BUIO PESTO@TODO MODO #7: LA LUCE DELLE SCALE

Simone Lisi

Simone Lisi, fotografia di Francesco Vignozzi

Il 13 maggio scorso, a Firenze, abbiamo letto racconti inediti a tema Buio Pesto alla libreria Todo ModoSimone Lisi (video) ha scritto per l’occasione La luce delle scale (senza Carlotta).
Le fotografie sono di
Francesco Vignozzi.

La luce delle scale si è spenta lasciandomi al buio con le braccia distese, con le buste strapiene di roba, di carta marrone. I funghi per cena, lo yogurt greco per Diana. E le chiavi di casa tra indice e medio nella mano sinistra. Qualcuno del piano di sopra deve esser uscito prima che entrassi. Se la luce delle scale era accesa, perché premere l’interruttore?
Così dopo un po’ che salivo la luce si è spenta.

Il sistema elettrico tutto da rifare. Le spese condominiali. L’amministratore. L’impianto non a norma. La tipa romana che neanche ci vive ha detto che l’impianto non è più a norma. L’amministratore scosso dai tic ha detto era vero. Ma la giapponese che sta al piano di sopra e neanche ci vive, che affitta con air b ‘n b, ha fatto finta di non capire e ha detto che lei non tira fuori una lira. Questa cosa dei soldi l’ha detto che tutti capissero bene. Le luci, va bene, ma l’anno che viene. Abbiamo già tutte le spese dei pozzi neri. Anche la tipa romana era d’accordo, che tanto neanche ci vive. Per questo ho pensato al futuro, a interruttori a ogni piano. E a tutt’altro. Ho pensato che nel futuro andremo in giro con dei caschi in testa. Ci proteggeranno dall’aria inquinata. Saranno utili anche per le cadute, ma saranno talvolta anche causa di morte. Leggeremo sui giornali di gente soffocata per dei problemi agli impianti. «Di nuovo?», commenteremo leggendo la notizia su quei giornali del futuro. E penseremo per un attimo a quelle morti terribili.

Nelle tenebre del vano scale ho lasciato quei pensieri e ripreso a salire. Le scale ripide, le buste pesanti strapiene di roba, le chiavi nella mano sinistra. Superato il pianerottolo della tipa romana privo di interruttore a norma condominiale, ho fatto ancora dei passi nel buio e poi sono caduto. Il busto in avanti, poi indietro. Ho fatto uno sforzo perché fosse il mio corpo a sbattere contro i gradini, non i sacchetti di carta marrone. Loro li ho appoggiati con una grazia che avevo scordato di avere, come un atterraggio lunare. Mentre il resto crollava. Qualcosa deve esser uscito lo stesso. Ho sperato si trattasse dei funghi. Lo yogurt, ho pensato: poi voglio vedere Diana come farà. Lungo disteso sulle scale, con la testa riversa, le chiavi nella mano sinistra, ho pensato che per quelle scale non s’incontra nessuno. La tipa romana una manciata di volte in due anni e la giapponese dieci in totale. Ho anche pensato che una casa così silenziosa non la ritrovo mai più. Che anche se fossi caduto e avessi sbattuto la testa e urlato per chiedere aiuto non mi avrebbe sentito nessuno. Poi nel buio di quel vano scale ho capito che c’era qualcuno.

«Chi è?», ho detto, ma nessuno ha risposto.
«Chi c’è? Sono caduto, aiutami», ho spiegato.
«Diana, sei tu? Signora Dan, è lei?»

Ma nessuno ha risposto. Eppure c’era qualcuno a tre metri da me, stava là in alto sul pianerottolo e si è mosso, ha fatto dei passi come d’impazienza, nel buio di quel vano scale. Ha aspettato ancora qualche secondo per capire se cambiava qualcosa, e poi ha cominciato a scendere verso di me. Ma era una discesa penosa. Lasciava intuire come avrebbe preferito essere altrove, fare tutt’altro, essere un altra persona. Si è avvicinato al mio corpo perché occupava quasi tutto lo spazio disponibile e ha rallentato quando è stato ad un passo da me. Io ho fatto finta di essere morto e ho chiuso gli occhi anche se era buio e non si vedeva lo stesso. È passato di lato evitando di camminarmi addosso e ha continuato a scendere reggendosi al corrimano.

Poi mentre morivo la luce delle scale è tornata. A illuminare gradini e quel pianerottolo in basso, dove c’era un ragazzo. Non aveva compiuto trent’anni e mi ha guardato per un momento come si potrebbe guardare una strada. Io l’ho guardato a mia volta con uno sguardo severo, per nessun motivo preciso. Ho pensato che aveva un bel viso senza essere bello, come lo sono tutti i ragazzi. Ho subito pensato che sembrava credibile, come se sapesse che fare, ma non era vero, lo sapevo dal modo che aveva di camminare. Ho pensato che non mi importava di lui e non mi importava di niente. A lui, credo, neppure. Forse un poco soltanto. Poi il ragazzo si è voltato e ha continuato ad andare.

Diana

Diana, fotografia di Francesco Vignozzi

Simone Lisi

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