Animal Tropical #5: Gechi

coyote

Nicolò MarchiCoyote

Ieri Quaranta, pur di non scrivere un racconto, ha fatto questo. Subito Andrea Frau, fiutando l’affare peggio di un CEO Disney, ha deciso di lanciare il gioco su larga scala e ha assoldato tre piccoli instancabili scrittori per stendere tutta la “lore” ufficiale del gioco: Francesco Spiedo, lo stagista Jimbo e il sapiente Gianluca Liguori; li ospita nel suo garage (“anche la Apple è partita da un buco come questo”, dice) e li nutre di patatine e birrette sarde in attesa che arrivi qualche fondo dalla Scuola Holden. Vi terremo aggiornati sulla vicenda.

Oggi prosegue la pubblicazione del ciclo Animal Tropical – pagine fiorentine a tema esotico-caliente-estivo lette al Sabor Cubano lo scorso giugno – con  il racconto Gechi di Elisabetta Meccariello (che noi in redazione chiamiamo Macca perché siamo tutti beatlesiani di ferro, a parte Marinelli che è un merdosetto post-millennial). Gechi o meno, anche in estate forse vorremo essere tutti da un’altra parte.  

L’illustrazione è di Nicolò Marchi.

Perché sulle pareti delle case al mare c’è sempre almeno un quadro o una foto con paesaggi di montagna? Non l’ho mai capito. Una volta l’ho chiesto a mia zia, «zia perché nelle case al mare ci sono le foto delle case di montagna?» e lei mi ha detto che tutti vorremmo essere da un’altra parte. Io avevo quattro anni e quella risposta non la capivo. Era una cosa da grandi, diceva lei. Io ci stavo bene al mare e non volevo essere da nessun’altra parte. A casa nostra c’era un quadro con un lago, una barca a vela e una montagna verdissima. Era bello, ma a guardarlo si sentiva freddo. E io lo guardavo, il quadro, tutte le sere prima di addormentarmi – stava appeso proprio davanti al mio letto – e mi tiravo il lenzuolo fino al naso. Anche a casa dei miei amici c’erano quadri così: da Paola vette giganti con la neve, da Jacopo un prato con le mucche e gli abeti, da Rosa due sciatori con le tute fluorescenti davanti a una baita. Le cornici erano diverse ma i soggetti sempre gli stessi. Almeno nel mio c’era l’acqua. Una volta l’ho chiesto anche ai miei amici perché nelle case al mare ci sono le foto delle montagne. Mi presero in giro perché facevo domande strane. Qualche giorno dopo Rosa mi disse che forse i nostri genitori le case le avevano comprate già con i mobili e con i quadri perché le nostre case erano tutte uguali. Rosa aveva sei anni. La risposta era convincente e poi lei aveva due anni più di me. Ma perché dei quadri che facevano venire freddo?
Io ci stavo bene nella casa al mare e ci sarei stata per sempre se non ci fossero stati i gechi. I gechi erano ovunque, nelle case di tutti. Stavano attaccati alle pareti e si muovevano appena. Io ne ero terrorizzata. Quando stavamo a tavola, li vedevo acquattarsi nelle ombre o dietro ai mobili o al frigo e io smettevo di mangiare e li seguivo con gli occhi sbarrati per non perderne gli spostamenti. (E se si nascondono in un cassetto o nella valigia o nella mia borsa con i giochi della spiaggia? E se di notte si staccano dal soffitto e mi cascano sulla faccia? Loro mi guardano nel buio, loro possono vedermi nel buio. E poi li sento parlare tra di loro, bisbigliare, ne sono certa, sussurrano versi nei loro corpicini freddi di gomma, sicuramente parlano di me). Mia madre diceva che erano animali tranquilli e che mangiavano le zanzare e che non dovevo avere paura perché non mi sarebbero cascati sulla faccia: i gechi avevano zampe speciali che li facevano stare attaccati dappertutto. Dappertutto. Quindi anche sulla mia faccia, pensavo.
In quell’estate dei miei quattro anni mi persi. Giocavo davanti a casa e mi allontanai. In realtà arrivai solo in fondo alla strada – trenta, quaranta metri più in là – e girai l’angolo. E lì la strada era completamente diversa, le case erano diverse. Mi chiesi se anche in quelle case diverse ci fossero i quadri di montagna. E i gechi, se ci fossero i gechi. Allora feci qualche passo solo per guardare meglio, e poi qualche altro passo (la mia casa è qui, proprio qui, so come ritornarci) ma poi i passi diventarono tanti da non contarli più e non capivo se andavo avanti o se andavo indietro. I sandalini marroni mi facevano male e provavo ad allargare il cinturino – un buco, solo di un buco – provavo e provavo ma non ci riuscivo, e la pelle sotto al malleolo bruciava e si gonfiava in bolle. «I sandali mi stanno mangiando i piedi», pensavo, a casa mia si diceva così quando le scarpe ti facevano male. Allora ripensai ai gechi che mi cascavano sulla faccia e mi mangiavano il naso. Iniziai a piangere. Non lacrime grandi, non goccioloni, ma lacrime piccole, piccole come me, perché non volevo che mi vedessero da sola per strada a piangere. Non c’era quasi più luce quando incontrai un gruppo di ragazzi seduti alle panchine. Due si avvicinarono e mi chiesero cosa fosse successo. Allora lo dissi, dissi che non trovavo più la mia casa e che i sandali mi stavano mangiando i piedi e che i gechi mi avrebbero mangiato il naso. «Dove abiti? Ti accompagniamo noi», dissero. «La mia casa ha il cancello bianco», dissi, «e dentro c’è un quadro con un lago, una barca a vela e una montagna verdissima». Uno di loro mi fece salire sul motorino e iniziò a girare per i vicoli indicandomi i cancelli bianchi: «È questa? È quest’altra?». Io scuotevo la testa. Stringevo il manubrio così forte che le mani sudavano e mi facevano male, allora stringevo ancora più forte e pensavo alle zampe speciali dei gechi che rimanevano attaccate dappertutto. Era la prima volta che stavo in piedi sulla pedana di un motorino e mi veniva un po’ da ridere. Stavo facendo una cosa proibitissima e mi veniva un po’ da ridere.
Era quasi buio quando incontrammo mio padre e mio zio che mi stavano cercando. Quella notte distesa nel letto con i cerotti ai piedi mi accorsi che la barca a vela era troppo grande per quel lago. Poi, nel buio, un geco scivolò dalla parete e cadde sul pavimento.

Elisabetta Meccariello

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