Gli esantemi e i lucumoni

Alessio Mosca non è più solo il nostro psichiatra di fiducia, ormai è un verde ad honorem, un balordo come noi, tanto che ci suggerisce pure idee per gli editoriali (ragazz*, stiamo finendo i post it verdi, presto metteremo su un nuovo crowdfunding, scusateci per le spese dissennate, cercheremo di metter più giudizio). Dovete pensare a Mosca come il nostro Dr. Gonzo, l’avvocato samoano di Paura e Disgusto a Las Vegas (“Letteratura e Dissing a Palestrina”).
Er Fly non sarà più il miglior raccontista della lit-web, almeno secondo IBiB, ma 
continua a stupirci con il suo ciclo sulle trasfigurazioni umane. Il doc è un grande appassionato di storia etrusca, la sua è proprio una fissazione che traspare anche da questo racconto.
Cos’hanno in comune eruzioni cutanee e antichi misteri etruschi? Leggete per scoprirlo.

State attenti benedett* ragazz*, abbiamo in serbo delle novità clamorose, stentiamo ancora a crederci! Ma diteci di voi, state scrivendo i vostri racconti per Scenicchia una sega #2? Fate come il nostro buon amico e mettetevi sotto! Per citare Ramses: “A Sus #2 può partecipare soltanto chi desidera riscrivere la storia della litweb. It’s not about big money. È ABBASTANZA CHIARO?”

Illustrazione di Sofia Mori.

Tutto quel che so è memoria delle fondamenta e delle mura, delle case e delle piazze, così che come una città muta io stesso cambio giacché il mio essere ricalca vie e palazzi, i miei desideri vivono nel cemento e nella calce, nel sogno proibito di una città perenne.
So del sottosuolo, di un uomo scomparso nelle viscere della terra e di una strega affamata di luoghi infetti in grado di seguirne le tracce.
So di un dottore inconsolabile, della prima volta che si incontrarono. Lei scalciava e sputava mentre due guardie giurate la trascinavano fuori dal pronto soccorso.
Lasciatemi! Maiali luridi che ve la prendete con una signora! urlava.
Tutto bene qui?
Niente dottore è solo la Sfacciata.
Va bene, andate pure. Ci penso io.
Mentre la donna si rassettava l’uomo notò, le sue guance gonfie, le ecchimosi e il ventre enorme sorretto da due gambette sottili come spilli. Era evidentemente malata, potevano essere i segni di una sindrome di Cushing avanzata.
Sta bene signora?
La donna gli si avvicinò e gli diede una carezza:
Lei prima era un esploratore o un archeologo. Come le città gli uomini sono costruiti su le rovine di altri uomini, come laggiù, fece indicando l’ospedale, Lì prima c’erano delle tombe.
Il dottore non fece in tempo a girarsi che la donna già fuggiva via, Non parli con gli infermieri, gli parve di sentire nel vento.
Era stato assunto da poco all’ospedale San Lazzaro di Volterra, a quel tempo tendeva a ignorare i piccoli falli di pietra che trovava nelle intercapedini dei muri, non prestava molta attenzione alle scritte sulle porte dei bagni in quell’incomprensibile alfabeto simile al fenicio o al greco antico. Li credeva scherzi o la stravaganza di qualche paziente psichiatrico. Non riusciva ad abituarsi a quei cunicoli stretti e a quelle vie che serpeggiavano nel tufo come se la città fosse emersa dalla roccia scavando fino a dissotterrarne i palazzi, sentiva che avrebbe potuto imboccare una stradina e senza rendersene conto ritrovarsi al centro della terra.
So di quegli infermieri, del timore che incutevano, silenziosi e solenni come statue con quei nomi tutti uguali, Aulo, Aquilino, Attilio, Camilla, Lucrezia, Tarquinio; so dei loro capelli crespi e delle trecce, della barba a punta nerissima come gli occhi, grandi e allungati come se vi fosse l’ombra di un trucco ad accentuarne la forma.
Non deve parlare con quella donna, gli disse il caposala poco dopo che la Sfacciata era scappata via.
Chi è la Sfacciata? chiedeva il dottore, Ed è vero che l’ospedale giace su una necropoli?
Nessuno gli rispose.
Volle saperne di più ma delle cartelle cliniche della donna non vi era traccia. Cominciò a fare domande ai colleghi che gli rispondevano in modo elusivo o si mettevano a fischiettare con lo sguardo rivolto al cielo. Lasci perdere, gli dicevano, S’occupi d’altro. Che c’è? Nostalgia di casa?
Gli infermieri invece non rispondevano affatto, alzavano le spalle o parlavano di un palazzo in costruzione. Aveva l’impressione che le loro espressioni lugubri si deformassero e che per impercettibili attimi digrignassero i denti e rotassero gli occhi come diavoli o malati di tetano.
So dell’ossessione di cui poco a poco fu preda, che decise di cercarla fuori Volterra a costo di frugare in ogni nosocomio, clinica o sanatorio, a costo di perdere tutto.
So che all’ospedale di Arezzo dei manutentori ne riconobbero la descrizione, che era stata vista entrare e uscire dagli ambulatori di Chiusi e che al Pronto Soccorso di Pitigliano un portantino gli disse che era stata ricoverata lì fino a pochi giorni prima. Ma soprattutto so degli sguardi ammonitori degli infermieri e tutte quelle scritte indecifrabili incise in quei bagni luridi.
Il dottore riuscì a delimitare una zona entro la quale la donna si muoveva che dall’alto Lazio saliva costeggiando il Tirreno fino a Pisa e Pistoia e riscendendo si allargava sfiorando la valle del Nestore e il Trasimeno. Era come se circolasse una leggenda per gli ospedali di quel pezzetto di terra dal nome dolce e divinatorio che i locali chiamavano Tuscia, una leggenda che tutti facevano finta di non conoscere ma che viveva nella febbre e nei suoi vaneggiamenti, nelle parole balbettate in punto di morte o sussurrate a mezza bocca dai portantini e parlava di una donna impazzita, del marito scomparso anni prima nella necropoli di Veio e di come da allora si inducesse di proposito uno stato di immunodepressione iniettandosi cortisone e ciclosporina in vena e che così, aggirandosi come uno spettro per quei luoghi infetti, sperasse di contrarre una qualsiasi malattia che le marchiasse la pelle. E la cosa che più di tutte commosse il dottore, qualcosa a che fare con l’ostinazione, quel tipo di ostinazione legata indissolubilmente ai pazzi o agli innamorati, era che per qualche oscuro motivo lei in questo modo sperava di ritrovare il marito che ancora credeva vivo nelle viscere della terra.
So che quando finalmente si incrociarono nel pronto soccorso dell’ospedale di Cerveteri, il dottore sorrideva ma le sue ginocchia tremavano, so che la donna era seduta su una barella dove piegata sulle proprie gambe ricalcava con della carta velina le ecchimosi che le erano venute sulle cosce. Era notevolmente peggiorata dalla prima volta che l’aveva incontrata, il cortisone l’aveva gonfiata ancora di più, si era ingobbita e le guance rosse sembravano infuocare il resto della pelle color della cenere.
Chi è lei? E cosa è successo a suo marito? chiese tenendole una mano.
La donna blaterò, si guardò intorno come una paranoica e sputò. Balbettò di cunicoli e catacombe, di reti fognarie scavate nel tufo che portavano a cripte divenuti scantinati, di come ogni sera arrivasse a sfiorare le dita del marito senza mai riuscire a raggiungerlo.
Ma io ce la farò, capito? Riuscirò a salvarlo.
Poi ripiegò il foglio e lo mise in un quaderno che porse al dottore, un regalo, come volesse confidargli un segreto per ringraziarlo di tanta gentilezza. Proprio in quel momento entrò di corsa un manipolo di uomini vestiti di bianco, le si fecero attorno e portarono via la barella d’urgenza. Il dottore fece appena in tempo a nascondere il quaderno sotto le vesti e a urlare Fermi! Fermatevi! prima che le guardie giurate lo pestassero fino a fargli perdere i sensi.
Quando si riprese era notte e la donna era già morta. Un arresto cardiaco, dissero ridendo con gli occhi.
Il dottore allora corse a casa stringendo il quaderno sotto al cappotto, assicurandosi che nessuno lo seguisse, sprangò porte e finestre e si mise a sfogliarlo mescolandosi alle ombre. Più che un quaderno somigliava a un album di autoscatti dove la donna aveva conservato le foto che ritraevano tutti gli sfoghi e le malattie della pelle che aveva contratto negli anni e su queste foto aveva disegnato linee e schemi, preso appunti e sovrapposto planimetrie e carte topografiche, era una sorta di trattato di dermatologia e urbanistica.
Le croste erano come fondi di caffè e i loro contorni seguivano i perimetri della città vecchia di Tuscania e le ecchimosi erano come linee di una mano o tarocchi e rispecchiavano il Mitreo di Sutri.
Le vescicole di un herpes erano presagi di mappe sulle quali interpretare la rete fognaria di Fiesole, e le pustole della psoriasi indicavano la posizione delle grotte di Orvieto, i suoi tunnel e le gallerie, e giuro che unendo con una matita le petecchie di una vecchia vasculite si ricostruiva il labirinto di Porsenna o il perimetro delle mura ciclopiche di Vetulonia.
I tumuli della Necropoli di Tarquinia erano i pomfi o le bolle che le erano venuti quando la donna era ricoverata all’ospedale di Vulci come se quei sepolcri rivelassero l’ustione della Terra.
Città erette su necropoli e templi divenuti nel tempo fogne e cantine, fondamenta di tufo per palazzi di cemento. Le strie rubrae si dipanavano come le strade cave di Sovana e le papule purpuriche indicavano la Tomba Ildebranda, del Tifone, delle Sirene o la chiesa di S. Mamiliano.
Era l’aruspicina dei tunnel e dei mattoni, la divinazione degli esantemi e delle macule, era come se quella donna avesse scoperto un’arcana corrispondenza fra uomo e città e la memoria stessa dell’umanità fosse custodita nelle fondamenta e nei luoghi così come sulla sua pelle. Una strega che si orientava su mappe ottenute interpretando papule ed eczemi, abituata a stare sottoterra a contatto con i vermi e la muffa inseguendo la speranza di ritrovare il marito inghiottito da quell’oscurità. Sacerdotessa dei tunnel e delle verruche che si prestava a un perverso gioco di magia e specchi, una rete sotterranea che collegava tutti i luoghi dei Tirreni dove un uomo scomparso nei cunicoli della necropoli di Veio poteva essere ritrovato nell’Ipogeo di San Manno a Perugia o nelle cantine abbandonate di un vinificio di Cortona.
So che quando il dottore tornò a lavoro i suoi pazienti iniziarono a morire, che non appena usciva dalla stanza quelli collassavano. Siringhe d’aria o emboli, infarti fulminanti o sortilegi. So che vedeva i risolini etruschi degli infermieri che simili ad apolli di Veio ricoprivano i cadaveri con un lenzuolo.
Pur di non allontanarsi dai pazienti iniziò a vegliarli, a dormire accanto a loro ma bastava che chiudesse le palpebre un istante che veniva risvegliato dal rumore continuo del monitor che segnava l’assenza di battito cardiaco.
So che lo trovarono con un coltello in mano che minacciava di sventrare chiunque si fosse avvicinato alla stanza dei suoi pazienti, so che quel giorno fra loro c’era anche una bambina. Lo presero per pazzo, fu cacciato e radiato dall’albo.
Allora prese le piante e le planimetrie delle città, degli scavi, del sottosuolo. Aveva ancora con sé il foglio di carta velina su cui la Sfacciata aveva impresso le sue ecchimosi e cominciò a cercare schemi e punti di riferimento, a sovrapporre tavole e a lanciare dadi. Due lividi a forma di U potevano corrispondere alla porta dell’Arco Etrusco e alla porta Diana ed era così che altre due macchie combaciavano con l’acropoli dietro il Palazzo dei Priori e all’ospedale San Lazzaro. So che con una matita unì gli altri punti e disegnò corsi e stradine, fece emergere vie e piazze e che quella mappa improvvisata gli indicò un percorso. Lo seguì finché si ritrovò davanti la chiesa di S. Giusto. Entrò. Trovò una lapide incastonata nel pavimento su cui erano incisi gli stessi caratteri indecifrabili che già aveva incontrato nel suo peregrinaggio, la spaccò e si calò dentro. Si ritrovò in uno spazio circolare scavato nel tufo, una tomba ipogea dalla quale si dipanava un’intricatissima rete di grotte e gallerie. Fece qualche passo in avanti, arrivò sulla soglia del labirinto poi tornò indietro e corse via. Corse davvero.

Epilogo.
Appunti scritti dal dottore:

L’aorta è un architrave.
E gli occhi cortili.
Le ossa sono travi
o pilastri,
i nervi solai.
Le vene sono archi e le arterie corridoi.
Il cuore è la chiave di volta.

Alessio Mosca

4 thoughts on “Gli esantemi e i lucumoni

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