innanzitutto urticante all’inizio l’antitesi proposta tra servizio pubblico e privato, dove quest’ultimo è indicato come non plus ultra delle cure mediche. bene ha fatto l’autore ad accennare alla questione, se è vero come è vero che Chomsky ha ragione da vendere quando dice: “ecco la strategia standard per privatizzare (la sanità o qualunque altro servizio pubblico): tagli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente si arrabbia e non protesta quando offri il piatto ricco al capitale privato”. tutto il resto del racconto assume dunque risvolti ancora più cupi: da medico con più di vent’anni di servizio, tocco con mano ogni giorno le nefandezze di cui sono capaci le strutture sanitarie private (di cui i pazienti, nella stragrande maggioranza dei casi, com’è ovvio, non si accorgono). dunque, è evidente che non credo a una sola parola di ciò che dice il “professore”: i reni artificiali non sono affidabili, lo 0,1% di super-ricchi e il professore lo sanno benissimo, e questo spiega tutto. altro che “emotività” o “motivi psicologicamente complessi che non sono certo di avere compreso”! altro che fantomatica “accurata documentazione statistica”, che com’è logico i due protagonisti non hanno strumenti culturali per comprendere o contestare! siamo a solita, eterna, inevitabile “lotta di classe”…
    altrettanto urticante il delirio eugenetico che si trasforma in rassicurazioni divinatorie sul futuro del figlio (QI da genio, eccezionali capacità relazionali e di leadership), sintomo di una società postmoderna molto simile alla nostra, che ha esorcizzato la fisicità del corpo (malattie, difetti, limiti) mediante la creazione di avatar e di realtà virtuali mostruosamente pervasive, assai più perfette e soddisfacenti della realtà reale. è allora che, a poco a poco e senza rendercene conto, come i due protagonisti di questo racconto, finiamo per cadere vittime di un disturbo ossessivo-compulsivo di massa nel quale l’intera vita si riduce a un rituale di controllo.
    brrrr…
    non so se il finale aperto sia una scelta coerente con l’intento claustrofobico del tutto. intendo, a mio modo di sentire, vedere scritto nero su bianco che Ileana vuole sacrificare i due reni di Manuel sarebbe stata una scelta coraggiosa a rafforzare la sensazione di ingranaggio tritatutto senza via d’uscita. perché, parliamoci chiaramente, la sproporzione delle forze in campo è tanta e tale, che o arriva la fata turchina, o Manuel è destinato, nell’arco di qualche anno, a sedute bisettimanali di dialisi.

  5. In effetti, col finale aperto volevo appunto giocare con la disponibilità del lettore a ritenere Ileana capace di un sussulto di umanità, di dignità, di sentimento, o di semplice (semplice?) ragionevolezza. Per me, no. Non c’è scampo. Anzi, lei potrebbe anche avere organizzato tutto alle spalle del marito. Potrebbe. Ho preferito che rimanesse un sospetto, un’ipotesi plausibile.
    Grazie per la testimonianza e le acute osservazioni, che faccio mie.

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