ALBE

“È domenica, è una giornata tremenda per vivere, non posso darti torto”, scrive a un certo punto Gianluca Garrapa. Qui su Verde invece è martedì ed è una bella giornata: leggiamo Albe.
Illustrazione di SIlvia Priska Benedetti (Undici).

Morto un io, se ne fa un altro. È l’alba, la luce già infastidisce. Lei dorme sul fianco. I capelli scuri dormono anche loro, fiordi perfettamente calmi nella terra del cuscino bianco di pizzo. Il suo collo. E mi lascio andare, lascio scivolare le dita, le dita, anzi, quasi per una memoria tattile dell’origine, mi conducono ai suoi capelli, le dita che sfiorano il bordo della sua interiorità, il respiro è una bestiolina docile dentro questo bordo tridimensionale che è il nostro corpo, le mie mani costeggiano nella brezza dell’incanto. Aria e marmo, io e lei. Il collo di una donna. Bianco, scuro, adesso che è l’alba, bianco nell’esplosione del giorno, al mare, in montagne impossibili eppure immaginabili, smembrate dal sole e dalle ombre delle pinete, bianco con il suo ciclamino aggiustato sopra con l’adesivo, sul quadro, scuro per via dell’azione maldestra nello stendere il colore, quando tremi assunta dalle tue angosce, dal terrore chimico della terapia.

Cosa dipingeva, all’alba, quando era ancora in sé, autoconsapevole h24 del proprio destino, del proprio futuro passato, sicura e sprezzante, a volte, al limite di una civetteria provinciale e campagnola, male assortita di sfumature che comprendessero, e implementassero, il tono principale, che comprendessero toni diversi, una voce personale sulle cose, tante voci, toni adeguati al momento, al luogo, alla situazione, alla vibrazione dell’ambiente dentro e intorno. Diamine, che spreco! trascurava quel vero talento che la possedeva, che generava la sacra follia cromatica, e se ne usciva con discorsi strani, applicava la cromatica della psicoquantistica ai fatti futili e banali della vita, della sua vita immaginaria e nevrotica; robe così: eri spesso ubriaca e noi diventavamo l’unico monocorde lamentevole disprezzo nei confronti ognuno della propria intera vita, io non ci credevo e ti assecondavo, fingevi di sentirti fallita perché tutto quello che avevi ottenuto a un certo prezzo lo stavi rivendendo il doppio, e le conquiste le hai dovute risarcire esibendo la tua finta isteria da artista incompresa, espugnando le difese degli indifesi, e conquistando la definitiva morte altrui. Dipingevi questo, attratta dallo sfacelo che vedevi dipinto sul volto delle case, e sulle facciate della gente, dei bambini al parco che tu non avresti mai voluto condurre, dell’hostess, quel giorno che stavamo facendo colazione al bar dell’aeroporto, prima di lasciarci per l’ennesima volta, del signore sportivo in cravatta scura e tuta fluo, la valigetta, un ripiego di alcuni quotidiani nella cintura di pelle della borsa, che sembrava radioso, pieno di vita e di problemi, ma pieno di vita, desideroso di morire in flagranza di vita, la vita, per come me l’hai fatta scoprire quel giorno, all’aeroporto, per te era un reato, e dicesti: «Lo vedi quel tipo al tavolo, in giacca e cravatta? Sotto è vestito da jogging, non è veramente felice. Ti sembra di vedere una mascella bionda, dalla dentatura regale e occhi che vedono solo oltre… invece ti sbagli», e io cercai di dire qualcosa come: «Ma di chi parli? pensavo che faccio tardi al lavoro se aspetto la tua partenza, è meglio se ci salutiamo adesso». Parlai per intercalare il tuo bisogno di riprendere fiato e mangiare la colazione, avevi ordinato the, frutta, pane, marmellata, strafottente del mal d’aereo di cui sembri non voler soffrire. Continuasti, insomma, a descrivermi quel tipo come una tela i cui colori vivacissimi rendono il soggetto, una chiazza di vita sparata lì nei secoli dei secoli all’occhio che coglierà l’immagine, colori vivacissimi nascondono il disegno originale, un volto cupo, turpe, il volto della tristezza. E via dicendo, dicesti. Prima di partire, sempre. Anche a casa. Però hai un bel collo. E dormi, è quasi mattina, benedetta sia la luce del Signore. Vorrei tagliarti la testa. O almeno questo stanno pensando loro, le mie dita, sentono pulsare la carotide, sentono il respiro, percepiscono il calore, precise, netto e deciso, il morire. Oppure stratificare il dolore. Forse sverresti alla sola vista della lama. Nel cuore della notte. Hai presente?

Come quella notte, me lo raccontasti un migliaio di volte, che ti svegliarono nel cuore della notte e tu eri nuda nel letto ed eri convinta che ti stessero per stuprare, erano tuoi familiari, o amici intimi, non ricordo, e l’idea che stesse per accadere, proprio a te, ti eccitava da morire, tanto da fare ammosciare il pisello agli stupratori, avevi nove anni ma eri riuscita a non farti stuprare semplicemente dando di mostra al desiderio lascivo di farti stuprare, «No, scemo, non era mica questa la storia: era un sogno che mi perseguitava da piccola, e non mi faceva dormire, e tutte le notti mi portavano nel loro lettone, mi riaddormentavo e tutto passava. Era un sogno ricorrente, e basta. Ritorna spesso nei miei soggetti pittorici», e nei volti della gente, pensai, e non dissi nulla. Il volo era stato annunciato e noi ci salutammo, dimenticando che si trattava d’un addio. Così tutte le volte. Fra cinque ore hai un altro volo. Se Addio fosse adesso? Se ti tagliassi la gola in questo momento, cosa diventerebbe il tuo corpo, il bordo del mondo interiore?

L’altra notte si è svegliata di soprassalto, «Per sfuggire al solito incubo», ha detto il mattino dopo, «e questo era diverso… ti dico che era un’altra dimensione». «Beh», le ho risposto io, «i sogni sono un’altra dimensione, non vorrai mica ridurre tutto all’area dei tuoi quadri». Non lo avessi mai detto, era come se non lo avessi mai detto. Hai preso a raccontarmi tutto per filo e per segno come se non fossi al corrente di tutti gli incubi che ti attraversano ancora. Le parole non sono buone traduttrici delle immagini che si materializzano negli incubi. Nei sogni è diverso, il suo incubo non era vissuto di là dal bordo di lei dormiente, per nulla: l’incubo, e la serie di incubi che precedettero la sua definitiva abdicazione alla lucidità e inaugurarono il trionfale ingresso nel regno delle tenebre mentali, l’incubo era stato una vera e propria possessione notturna. «Questo era diverso… ti dico che era un’altra dimensione, c’eri tu che mi fissavi, come sempre in tutti gli incubi ci sei tu, è questo… poi c’è la stanza, io sono in questa stanza e tutto sembra così reale, è reale, vedo te che cerchi di risvegliarmi all’incubo, e hai sempre il volto insanguinato… le tende, ci sono proprio quelle tende… è pazzesco, è come avere la sensazione di essere svegli e di sognare, allo stesso tempo. Non è come la droga, in quel momento vivi esattamente la realtà, la realtà per quello che è. Proprio questa stanza, tu, questo letto, il mio corpo, la tenda. E poi corro in cucina e tu m’insegui, cerchi di uccidermi, lo so che stai cercando di uccidermi. Ecco, è proprio in quel momento che mi sveglio dall’incubo».

Una volta, quando ti chiesi perché non volevi avere dei figli, tu mi rispondesti battendo le ciglia più del dovuto, canzonatoria, era implicito che io non avessi capito un cazzo della vita, «Non è questo, è solo che lei viene prima di tutto, forse anche di me e di te…» la pittura, insomma, in particolare il soggetto che stavi dipingendo in quel periodo. Quello che c’è nella tela siamo noi, e io ti ascoltavo senza giudicare, essendo ormai lontano mille miglia dai tuoi discorsi, e pensando a altro, ma non tanto, pensavo al resto, di tutte le storie, che non mi raccontavi, e che non osavi raccontare nemmeno a te stessa, e accumulavi la polvere dei tuoi deliri celandola insieme alle piccole scaglie dei colori, sotto il letto, pulivi solo intorno ai tavoli, giravi intorno alle sedie senza spostarle, pulivi solo il vetro lasciato libero dalla tendina messa a metà della finestra, incastrata nella cornice scrostata di vernice, sotto il tavolo ci passavo io, quando non eri in casa, o dormivi, la metà della finestra nascosta dalla tendina, spostavo le sedie e con la scopa cancellavo i quattro cerchi di polvere che s’accumulava di settimana in settimana sotto le gambe, perché, per te, cancellare implicava la presenza delle tracce, del passato, e quindi abolivi il concetto di traccia, lasciando sporco per non ammettere che da lì il tempo era passato lasciando tracce. Mi spiegavi che non era importante ramazzare sotto i tavoli, o spostando le sedie, o dietro le tende, o sotto il letto, «Perché se è pulito intorno è pulito anche l’interno…»; e a volte, nei momenti di stanchezza e solitudine, mi lasciavo andare al mio folle punto di vista, scimmiottando evidentemente il tuo, e intraprendevo scalate impervie nel delirio per raggiungere la vetta, il campo-base, dove avrei potuto parlare un po’con te, da solo a sola, due solitudini. Fossi stato meno indolente, e meno indulgente, con la mia amorevole voglia di salvarti dalla tua follia: «Il quadro ti ordina di andare a comprare una tela, i colori, e ti dice dove andrai per incontrarti con la pittura», e quella volta ci andò bene, perché il quadro ti ordinò di andare in campagna, nel profondo centro della regione, nel casolare che apparteneva a una tua zia morta, che lo aveva lasciato in eredità a sua nipote, tua cugina e perfida nemica, e il quadro ti suggerì che le chiavi le avresti trovate in casa di tua madre, all’ingresso, accanto alla porta, il primo gancio del portachiavi-souvenir di ferro cromato a forma di chiave con l’ovale del Canal Grande sull’impugnatura e i minuscoli uncini per i passachiave sverniciati dall’uso, tranne il primo uncino, quello con la chiave di nonna, perché in quella casa, dopo la morte dell’ultima abitante e prima di noi, non era entrato nessuno, e ci toccò ramazzare, lavare, eliminare, sbattere, divellere, smettere e chiamare una ditta specializzata, per decespugliare e diserbare. La cifra che avremmo pagato ci rese poveri per diversi mesi, però eri felice e il quadro stava venendo bene.

Una sera salii in vetta da te, al tuo campo-base, e cercai di dialogare, da solitudine a solitudine. Non ci fu verso di incontrarti, di incontrare almeno una parvenza del tuo bordo oltre il quale non mi spingevo più da tanto, da vari mesi, ormai. Non abbiamo fatto l’amore per quasi un anno, anche se tu, mi ripetevi guardandoti le dita sporche di colore, avresti voluto tanto: «Il quadro ci guarda, non credo che sarebbe d’accordo a questa dispersione di energia cosmica», e ti rassicuravo che andava bene lo stesso anche se, cercai di suggerire più a me stesso che a te, il cavalletto lo si poteva girare dall’altra parte, e fu poco furbo da parte mia essermi lasciato andare a una uscita così poco opportuna per la tua ortodossia pittorica, e quell’attimo di ilarità, che avrebbe dovuto sdrammatizzare gloriosamente l’ennesimo rifiuto e sciogliere le tenebre della tua forzata castità, si dissolse in un pugno di sabbia in gola, e non ci parlammo per intere settimane.
Vivevi su, nel tuo campo-base, insieme al quadro, ed io dabbasso, nella mia solitudine da vedovo bianco. In quella forzata libertà che durò sei mesi, maturai il mio senso di autoconsapevolezza, curandomi degli animali, alzandomi presto la mattina, annaffiando, scavando, seminando, ripulendo, andai pure dal contadino che abitava lì vicino, l’unica persona con cui parlavo, m’invitava a pranzo spesso e finivamo per parlare delle rispettive mogli, la sua, sempre lì vicino, o con i figli, o con la casa, e ancora in forze per giocare, la notte, scherzava il contadino; e di me, di me? Che potevo dire? Lui non mi fece più domande al riguardo e la questione cadde morta lì, per dare spazio a discorsi più pratici e più utili alla mia crescita personale. Lo capì bene il mio stato d’animo, mi trattò di conseguenza. Appresi parecchie cose su come si coltiva un determinato tipo di pianta, quando ci si dedica alla semina, come e con quale frequenza si annaffia, in quali ore, esperienze che mi tenevano agganciato alla terra per non impazzire pure io. Il quadro ed io diventammo sempre più ostili, per lo meno nei sogni. Lo sognavo quasi tutte le notti, finché non smisi di vederlo nei miei incubi e il mattino dopo tu scendesti, pallida, smagrita e trasandata, il quadro lo avevi finito e adesso bisognava sotterrarlo. Non dissi nulla. Avevi i capelli in disordine, unti, nemmeno la grazia di legarli in una coda che ne dissimulasse lo sfacelo, il disordine. Non come ora. Le mie narici mi spingono a bere questa scura fragranza. Stai dormendo. Chissà come sarebbe reggere la tua testa per i capelli. Lunghi fino al seno. Il bordo del tuo corpo, che lascia segni caldi e biondi, nella memoria del cuscino. Io, invece, non ho più memoria di te. Hai sepolto te stessa insieme al tuo quadro. E adesso non sono sicuro di cosa ci sia dietro il bordo del tuo corpo. E dormi, è quasi mattina, benedetta sia la luce del Signore. Se almeno avessimo dei figli.

Stavi così attenta a tutto, mi dicevi di non tagliare il pane con il coltello che avevo usato per spalmare il burro, di non usare il cucchiaino dello zucchero per mescolare il the, di non spremere il limone con la forchetta, perché schizza la tovaglia. L’ordine, la perseveranza del limite tra le cose, la netta separazione che il ruolo di un oggetto garantisce rispetto a un altro, anche se i due oggetti sono perfettamente identici. «Non significa nulla», arguivi civettuola e come se stessi appena uscendo da un baccalaureato in filosofia alla Sorbona, «anche gli esseri umani sono tutti simili, bordo di pelle e sangue, eppure non svolgono assolutamente la stessa funzione, non stanno nello stesso spazio. Vedi? Tu bevi the, io bevo caffè. Tu lavori, io dipingo». Io vivo e sopravvivo, ti amo anche. «Invece tu non mi ami, lo so, e io non so più se sia amore il mio o una mia fantasiosa elaborazione artistica…» e lasciavo correre, ubbidivo, facevo colazione e uscivo per andare al lavoro. Ora stai ancora dormendo. È domenica, è una giornata tremenda per vivere, non posso darti torto. Non come quella domenica, in montagna, tu non sapevi sciare, io sì. Restammo tutto il giorno al sole, ai tavoli fuori l’albergo, per farti contenta. La coppia di tedeschi non ti era molto simpatica, solo perché lui e lei mi avevano notato e riconosciuto. Non sopporti che io sia migliore di te. Anzi, non sopporti che io sia me stesso, e non vuoi sapere quanto costa essere se stessi. Chissà se il dolore del bordo può farti guarire.

Questa lama ti sfiora, però non affonderà mai nella tua carne. Tutto quello che tocco diventa della mia stessa natura. Questo coltello… il coltello… dov’è finito? Eccolo, lì per terra, senza fare rumore, è scivolato sul pavimento senza un tinnìo, nulla, come se non avesse più un suono, o un rumore. Tutto quello che le mie mani hanno stretto diventa della stessa natura delle mie mani. Ieri mattina sei entrata in cucina, ti eri appena svegliata, io credevo che dormissi ancora, sei apparsa all’improvviso alle mie spalle, mi sono spaventato a morte, sì, a morte, e mi son lasciato scivolare la tazzina per terra, si è rotta senza fare rumore, non te ne sei accorta nemmeno, sei ritornata in stanza dopo aver bevuto l’acqua, hai posato il piede sui cocci acuminati della tazza e non te ne sei accorta, senza sanguinare o saltellare per evitare il dolore alla pianta dei piedi. Sei ritornata a letto, io non esisto, nemmeno i frantumi taglienti interferiscono con il tuo bordo che ormai è debordato all’interno, chiuso al mondo. Nemmeno un graffio, incolume tratteggi i tuoi passi sugli spigoli taglienti del bicchiere che mi è scivolato di mano, ti ostini ad assentarmi.

Torno a letto, tu dormi ancora, eravamo al mare, quella volta prima che tu abdicassi per sempre a questo regno e ti auto-nominassi regina del mondo che è solo tuo. «Dai, cosa vai pensando… certo che ti amo, è solo che a volte sento la necessità di stare sola, con la mia pittura, con la mia passione…» Sei tornata a letto, ti eri alzata solo per bere e mandare giù la pasticca. L’alba è sbocciata in un fiore di ceramica, le campane della prima messa percuotono il davanzale della nostra convivenza. Le tue palpebre sono immobili: è silenzioso il territorio oltre il tuo bordo visivo, non stai sognando. «E ti ripeto che era un’altra dimensione, tu volevi uccidermi, e davvero sembrava tutto così reale», e io come potrei mai ucciderti, amore mio? Non sentivo il mio tatto scivolare sulle tue braccia, il sorriso che deglutiva il piacere del bordo sfiorato, non presagivo nulla. Io non contengo più la memoria, e adesso tu apri gli occhi, e fissi il vuoto, e tra il tuo sguardo e il vuoto, nella nebbia che ti mura viva dietro il tuo bordo visivo, tra te e l’aria, ci sono io e non so se mi stai davvero osservando oppure è ancora quel tuo maledettissimo incubo. Quando eri ancora viva, e le tue parole scansavano gli equivoci che il tuo appartarti generava, era bello ascoltare e ricambiare i tuoi discorsi accesi, a cielo aperto, le mine vaganti delle tue intuizioni pittoriche che riverberavano una luce immensa sui miei silenzi generati dall’incomprensione dell’atto, più o meno come succede a volersi spiegare l’origine del mondo e di Dio. Luccichi, adesso, solo di una scintilla rossa, nel vasto cimitero che è ormai il tuo territorio mentale. Nell’incubo che facevi, ero una maschera di sangue e tu ripetevi che ti stavi difendendo, da me, dalla mia follia omicida. È successo così, come un sogno, il tuo incubo. Una mattina come tante, quando ormai il tuo desiderio si era trasferito altrove e qui lasciava il bordo morto del tuo corpo. Sei venuta in sala da pranzo, mi hai puntato la pistola e mi hai ucciso. È appena l’alba, la luce mi dà il voltastomaco. La sera prima, ricordi? Eravamo a cena dai vicini, ricordi vaghi, vissuti che stanno lentamente svanendo dal mio fantasma, engrammi come calcinacci. «Eravamo a cena?… Continua, è stata una bella serata, direi, se non fosse che tu già stavi meditando di uccidermi», ecco, non è proprio andata in questo modo. Siamo stati invitati, siamo entrati in salotto, ci siamo salutati, iniziamo a sbocconcellare un aperitivo e brindare alla promozione di Federico, noi e loro in piedi, i bicchieri alzati, sorrisi e calore umano. Hai notato un quadro, la tela che stava accanto al televisore, un’eccellente imitazione dell’Ofelia di Millais, «Sì, ricordo, e ricordo anche che in quel momento, se non ti avessero trattenuto, mi avresti ucciso, per fortuna non è successo nulla e ce ne siamo tornati a casa», no, non è proprio andata così: ti sei avvicinata, furente e fuori di te, al quadro mentre noi tre siamo rimasti a bocca aperta, i bicchieri che tornavano all’altezza dell’ombelico e infine sul tavolino, Federico ti spiegava che era un regalo d’un suo amico, e Antonella, adagiando il bicchiere sul tavolino, prendendo quasi le misure e il tempo per le parole che ti avrebbe dovuto dire per farti ritornare nel mondo reale, lei, t’ha posato la mano sulla spalla, t’ha sorriso assicurandoti che tutto andava bene, che era meglio cenare. Non hai sentito ragioni. Hai scagliato il bicchiere contro la tela, poi ti sei rivolta a me urlando di lasciarti stare, gridavi aiuto, sei caduta per terra per il tappeto che ti si era inimicato al tacco col bordo, ho cercato di tranquillizzarti, ma continuavi a urlare che ti sentivi in pericolo, temevi che t’avrei uccisa, anzi, mi urlavi di abbassare la pistola, «Certo! tu avevi una pistola puntata su di me…», no, amore mio, non avevo alcuna pistola. E non avevo intuito che la pistola, in realtà, l’avevi tu, nascosta da qualche parte in casa, chi lo avrebbe mai immaginato… ti amo troppo per ammettere a me stesso che tu sia stata cattiva con me. Non volevi uccidere me, volevi uccidere la mia immagine, ciò che amavi di me, di me volevi farne un soggetto pittorico, «E tu che ne sai?, e poi adesso sei morto, quale immagine e quale corpo potrà mai renderti parte di me? Sono una donna sola per sempre, ormai», ti sbagli, non puoi capire i tuoi sogni, come li comprendo io, adesso sono un’immagine e posso esserti accanto per sempre negli incubi o nei pensieri, sono ormai la tua intera follia, ma solo in momenti questo, quando è appena l’alba.

Gianluca Garrapa

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