UN KARAOKE DEVASTANTE E ALTRE COSE VERDI CHE NON FARÒ MAI PIÙ #1: MUMMIE DI MERDA

2012 acrilico su tela

PrimituS, Effusione, acrilico su tela (2012)

Ciao millenials, siamo contenti di annunciare l’inizio di una collaborazione tra Verde e Narrandom, un blog letterario fatto molto bene da nove ragazzi (c’è anche Luca Marinelli) che ogni settimana pubblicano tre racconti a tema (di solito una parola estratta). Funziona così: noi abbiamo meditatamente scelto il classico tema estivo Un karaoke devastante e altre cose verdi che non farò mai più, loro hanno scritto tre racconti che ospiteremo qui ogni venerdì di luglio. Si comincia con Mummie di merda di Giovanna Giordano.
Giovanna nasce in padania da genitori terronici, dal nord ha imparato ad alcolizzarsi di vino, dal sud a mangiare come se non ci fosse un domani. Da piccola ha frequentato tutte le scuole cattoliche che Verona offriva, infatti poi è diventata atea. Da grande vuol far parte del fronte liberazione nani da giardino.
Nell’immagine: Effusione di PrimituS (acrilico su tela, 2012).

È iniziata con un’amputazione, ed è finita come a quel concerto dei Doors al Whisky a Go Go, dove Jim gridava alla folla che voleva scoparsi sua madre, più o meno.
Anzi, se vogliamo essere più precisi, è finita all’alba, con il vomito di Pesto sulla portiera del Pandino di mio padre, e il sommo poeta Luca Cammaretto che pisciava sulla panchina dove mi avevano fatto il primo pompino.
Era il sedici luglio del 1976, la diossina contaminava la provincia di Milano, i magistrati venivano trucidati dalle Brigate Rosse o dall’estrema destra, Mao Tze-Tung moriva in Cina e i Khmer Rossi prendevano il potere in Cambogia. Alla radio Peppino di Capri e Donna Summer si alternavano ai Pink Floyd e a Bob Dylan, ma la musica stava cambiando con la nascita delle prime radio libere, tanto che di lì a poco gli illuminati di tutta Italia avrebbero fatto la conoscenza di Claudio Lolli.
Eppure noi, a Dossobuono, piccolo sputo in provincia di Verona, continuavamo ad ammazzarci di seghe sul poster sbiadito di Ursula Andress, sfiancati dalla noia.

Vivevamo in una conca d’afa che liquefaceva i cervelli e l’unico passatempo degno di nota era collassare al parco aspettando che qualche vecchio cadesse lungo disteso per il caldo.
Proprio in virtù di quella noia atavica che non mi lasciava mai, il mio genitore prediletto decise di fare lo stronzo, facendomi schiodare il culo dal divano con un ricatto.
«Paolo, basta ciondolare per casa. Puoi prendere la Panda stasera, se adesso porti il gatto a tosare».
Genio d’un maiale, sapeva sempre come incastrarmi. Quella sera a Brescia suonava il Lolli, in una bettola vicino alla stazione, un posto solitamente frequentato da tossici e puttane, ma per l’evento si era scomodata mezza pianura padana, quella giusta, con l’orecchio musicale, e noi dovevamo esserci.

Fare l’autostop era fuori discussione, l’ultima volta un vecchio di merda a metà strada fra Verona e Bologna m’aveva chiesto di fargli un servizietto di bocca, risultato: avevo passato la notte sulle sedie di plastica dura di un autogrill aspettando che il proprietario dell’unica macchina di famiglia venisse a prendermi, dopo un turno di notte all’acciaieria, e non era stato un bel viaggio di ritorno.
Insomma, il Pandino era essenziale, così schiaffai Satanasso, il vecchio persiano di mamma, nella portantina, lo caricai in macchina e partii alla volta dell’eroica impresa.
Primo pit-stop: casa di Pesto.

All’anagrafe era registrato come Simone Spinetti, ma per noi era Pesto. Perché? Sua madre lavorava tutto il giorno, lasciandolo a casa da solo, e il poveretto non sapeva cucinare nemmeno un uovo lesso. Però era un mago a svuotare barattoli di pesto pronto, lo metteva dappertutto, perfino sui biscotti. I primi anni di liceo ci rintanavamo sempre da lui dopo la scuola, era l’unico posto dove potevamo sfogliare i giornaletti porno che il poeta sgraffignava allo zio, o farci le canne in santa pace, ma dopo un po’ mettemmo i sigilli, nessuno di noi aveva più lo stomaco per ritrovarsi nel piatto quella poltiglia verde.

Quando lo vidi uscire dal portone, dopo il canonico quarto d’ora di strombazzate di clacson sotto la sua finestra, faticai a trattenere una bestemmia. Quel coglione si era portato appresso la nonna demente.
Spalancò lo sportello anteriore e la vecchia si afflosciò sul sedile come una borsa dell’acqua calda svuotata, non sussultò nemmeno quando Satanasso prese a soffiarle contro dalla portantina.
Pesto si accomodò al mio fianco come se nulla fosse e iniziò a trafficare con le cassette.
Osservai la nonna dallo specchietto retrovisore per un minuto buono, cercando di farmi venir fuori una battuta decente.

«Gli Area andranno benissimo», esordì Pesto come se nulla fosse.
«Ma sei scemo?», domandai facendo un cenno con la testa al sedile posteriore.
«Scusa Paolì, ma la badante è tornata a Posillipo perché la figlia sta partorendo. Devo tenerla per forza».
«E che la portiamo al concerto?»
«Ma sì, le ho dato due tranquillanti. Questa si spara sedici ore di sonno come niente. La lasciamo in macchina con un finestrino un po’ abbassato e nemmeno se ne accorge».
«Mona, non è mica un cane!»
«Fidati. Guarda, è già lì lì per partire».

Tornai a fissare la nonna di Pesto. Aveva un sorrisetto ebete stampato sul muso e un rivoletto di bava che le colava al lato della bocca. Le infilai sul naso un paio di occhiali sa sole abbandonati in macchina.

Dieci minuti dopo, io e Pesto stringevamo due zampe a testa del gatto, con il ronzio della macchinetta nelle orecchie mentre un tizio basso e tarchiato pattinava sul ventre di Satanasso come se stesse mescolando un Cuba Libre on the rocks, condito da ciuffi di pelo svolazzanti.
Satanasso iniziò a miagolare come un ossesso e una chiazza di sangue si andò allargando sul suo addome.
«Merda», borbottò il tizio scuotendo la testa con aria mortificata.
Il lembo di pelle marroncina, attaccato al resto da una fragile unghia di carne, penzolava floscio come un micro cazzo a riposo.
«Le ha tranciato un capezzolo?», balbettai, disgustato alla vista del sangue.
Pesto iniziò a sghignazzare e mollò la presa sul gatto, che schizzò giù dal tavolo colando liquido rosso sul pavimento.
Faccia qualcosa! E tu smettila di ridere, coglione», sbottai, incenerendo Pesto con un’occhiata.
Satanasso barcollava verso la scrivania, zampillando sangue e soffiando con aria oltraggiata.
«Nella mia lunga carriera mi è successo un sacco di volte».
«Cambi mestiere, no?»
«Ragazzo, non c’è bisogno di essere scortesi», disse l’uomo indignato, fissando con troppa insistenza i miei capelli lunghi e squadrando poi la mia maglietta dei Ramones.
«Queste ferite si rimarginano da sole. Vedete? Ha già smesso di sanguinare».
«Porca madonna», mi limitai a commentare.

Decidemmo di non riportare il gatto a casa. Sarebbe venuto con noi a Brescia, per sicurezza, il tempo di far rimarginare la ferita, e chissà, magari i miei non avrebbero fatto storie.
Così mi diressi con Pesto, la nonna in coma e il gatto mutilato verso la libreria del centro, la più rispettabile del paese, fatta eccezione per il commesso che aveva ottenuto il lavoro solo grazie all’intercessione del padre, noto avvocato della città: il Sommo Poeta.
Saltellò sul sedile posteriore, jeans strappati e maglietta con stampe oscene, il Sommo Poeta era fatto così e c’era poco da protestare.
«Madamigella», cinguettò rivolto alla vecchia che aveva preso a russare, le sistemò fra le labbra il mozzicone di una canna ormai spenta.
«Il Lolli c’ha paccato. Porca merda», proseguì, dandoci il colpo di grazia.
«Che cazzo dici?», s’inalberò Pesto.
«Ha chiamato Ciccio in libreria. Dice che l’ispettore sanitario ieri notte ha messo i sigilli al locale», rispose il poeta. Poi iniziò a sminuzzare un altro po’ d’erba,
«E ora che facciamo?», domandai con le palle sotto ai talloni.
«Che domande, portiamo la signora a ballare!».
«È sotto tranquillanti. Non si sveglierà mai. E poi, chi cazzo la vuole sveglia? Inizierebbe a sproloquiare sul nonno, l’eroico partigiano morto per la libertà, e bla, bla, bla», spiegò Pesto, ormai rassegnato alla disfatta totale.
«Ehi, stronzetto, porta rispetto per i sani comunisti di una volta», si accese il poeta.

Luca era così, pur essendo nato con il culo nella panna da due ricchi borghesi snob, ci teneva ad atteggiarsi a nostalgico dei bei vecchi tempi andati, quando si cantava Bella Ciao tra un grappino e l’altro dopo aver sparato tra le montagne tutto il giorno.

«Sarà, ma tanto non si sveglia», replicò Pesto, che polemizzava con tutti, ma mai con il Poeta.
«Arrivano i nazisti! Arrivano i nazisti!», gridò Luca all’orecchio della vecchia.
La donna sobbalzò e gli occhiali da sole le si piantarono di traverso sulla faccia.
«Dove sono? Dove?», biascicò confusa.
«È ora di dare inizio alle danze», annunciò il sommo con un sorriso diabolico.

La portammo in due balere diverse, e il Cammaretto si scolò mezza bottiglia di whisky, mentre io e Pesto ci limitammo a qualche birra e un paio di canne.
La nonnetta sembrava inarrestabile, una vera macchina del liscio.
Poi vagammo per le campagne Veronesi con una cassetta dei Sex Pistols a palla nello stereo, attorniati da un nuvolone di fumo compresso nell’abitacolo, in cui la nonna di Pesto acquistava le sembianze di una visione mistica dallo specchietto retrovisore: con gli occhiali da sole e le braccia ossute che si agitavano a tempo, e il Poeta che le offriva tiri di canna che lei non disdegnava, diretti verso il nostro metaforico patibolo.

Lo Shirley Temple era un noto locale karaoke della Dossobuono bene, pieno di vecchie coppie snob che portavano al pascolo i figli ingellati e le figlie con le camicette inamidate, desiderosi di coltivarne le passioni canore, per vederli un giorno a Sanremo.
C’eravamo stati solo un’altra volta, sempre spinti dall’ebrezza della fattanza, per farci due risate alla vista delle loro espressioni adoranti prima dell’ennesima esibizione pietosa. E lì finimmo ancora una volta, con la sbronza che stava scemando e la tragedia ormai inevitabile.
Una grassona, approssimativamente sui quindici anni, occhiali da topo e jeans troppo stretti in vita, calcò il palco con aria decisa e lanciò uno sguardo ammiccante a Pesto, che per poco non si strozzò con la birra.

«Buona sera, Shirley Temple, questa è per te, mamma», sussurrò sinuosa, indicando una sua copia stagionata seduta qualche tavolo dietro al nostro.
Intonò le prime strofe di Eleonora mia madre, dei Pooh, e nella sala calò il silenzio. Non si era mai udito nell’intero sistema solare un suono così agghiacciante, un misto fra un raglio e il fischio di un delfino.
«Boia d’un cane», sputò il sommo con lo sguardo incattivito dall’alcool.
La giovinetta puntò su di lui e sorrise, colta da un abbaglio, scambiando le imprecazioni del poeta con un coretto di sottofondo. Estasiata mollò il microfono fra le sue mani, mentre la musica di sottofondo annunciava la strofa successiva.
Luca si ritrovò al suo posto, microfono in mano, rivolto alla platea di benpensanti ingessati, con le loro facce di cartapesta congelate in un’attesa stagnante.
Eccola lì la borghesia che tanto detestava, sciocchi provinciali timorati di Dio tutti riuniti nel più innocuo degli intrattenimenti ricreativi.
«Mummie! Siete solo delle mummie di merda. Pisciatevi in bocca, luride mummie di merda».
Una quarantina di respiri si mozzarono all’unisono, brutalizzate dal rutto poderoso che seguì a quelle legittime osservazioni.
Dopo un minuto buono di risate, col levarsi delle prime proteste indignate, Pesto schizzò in piedi decretando che era ora di andare.

Afferrai le chiavi del Pandino dal tavolo e mi alzai a mia volta, seguito dal poeta che ancora sbraitava sulla folla, se pur privo di microfono, quando ci accorgemmo che la nonna era sparita.
«Porta fuori quel mona, io cerco la vecchia», ordinai a Pesto, che non se lo fece ripetere due volte.
Ispezionai con lo sguardo ogni tavolo, vergognandomi come un cane, mentre i presenti mormoravano indignati, ma della nonna non c’era traccia.
Diretto verso il bagno captai la telefonata del gestore ai carabinieri: Eravamo nella merda.
Spalancai ogni porta del bagno, infischiandomene della privacy di alcune signorine con le brache calate e finalmente la trovai nell’ultimo cubicolo. Spiaggiata sulla tazza, con i suoi occhiali da sole e la crocchia ormai sfatta, era alle prese con quella grossa.
Trattenendo il vomito la aiutai a pulirsi il culo e le tirai su gli orribili mutandoni, spingendola fuori dal bagno, e dal locale, prima che lo sciacquone avesse esalato la sua ultima goccia.

Caracollai in macchina e sgommai fuori dal parcheggio, ma come prevedibile, alla prima rotonda, i lampeggianti blu fecero il loro ingresso in scena.
Pesto scolò la metà rimasta della bottiglia di whisky per far sparire le tracce e la scagliò nel prato alto un attimo prima che accostassi la macchina sul ciglio della carreggiata.
Spensi lo stereo e iniziai a pregare la Madonna e tutti gli angeli appresso a lei.
In quel punto della campagna l’oscurità era talmente fitta da farci cagare addosso ancora di più quando un colosso d’agente mi puntò la sua torcia in faccia.
«Allora, che abbiamo qui? Quanta bella gioventù», sbraitò passando il raggio della morte su un pallidissimo Pesto.
Poi, ispezionò il sedile posteriore, prima Luca, che lo fissava con aria di sfida, poi la portantina, e a quel punto il gatto riprese a soffiare, e infine la nonna, che ancora ondeggiava al ritmo di una musica ormai spenta, fatta come una capra.
«Non è un po’ in là con gli anni per voi?», ci schernì l’agente.
«È mia nonna. L’abbiamo portata a prendere un po’ d’aria», si giustificò Pesto.
«Patente e libretto. E scendete tutti dalla macchina».
«Anche il gatto?», chiese Luca ironico.
«Cerchi rogne, ragazzino?»
Luca si stiracchiò e spalancò lo sportello, prendendosi tutto il tempo del mondo per obbedire.
«Lei è un nostalgico del ventennio, non è così?», lo stuzzicò il poeta dal suo metro e sessantacinque di gracile supponenza.
L’uomo, con la faccia a cinque centimetri da quella del mio amico, voltò appena il capo e sputò.
«Quando becco dei piccoli sacchi di merda come te, mi ricordo perché mi piace così tanto il mio lavoro».
«Anche a Pasolini piacevano i ragazzini, ma lui almeno era un genio. I poliziotti invece, beh credo dipenda dal complesso macista di chi è poco fornito lì in basso», replicò il sommo prima di sputare a sua volta.
L’agente l’afferrò per la collottola e lo trascinò nella volante senza aggiungere altro.
Mise in moto e si allontanò, senza degnarci di uno sguardo.
Sprofondai con la schiena nel sedile e Pesto imprecò.

Il poeta viveva in una graziosa villetta in stile coloniale in mezzo alle campagne di famiglia, ettari ed ettari di vigneti da cui si produceva ogni anno un pregiatissimo vino.
Svegliare alle cinque di mattina quei due pitbull che il destino aveva dato come genitori al Poeta non era cosa così insolita per noi e loro, pur risplendendo nella loro perfezione, si erano ormai rassegnati da tempo ad avere un figlio degenerato.
Tuttavia, ogni volta che mi trovavo nei pressi della magione, una strizza d’ansia e paura mi attorcigliava le budella. Quella gente era fatta di plastica e guardava il resto del mondo con una perenne espressione di disgusto incisa sulle facce.
Passarono venti minuti buoni prima che la padrona di casa venisse ad aprirci con i bigodini in testa, fasciata in una vestaglia di pregiatissima seta veneziana.

«Chi è?», domandò tentando di metterci a fuoco alla debole luce del portico d’ingresso.
La sua espressione, alla vista mia e di Pesto, mutò da seria a esasperata in mezzo secondo, per poi diventare guardinga una volta presa coscienza della nonna appoggiata alla fiancata della macchina, con la gonna dello scamiciato messa male e gli occhiali da sole.
«Dov’è quel disgraziato?», sussurrò scocciata.
«Emm, dovrei prendere la sua carta d’identità», borbottai imbarazzato.
Entrai nella stanza del poeta. Sulle pareti piene di scritte, citazioni e pezzi di poesia, svettavano tre denunce per ubriachezza molesta, firmate dal questore in persona, Luca ci teneva a fare le cose per bene, quattro denunce per schiamazzi notturni, due per oltraggio a pubblico ufficiale, due per vandalismo e una per atti osceni in luogo pubblico.
Luca si vantava sempre di essere un tipo da collezione, ma non di francobolli o farfalle morte, monete o altre cose pallose. Lui collezionava i suoi atti di ribellione, ed era tranquillo, perché poi ci pensava papà a tirarlo fuori dai guai.
Afferrai i documenti dal terzo cassetto dello scrittoio verniciato di verde pisello nel periodo verde del poeta, quando schizzava di vernice del suddetto colore ogni oggetto, poco prima di passare al periodo blu, e subito dopo quello viola, e mi allontanai da quella follia sentendo le membra sempre più appesantite dalla stanchezza.

Quando lo rilasciarono, con l’ennesimo pezzo di carta da appendere alla parete della sua stanza, fuori albeggiava da un po’.
Luca estrasse dalla tasca interna e lurida del suo giubbotto di pelle una fiaschetta intonsa e la passò a Pesto, che non si fece pregare e ne trangugiò una buona metà.
Al mio turno feci di no con la testa e il poeta scrollò le spalle, bevve un sorso e la ripassò a Pesto, la cui sete non sembrava placarsi.
Parcheggiammo la macchina nei pressi del parco in cui si svolgeva gran parte della nostra vita e smontai dalla macchina.
I primi conati di vomito appestarono l’aria e Pesto svuotò il contenuto del suo stomaco sulla fiancata del Pandino, ancora seduto al suo posto, ma con la testa fuori dal finestrino aperto.
Il mio genitore prediletto mi avrebbe massacrato di botte.
Pesto si ripulì alla bella e meglio e scese dall’auto a sua volta, con gli occhi arrossati e l’aria di chi aveva appena fatto un giro in lavatrice.
«Ehi, ma quella non è la panchina dove Lauretta ti ha fatto il primo pompino in terza media?», chiese Pesto indicando una bella panchina all’ombra di un cipresso.
«Già. Era molto più semplice farsi fare un servizietto a quei tempi», risposi nostalgico.
Luca apparì alle mie spalle e ruttò senza la minima grazia.
«Parli come un vecchio di merda», mi stuzzicò, e poi si diresse verso la panchina, si calò le brache e ci pisciò sopra.
Un lungo getto che coprì interamente la seduta, mentre Pesto sghignazzava massaggiandosi la pancia.
«Ecco cosa ci faccio alla tua panchina dei ricordi di merda!», sbraitò il sommo prima di lasciarsi andare ad una risata sguaiata.
«Simone… Simone, caro, ma dove siamo?», domandò la nonna dall’interno del Pandino.
«Merda», mormorò Pesto, avviandosi verso la macchina.
«Oh, ma che bel gattino. Come ti chiami, bel micetto? Vieni dalla Vanda, micetto… Opps.. Simone, è scappato», balbettò la vecchia mortificata.
«Merda», dichiarai a mia volta.
Pesto trafficò con lo stereo, diffondendo nell’aria le prime note di Borghesia di Claudio.
«Si va a caccia di gatti!», esclamò il poeta, ritrovando il suo buonumore.

Giovanna Giordano

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