ROCK CRIMINAL #9: FELIX PAPPALARDI

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Il triangolo è la figura geometrica di elezione delle storie che Sergio racconta: ce n’è uno, tragico, anche nella puntata su Felix Pappalardi, bassista dei Mountain e dei Blues Creation, produttore dei Cream e The Youngbloods, marito di Gail Collins e amante di Valerie Marron…
Illustrazione di
Silvia Priska Benedetti (Otto).

I muri delle case di Ajijic hanno i colori dell’arcobaleno: rosso, arancione, giallo, verde, blu, violetto. Davanti c’è l’azzurro del lago di Chapala. Intorno le montagne della Sierra Madre, verde scuro dove la vegetazione si fa più fitta. Quasi nero verso il tramonto. Gail aveva scelto la piccola città nello stato di Jalisco per curarsi dal cancro e dai ricordi dolorosi e bui come la fine di una notte newyorkese. Per quelli che ancora riuscivano ad alleviarle la coscienza e illuminare il passato di luce calda, c’erano le abitazioni delle stesse tonalità con cui colorava la musica del tempo perduto. Lei diceva che quel panorama l’aveva dipinto sulle copertine dei dischi della sua band. A volte si correggeva: «La band di mio marito». Era solo un attimo. Poi tornava a parlarne come qualcosa di suo. Non diceva mai di che gruppo si trattasse né il nome dell’uomo: sembrava un errore della sua mente. Un’invenzione. Aggiungeva che aveva scritto anche delle canzoni. Tante canzoni. Canzoni famose. Lei era una poetessa e le parole le sgorgavano dalla penna come i colori dalle matite e dai pennelli. Nessuno le credeva. Il suo nome, Gail Delta, non diceva niente.

Nel villaggio messicano a sud di Guadalajara, tanti americani si erano inventati una biografia per nascondersi dalla legge degli Stati Uniti. Nessuno faceva domande. Ajijic era il rifugio di assassini, imbroglioni ed evasori fiscali. Tutt’al più di eccentrici ricchi pensionati con l’Alzheimer e l’illusione di una cura miracolosa presso qualche sciamano locale. Gail sembrava un po’ tutte queste cose. Per molti era una vecchia pazza. La piccola bottega di gioielli e vestiti che aveva aperto nella zona turistica fallì presto: i residenti si tenevano lontani da quel negozietto e dagli improvvisi scatti d’ira della sua proprietaria che faceva scappare gli escursionisti in cerca di manufatti del luogo. Qualcuno disse di averla vista armata. Passava intere giornate a non parlare con nessuno. D’un tratto cominciava a raccontare storie al primo venuto. Le più strane e confuse. Spesso c’era una donna in questi racconti, e anche lei sembrava una falla della memoria. Che si mischiava a quei colori.

Valerie invece ricordava tutto. Aveva perso i denti per via della droga, ma non l’immagine di lui che si avvicina e la bacia. Avrebbe lasciato sua moglie, le diceva. Le ripeteva. Poi facevano l’amore. Ed era diverso da tutte le altre volte. Lui aveva il fisico e la faccia del pornodivo, ma non era come quegli stalloni da cinema a luci rosse che la prendevano sul set senza tanti riguardi, e lei non sentiva niente. Con lui era tornata a sentire. Forse sentiva per la prima volta. Il suo corpo cominciava a respirare e a sciogliersi negli orgasmi negati dalle violenze subite da bambina dal patrigno. Da quelli interdetti dalle indicazioni di un regista col nome falso come il suo, Valerie Marron (lo pseudonimo più usato tra i tanti per via dell’evocativo zuccheroso francesismo). Confidava il suo amore per quell’uomo all’amica e collega Andrea, con entusiasmo e trasporto.

«Lo amo. Lo amo davvero», diceva. Ripeteva.
«Come in Joe Rock Superstar
«Non scherzare. Lì ero solo una groupie ed erano soltanto pompini. Con lui è amore».
«E i pompini?»
«Be’, quelli…». Scoppiavano a ridere. Poi Valerie tornava seria, con gli occhi pieni di luce.
«Non farò più film porno. Sarò la sua donna e una musicista come lui».
«Anche per me il porno è un capitolo chiuso», diceva Andrea. «Sai Valerie, vorrei essere ricordata come una cantante e non come un’attrice pornografica».
«Tu lo sei già. Sei una cantante di successo. Sei Andrea True: More More More».

E cantavano insieme quella canzone che nel 1976 aveva portato Andrea Marie Truden ai primi posti delle classifiche di mezzo mondo con il nome d’arte di Andrea True Connection. La sua voce era morbida. Muovevano i bei corpi. More, more, more. How do you like it? How do you like it? More, more, more. Ridevano come due sceme. Come due ragazzine alla scoperta dell’amore e del successo. Anche se Andrea True, in fondo, al successo non ci credeva più.

«La disco music è finita. Non mi vuole più nessuno», diceva amareggiata e stanca. «Giusto qualche serata. Neanche nel porno mi vogliono più. Ho quarant’anni. Le tette scendono e l’ansia sale».
«Sei sempre bellissima Andrea».
«Grazie piccola». Andrea baciava Valerie sulle labbra.
«Ti aiuterà Felix. Sì lo so, lui fa un altro genere di musica, hard rock…»
«E noi hardcore, no?» Risero ancora a quel gioco di parole di Andrea.
«Comunque è uno che conta nell’ambiente discografico».
Valerie ne era convinta. In realtà anche lui era uscito dal giro. Felix Pappalardi, famoso per aver prodotto gli inglesi Cream di Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker ed essere stato il bassista, autore, produttore e seconda voce dei Mountain di Long Island, si era perduto dietro le droghe, le donne e la sfortuna, la debolezza e la semisordità.
Valerie poteva essere la sua salvezza.

«Felix ha grandi progetti per me e per se stesso. Vuole riunirsi ai Mountain. Leslie West ha intenzione di rimettere insieme la band e gli ha chiesto di tornare nel gruppo».
«E sua moglie? Sì, la moglie di Felix, sa di voi due?»
Valerie si strinse nelle spalle. «Le chiederà il divorzio. Compreremo una casa tutta per noi e ci sposeremo. Me l’ha promesso, l’altra notte, mentre facevamo l’amore».
«Gli uomini mentono a letto».
Felix però non mentiva.

«Vuole lasciarmi, ormai è certo. Ha un’altra», disse Gail alla suocera. «Aspetta Gail, ti passo tuo suocero, vuole parlarti». Lei attaccò il telefono, la voce era assente, parlava come se pensasse già ad altro. Si mise seduta sul letto e lo attese nel loro appartamento al quinto piano del 30 di Waterside Plaza nell’East Side di New York. Inghiottì l’ennesima pillola di Percodan. La notte non finiva più. Provò a sdraiarsi. Il sonno non la salvò. Ancora una pasticca di antidolorifico per anestetizzare i ricordi. Quello del matrimonio, celebrato il 30 maggio del 1969, erano giovani, hippy, belli e pieni di talento, e degli anni che seguirono, i concerti, i dischi e poi il declino per colpa di lui, glielo rinfacciava sempre, gli amplificatori tenuti troppo alti che gli avevano danneggiato l’udito – Felix non sapeva gestirsi – i soldi che finivano, non erano i motivi della sua disperazione, dell’odio. Il rancore non era dovuto ai continui tradimenti di Felix, anche lei andava con altri uomini, era nei patti, una relazione aperta: lo avevano accettato entrambi. Pure se per lei a volte era difficile. No, il risentimento era dovuto al fatto che quella nuova relazione non era una faccenda di sesso, ma d’amore. Il ricordo che la tormentava era quello che avrebbe avuto un giorno quando lui l’avesse abbandonata definitivamente. Incontrarlo con lei al Max’s Kansas City e in giro per Manhattan e far finta di niente. La notte da sola o con un amante occasionale. Con quelle immagini che nel tempo avrebbero sostituito tutte le altre. Lui con lei. Solo con lei. Nello stesso letto. Nella stessa sala d’incisione. Lui che la presentava. Lei che apriva i suoi concerti. La nuova coppia del rock’n’roll. Belli e felici.

Felix Pappalardi si era innamorato di un’attricetta porno dalle ambizioni musicali chiamata Valerie Merians, di ventisette anni. Gail Collins ne aveva quarantadue e aveva scritto le parole di World of Pain e Strange Brew per Disraeli Gears dei Cream e gran parte dei testi dei Mountain; aveva illustrato le copertine di tutti i loro dischi, era stata la più stretta collaboratrice di suo marito, e questo ora non valeva più nulla. Era il porto dove tornare dopo le notti brave, il corpo su cui riposare. E quel corpo invecchiava, si deteriorava con i farmaci, perdeva forma, cambiava odore. Quello di Valerie era fresco ed eccitante, profumato di gioventù e speranze. Magari la ragazza avrebbe scritto delle canzoni per lui e la band. Chissà, poteva anche saper disegnare. Comunque l’amava. Che ci poteva fare? Il Percodan non serviva a niente. Il suo amore non serviva a niente. La gelosia non serviva a niente.

Il proiettile della Derringer calibro .38 che trapassò il collo di Felix Pappalardi perforando la carotide alle cinque e quaranta del mattino del 17 aprile 1983 servì a interrompere ogni ricordo futuro. Qualunque memoria tra il suo uomo e la sua nuova donna. Ogni sogno di Valerie Merians. Ai ricordi per un po’ ci pensò la droga. Andrea True glieli ridestò delicatamente curando la tossicodipendenza della sua amica con pazienza e compassione. Quando tutte le immagini di quel breve passato tornarono, Valerie ormai aveva perso i denti e ogni desiderio sul suo corpo che aveva ripreso a non sentire più.
«More, more, more. How do you like it?»
«Non mi piace più niente, Andrea».

Valerie Merians morirà di malattia al fegato e all’anima, di depressione e malinconia, il 13 ottobre 2008, a cinquantatré anni nella natia Woodstock, dopo aver passato gli ultimi scorci della sua vita nel bilocale newyorkese di Andrea True. Il cuore di Andrea Marie Truden si fermerà tre anni dopo, il 7 novembre 2011, all’età di sessantotto anni, spezzato dal fallimento.
Andrea a volte riusciva ancora a far ridere Valerie. Pure sdentato il suo sorriso era bellissimo. Nelle labbra screpolate c’era sempre il ricordo dell’amore per Felix Pappalardi.

Gail Collins invece non rideva più. Pianse in tribunale quando il sostituto procuratore distrettuale Maureen Bardens le mostrò la piccola pistola d’argento. «Signora Collins Pappalardi, riconosce questa pistola?» Tra le lacrime Gail disse che non poteva guardarla, non poteva toccarla. «Vi prego, portatela via». Continuava a sostenere che era stato un incidente: «Felix mi spiegava come usarla, stavo familiarizzando con l’arma e deve essere partito un colpo, non so, non ricordo niente, per un attimo c’è stato il vuoto, il buio, non ricordavo neanche il mio nome. Non volevo, è stato un incidente. Dovete credermi. Per favore, portate via quella maledetta pistola. Vi prego. Non so neanche come si usa una pistola».

«Una volta Felix ed io», testimoniò in aula Frances Laing, moglie del batterista dei Mountain Corky Laing, «stavamo parlando in macchina fuori dallo studio di registrazione, eravamo usciti perché lì dentro c’era troppo rumore, mi sembra che stessero riascoltando i nastri o provando qualcosa in cui lui non suonava, e nel parcheggio ci raggiunse Gail: attraverso il finestrino abbassato mi puntò una pistola alla testa minacciando di spararmi se mi avesse rivista in giro con suo marito. Stavamo solo parlando».
Leslie West, chitarrista e cantante della band, disse in un’intervista: «Vuoi il mio consiglio? Regala a tua moglie un anello di diamanti, dei fiori, un reggiseno push up. Mai una pistola». Nell’appartamento di Manhattan, i detective della 21esima stazione di polizia di New York intervenuti quel mattino trovarono dentro il cestino della carta il certificato di matrimonio dei coniugi Pappalardi stracciato in mille pezzi. Felix era disteso sul letto in mutande.

I singhiozzi e l’aria affranta, il terrore mostrato per quell’arma, convinsero la giuria, sei uomini e sei donne, della sincerità dell’imputata. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna per omicidio di secondo grado, ma Gail Delta Collins Pappalardi fu riconosciuta colpevole solo di omicidio involontario e negligenza colposa per aver avvisato i soccorsi in ritardo, dopo la chiamata al suo avvocato. La pena fu da sedici mesi a quattro anni di reclusione. Il 30 aprile 1985 fu rilasciata sulla parola.

Qualcuno disse di averla vista vagare per molte notti su una barca intorno all’isola di Manhattan. Poi sparì da New York. Fu avvistata a San Francisco, a Vancouver, a Washington e in chissà quanti altri posti. I più la davano per morta suicida. Gail Collins era il fantasma dei matrimoni aperti. La cattiva coscienza della suprema corte di Manhattan.
Si stabilì ad Ajijic, per via di quei colori. Per il cancro non ci fu niente da fare.

Il 6 dicembre 2013 il suo padrone di casa la trovò riversa a terra nell’appartamento che aveva affittato per 500 dollari al mese. Aveva settantadue anni. Solo allora gli abitanti della cittadina messicana scoprirono chi era quella strana espatriata americana.

Sergio Gilles Lacavalla

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