Non sono io questo baffo

Nebbia di ricordi alessia arti

Alessia Arti, Nebbia di ricordi

Fiorella Malchiodi Albedi torna su Verde con Non sono io questo baffo, una storia di metamorfosi e peli non superflui. L’illustrazione è di Alessia Arti.

Fu mentre era seduta sulla metro, presa dalla lettura delle previsioni meteo, che afferrandosi casualmente il mento tra il pollice e l’indice Mariangela avvertì per la prima volta la presenza di un ispido appuntito e incredibilmente lungo baffo, che spuntava all’angolo della sua bocca e quasi le punse il polpastrello.

«Ma come è possibile?» si chiese. Era sicura di non aver notato alcun baffo la sera prima, quando si era spalmata la crema nutriente. E sì che era passata e ripassata proprio in quel punto, dove con il trascorrere degli anni la sua pelle andava mostrando una nuova cedevolezza. Che fosse spuntato nella notte? Ma di quella lunghezza? Impossibile.

Pensò a quanto tempo c’era voluto, nella sua vita, per sbarazzarsi dei peli superflui. Da giovanissima le cerette, un vero incubo, e poi il laser, e quanto le era costato, sia in soldi, sia in sofferenze! Ma i baffi no, non li aveva mai avuti! Che fosse anche quello un segno dell’età?

Il baffo era così lungo che poteva stringerlo facilmente tra la punta delle dita.
«Magari viene via!» si disse. Lo afferrò saldamente tra le unghie e provò a strapparlo. Che dolore lancinante! Le sembrò che le arrivasse fino al cervello. Incrociò lo sguardo di una giovane donna in piedi davanti a lei, che la fissava preoccupata.
Meglio lasciar perdere. Decise di passare in profumeria, prima di andare in ufficio, a comprarsi una pinzetta.

Nel negozio aleggiava il profumo che qualche cliente aveva provato, spruzzando un campioncino. Non amava particolarmente le profumerie, un po’ perché era insofferente a quegli aromi così intensi, un po’ perché leggeva sempre nello sguardo apparentemente senza espressione delle commesse una critica spietata al suo aspetto, ai suoi capelli che nessun taglio riusciva mai a tenere in ordine, alla sua pelle che cominciava a macchiarsi, al suo trucco datato. Se si poteva definire trucco quella riga che tracciava frettolosamente con la matita nera lungo la linea delle ciglia, la mattina prima di uscire.

«Vorrei una pinzetta».
«Per baffi e sopracciglia?»
No, per i francobolli avrebbe voluto rispondere, ma tacque e si limitò ad annuire. La commessa aveva rapidamente scansionato la faccia della cliente, finché il suo sguardo era andato a fissarsi, come calamitato, proprio sull’odioso baffo. Avvertì fisicamente quello sguardo, come se l’orribile escrescenza fosse dotata di vita propria e in grado di rispondere agli stimoli. Represse a stento la reazione spontanea di coprirsi il mento. Finalmente ottenne la pinzetta, pagò e usci.

In ufficio la sua stanza era particolarmente animata. Una dipendente in pensione, che aveva occupato la scrivania di fianco alla sua, era venuta a trovare gli ex colleghi, che si erano radunati tutti nel suo ufficio.
«Carissima, che piacere» disse la donna. Mariangela aveva per la collega una particolare simpatia e rimpiangeva molto il periodo in cui avevano condiviso le ore del lavoro. Si avvicinò quindi sorridendo ma quando intuì che stavano per abbracciarsi e baciarsi, si bloccò. Immaginò la guancia dell’amica trafitta senza scampo dal suo baffo acuminato, e si ritrasse.
La donna la guardò sorpresa. Cercò di inventarsi rapidamente una scusa. «Credo proprio che mi stia venendo l’influenza, meglio che mi tenga lontana. Anzi, vado a prendere un’aspirina».

Chiusa nella toilette, finalmente respirò. Guardò lo specchio da lontano. Ora che si era arrivati alla resa dei conti, la colse una certa ritrosia. Poi si fece coraggio e si avvicinò.
Eccolo lì, ancora più brutto, spesso e lungo di quanto avesse immaginato. «Basta, bisogna farlo fuori».

Prese la pinzetta e la avvicinò alla base del pelo, ma quando stava per strapparlo, qualcosa dentro di lei si ribellò. Ebbe la sensazione che stesse facendo qualcosa di sbagliato, come se stesse cercando di estirpare una parte di sé.
Che sciocchezza, pensò, non sono io questo baffo.
Riprovò, ma per quanti sforzi facesse non ci riusciva.

Alla fine rinunciò. Posò la pinzetta e guardò di nuovo l’ospite indesiderato. Si era come ringalluzzito, sporgeva arzillo e sfacciato, e anzi le sembrò che si muovesse, ma certo era solo un’impressione. E mentre stava lì a squadrarselo, domandandosi cosa farne, proprio a un centimetro dalla sua base comparve un puntolino nero e come quei germogli che sembrano crescere sotto i nostri occhi, nelle riprese televisive accelerate, ecco spuntare un nuovo baffo, nero, ispido e appuntito come l’altro!
«Andiamo bene» si disse Mariangela. Ma una sorte di rassegnazione, neanche troppo infelice, ormai l’aveva presa. Rovistò nella borsa e tirò fuori un cerotto. Era di dimensioni sufficienti a coprire l’indisponente crescita.
«Per il momento il problema è risolto. Poi ci penserò».

La sera, di ritorno dall’ufficio, Alberto trovò Mariangela sul divano, con un’espressione triste sul volto e delle vistose fasciature sulle guance, ai lati della bocca.
«Che ti è successo?» disse lui, sedendole accanto.
Mariangela gli si acciambellò sulle gambe.
«Mi stanno spuntando degli orribili baffi neri. Mi ameresti ancora, se non riuscissi a toglierli?»
«Ti amerei anche se ti crescesse la coda» le rispose, accarezzandole la testa.
Un leggero gorgoglio vibrante e ritmato si diffuse nella stanza.

Fiorella Malchiodi Albedi

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