A furia di inciampare

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Federica Rodella

“Anni 22, salentina adottata dalla dotta, grassa e rossa Bologna. Sono una laureanda in lettere moderne e scrivo da quando ho imparato. A 16 anni ho scritto il mio primo romanzo, “Tu lo chiamavi vizio, io necessità,” pubblicato due anni dopo per Edizioni Filocalia (2013). Collaboro con il magazine online Comò mag, dove scrivo articoli e progetti epistolari (fino al 2017 “Nessuno scrive lettere d’amore”, adesso “Lettere mai spedite”). Il mio desiderio è di occuparmi di bellezza e felicità, con la scrittura e con l’arte.”
Maria Elena Tripaldi è per la prima volta su Verde con A furia di inciampare, un racconto rimuginante su genitori e figli, matrimoni annullati, stringhe sciolte e torte bruciate. Il collage è di Federica Rodella.

«A volte è stato molto difficile» dico accartocciando una mano dentro l’altra vicino al camino. Inspiro come per prendere la rincorsa e, anzi che parlare, soffio nel fuoco per riattizzare la legna.

Nel tempo che attraverso con gli occhi ghiacciati, e nel tempo che attraversa me con mani spalancate e unghie d’arpia, ritrovo un racconto; è più di un aneddoto, è un dettaglio che si lascia elevare a storia, incastrandosi nel bel mezzo di una narrazione. È difficile stabilire se il mio tentativo di raccontare sia sintomo di egocentrismo – attivo e vigoroso in me in giovane età – oppure se sia un atto di generosità: non tutti consegnerebbero volentieri il frutto di un momento di estrema lucidità – o follia, che dir si voglia.

È il ricordo di quella volta che Nina si è allacciata le scarpe per la prima volta da sola e con grande orgoglio mi ha chiamato alzando gradualmente la voce – prendendo anche lei la rincorsa, come faccio io inspirando – come se fosse incerta della sua vittoria, come non le sembrasse vero o non fosse del tutto sicura che un traguardo simile potesse essere davvero un traguardo. Le sue incertezze avevano una ragione d’essere, come più volte ho spiegato a Gilda, sarebbe meglio che il pensiero fosse un lampo da catturare con un’istantanea, che poi prendesse gradualmente forma e colore nello spazio della carta, alla giusta temperatura e senza correre il rischio di essere fatalmente corrotto da una luce diretta. È stato un attimo, neppure un minuto, e Nina era già per terra a faccia in giù con gli occhi smarriti di chi teme di aver fatto un errore e di doversi meritare due schiaffi, e nel tempo che ho impiegato solo per girarmi a guardarla – sono sempre stato un papà che non arriva in orario – ha cominciato a piangere disperata, come un motore che si sta ingolfando, un pianto e un suono irregolare.

Nina si fece consolare dalla rara opportunità che, dopo la sua caduta, ritenemmo giusto offrirle: preparare una torta insieme. Lo aveva chiesto tante volte, ma nessuno aveva tempo di starle dietro, e spesso nemmeno di risponderle. E avendo intrufolato tra una fessura e un’altra del tempo impiegato per fare la torta anche qualche gesto d’affetto – cose semplici, s’intende, bacetti sulla fronte e carezze – ci sentimmo abbastanza sicuri di aver fatto il nostro dovere. A restituircene conferma e a darcene soddisfazione fu Nina stessa che il mattino seguente volle venire a ringraziarci, dicendoci che era stato bello cucinare insieme “la torta più buona del mondo”. Non era vero, e lo sapevamo; la torta era semplice ma riuscimmo persino a bruciacchiarla, perché non fummo abbastanza attenti, e non era vero neanche che tutto era passato e che la notte aveva fatto il suo dovere, ma questo lo scoprimmo anni più tardi.

Abbiamo sempre detto che essere genitori non è facile, ma abbiamo sempre finto grande naturalezza nel farlo, anche quando Nina si è fatta male cadendo per terra, anche se noi stessi sapevamo che il pianto di un bambino non è mai davvero consolabile; una verità, d’altronde, che non cambia neanche quando si è adulti. Il contributo degli altri è gradevole, come osservare l’unione di molti esseri umani che girano la manovella accanto alle tue labbra e ti forzano un sorriso. Apprezzabile e inutile.

Sono passate epoche, momenti e stagioni, prima che Nina piangesse un’altra volta di quella stessa disperazione. Mi ricordo perfettamente il giorno in cui è caduta di nuovo; era tutto pronto, aveva impiegato tanto tempo e molta cura a organizzare i dettagli e le piccole cose – aveva sempre amato le piccole cose – e c’erano persino i sacchetti per i confetti abbinati al colore dei fiori del suo bouquet – quanto sono tristi le viole, ce ne saremmo dovuti accorgere quando le aveva scelte. Aveva preparato i posti a sedere con attenzione chirurgica alla storia di ogni invitato e ai rapporti con gli altri invitati – da noi si fa così, per essere eleganti è meglio non mettere allo stesso tavolo parenti che hanno già avuto da litigare sull’ eredità – aveva scelto un abito semplice ma classico, come desiderava Anna, e i capelli raccolti in un’acconciatura da donna, perché le sembrava giusto visto che le era stato chiesto di esserlo molto in anticipo. Poi fu un diluvio.

Tornò a casa dicendo che era tutto finito, che non contava più l’amore e nemmeno le persone che si amavano a proprio modo perché su tutte le scelte possibili lei aveva preso la peggiore: cantare vittoria prima della vittoria stessa. «È successa la stessa cosa con il libro di Francesco» disse. E noi non capimmo cosa voleva significare quella frase, non ascoltarla fu una sorta di autodifesa, una protezione inconscia. Se avessimo scoperto in quel momento che avevamo sbagliato tutto non saremmo stati così bravi a fare i conti con questa verità… eppure a Gilda avevamo detto tante volte di non farsi sorprendere da oro che non è davvero oro.

Quando Nina ci aveva presentato Michele ci era parsa felice ma non sovraeccitata, le era capitato qualcosa di speciale in un periodo in cui tutti gli amori le sembravano ordinari; da lì erano cominciati gli anni, e i viaggi, i progetti e le decisioni, tutto con grande fermezza, fino al giorno in cui si era sentita morta. «Ma-tri-mò-nio» scandiva in sillabe, come con tutte le cose su cui non aveva un’opinione precisa. E proseguiva, dubbiosa, aggirandosi per casa o stendendosi sul divano guardando il soffitto. Fu una lunga settimana di convalescenza nella quale noi cercammo di aiutarla a capire che se ci si vuole bene sposarsi vuol dire coronare il sentimento con un patto di fiducia e rispetto – si continuava a credere, io e Anna, che bisognasse rendere le cose semplici e pulite per fargliele piacere di più o fargliele risultare oneste. Si convinse che era la cosa giusta, senza dirci come era giunta a questa conclusione ma dandoci la sensazione di essere ormai serena all’idea di diventare moglie, diventando come sempre una macchina da guerra nell’organizzazione delle cose.

Ho ragione di credere che avesse deciso di alzare il volume di tutte le cose che aveva intorno per non sentire quello dei suoi pensieri e dei suoi perché, finché non si è sentita sola davanti a sé stessa e ha capito, dentro la stanza da bagno che non lo amava più. O forse lo amava, diceva, ma non voleva sposarlo.

È così che abbiamo scoperto tutti i nostri errori, è come se qualcuno li avesse all’improvviso chiamati a rassegna e avesse chiesto loro di mettersi vicini e guardarci con disapprovazione. Avevamo faticato così tanto a fare le cose giuste e dire le cose giuste con Gilda – e non è detto che ci fossimo riusciti – avevamo cercato di curarne la tristezza e darle una spiegazione valida per tutto, ma soprattutto una spiegazione vera. Invece a Nina è toccata la stanchezza e la pigrizia, poche attenzioni e molti cerotti sulle ferite aperte; non avevamo granché voglia di ascoltare i suoi bisogni, davamo per scontato che dovesse cavarsela da sola, allora cercavamo di farle dimenticare le sensazioni che avrebbero potuto dirle cose importanti. E tra tutte le cose peggiori, le avevamo involontariamente chiesto di non ascoltare la voce dentro di sé che la supplicava di credere nelle sue idee, nelle sue sensazioni e nei suoi valori. Non era fatta per sposarsi, da quel giorno in cui era caduta a faccia in giù inciampando nei lacci. Quanto sarebbe stato meglio insegnarle a stringere meglio il nodo piuttosto che bruciare una torta.

Maria Elena Tripaldi

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